Allucinogeni – Studi psichiatrici e psicoanalitici

Hallucinogens – Psychiatric and Psychoanalytical studies

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BIBLIOGRAFIA ITALIANA COMMENTATA SU ALLUCINOGENI E CANNABIS

ITALIAN ANNOTATED BIBLIOGRAPHY ON HALLUCINOGENS AND CANNABIS

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Sono qui riuniti gli studi psicologici, psicoanalitici e psichiatrici eseguiti con LSD, mescalina e altri allucinogeni. Alcuni noti allucinogeni, quali l’LSD, l’ibogaina, la ketamina, l’ayahuasca, sono impiegati nel trattamento delle tossicodipendenze da eroina, cocaina, alcol. Diversi studi pubblicati durante gli anni 1955-1965, non rispondendo ai criteri selettivi qui adottati – in quanto relative ad esperimenti con allucinogeni condotti su animali o su persone non consapevolmente consenzienti – sono state escluse e riportate in formula abbreviata alla sezione Lavori esclusi.

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gunter ammonAMMON GUNTER & JURGEN GOTTE, 1974, I risultati dei primi studi sulla mescalina, Psichiatria Dinamica, vol. 1, pp. 17-32.
Il perno di questo lavoro è costituito dall’ampia ricerca con cui Beringer (1920-26) ha tentato di dare una spiegazione ai fenomeni psicopatologici specifici indotti dalla mescalina. Con l’esempio di due autodescrizioni e altre citazioni, questo autore ha descritto le esperienze sensoriali, gli stati affettivi e le modificazioni della coscienza conseguenti all’ingestione di mescalina. Gli autori affermano che l’importanza di questi esperimenti è tanto maggiore, in quanto i soggetti di quell’epoca erano privi di conoscenze specifiche e non si aspettavano un determinato effetto, come invece avviene oggigiorno. Un raffronto tra i fenomeni indotti dalla mescalina e quelli che si osservano nei pazienti con reazioni schizofreniche indica che tali fenomeni non sono uguali.

AMMON GUNTER & PAUL G.R. PATTERSON, 1974, Peyote: due diverse esperienze dell’Io, Psichiatria Dinamica, vol. 1, pp. 33-48.
Gli autori riferiscono su di una comune esperienza fatta con il peyote nel corso di una cerimonia della Native American Church, alla quale erano stati invitati, in qualità di membri della Menninger Foundation. Essi danno una breve descrizione dell’ambiente e delle singole fasi della cerimonia. Il primo dei due autori descrive la sua esperienza come un’associazione tra uno stato quasi onirico e uno stato d’umore felice e introspettivo. Egli nota anche una dilatazione della percezione, che considera come indicatore di potenzialità dell’Io. Il secondo, invece, perdette il controllo dell’Io e sperimentò una scissione tra corpo e coscienza. I due autori nominano cinque fattori che determinano il modo di vivere l’esperienza degli allucinogeni: 1) l’ambiente fisico; 2) la dinamica di gruppo della situazione; 3) il dosaggio della droga; 4) il curriculum; 5) l’atteggiamento personale precedente la situazione. Essendo i primi tre fattori identici per entrambi, la diversità delle loro esperienze andrebbe attribuita agli ultimi due.

AMMON GUNTER, MOHAMED SAID EL-SAFTI, HANS-JOACHIM HAMISTER & DIETRICH VON KRIES, 1974, Droghe: allargamento o distruzione della coscienza?, Psichiatria Dinamica, 1: 7-15.
Gli autori rilevano come gli effetti delle droghe allucinogene dipendano dalla disposizione psichica e dalla situazione sociale del consumatore, rifacendosi in proposito all’organizzazione rituale del consumo di droghe nella maggior parte delle civiltà conosciute. Le droghe possono acquistare la qualità di allargare la sfera cosciente, là dove siano consumate da soggetti con costituzione psichica stabile e sicura situazione sociale; in tal senso possono essere usate con successo nel trattamento psicoterapeutico e costituiscono un importante strumento per lo studio dei vari stati dell’Io, in particolare delle prestazioni creative della coscienza. Le droghe allucinogene possono esplicare invece effetti distruttivi sulla sfera cosciente, là dove scoprano una personalità prepsicotica, o dove servano a soggetti con struttura labile e non sviluppata dell’Io come meccanismo d’evasione e di difesa da conflitti insoluti ed inconsci.

ANDREOLI VITTORINO, A. MANGONI & G. MARTINI, 1970, Considerazioni sui rapporti tra psicosi sperimentali e psicosi endogene, Rivista Sperimentale Freniatria, vol. 94, pp. 887.
Gli autori, dopo aver analizzato l’insieme dei disturbi psichici determinati dalla somministrazione di sostanze ‘psicotomimetiche’ (LSD, psilocibina, ecc.) in paragone alla sintomatologia clinica delle forme schizofreniche, sostengono che sul piano clinico non vi sono sufficienti elementi per sostenere il concetto di psicosi sperimentali, nel senso di una sovrapposizione di queste psicosi col quadro sintomatologico delle psicosi schizofreniche, e che quindi deve essere usata la massima prudenza nell’attribuire un valore eziopatogenetico ai vari agenti chimici che mimetizzano un quadro psicotico.

