Il Complesso etnobotanico del San Pedro

The San Pedro ethnobotanical Complex

 

Per quanto riguarda gli aspetti etnobotanici del curanderismo nord-peruviano imperniato attorno all’uso del cactus allucinogeno del San Pedro (si veda L’uso tradizionale del cactus del San Pedro), si è in presenza di ciò che può essere definito il “Complesso etnobotanico del San Pedro”, in cui sono coinvolte numerose piante, sia come additivi della bevanda psicoattiva, che come agenti magici o come piante medicamentose. Diversi di questi vegetali possiedono anch’esse proprietà psicoattive, come varie solanacee dei generi Datura e Brugmansia.

Le due specie di San Pedro: (sx) Echinopsis (Trichocereus) peruvianus; (dx) Echinopsis (Trichocereus) pachanoi

Le due specie di San Pedro: (sx) Echinopsis (Trichocereus) peruvianus; (dx) Echinopsis (Trichocereus) pachanoi

Le specie di cactus

Dal punto di vista botanico, il San Pedro si distingue in due principali specie, che hanno subito un sofferto rimaneggiamento tassonomico in questi ultimi decenni, e che in questo momento le vede come appartenenti entrambi alla specie Trichocereus macrogonus (Salm-Dyck) Riccob., l’uno come subsp. pachanoi, chiamato dai nativi “San Pedro legittimo”, e l’altro come subsp. peruvianus, noto come “San Pedro cimarrón”, dove cimarrón significa “selvatico” (Lodé, 2015). A differenza del pachanoi, il peruvianus è sempre provvisto di gruppetti di spine ben evidenti,1 e ha una tonalità verde-giallastro, mentre il pachanoi possiede una tipica tonalità verde-azzurrina ed è quasi totalmente privo di spine. Entrambe le specie possono raggiungere l’altezza di svariati metri (sino a 6-7 m) e formano folti cespugli colonnari.

Fette di San Pedro preparate per farne il decotto

Fette di San Pedro preparate per farne il decotto

Il San Pedro oggigiorno non viene mai ingerito allo stato crudo, sebbene questa pratica fosse stata probabilmente diffusa nei tempi antichi, come dimostrerebbero certe immagini dei reperti archeologici. Del San Pedro i curandero ne fanno un decotto, tagliandolo in fette trasversali, che acquisiscono in tal modo una forma tipicamente stellata, dove il numero di punte della stella corrisponde al numero di coste di cui è dotato il cactus. In certi casi vengono aggiunti altri ingredienti, quali gocce di profumo, petali di fiori bianchi, acqua delle lagune sacre, o piante emetiche (si veda oltre). Il decotto viene fatto bollire generalmente dalle 2 alle 6 ore. Se necessario, viene aggiunta altra acqua durante la cottura. Dopodiché il decotto viene filtrato.

Nell’area del curanderismo andino nord-peruviano vi sono curandero che utilizzano indistintamente le due specie, mentre altri – generalmente i più anziani e rispecchianti il dualismo di cui è intrisa la cosmovisione andina – usano solo il San Pedro “legittimo”, in quanto ritengono che il cimarrón sia usato dai maleros, cioè gli stregoni che fanno magia nera (Polia Meconi, 1996, I: 280-1).

Il pachanoi è ampiamente coltivato sin dai tempi preincaici e il suo areale di diffusione attuale va dall’Ecuador sino al Cile settentrionale, includendo tutto il Peru e alcune aree della Bolivia e dell’Argentina nord-occidentale. L’areale del peruvianus è più ristretto, relegato all’altitudine di 2000 m. delle Ande peruviane.

Si hanno sporadiche notizie di alcuni altri cactus coinvolti nel “Complesso del San Pedro” e impiegati per i medesimi scopi psicoattivi. In Bolivia, nel dipartimento di La Paz, viene chiamato San Pedro anche un’altra specie del genere, Trichocereus bridgesii. In Ecuador è stato osservato l’utilizzo di un differente cactus in sostituzione del San Pedro, chiamato cabeza de perico e identificato come Melocactus bellavistensis, di piccole dimensioni e con maggior numero di coste rispetto a quelle del San Pedro (Kvist & Moraes, 2006). Davis (1983: 378) ha riportato per la regione peruviana di Huancabamba la conoscenza di un cactus che “è potente come il San Pedro e viene preparato e ingerito nel medesimo modo”. Chiamato popolarmente pishicol, si tratta della rara specie Armatocereus laetus (HBK) Bacheberg, di forma colonnare ramificata e con 6-8 coste, raggiungente l’altezza massima di 3-4 m. Pare essere una specie endemica nota in sole quattro località del Peru settentrionale.

