Allucinogeni – Solanacee

Hallucinogens – Solanaceae

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BIBLIOGRAFIA ITALIANA COMMENTATA SU ALLUCINOGENI E CANNABIS

ITALIAN ANNOTATED BIBLIOGRAPHY ON HALLUCINOGENS AND CANNABIS

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solanaceeFra gli allucinogeni vegetali le solanacee psicoattive rappresentano il più folto gruppo. Si tratta di specie velenose, oltre che allucinogene; a certi dosaggi gli effetti sull’uomo sono prevalentemente psicoattivi, mentre con dosaggi a volte di poco superiori subentrano effetti maggiormente tossici per il corpo, anche letali. I principi attivi sono gli alcaloidi tropanici scopolamina e atropina. Per ciò che riguarda il loro effetto psichico, queste piante inducono un tipo particolare di esperienza e non è un caso che alcuni studiosi le abbiano classificate in una categoria a parte, quella dei ‘delirogeni’. Le solanacee allucinogene sono utilizzate dai tempi preistorici come strumenti divinatori e medicine dagli effetti portentosi. Nelle Americhe le dature sono largamente usate nei riti iniziatici e in altri tipi di cerimonie religiose. Possono essere considerati come gli allucinogeni più diffusi nel Nuovo Mondo. Presso le culture del bacino del Mediterraneo la mandragora possiede una lunga tradizione come pianta magica, afrodisiaca, allucinogena e medicinale. E’ una delle più rinomate piante della stregoneria medievale europea, ma le sue virtù sono note sin dal II millennio a.C. Conosciuta dagli antichi Germani, dai Greci e dai Romani, è stata suggerita l’identificazione della mandragora con l’enigmatica erba molyOdissea di Omero. Altre solanacee allucinogene presenti in Italia sono il giusquiamo (Hyoscyamus) e la belladonna (Atropa belladonna).

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ARIETTI NINO, 1966, La favoleggiata mandragora nella leggenda e nella realtà, Annali Museo Civico Storia Naturale Brescia (Natura Bresciana), vol. 3, pp. 14-17.
Dopo una breve panoramica degli aspetti storici di questa citatissima solanacea, l’autore, che fu botanico illustre, ne considera gli aspetti legati alla botanica ed alla sistematica.

BORGHINI ALBERTO, 1986-87, La Mandragola e il cane: sulla leggenda simbolica dell’equivalenza, Annali Facoltà Lettere Filosofia Università degli Studi di Perugia, st.cl., vol. 24, pp. 7-24.
Interessante saggio sulla leggenda della mandragora e della sua raccolta con l’aiuto di un cane, dove l’autore espone il sistema di corrispondenze al cui centro si pone la mandragora in quanto “significante culturale e pivot simbolico”.

BORGHINI ALBERTO, 1997, L’estrazione della mandragora nel folklore pistoiese. A proposito di mandragola e quercia, Le Apuane, vol. 34, pp. 116-121.
In alcune varianti della pratica folklorica della raccolta della mandragora mediante un cane, questo animale è sostituito con un bastone di quercia. L’autore dimostra come esista un “rapporto di equipollenza nonché di intercambiabilità” fra il cane e il bastone di quercia, dovuto al “complesso ‘agglomerato’ semiotico costituitosi culturologicamente attorno all’immagine della mandragora”, intesa questa come nucleo significante che sta al crocevia di diversi possibili percorsi simbolico-associativi.

BORGHINI ALBERTO, 1998, Convergenze paradigmatiche e sovrapposizioni significanti: mandragola e rettili, Le Apuane, vol. 36, pp. 45-64.
L’autore studia le “corrispondenze incrociate” che sussistono fra certi racconti relativi alla mandragora e alcune tradizioni folkloriche relative a serpenti dall’occhio luminoso. Come quest’ultimo essere fantastico, anche la mandragora era ritenuta emettere di notte una luce, che permetteva a chi la cercava di trovarla e poterla così raccogliere. Vengono esposte anche delle credenze folkloriche che mostrano equivalenze simboliche fra la mandragora e il rospo. Come per gli altri articoli del medesimo autore, insieme a documenti dell’antichità classica, sono esposti documenti folklorici con preferenza all’area delle Alpi Apuane, oltre che della Francia e della Svizzera.