BLUMIR GUIDO, 1974, Droga e follia. Documenti sui malati-cavia negli ospedali psichiatrici italiani, Roma, Tattilo, 216 pp.
Nel giugno del 1973, alcuni collaboratori del centro di controinformazione ‘Stampa Alternativa’, in sede al Convegno Libertà e Droga, denunciarono l’uso sconsiderato che alcuni medici della Clinica per le Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Torino avevano fatto dell’LSD, somministrandolo a malati schizofrenici dei loro reparti. La stampa colse prontamente l’occasione per montare uno scandalo di larga eco, che sfociò in un’isterica polemica e in una condanna del mondo ‘civile’ nei confronti di questo tipo di esperimenti, nei quali dei malati sono utilizzati come cavie. Blumir espose una puntigliosa descrizione di questo scandalo, mantenendosi dalla parte degli accusatori. I malati non erano informati dell’assunzione dell’allucinogeno e erano minacciati con gli elettrodi dell’elettroshock per obbligarli a disegnare o a rispondere alle domande dei loro medici.

CANALI STEFANO, 2002, Terapie psichedeliche, Medicina delle Tossicodipendenze, vol. 36-37, pp. 33-42.
Interessante excursus storico-scientifico sull’uso degli psichedelici come coadiuvanti delle terapie psicoterapiche, dalla terapia psicolitica a quella ipnodelica, con particolare riferimento all’LSD.

CARGNELLO DANILO & N. LIKINOVICH, 1958, Lo psicoma da LSD. Gli aspetti psicopatologici dell’intossicazione sperimentale da LSD nei normali, Archivio Psicologia Neurologia Psichiatria, vol. 19: 141; in seguito ripubblicato in: AA.VV., 1962, Le psicosi sperimentali, Milano, Feltrinelli, pp. 61-138.
Le minuziose descrizioni dello ‘psicoma’ da LSD in soggetti normali riportate dagli autori possono essere prese come tipico esempio delle forzature in cui, negli anni della libera ricerca con gli allucinogeni, gli psichiatri erano impegnati, al fine di dimostrare l’esclusiva competenza del loro campo professionale per quanto riguarda lo studio dello ‘psicoma’ psichedelico. Ad esempio, l’autore afferma che, sotto l’effetto dell’LSD “l’incapacità di riafferrare il dominio e il direzionamento del proprio flusso psichico è provata nel profondo come un disagio, anche nel caso che i vissuti siano di per se stessi piacevoli e divertenti. Anche il senso beatifico di sentirsi lievi e leggeri, addirittura di librarsi sopra la terra, fenomeno che non di rado si manifesta durante la prova, perde il suo valore positivo, quando è raccontato in fase post-lisergica, in quanto anch’esso, per quanto gradevole, esprime ed è vissuto come un esserci senza poter decidere, come una perdita della decisione personale” (pp. 84-5).

CAZZAMALLI FERDINANDO, 1931, Il Peyotl, la pianta allucinante, Rassegna Clinico-Sciantifica, vol. 9, p. 130.
Articoletto in risposta a quello di Lorenzini (1930, questa sezione), che aveva indotto una certa curiosistà nell’ambiente medico del periodo fascista riguardo al peyote, e che contribuì all’impulso di ricerche degli anni ’30 e ’40 svolte da diverse equipe italine. Cazzamalli aggiunge alcune descrizioni degli effetti provati da egli medesimo e alcuni suoi colleghi nel corso di alcune autosperimentazioni.

CERONI LUIGI, 1932, L’intossicazione mescalinica (Autoesperienze), Rivista Sperimentale Freniatria, vol. 56, pp. 42-104.
L’autore, medico dell’Ospedale Psichiatrico di Como, riporta i risultati di cinque esperienze personali indotte dall’assunzione di cloridrato di mescalina. Nelle prime tre, con diverse iniezioni distribuite nel giro di alcune ore, egli assume rispettivamente 770, 230 e 330 mg di mescalina, mentre nelle ultime due esperienze l’alcaloide è assunto oralmente, in quantità di 660 e di 480 mg. Dal resoconto di queste autosperimentazioni, se ne deduce che l’autore non ha vissuto esperienze ‘illuminanti’. D’altronde, è sufficiente osservare il setting predisposto dallo sperimentatore, per comprendere ch’egli non era preparato per questo tipo di esperienze’. L’autore assume la mescalina nel suo ambiente quotidiano di lavoro: si inietta l’alcaloide nel suo studio, pretende di correggere bozze di stampa, di fare giri di routine ai suoi reparti, incontrando infermieri e malati, di uscire dalla Clinica per recarsi a pranzare, ecc. Ben lontane dalle esperienze ‘folgoranti’ di Huxley, Watts e altri sperimentatori mescalinici, le osservazioni di Ceroni sono focalizzate essenzialmente sulle difficoltà ch’egli incontra nello svolgere le funzioni della routine quotidiana, accusando “dissociazione della personalità, tendenza all’automatismo, impulsi verbali, il cui insieme presenta non scarsi punti di contatto con la sintomatologia schizofrenica”. A riprova dell’inadatta preparazione dell’autore, egli conclude che la mescalina “restringe progressivamente e rapidamente il campo della coscienza”. Questo voluminoso resoconto possiede tuttavia un valore storico, in quanto raro documento scientifico di autosperimentazioni italiane eseguite con gli allucinogeni a quell’epoca.