Wachuma, Argentina, Echinopsis (Trichocereus) terscheckii (da Wayrawanpureji, 2012, p. 52)

Wachuma, Argentina, Echinopsis (Trichocereus) terscheckii (da Wayrawanpureji, 2012, p. 52)

Nella zona nord-orientale dell’Argentina cresce Trichocereus terscheckii, anch’essa allucinogena, produttrice degli alcaloidi mescalinici. Viene popolarmente chiamato con il termine quechua wachuma, oppure con il nome di San Pedro, quest’ultimo essendo un’evidente importazione dai San Pedro peruviani. Si avrebbero notizie di un suo uso durante il periodo coloniale e fin verso il 1750. Il suo possibile impiego tradizionale fra gli odierni sciamani nord-argentini non è ancora stato studiato (Wayrawanpureji, 2012).

Aspetti etimologici

Il San Pedro viene chiamato con diversi nomi, i più comuni dei quali sono San Pedro e huachuma, guachuma o achuma. E’ chiamato anche aguacolla, gigantón, San Pedrillo, hierba santa, cardo santo, huando o huanto hermoso, remedio, sanki. Secondo quanto affermato dai curandero peruviani, la pianta del San Pedro viene così chiamata poiché, come San Pietro, è llavero del cielo, cioè possiede le chiavi del cielo.

Il termine achuma sembra essere stato il nome più antico con cui veniva chiamato il cactus e la sua etimologia è alquanto discussa. In Ecuador si è conservata un’espressione associata a questo nome, con il verbo achumarse (“ubriacarsi”) e l’aggettivo achumado (“ubriaco”), che vengono oggigiorno impiegati per definire uno stato di ubriachezza, sia alcolico che conseguito con altre sostanze. Verificato che il termine achuma era già presente nel 1612 nel vocabolario ayamara-castigliano di Ludovico Bertonio,2 è stato ipotizzato che tale termine sia un derivato della parola ayamara chuyma, che significava “memoria, potenza dell’anima” (Mulvany, 1994: 195); tuttavia, verificata la sua diffusione nei documenti storici che trattano le popolazioni di lingua quechua, è anche possibile che il termine achuma sia di derivazione quechua e che, seguendo Cabieses Molina (1990), sia derivato dal termine quechua per cactus, kachum. Sharon (2001: 29) ha anche evidenziato un’altra possibile etimologia, che farebbe derivare achuma dalla lingua yunga, che era parlata sino agli inizi del XX secolo lungo la costa peruviana settentrionale. In questo idioma i termini chuma, chumay e chumai significano “ebbro”. Per Feldman Gracia (2006: 143-4) il termine achuma è di origine aru o aymara e sarebbe composto dai due termini achu e uma. Il primo indica “frutto” e il secondo significa “acqua”, per cui la traduzione letterario sarebbe “frutto di acqua”.

Il termine huanto proviene molto probabilmente dalla parola quechua wantuq, che significa “ciò che fa alzare”, associando quindi il cactus con il concetto di volo sciamanico. Ma wantuq oggigiorno, fra le popolazioni di lingua quechua, sta ad indicare un’altra pianta allucinogena, il floripondio (Brugmansia spp.) (Polia Meconi, 1996, I: 280).

Nella lingua aymara la varietà senza spine (il San Pedro vero e proprio, il pachanoi) portava l’antico nome di asaño e i nomi moderni di aichaaicha e yawarqollo. Altri nomi quechua boliviani sono phojro e olala.