BORGHINI ALBERTO, 2000, “Seminare le mandragore per i boschi”. Antefatti folklorici di un modo di dire, Le Apuane, vol. 39, pp. 143-145.
L’autore spiega un modo di dire toscano in voga nel sedicesimo secolo (“seminar pe’ boschi le mandragore”), che significava “masturbarsi”, con la diffusa credenza che la mandragora originava nel luogo dove cadeva lo sperma di un impiccato.

BORGHINI ALBERTO & GIANLUCA TORO, 2010, Mandragora, salamandre e rettili: elementi di corrispondenza, Lares, vol. 76, pp. 127-148.
Un interessante saggio dove gli autori pongono in evidenza la relazione simbolica e folclorica fra la mandragora e la salamandra nel folclore italiano – nello specifico essi parlano di una loro sorta di “parallelismo-equipollenza”, passando fra le similitudini associative con le acque, con la forma di un bambino in fasce, la miracolosità e la buona sorte, l’emanazione della luce notturna e altri temi che avrebbero entrambi i due simboli, incluse affini proprietà medicinali. L’articolo è l’occasione per gli autori di presentare una cospicua serie di dati etnografici, diversi dei quali ottenuti di prima mano nel corso delle ricerche demologiche.

BROGGINI M., M.L. LORENZINI, A. REINA, V. BOTTÀ & M.G. MEZZETTI, 1987, Intossicazione acuta da Datura stramonium, Acta Anaesth.Ital., vol. 38, pp. 639-643.
Gli autori descrivono un caso di intossicazione acuta dovuta all’ingestione di un infuso di stramonio da parte di un giovane. Il paziente fu ricoverato in stato di coma, dal quale emerse in breve tempo senza conseguenze psicologiche particolari. Fu invece rilevata un’epatite tossica acuta (nell’articolo non viene però considerata la possibilità che si tratti di una situazione particolare, legata allo stato del soggetto), causata – secondo gli autori – dall’acido tannico contenuto nella Datura.

CAMILLA GILBERTO, 1995, Le erbe del diavolo I. Aspetti antropologici, Altrove, vol. 2, pp. 105-115.
L’autore espone i dati etnobotanici relativi ad alcuni utilizzi tradizionali per scopi magici e religiosi di specie allucinogene dei generi Datura, Brunfelsia e Brugmansia, ambientati soprattutto nel Nuovo Mondo.

CARBONARO GIUSEPPE, 1934, Contributo allo studio delle piante medicinali. La Belladonna della Calabria, Atti Reale Accademia Peloritana Messina, vol. 35, pp. 187-208.
L’autore analizza la stirpe di Atropa belladonna che cresce in Calabria dal punto di vista farmacologico e farmacognostico, concludendo la corrispondenza di questa con la Belladonna iscritta nella Farmacopea e la sua piena possibilità d’impiego in fitoterapia.

CATTANEO ANTONIO, 1834, Principi alcaloidi della famiglia delle Solanee, Biblioteca di Farmacia, Chimica, Fisica, Medicina, Chirurgia, Terapeutica, Storia Naturale, ecc., vol. 1, 2° s., pp. 250-268.
Lavoro dal valore puramente storico, di riepilogazione delle conoscenze sino allora conseguite di carattere chimico-fisico sugli alcaloidi atropina, giusquiamina, daturina e solanina, in vista del concorso indetto nel 1834 dalla Società di Farmacia di Parigi, relativo allo studio degli alcaloidi delle Solanaceae.

CIACERI GIOVANNA, GIUSEPPA ATTAGUILE & FRANCESCA SAVOCA, 1979, Prime ricerche sul contenuto in alcaloidi tropanici della Salpichroa rhomboidea Miers., Bollettino Accademia Gioenia (Catania), vol. 88, pp. 293-297.
Viene riportata la presenza di d,l-iosciamina e scopolamina in esemplari della solanacea sudamericana Salpichroa rhomboidea che cresce in Sicilia.