CISCO ENNIO & PIERLUIGI CORNACCHIA, 1971-72, Rapporto tra il simbolismo e la dietilamide dell’acido lisergico nella produzione grafica, Tesi di Laurea in Sociologia, Istituto Superiore Scienze Sociali, Università degli Studi di Trento, 360 pp.
E’ una interessante tesi universitaria sull’LSD svolta prima della sua messa al bando. Gli autori presentano un cospicuo insieme di opere grafiche e di osservazioni fatte da soggetti volontari sotto l’effetto dell’LSD, analizzandone il simbolismo secondo le interpretazioni della psicanalisi freudiana e della psicologia analitica junghiana. Per alcune notizie biografiche su P. Cornacchia si veda Cornacchia et al., 1980, alla sezione Funghi.

COOPER D., Il test dell’acido, in D. Cooper, Grammatica del vivere, Milano, Feltrinelli, pp. 36-44.

CUCCHI ALDO, 1939, Azione della mescalina sul profilo psicologico, Rivista Sperimentale di Freniatria, vol. 63, pp. 393-408.
Cucchi, medico legale, fa parte del gruppo di ricercatori medici e psichiatri italiani del periodo fascista che svolse ricerche sulla mescalina. In questo articolo Cucchi valuta la possibilità di utilizzare la mescalina nel campo giudiziario, per indurre la confessione negli accusati. Somministra dosi da 300 mg di solfato di mescalina a 6 individui sani, fra cui il medesimo autore. In quattro di essi registra euforia, aumento della memoria immediata, della capacità integrativa e diminuzione dell’attenzione: in uno depressione e rallentamento psichico, in un altro depersonalizzazione. L’autore conclude con una disapprovazione dell’uso giudiziario della mescalina: “A parte ogni considerazione di ordine scientifico e morale, ma restando nel solo campo giuridico, noi latini, eredi del pensiero di Cesare Beccaria, ci rifiutiamo di carpire, con l’inganno chimico, un’eventuale confessione, che dev’esssere invece un atto di libera volontà dell’imputato”.

DEL GADO PERDO L. & FRANCISCO A. MORENO, 1999, Allucinogeni, serotonina e disturbo ossessivo compulsivo, Medicina delle Tossicodipendenze, vol. 22-23, pp. 32-36.
Il disturbo ossessivo compulsivo è una delle poche condizioni in cui la chirurgia cerebrale continua ad essere utilizzata; l’uso controllato di allucinogeni potrebbe sostituire questo intervento altamente invasivo.

DUC CAMILLO, 1936, Sintomi visivi nell’intossicazione mescalinica, Bollettino di Oculistica, vol. 15, pp. 745-760.
La strana sintomatologia oculare descritta da alcuni studiosi quale conseguenza dell’esperienza con mescalina (ad es. riduzione della miopia) ha indotto l’autore, oculista dell’Ospedale Maggiore di Novara, a interessarsi dell’argomento, sperimentando su se medesimo e su altri 14 soggetti l’azione di questo alcaloide. Le esperienze non sono state interessanti, come ammesso dal medesimo autore, notando che le rare visioni colorate non avevano nulla della “iperbolicità tanto decantata da altri, mentre i sintomi intossicatori risultavano alquanto molesti. In contrasto con quanto ritrovato da altri autori (Forster), Duc non ha notato in alcun caso diminuizione o scomparsa della miopia, né in soggetti emmetropi una modificazione della refrazione.

FAVILLI MARIO & HANS HEYMANN, 1937, Su alcune modificazioni psichiche da intossicazione mescalinica, Rassegna di Studi Psichiatrici, vol. 36, pp. 191-212.
Gli AA., che hanno compiuto numerose ricerche sull’ebbrezza mescalinica, in questo lavoro si sono posti il problema se le modificazioni psichiche insorgenti durante l’ebbrezza stessa possano valere come rivelatrici della personalità. Dopo aver riferito il punto di vista di altri sperimentatori, gli AA. espongono la serie particolare di tre prove compiute su di uno stesso soggetto, prove che sono state fatte partendo dal punto-base che gli AA. già avevano una parziale conoscenza della personalità del soggetto in questione, e con lo scopo di collaudare tale conoscenza per mezzo della soglia differenziale offerta appunto dall’ebbrezza mescalinica. Descritti nei loro minuti particolari i decorsi delle tre ebbrezze, gli AA. passano alla discussione dei risultati raggiunti; rilevano che dalle tre esperienze emerge, in grado maggiore o minore, l’esistenza di cinque nuclei fondamentali della personalità del soggetto; confrontano tale risultato con il quadro della personalità in esame allo stato normale; e concludono mostrando come, se non si può asserire che l’intossicazione mescalinica costituisca di per se sola un mezzo rivelatore della personalità, tuttavia il suo impiego, sorretto dal criterio della comparazione e della discriminazione, può offrire un ausilio assai utile nell’esame mentale tanto del nevrotico quanto dell’individuo normale.