Per quanto riguarda il nome aguacolla, riportato nei testi antichi anche come agua collay, hahuacolla, avacollay e jahuackollay, la sua sinonimia con la achuma sembra essere recente poiché, come evidenziato da Feldman Gracia (2006: 24-5), nel XVII secolo indicava un cactus differente, utilizzato come collante per le pitture murarie.3 Vivanco (2000) ha suggerito che il termine aguacolla sia originato da una mescolanza di due termini, l’uno castigliano (agua, “acqua”) e l’altro quichua (colla, “regina”), quindi con il significato di “acqua della regina”. Per Glass-Coffin (2010: 68) il termine colla potrebbe significare “occulto”, per cui aguacolla intenderebbe il sacro liquido che da accesso al mondo sotterraneo. Ma si tratta di interpretazioni un poco deboli. Del resto, se si accetta l’influenza del linguaggio spagnolo nella formazione di questo termine (con agua = acqua), si da per scontato che non si tratti di un termine originale autoctono, e non si capisce il perché non si sia allora pensato a un termine totalmente di origine castigliana, dove agua sta per il termine castigliano che significa “acqua”, e colla derivi dal termine castigliano cola, cioè “colla”, in riferimento all’utilizzo del cactus (che originalmente non sembra rappresentasse il San Pedro) come collante per i lavori murari.4

Il problema della cimora

Per comprendere la complessità in cui si sono ritrovate diverse generazioni di studiosi nei tentativi di chiarimento del Complesso etnobotanico del San Pedro, è sufficiente soffermarsi sul problema dell’identificazione della cimora, considerata da Schultes (1967: 39) come “una delle maggiori sfide nell’etnobotanica delle piante allucinogene”.

Il primo studioso moderno a riferire della cimora sembra essere stato Cruz Sánchez (1948), definendola come una bevanda allucinogena che ha come ingrediente principale il San Pedro e in cui vi vengono aggiunte altre piante, fra cui Isotoma longiflora (Campanulaceae), Pedilanthus titimaloides (Euphorbiaceae) e Datura stramonium (Solanaceae). Ma i lavori di Cruz Sánchez non sono attendibili dal punto di vista botanico,5 avendo, ad esempio, confuso il San Pedro per la Opuntia cylindrica. Friedberg (1959) riportò l’uso di una pianta magica nella regione di Huancabamba chiamata timora e appartenente al genere Iresine della famiglia delle Amaranthaceae, e in un suo secondo scritto (1960) riportò che questa era la vera cimora, contraddicendo quanto affermato da Cruz Sánchez e identificando implicitamente i termini timora e cimora. Gli studi sul campo di Davis (1983) hanno apportato ulteriore incertezza su cosa sia da intendere per cimora, avendo raccolto l’opinione di un erbalista della regione di Huancabamba che cimora è un termine concettuale che si riferisce ad algo malo, ‘qualcosa di cattivo’. Gli furono quindi indicate diverse varietà di Brugmansia chiamate cimora oso, cimora galga, cimora toro curandero, cimora aguila, cimora león, cimora rastrera, e chiamate tutte anche con il termine misha. Per quanto riguarda il termine timora, invece, a Davis furono indicate altre piante, fra cui Euphorbia cotinifolia L. e Iresine celosia L. Senza essere quindi riuscito a chiarire l’enigma, bensì avendolo ulteriormente complicato con i risultati delle sue ricerche, a Davis non rimase altro che concludere con un’affermazione scoraggiante, e cioè che “In definitiva, il termine cimora sembra essere un termine generico che può essere applicato a un certo numero di piante”.

In tempi più recenti De Feo (2003) ha identificato diverse piante con il nome di cimora:

cimoraAlternanthera sp. (Amaranthaceae)

cimora osoColeus sp. (Labiatae)

cimorilla e timorillaColeus blumei Benth. (Labiatae)

cimora señoritaIresine herbstii Hook. (Amaranthaceae)

cimora leónAcalypha sp. (Euphorbiaceae)

cimora macancheSanchezia sp. (Acanthaceae)

cimora lanzaIresine sp. (Amaranthaceae)