COMINELLI CARLO, ANGELO GIORGI, SALVATORE LENTINI & PIE PAOLO MERLIN, 2004, Per una storia della mandragora nell’immaginario della Valcamonica (Italia settentrionale), Eleusis, vol. 8, pp. 3-42.
COMINELLI CARLO, ANGELO GIORGI, SALVATORE LENTINI & PIER PAOLO MERLIN, 2006, Cólligo et collìgo. La dimensione liminare della mandragola nell’immaginario della Valcamonica, in: CRAAC (cur.), Extremo Die. Appunti di antropologia della morte in Valcamonica, Imprimitur Editrice, Padova, pp. 161-207.
In Valcamonica, in un contesto tipicamente alpino-prealpino, è stato rinvenuto un significativo corpus di documenti inerenti l’immaginario connesso alla mandragora. Vengono qui presentati documenti perlopiù inediti, di diversa natura (tradizioni popolari, attribuzioni, iconografia graffita su roccia e su affresco), che testimoniano una presenza e una funzione specifica dell’immaginario della pianta nella società contadina – ormai residuale – del posto e nella storia della Valcamonica. Si tratta di dati sulle credenze sulla mandragora, raccolte fra gli anziani, che svelano nuovi aspetti della sfera simbolica associata a questa pianta. Per il mondo contadino di questa valle e, quasi certamente, di altri luoghi (Lago di Garda, Appennino piacentino), la mandragora ha rivestito il ruolo di pianta “misteriosa” che portava la pioggia, soprattutto quando veniva inavvertitamente sfalciata. Di notevole interesse, inoltre, la raffigurazione della mandragora fra le incisioni rupestri del periodo medievale.

CREDALI ADELVALDO, 1967, Il castelliere d’Ombria e la mandragola, Archivio Storico Province Parmensi, vol. 19, pp. 76-78.
Questo articolo è un mezzo plagio nei confronti di un più antico articolo scritto da Vittorio Rugarli nel 1894 (si veda Rugarli a questa sezione), dato che il Credali ne utilizza il medesimo titolo e non cita la fonte bibliografica da cui ha preso ispirazione per scrivere il suo inutile lavoro; inutile, poiché non discute – e nemmeno sarebbe stato in grado di discutere – gli importanti dati etnografici sulla mandragora riportati dal Rugarli, pur dando ad intendere di occuparsene avendo inserito la parola “mandragola” nel titolo. Tipico comportamento di coloro che, pur di aumentare il numero delle proprie pubblicazioni, scopiazzano nascostamente di quà e di là senza dire alcunché di nuovo e magari attribuendosi meriti altrui.

DE CONNO E., 1941, Azione dei concimi chimici sulla concentrazione dei principi attivi (alcaloidi totali) nella radice di Atropa belladonna, Bullettino Orto Botanico Università di Napoli, P. II, vol. 15: 73.

DE GROETZ MALY, 1847, Datura stramonium come antifrodisiaco, Annali di Chimica Applicati alla Medicina, vol. 5 (3°s.), pp. 181-182.
Dalla versione originale pubblicata nel marzo del 1847 sulla rivista francese Annales Medico-psychiatriques. L’autore rileva come lo stramonio, nonostante a dosi elevate provochi “una disposizione estrema ai piaceri dell’amore”, a dosi più basse esso farebbe scomparire “gli accidenti spasmodici più gravi della eccitazione nervosa negli organi sessuali”. Egli afferma di aver guarito in breve tempo numerosi casi di ninfomania, prescrivendo bagni vaginali (nelle cui acque vengono diffuse gocce di tintura alcolica di datura). Secondo l’autore, questi dati confermerebbero i risultati ottenuti dal francese Moreau, riguardo al trattamento delle allucinazioni con l’allucinogena datura.