FAVILLI MARIO, 1937, La percezione del tempo nell’ebbrezza mescalinica, Rassegna di Studi Psichiatrici, vol. 36, pp. 455-462.
L’autore discute il fenomeno della dilatazione del tempo causato dall’effetto della mescalina: “Se si invita il soggetto mescalinizzato a considerare la durata di un elemento singolo di ciò che è stato allora vissuto – un periodo di euforia, una passeggiata, ecc. – egli ha l’impressione che uno qualunque degli avvenimenti vissuti sia durato moltissimo (“un’eternità” rispondono di solito i soggetti); se si invita il soggetto a determinare nel loro complesso di durata di questi avvenimenti riferendosi a un avvenimento dato, si ha la valutazione inversa: la durata è sempre giudicata molto più breve del reale”.

FEINBERG IRWIN, 1965, Raffronto tra le allucinazioni visive nella schizofrenia e quelle prodotte dalla mescalina e dall’LSD-25, in: Louis J. West (Ed.), Allucinazioni, Editrice Internazionale ‘Arti e Scienze’, Roma pp.87-104.
Il testo in cui è inserito questo articolo è la traduzione italiana degli Atti di un Simposio, promosso dall’Associazione Americana di Psichiatria, tenutosi nel Dicembre del 1958 a Washington e pubblicati originalmente dalla casa editrice Grune & Stratton di New York/Londra. L’intero testo rappresenta un raro (in Italia) documento sugli esperimenti e sulle teorie neurofisiologiche che cercano di spiegare il fenomeno delle allucinazioni visive, uditive, ecc., sia quelle di origine patologica, che quelle indotte mediante tecniche di privazione e di isolamento sensoriale. Nell’articolo di Feinberg sono riportati i risultati di un’indagine condotta sulla letteratura e mediante questionari, fatti compilare da malati schizofrenici soggetti ad allucinazioni visive. L’autore, come conclusione, pone in risalto la differenza sostanziale che sussisterebbe fra le allucinazioni visive degli schizofrenici e quelle indotte con la mescalina e con l’LSD nei soggetti normali.

GAGLIASSO ELENA, CLELIA BIETTI, NICOLA LALLI & ALBERTO OLIVERIO (Cur.), 1976, Psicofarmacologia alternativa. Un punto interrogativo della scienza di fronte agli stati psichedelici e di coscienza alterata, Roma, Bulzoni, 106 pp.
In questo libro sono riportati e posti a confronto due scritti: uno dell’etnologo messicano Fernando Benitez (Un viaggio rivelatore, pp. 19-34), che espone un’esperienza personale indotta da funghi allucinogeni (psilocibinici); l’altro dello psicologo Robert E. Mogar (Alienazione e psicofarmaci, pp. 35-44), che imposta un discorso critico per una psicofarmacologia alternativa. I due testi sono stati distribuiti dai curatori del libro a un campionario eterogeneo di studenti universitari romani di diverse facoltà, sottoposti in seguito a dei colloqui, di cui una selezione di stralci è riportata nel testo. Ciò che rende prezioso il libro di Gagliasso e coll. – accanto ai testi di Benitez e di Mogar – è la versione italiana del noto lavoro di Roland Fischer, A cartography of the ecstatic and meditative states, pubblicato originalmente in Science (vol. 174, pp. 897-904, 1971), riportata al termine del libro (Una cartografia degli stati estatici e meditativi, pp. 79-105). Purtroppo, la versione italiana di questo importante scritto sulla cartografia di Fischer non è integrale, essendo priva della cospicua serie di commenti e di note poste al termine del lavoro originale.

GAMNA GUSTAVO, B. BONFANTE & E. VILLATA, 1954, Autoesperienze con LSD, Rassegna Studi Psichiatrici, vol. 43, pp. 979-988.
Gli autori riportano le osservazioni personali di quattro autosperimentazioni con l’LSD (20, 50, 50, 50 ng per os), concludendone che il quadro della sintomatologia psichica indotta per ingestione di LSD in soggetti normali non è sovrapponibile ai disturbi mentali degli psicotici.

GODFREY E. KENNETH, 1974, L’LSD nella ricerca e nella terapia, Psichiatria Dinamica, vol. 1, pp. 49-63.
L’autore, uno dei pionieri nel campo dell’applicazione terapeutica dell’LSD-25 in soggetti alcolizzati, riferisce dei suoi primi esperimenti. Egli sottolinea l’importanza dell’ambiente in cui l’allucinogeno viene somministrato e dell’atteggiamento del terapeuta e del paziente nei confronti dell’esperimento, quali fattori principali per assicurare il successo del trattamento. Dai suoi esperimenti risulta che la droga raggiunge la fase più efficace quando all’ambiente si conferisce una forma più terapeutica che meramente scientifica. Applicando la terapia psicanalitica, egli raccomanda il metodo simbolico. I suoi esperimenti hanno dato risultati incoraggianti rispetto al cambiamento di carattere e di comportamento del paziente alcolista.