Il fatto che Coleus blumei, oggi chiamato Solenostemon scutellaroides (L.) Codd., sia chiamato con entrambi i nomi cimorilla e timorilla, fa pensare a un’equivalenza fra i nomi cimora e timora, come aveva supposto in precedenza Friedberg (1959, 1960). Alcune di queste piante possiedono proprietà psicoattive, sebbene non ancora estesamente studiate. L’estratto acquoso di Iresine herbstii possiede proprietà neurosedative (De Feo et al., 1996) e questa pianta viene impiegata come additivo dell’ayahuasca (Bianchi & Samorini, 1993). Per quanto riguarda la specie di Sanchezia, oggigiorno i giovani peruviani usano specie di questo genere come inebriante (De Feo, 2003) e nella regione peruviana di Yarina Cocha le foglie di una specie di Sanchezia vengono fumate o bevute in infuso per i loro effetti allucinogeni (Schultes & Raffauf, 1990: 47). Coleus blumei non è nuova come pianta sospettata di possedere proprietà psicoattive. Wasson (1962) aveva riportato che questa specie, insieme alla congenere Coleus pumilus Blanco, era considerata da alcuni Mazatechi delle montagne del Messico come psicoattiva, similmente alla Salvia divinorum. Ma altri Mazatechi non avevano confermato questa asserzione, ritenendo i Coleus piante semplicemente medicinali. Negli ambienti “psiconautici” occidentali vi sono rapporti discordanti in merito alla sua psicoattività (cfr. Voogelbreinder: 135), e il suo eventuale potenziale psicoattivo resta un’incognita della psicofarmacologia. De Feo (2003) ha riportato che fra i curandero nord-peruviani è considerata altamente tossica e che per questo non viene mai assunta oralmente.

Tutto ciò non evidenzia tuttavia un’associazione semantica diretta fra il termine cimora e le proprietà psicoattive. Anche De Feo, come Davis, giunge alla conclusione che il termine cimora sembra essere un termine generico, riferentesi a “qualcosa di cattivo” e non a qualcosa di psicoattivo. Per cui, il problema dell’identificazione della cimora è originato dagli errori riportati nei lavori di Cruz Sánchez, in particolare nell’associare tale termine con il San Pedro. La cimora non è una bevanda a base di San Pedro con l’aggiunta di altre piante, un’interpretazione che è stata seguita da numerosi studiosi senza essere stata mai confermata dalle osservazioni sul campo. Anche Polia Meconi (1996, I: 401), uno dei maggiori esperti del curanderismo nord-peruviano, non associa il termine cimora ad alcuna proprietà psicoattiva.

Tabacco

Il tabacco ricopre un ruolo molto importante nel curanderismo nord-peruviano e viene usato nel corso delle mesadas. Dal punto di vista etnobotanico, De Feo (2003) ha determinato nella ricerca sul campo, accoppiata agli studi di laboratorio, che vengono usate tre specie di tabacco, ciascuna con ruoli specifici: il tabaco moro, cioè Nicotiana rustica L., viene usato per curare; il tabaco blanco, cioè Nicotiana tabacum L., è impiegato nella shingada; e il tabaco cimarrón, cioè Nicotiana paniculata L., è usato per i suoi effetti considerati più forti delle altre due specie.6

Nel curandersimo nord-peruviano il tabacco non viene fumato, bensì è assunto nel corso delle shingada, cioè macerato in un liquido alcolico e poi inalato attraverso le due narici; oppure il curandero se lo inserisce in bocca nel corso della suzione terapeutica (chupada) (si veda La mesada col San Pedro); viene altrimenti strofinato sul corpo dei pazienti per scopi magico-terapeutici o utilizzato come profumo per purificare oggetti archeologici o funebri.

Le foglie fresche vengono arrotolate e avvolte in foglie di banano e lasciate così seccare. Una volta secche, si toglie l’involucro di foglie di banano e si taglia i rotoli di tabacco in tranci sottili.

Nella mesa il tabaco moro (selvatico) viene collocato nel lato sinistro, mentre il tabaco dulce (coltivato) si trova nella sua parte destra.

Brugmansia e Datura

Diverse specie di Brugmansia e di Datura – Solanacee appartenenti al gruppo dei vegetali delirogeni o tropanici – sono impiegate nel curanderismo nord-peruviano nella divinazione terapeutica, nei riti iniziatici e durante le sessioni di mesada con il San Pedro. Le Brugmansia sono generalmente chiamate con il termine misha e le dature con i termini chamico e huarhuar. Altro comune termine è floripondio. In certi casi vengono aggiunte al decotto di San Pedro durante la sua preparazione.