DE PASQUALE A., 1963-65, Contributo allo studio delle piante medicinali della Sicilia. Il Giusquiamo bianco (Hyoscyamus albus L.). I. Ricerche farmacognostiche, Lavori Istituto Farmacognosia Università di Messina, vol. 3, pp. 61-92.
DE PASQUALE A., 1963-65, Ricerche farmacognostiche sulla Datura metel L. che cresce in Sicilia. I. Il fiore, Lavori Istituto Farmacognosia Università di Messina, vol. 3, pp. 107-121.
DE PASQUALE A., 1963-65, Ricerche farmacognostiche sulla Datura metel L. che cresce in Sicilia. II. La radice, Lavori Istituto Farmacognosia Università di Messina, pp. 141-149.
DE PASQUALE A., n.d., Ricerche farmacognostiche sulla Datura arborea L. I. Il fiore, Lavori Istituto Farmacognosia Università di Messina, pp. 123-139.
DE PASQUALE A., 1963-65, Contributo allo studio delle piante medicinali della Sicilia. Il Giusquiamo bianco (Hyoscyamus albus L.). II. Ricerche chimico-analitiche, Lavori Istituto Farmacognosia Università di Messina, pp. 163-182.
Nei primi anni ‘60 l’autore condusse una serie di attenti studi etnobotanici e farmacognostici su alcune solanacee vegetanti in Sicilia: i risultati furono poi pubblicati in più parti sui Lavori dell’Istituto di Farmacognosia dell’Università di Messina. Cfr. anche Fassina, 1961.

DALL’OLIO G., 1965-67, Modificazioni indotte dall’ablazione dei fiori e dall’idrazide maleica sulla crescita e la formazione degli alcaloidi di Datura stramonium L., Atti dell’Accademia delle Scienze di Ferrara, vol. 43-44, pp. 219-230.
L’Autore ha dimostrato che le piante private dei fiori hanno un notevole sviluppo vegetativo che porta a un sensibile incremento in tutti gli organi e della concentrazione di alcaloidi tropanici.

DONATELLI LEONARDO & LIA CISBANI, 1938, Raffronti tra dosaggio chimico e dosaggio biologico degli alcaloidi della radice di belladonna toscana, jugoslava e bulgara, Archivio Italiano di Scienze Farmacologiche, vol. 7, pp. 324-354.
Lavoro di paragone della potenzialità terapeutica fra diverse fonti di radice di Atropa belladonna, per l’applicazione nella cosiddetta “cura bulgara”, cioè nella cura del Parkinsonismo. Il contenuto di alcaloidi tropanici nella radice della pianta è risultata dello 0,35% nei campioni toscani, 0,43% in quelli jugoslavi, e 0,47-0,52% in quelli bulgari.

ELIADE MIRCEA, 1975, Il culto della mandragora in Romania, in: M. Eliade, Da Zalmoxis a Gengis-Khan, Roma, Ubaldini, pp. 180-198.
ELIADE MIRCEA, 1988, Gayômart, Adamo e la mandragola, in: M. Eliade, Spezzare il tetto della casa. La creatività e i suoi simboli, Milano, Jaca Book, pp. 159-169.
ELIADE MIRCEA, 1990, La Mandragola e i riti della “nascita miracolosa”, in: M. Eliade, I riti del costruire, Milano, Jaca Book, pp. 115-165.
L’autore, nel corso della sua lunga ricerca nel campo della storia delle religioni, ha in più occasioni svolte indagini sulla mandragora. Nel primo dei lavori qui presentati egli raccoglie alcuni motivi del folclore rumeno, che rappresentano vestigia di un antico culto rivolto a questa pianta dalle proprietà afrodisiache e magiche. Nel secondo, Eliade analizza un mito iranico, quello di Gayomart (Adamo), che contiene interessanti paralleli con la leggenda della mandragora per come è nota in Europa. Nel terzo lavoro sono raccolti alcuni capitoli di un libro progettato ma non completato dall’autore (La Mandragora e l’Albero Cosmico); in questi egli raccoglie e compara mitologie e leggende arabe, mediorientali e cinesi, strutturalmente affini alla leggenda europea della mandragora, evidenziandone i temi comuni, associati a un più arcaico mito della Creazione in cui la pianta ricopriva un ruolo chiave.

FASSINA GIULIANA, 1960-61, Farmacognosia comparata delle Dature, Atti Istituto Veneto Scienze Lettere Arti, vol. 119, pp. 451-505.
Lavoro italiano classico per quanto concerne la farmacognosia del genere Datura, ancora oggi attuale nelle descrizioni botaniche e nel riconoscimento delle diverse specie. Sono riportati anche i dati biochimici relativi a ciascuna specie e un’approfondita analisi delle fluttuazioni giornaliere e stagionali delle concentrazioni dei principi attivi nelle diverse parti della pianta.