GODFREY E. KENNETH & HAROLD M. VOTH, 1974, L’LSD come ausiliare per la psicoterapia di orientamento psicanalitico, Psichiatria Dinamica, vol. 1, pp. 65-80.
Gli autori riferiscono di un trattamento in cui, in aggiunta alla psicoterapia di orientamento psicanalitico, è stato applicato l’LSD e offrono una breve rassegna dei risultati di studi precedenti in questo campo. L’uso dell’LSD serve ad accelerare il processo terapeutico. L’effetto dell’LSD nella terapia analitica si riassume come segue: facilitazione della regressione e della memoria, intensificazione del transfert, riduzione del tempo di resistenza, aumento della capacità d’introspezione e autosservazione. Gli autori mettono in guardia, tuttavia, dal pericolo della generalizzazione e insistono su alcune premesse a loro avviso indispensabili per il trattamento.

GOSSO FULVIO, 1981, Prospettive per un uso metodologico e terapeutico dell’LSD-25, Tesi del Corso di Laurea di Psicologia, Università degli Studi di Padova, 116 pp.
Dopo una breve introduzione storica, l’autore analizza i fenomeni preliminari riguardanti il set e il setting dell’esperienza con LSD, proseguendo la ricerca sul ‘viaggio’ in relazione alle matrici di Grof, all’esperienza trascendentale e ai possibili rischi di deviazione psicotica, concludendo con un’analisi sulla reintegrazione e le possibili applicazioni terapeutiche.

GROF STANISLAV & JOAN HALIFAX, 1978, L’incontro con la morte, Milano, Siad, 254 pp.
Dall’edizione inglese del 1977. Il primo testo di Grof che sia stato pubblicato in italiano. Interessante resoconto di ‘terapie’ (in questo caso sarebbe forse meglio parlare di ‘esperienze’) psichedeliche di malati terminali di cancro, condotto al Maryland Psychiatric Research Center di Baltimore all’inizio degli anni ‘70. Una serie di esperienze finalizzate ad affrontare l’imminenza della morte. Una capitolo è dedicato a una delle prime stesure della cartografia di Grof. Interessanti riflessioni e studi per chi si occupa della morte, dei rituali e delle concezioni escatologiche ad essa connesse. Si vedano anche: Stanislav Grof, 1988, Morte e rinascita nella schizofrenia e negli stati psichedelici, in Stanislav & Cristina Grof, Oltre la soglia, Como, Red, :62-82; Stanislav Grof, 1982, Psichiatria e sostanze psichedeliche, Psicoterapia Umana, 10.

JACOBS B., 1977, Un composto chimico affine all’LSD, Rivista Psicologia Contemporanea, vol. 24, pp. 32-34.

KAST ERICH, 1967, Il dolore e l’LSD-25. Una teoria sull’attenuazione dell’anticipazione, in: D. Solomon (cur.), LSD. La droga che dilata la coscienza, Feltrinelli, Milano, pp. 249-263.
L’autore espone e discute i risultati di uno studio clinico su 128 pazienti terminali e con forti dolori, ai quali fu somministrato dell’LSD. Fu riscontrato un generale repentino calo del dolore due o tre ore circa dopo la somministrazione della droga e questo sollievo durò mediamente 12 ore, ma l’intensità totale del dolore fu minore dell’usuale per un periodo prolungato di tre settimane. Fra le motivazioni delle proprietà analgesiche dell’LSD rientrano le capacità psicologiche di superare la barriera dell’ego e di de-concentrarsi dal singolo stimolo sensoriale, anche se questo stimolo ha un valore urgente da cui dipende la sopravvivenza.

LAING D. RONALD, 1979, Tra ‘viaggio’ e follia, in Ronald D. Laing, Intervista sul folle e sul saggio, Roma-Bari, Laterza, pp. 116-124.

LEUNER HANSCARL, 1989, Facce e maschere nell’allucinosi tossica, Psichiatria e Medicina, vol. 3(7), pp. 24-30.

LIPPI G., 1930, La Mescalina. Parte I, Rassegna di Studi Psichiatrici, vol. 19, pp. 1049-1058.
LIPPI G., 1931, La Mescalina. Parte II e III, Rassegna di Studi Psichiatrici, vol. 20, pp. 203-216 e 348-359.
Lunga rassegna critica su alcuni studi stranieri effettuati con la mescalina, in particolare quello di Zucker & Zàdor (1930, Zeit.f.ges.Neur.u.Psych.), dove trovano spazio esperimenti sia su individui normali che su malati psichici.

LORENZINI GIOVANNI, 1930, Il mescalismo, Rassegna Clinico-Scientifica, vol. 8, pp. 561-564.
Articoletto sul peyote, il suo uso tribale e i suoi effetti visionari che, sebbene poco importante dal punto di vista scientifico, destò molto interesse e curiosità fra i medici del periodo fascista.