Il termine misha sta a indicare diverse cose, in particolare le specie di Brugmansia e a volte anche quelle di Datura. V’è chi ha voluto vedere la parola misha derivare dal nome mits-kay o mets-kay che gli Inga della valle colombiana del Sibundoy danno a una specie di Brugmansia (Friedberg, 1963), ma è più probabile che provenga dal quechua, con il significato odierno di “cosa variegata”, essendo un termine usato per indicare anche il mais bicolore. E’ significativo il fatto che i curandero vengono chiamati enmishados e il termine misha è a volte usato come sinonimo di pianta allucinogena (De Feo, 2004: S222). Un altro nome quechua delle Brugmansia è wantuq. Nella regione di Ayabaca i loro grandi fiori sono chiamati con i termini huambo e huambar, che originano probabilmente dal termine quechua wambar (o wampar), significante “di forma triangolare”, una caratteristica evidente di questi fiori (Polia Meconi, 1996, I: 335).

(sx) Fiori di Brugmansia arborea (“misha oso”); (dx) Fiore di Brugmansia aurea (“misha galga”)

(sx) Fiori di Brugmansia arborea (“misha oso”); (dx) Fiore di Brugmansia aurea (“misha galga”)

Di seguito la lista delle misha, con la relativa identificazione botanico-tassonomica data da De Feo (1994). Tutte le Brugmansia impiegate nelle Ande appaiono essere cultigeni e i loro nomi popolari riconducono per lo più a nomi di animali (oso = orso, colambo = serpente, león = leone, galga = levriero):

misha león o misha osoBrugmansia aroborea (L.) Lagerheim

misha galga o misha osoBrugmansia arborea (L.) Lagerheim ibrido

misha galgaBrugmansia aurea Lagerheim

misha curanderaBrugmansia candida (Pers.) Saggord ibrido

misha rastreraBrugmansia insignis (Barb Rodr.) Lockwood ibrido

misha toro o misha toro curanderaBrugmansia sanguinea (R. et P.) D. Don

misha colamboBrugmansia suaveolens (Willd.) Bercht. Et Presl

misha del Inca o del IngaBrugmansia versicolor Lagerheim

misha ocultarodaBrugmansia sp.

Non tutte le misha vengono assunte oralmente, in quanto ritenute troppo forti negli effetti allucinogeni e vi sono curandero che non le utilizzano affatto, ritenendole troppo pericolose. La tintura di foglie della misha rastrera è bevuta dai curandero per cercare (rastrear, “seguire le orme”) oggetti perduti. La misha del Inca è una delle poche specie che viene assunta oralmente (De Feo, 2003). Misha ocultadora è così chiamata poiché nasconde la verità ai bugiardi (De Feo, 2004).

Nell’assunzione orale le misha vengono preparate in macerazione con il vino, con l’alcol di canna o l’acqua. Di frequente le foglie di misha vengono legate sulla fronte quando si è sotto effetto di San Pedro, con lo scopo di “vedere”.

Altre piante

Il Senecio elatus HBK, (Asteraceae) chiamato hornamo amarillo, è ritenuto dai curandero produrre allucinazioni e viene aggiunto al decotto di San Pedro. Diverse specie messicane di Senecio sembrano possedere proprietà psicoattive e alcune di queste sono popolarmente chiamate peyote e palo loco (“legno matto”), un dato che ne attesterebbe la credenza come piante psicoattive (Schultes & Hofmann, 1983: 302). Il genere Senecio produce alcaloidi pirrolizidinici che agiscono sul sistema nervoso centrale e sono stati ritrovati anche in S. elatus (Aquino et al, 1996).

Anche le parti aeree di Valeriana adscendens Trel. (Valerianaceae) vengono aggiunte al decotto del San Pedro, con lo scopo di rinforzarne gli effetti allucinogeni (De Feo, 2003). L’estratto acquoso di questa pianta ha mostrato in laboratorio una marcata attività depressiva del sistema nervoso centrale (Capasso & De Feo, 2002).