FESTI FRANCESCO, 1995, Le erbe del diavolo. II. Aspetti biochimici e farmacologici, Altrove, vol. 2, pp. 117-145.
Sintetica rassegna sugli aspetti botanici, chimici e farmacologici delle solanacee utilizzate come agenti di modificazione di coscienza, ponendo particolare attenzione alle specie europee. Contiene anche una bibliografia in lingua italiana sulle solanacee psicoattive. Per la prima parte si veda Camilla 1995, a questa medesima sezione.

FESTI FRANCESCO, 1996, Scheda Psicoattiva V – Scopolia carniolica Jacq. / Psychoactive Card – Scopolia carniolica Jacq., Eleusis, n. 5, pp. 34-45.
L’Autore espone un’esaustiva rassegna delle conoscenze botaniche, etnobotaniche, biochimiche e farmacologiche di questa pianta della famiglia delle Solanaceae che, per il suo contenuto in alcaloidi tropanici (in particolare iosciamina e scopolamina), è da considerare una pianta psicoattiva, inducente effetti simili a quelli indotti dalle dature e dalle altre solanacee allucinogene. Diffusa soprattutto nell’Europa orientale, la sua presenza in Italia è stata registrata in Piemonte, nella provincia di Biella.

FLACCOMIO E., 1939, L’erba degli stregoni, Rivista E.P.P.O.S., vol. 21, pp. 166-168.
Breve ma interessante rassegna degli usi tradizionali delle dature nel mondo come droghe psicoattive, con riferimenti alla presenza delle diverse specie di datura in Sicilia.

GATTI G. & R. CAJOLA, 1940, L’erba degli stregoni, Rivista E.P.P.O.S., vol. 22, pp. 35-36.
Breve rassegna sugli usi e sui miti della mandragora in Europa a partire dai tempi classici.

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IZZI MASSIMO, 1987, La radice dell’uomo. Storia e mito della Mandragora, Roma, Ianua, 166 pp.
L’Autore espone un’attenta analisi sugli aspetti mitologici e sulle valenze simboliche della mandragora, soffermandosi di volta in volta sulla documentazione egiziana, ebraica e testamentaria, greco-romana, sino a quella dei periodi medievali. Il testo è arricchito da un prezioso repertorio iconografico e da un’eccellente bibliografia.

LEVORATO C., 1968, Separazione e determinazione degli alcaloidi tropanici nelle forme farmaceutiche contenenti estratti di Solanacee officinali, Bollettino Chimica Farmaceutica, vol. 107, pp. 574-578.
Viene descritto un metodo per la determinazione quantitativa dei singoli alcaloidi tropanici, presenti nei diversi estratti di belladonna, giusquiamo e stramonio, e nei preparati farmaceutici che li contengono.

LORENZETTI LUCA, 2005, “ETRUSCO” ΦΑΒΟΥΛΩΝΙΑ ‘giusquiamo’ (Dioscoride 4, 68), Archivio Glottologico Italiano, vol. 90, pp. 230-235.
Un dotto e ardito studio etimologico sulla terminologia associata alla pianta del giusquiamo, che prende spunto dal passo della Materia Medica di Dioscoride, dove questa pianta ha come fitonimo fabonlonia, che alcuni studiosi sospettano in parte d’origine etrusca. L’autore propone invece un’origine latina derivata dall’incrocio del termine celtico belenion con il termine latino faba o anche fabulus.

MAUGINI E., 1959, Ricerche sul genere Mandragora, Nuovo Giornale Botanico Italiano, vol. 66, pp. 34-60.
Interessante lavoro sul genere Mandragora, di cui vengono analizzati gli aspetti storici, chimici, farmacognosici e sistematici.

mazzarello

MAZZARELLO PAOLO, 2013, L’erba della regina. Storia di un decotto miracoloso, Bollati Boringhieri, Torino, 190 pp.
E’ la storia della cosiddetta “cura bulgara”, usata dopo la Prima Guerra Mondiale nella cura dell’encefalite letargica, una malattia di probabile origine virale che dilagò in tutt’Europa. La “cura bulgara” era a base di radici di Atropa belladonna ed era stata scoperta da un curatore tradizionale bulgaro, Ivan Raev. L’interessamento per questa cura della Regina Elena – moglie di Vittorio Emanuele III – fece si che venisse conosciuta e applicata in Italia. Con l’avvento del fascismo e della sua politica autocratica e con l’accertamento che la belladonna che cresce in Italia è equivalente a quella che cresce in Bulgaria, la “cura bulgara” fu velocemente chiamata “cura bulgaro-italiana” e quindi “cura italiana”, per poi venire riconosciuta nella sua validità in tutt’Europa e in altre nazioni del mondo.