MANGINI MARIAVITTORIA, 1999, Alcolismo e sostanze psichedeliche. La storia controversa di una terapia mai nata, Medicina delle Tossicodipendenze, vol. 22-23, pp. 20-31.
Versione originale inglese in Journal of Psychoactive Drugs, vol. 30, 1998.

MARTORANA ILARIA, 2010-11, Le sostanze psichedeliche come strumento terapeutico, Tesi di Laurea Magistrale, Facoltà di Psicologia, Università degli Studi di Torino, 142 pp.
Una buona tesi universitaria, che ha promosso la tesanda con la lode, in cui viene esposta la storia delle terapie con le sostanze psicoattive, da quella psicolitica a quella psichedelica, e con un interessante capitolo dedicato alla nuova fase sperimentale ripresa dagli anni ’90, con descrizioni delle terapie con ketamina per il trattamento delle tossicodipendenze, l’impiego della psilocibina nei disturbi ossessivo-compulsivi e negli stadi cancerogeni terminali, e l’impiego della MDMA nel disturbo post-traumatico da stress. La tesi è corredata di una valida bibliografia specialistica.

MEILCKE ANKE, 1974, Rapporto su esperienze personali con LSD e hascisc, Psichiatria Dinamica, vol. 1, pp. 89-96.
L’autrice – una giovane di umore depresso – descrive le sue esperienze con LSD e haschisch effettuate in stato di isolamento. Nonostante la componente depressiva, non si sono verificati fenomeni di mania e il soggetto è stato in grado di elaborare e integrare le proprie esperienze senza fare ricorso a psicanalisti o ad altre persone.

MIGLIACCI O.A. & A. RACITI, 1965, Trattamento antiserotoninico nella “dumping syndrome” con un derivato dell’acido lisergico, Rivista Generale Italiana di Chirurgia, vol. 6: 267.

MORSELLI G. ENRICO, 1962, Contributo allo studio delle turbe da mescalina, in AA.VV., Le psicosi sperimentali, Biblioteca di Psichiatria e di Psicologia Clinica, vol. 5, Milano, Feltrinelli, pp. 35-59.
E’ uno dei più interessanti resoconti di esperienza mescalinica, fra quelle riportate dagli psichiatri italiani. L’autore, Direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Novara, fa quest’esperienza nel 1932, con l’ingestione di 750mg di solfato di mescalina, una dose indubbiamente ‘forte’. Egli l’assume in una sola volta, verso l’una di notte, nel suo appartamento privato a Milano. L’esperienza si sviluppa particolarmente su delle allucinazioni visive progressive sempre più intense, più ‘reali’, che giungono ad ossessionarlo; egli è posseduto da impulsi aggressivi e di timore: “Non ho ormai dubbio di essermi messo in una situazione grave, senza le indispensabili precauzioni, e che va di minuto in minuto aggravandosi (..) Ho l’esatta percezione di quanto mi accade, e vorrei fare qualche cosa, predisporre una difesa qualsiasi contro la marea dilagante degli impulsi sviluppantisi e dei quali sento tutta l’estraneità”. La notte passa tra impulsi a gettarsi dal balcone e impulsi da ‘selvaggio’, tutti faticosamente repressi e la mattina egli riesce miracolosamente a raggiungere incolume la sua Clinica, dove viene accolto e sorvegliato da un collega, che costata il suo grave stato psicotico. L’esperienza delirante si affievolisce verso mezzogiorno, ma alcune delle allucinazioni vissute durante l’esperienza psicotica costituirono il motore basilare di fobie che perseguitarono l’autore ancora per un paio di mesi. Si veda anche: Enrico Morselli G., 1961, Psicosi sperimentali e schizofrenia, Annali Freniatria Scienze Affini, 24-74/1.

naranjo-viaggioNARANJO CLAUDIO, 2016, Viaggio di guarigione. Il potenziale curativo della terapia psichedelica, Spazio Interiore, Roma.
E’ la nuova edizione, italiana, del famoso libro pionieristico di Naranjo del 1973 The healing journey, dove lo psicoterapueta cileno riporta estesamente le sue terapie psichedeliche in cui impiegava MDA, MMDA, e, in maniera totalmente pionieristica e unica, armalina e ibogaina. Naranjo preferiva impiegare questi psichedelici, che chiamava onirofrenici o “amplificatori di fantasie” e che non comportano un dissolvimento dell’io, rispetto ai classici psichedelici ego-dissolutori quali l’LSD e la psilocibina. Con queste sostanze Naranjo dotava il paziente di un potenziale auto-esplorativo che lo portavano a rivelare e affrontare blocchi e traumi profondi, sino a giungere a una duratura guarigione. Un testo unico nel suo genere in italiano.

OSMOND HUMPHRY, 1967, Analisi degli effetti clinici degli agenti psicotomimetici, in: D. Solomon (cur.), LSD. La droga che dilata la coscienza, Feltrinelli, Milano, pp. 133-156.

OSMOND HUMPHRY, 1988, Su alcuni effetti clinici, in: Bailly Jean-Claude & J.P. Guimard (cur.), 1988, L’esperienza allucinogena, Bari, Dedalo, pp. 41-63. Un’acuta analisi sul potenziale – non solo terapeutico – delle sostanze “psicotomimetiche”, dall’autore che li definì come “psichedelici”.