Kvist & Moraes (2006) hanno elencato nella seguente tabella i vari ingredienti vegetali attivi che sono aggiunti nel decotto di San Pedro:

Lista delle piante aggiunte al decotto del San Pedro nel Peru settentrionale (da Kvist & Moraes, 2006, tab. 3, p. 299)

Lista delle piante aggiunte al decotto del San Pedro nel Peru settentrionale (da Kvist & Moraes, 2006, tab. 3, p. 299)

Specie di Huperzia chiamata popolarmente “huaminga”, impiegata come emetico

Specie di Huperzia chiamata popolarmente “huaminga”, impiegata come emetico

Un altro insieme importante di vegetali riguarda le piante emetiche, che hanno lo scopo di purificare l’individuo facendogli espellere i suoi “mali” attraverso il vomito. Fra di esse vi sono delle specie di Huperzia, della famiglia delle Licopodiaceae, chiamate huamingas, e il medesimo Senecio elatus sopra riportato. Alcuni curandero sono soliti aggiungere uno di questi emetici direttamente nel decotto di San Pedro, con lo scopo di indurre l’espulsione dei “mali” dell’individuo.

L’arranque

Con lo scopo di smorzare gli effetti degli agenti psicoattivi e come loro antidoto, i curandero utilizzano un agente specifico, chiamato arranque o corte (da cortar, “tagliare”). Si tratta di un preparato a base di profumi, piante magiche e fiori bianchi. La sua farmacologia non è ancora stata studiata e non è quindi possibile pronunciarsi sul suo concreto potenziale di disattivazione degli effetti psicoattivi, in particolare quelli dovuti alle piante allucinogene (San Pedro e solanacee delirogene). De Feo (2003) ha riportato la seguente formula di arranque: miscela di acqua con chicchi di mais, zucchero, gocce di limón agrio [Citrus aurantifolia (Christm.) Swingle] e petali di rosa bianca. Un’altra formula “arricchita” è: chicchi di mais polverizzati, zucchero bianco, succo di limone, miele selvatico, petali di fiori selvatici (rose e garofani), gocce di acqua di colonia e acqua di sorgente (De Feo, 1994: S227).

L’arranque viene bevuto al termine della sessione della mesada e viene anche sparso sul petto e sul palmo delle mani mediante un rametto fatto con le foglie di mais bianco (Polia Meconi, 1988: 164).

 

Note

1 – Le spine del peruvianus non sono raggruppate “in numero di tre, una più lunga e le altre due più corte”, come riferito da Polia Meconi (1996, I: 280), bensì in gruppi di 6-8 spine, di lunghezza variabile.

2 – Si veda Il San Pedro nei documenti storici.

3 – Feldman Gracia (2006: 24) giunge alla conclusione che l’aguacolla intendesse indicare nel XVII secolo il peruvianus, ma i testi antichi che egli medesimo espone non fanno alcun accenno a proprietà psicotrope dell’aguacolla.

4 – Si tratta di una mia ipotesi che qui presento.

5 – E nemmeno dal punto di vista antropologico, per via delle forzature dovute alla sua visione patologicizzante in senso psichiatrico del fenomeno del curanderismo.

6 – Polia Meconi (1996, I: 330) identifica il tabaco moro, “chiamato anche tabaco del inga o tabaco saire” con Nicotiana thyrsiflora Goodsp; ma è probabile che uno o entrambi i nomi vernacolari di tabaco del inga e tabaco saire non identifichino la medesima specie del tabaco moro, che è verosimilmente identificabile con Nicotiana paniculata.

 

Si vedano anche:

 

ri_bib

AQUINO R. et al., Flora officinale dell’America Latina. Contributo allo studio della flora Andina, Gutemberg Edizioni, Fisciano (Salerno).

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CABIESES MOLINA FERNANDO, 1990, The magical plants of ancient Peru, in: Atti del V Congresso Nazionale della Società Italiana di Fitochimica, Ischia, 30 maggio-2 giugno, LP2.

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2 Commenti

  1. gabriele
    Pubblicato novembre 4, 2013 alle 8:19 pm | Link Permanente

    ciao ,vorrei sapere se una tisana all’ortica dopo aver bevuto alcolici potrebbe far venire un vuoto di memoria per 3 o 4 ore??? grazie !!!!!

  2. Pubblicato novembre 4, 2013 alle 8:59 pm | Link Permanente

    direi proprio di no. A fare venire vuoti di memoria è l’alcol

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