PALMIERI M. VINCENZO & G. LACROIX, 1941, Ulteriori ricerche sull’intossicazione da mescalina, Archivio per l’Antropologia Criminale Psichiatrica e Medicina Legale, vol. 61, pp. 540-549.

PALMIERI M. VINCENZO, 1942, La mescalina e l’ebbrezza peyotilica nell’uomo, Rassegna Clinico-Scientifica, vol. 20, pp. 143-147 + 167-171.
Palmieri diresse l’equipe dell’Università di Bari che svolse diverse ricerche sulla mescalina, in particolare su animali e volte alla delucidazione della sintomatologia mortale dell’alcaloide. In questo articolo, dopo una revisione delle notizie sino ad allora acquisite in materia di storia, chimica e farmacologia del peyote (parte I), l’Autore descrive le esperienze (parte II) con 300mg di solfato di mescalina in tre volontari sani. Non appaiono esperienze molto costruttive, concentrate su valori ed eventi insignificanti, quali l’impellenza alla minzione o il bisogno di essere riaccompagnati a casa a fine esperienza per paura di farlo da solo. Gli psichiatri italiani del periodo fascista non sembrano comprendere né gli effetti né tanto meno le potenzialità terapeutiche di questo alcaloide, mentre si perdono a registrare fenomeni secondari dell’esperienza mescalinica.

ROBERTI C.E. & HANS HEYMANN, 1937, Delle allucinazioni. Parte IV. Allucinazione e sistema neuro-vegetativo, Rassegna di Studi Psichiatrici, vol. 26, pp. 245-276.
Nel corso di un lungo studio sulle allucinazioni svolto presso la Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Firenze, gli autori prendono ampiamente in considerazione quelle indotte da agenti allucinogeni, in particolare la mescalina, che viene usata per diversi esperimenti su tre gruppi di individui: 1) Individui normali (i cui resoconti sono riportati nella Parte IV del loro lavoro; 2) Individui convalescenti da psicosi di natura varia; 3) malati psichici in fase acuta (i resoconti relativi ai gruppi 2 e 3 sono riportati nella parte V del lavoro, R.S.P., 26: 353-387, qui non indicata poiché non idonea ai requisiti etici seguiti da questa bibliografia). Gli autori con questo lavoro partecipano alla diatriba “di moda” a quei tempi sulle differenze e sulle similitudini fra stati mescalinici e stati schizofrenici.

ROSE J. GILBERT, 1974, Un caso di disturbo narcisistico dell’identità con psicosi da LSD, Psichiatria Dinamica, vol. 1, pp. 81-88.
Viene descritto il caso di una paziente nella quale la madre sostituiva in parte il Super-Io. Ciò non permetteva alla paziente di procedere all’esame della realtà indipendentemente dalla madre. Sussisteva in lei la necessità di forme di percezione e di conoscenza mediante le quali la realtà venisse trasformata in esperienza sistematica. Queste forme erano determinate dalla sua psicopatologia: fantasie, fobie e “acting out” antifobico. Quando prese una ‘massiccia dose di LSD, crollarono tutti i ‘meccanismi mediante i quali ella aveva mantenuto in piedi la realtà. Doveva annullare i limiti del proprio lo, sacrificare la realtà e ritirarsi in una fusione narcisistica pre-oggettuale. Nell’alleanza terapeutica vennero ad agire gli elementi del Super-Io opposti agli elementi patogeni del Super-Io materno. Ora le era concesso di cercare e di notare ciò che le era stato proibito, ossia tutti gli aspetti della realtà non conciliabili con la sua unità narcisistica con la madre. Il rapporto terapeutico le creò norme più realistiche del Super-Io e rinforzò il suo senso d’identità.

SAVAGE CHARLES, 1967, LSD, alcoolismo e trascendenza, in: D. Solomon (cur.), LSD. La droga che dilata la coscienza, Feltrinelli, Milano, pp. 187-196.
L’autore discute sulle potenzialità terapeutiche delle esperienze trascendentali indotte dall’LSD nell’interruzione dell’alcolismo, riportando alcuni casi clinici.

SISKO BOB, 1997, Interruzione della tossicodipendenza con l’ibogaina. Quattro storie cliniche, Altrove, 4: 126-139.
Versione originale inglese pubblicata in MAPS, 4(2):15-23, 1993. L’ibogaina è il più importante principio attivo della pianta allucinogena africana iboga (Tabernanthe iboga). Da alcuni anni l’ibogaina viene studiata e utilizzata negli Stati Uniti e in alcune nazioni europee nella terapia di interruzione delle tossicodipendenze dall’eroina, dalla cocaina e dal tabacco. In questo articolo vengono descritti quattro casi di trattamento positivo con ibogaina. Questo composto è ‘allucinogeno’ e la terapia consiste nell’indurre nel tossicomane – in condizioni ambientali e assistenziali favorevoli – una profonda modifica del suo stato di coscienza, tale da facilitare un decisivo atto di presa di coscienza di se e della sua condizione di tossicomane.

SOGLIANI G. & P. SAGRIPANTI, 1957, La dietilamide dell’acido lisergico e la mescalina in psichiatria. Parte I, Neuropsichiatria, vol. 13, pp. 149-203.
Lunga dissertazione sugli effetti farmacologici e psicologici dell’LSD e della mescalina. Dopo una rassegna storica degli studi sulla entrambi gli allucinogeni, vengono analizzate le modificazioni elettroencefalografiche e le differenze fra i due allucinogeni, considerate lievi. Trattazione di spiccato taglio psichiatrico, affetto da forzatura volta a dimostrare la “schizogenicità” e la “schizofrenosimilarità” degli effetti degli allucinogeni, tipica della scuola psichiatrica italiana di quei tempi. La bibliografia è situata in fondo alla Parte II. La Parte II (medesimo volume, pp. 449-507) è qui inserita nella sezione “Lavori esclusi” poiché, riportando i risultati di esperimenti svolti su pazienti psichiatrici non consenzienti, non rispetta i principi etici adottati nella stesura della presente bibliografia (cfr. Introduzione).

STRASSMANN J. RICK, 1997, Le droghe allucinogene nella ricerca e nel trattamento psichiatrico, Altrove, vol. 4, pp. 81-113.
Versione originale inglese in Journal Nervous Mental Diseases, vol. 183, pp. 127-138, 1995. Rassegna approfondita sulla ricerca psicofarmacologica e psicoterapia con allucinogeni, corredata da un’ampia bibliografia. Viene discusso il dibattuto rapporto che si è voluto vedere fra allucinogeni e schizofrenia e sono presi attentamente in considerazione gli effetti negativi (acuti, sub-acuti e cronici) che si possono presentare nel corso dei trattamenti.

TONINI GIUSEPPE & C. MONTANARI, 1955, Effetti psichici della monoetilamide dell’acido lisergico (LAE 32), Giornale di Psichiatria, vol. 83, p. 355.
TONINI GIUSEPPE, 1962, Psicosi sperimentali e produzione artistica, in AA.VV., Le psicosi sperimentali, Biblioteca di Psichiatria e di Psicologia Clinica, vol. 5, Milano, Feltrinelli, pp. 221-235.
L’autore, psichiatra, descrive due autosperimentazioni con la mescalina, eseguite con lo scopo di dipingere sotto l’effetto di questa sostanza psichedelica e di studiare analogie e differenze fra lo ‘psicoma’ mescalinico e le patologie schizofreniche. Nella prima esperienza, egli ingerisce 900 mg di solfato di mescalina, una quantità eccessiva per qualunque prima esperienza con questa sostanza. A causa dell’impreparazione per l’elevata dose, l’autore non solamente non è in grado di dipingere, ma tenta anche di fuggire dalla clinica psichiatrica in cui si svolge l’esperimento, prontamente bloccato dai colleghi, che lo riconducono sul setting obbligato dell’esperienza. Tuttavia, la sua esperienza appare meno infruttuosa di quella riportata da Ceroni nel 1932, avendo il Tonini riportato in seguito che “al di fuori dei periodi in cui i fenomeni deliranti si esacerbavano, il cielo, la terra ed ogni altra cosa entrasse nel campo percettivo, offrivano ai sensi ed alla considerazione particolari estremamente interessanti e pieni di significazione (..) Io solo comprendevo il mistero della vita costituito dai profondi ed arcaici legami che univano l’Io pensante ai solchi scavati dall’aratro e ai segni dei muri densi di storia umana” (p. 229). Nella seconda esperienza, eseguita un anno dopo, l’autore ingerisce ‘solamente’ 400 mg di solfato di mescalina, ricavandone un’esperienza meno conflittuale, che gli permette di dipingere e di disegnare. Segue una discussione del materiale artistico prodotto (il testo è corredato con una dozzina di immagini a colori) e l’analisi del materiale ‘psicogeno’ che da questo traspare. Nonostante le numerose affinità con le patologie schizofreniche, l’autore pone anche l’accento su una differenza peculiare dell’esperienza psichedelica: “la psicosi indotta da mescalina e LSD è un fenomeno essenzialmente lucido“. Infine, egli fa una constatazione riguardo all’inadeguatezza del termine ‘allucinogeni’ nell’indicare questo tipo di sostanze, in quanto i fenomeni allucinatori rappresentano solo una parte dell’intera esperienza psichedelica.

UNGER M. SNAFORD, 1967, Mescalina, LSD, psilocibina e mutamenti della personalità, in: D. Solomon (cur.), LSD. La droga che dilata la coscienza, Feltrinelli, Milano, pp. 205-235.
L’autore, psicologo statunitense, analizza i mutamenti di personalità che possono essere indotti dalle esperienze con gli psichedelici, prendendo spunto dalla letteratura antropologica delle popolazioni tradizionali che fanno uso di vegetali allucinogeni e dalla casistica psicoanalitica e clinico-psichiatrica.

VETERE CARLO, 2000, L’uso terapeutico di sostanze allucinogene, Bollettino Farmacodipendenze e Alcoolismo, vol. 23(1), pp. 88-91.

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