MEDORO S., 1840, Intorno all’estratto di giusquiamo. Osservazioni cliniche, Venezia, Tipogr. Andreola, 15 pp.

MONFORTE FRANCESCO, 1934, Contributo allo studio delle piante medicinali. Il Giusquiamo di Sicilia (Hyoscyamus albus L.), Atti Reale Accademia Peloritana Messina, vol. 36, pp. 183-203.

OLIVIERI A. TULLIO, 1965, Sugli alcaloidi della Duboisia Myoporoides e derivati, Mondo Farmaceutico, vol. 5(2), pp. 59-62.
Vengono descritti gli alcaloidi atropinici di questa solanacea psicoattiva diffusa in Australia e Nuova Caledonia.

POLLIO ANTONINO, GIOVANNI ALIOTTA & E. GIULIANO, 1988, Etnobotanica delle Solanacee allucinogene europee, in: Atti del Convegno Internazionale di Storia della Farmacia, Accademia Italiana di Storia della Farmacia, Piacenza, pp. 217-219.
Breve rassegna sugli aspetti botanici e chimici delle solanacee psicoattive europee.

PRADO PATRICK, 2005, Il jilgré (Datura stramonium): una pianta allucinogena, marcatore territoriale a Morbihan (Bretagna, Francia settentrionale), Eleusis, n.s., 9: 21-37.
Durante le inchieste realizzate a Morbihan sulle migrazioni fra campagna e città negli anni 1970-1980, è apparsa una società segreta di uomini, che li riunisce in certi luoghi e in certe circostanze attorno a un preparato allucinogeno a base di sidro e di datura: stramoine in francese, jilgré in bretone. Gli elementi che definiscono l’uso del jilgré sono: il genere, la lingua, il mestiere, l’età, il luogo domestico, il tipo di bevanda, il segreto, il territorio. Sotto molteplici denominazioni questa pianta segreta – stramonio, detta datura, “plante à taupe”, “plante à sorcier”, jilgré, ma anche “herbes d’or”, “plante de lune”, plante à sommeil”, endormeuse, savanne, oublie, “herbe d’égare”, yoten bretone, endourmido provenzale, burladora portoghese, ecc. – non è forse ancora scomparsa dalla cultura rurale francese e d’Europa.

QUILICI VANNA, 1958, Il contenuto in atropina di Atropa belladonna di varie provenienze italiane nell’intento di una selezione di ceppi fisiologicamente più attivi, Nuovo Giornale Botanico Italiano, n.s., vol. 65, pp. 16-22.
L’Autrice valuta il contenuto di atropina in campioni di belladonna raccolti in venticinque località distribuite nel territorio italiano. La concentrazione di atropina nelle foglie secche è risultato variare dallo 0,09% in un campione raccolto in provincia di Benevento, allo 0,60% di un campione raccolto al Passo del Lupo, nella provincia di Modena. L’Autrice ipotizza che i campioni raccolti al Parco Nazionale dell’Abruzzo, dell’Aspromonte e dell’Alto Metauro (Pesaro), tutti particolarmente ricchi di alcaloidi, facciano parte di tre ceppi di belladonna differenziatisi geneticamente. L’altitudine a cui cresce la pianta non sembrerebbe influenzare la quantità di alcaloidi totali.

RAHNER HUGO, 1971, La mandragora, l’eterna radice umana, in: H. Rahner, Miti greci nell’interpretazione cristiana, Bologna, Il Mulino, pp. 249-304
 Questo e il capitolo precedente (“Moly, l’erba di Hermes che risana le anime”) del libro di Rahner (tradotto dall’originale tedesco nel 1957) erano inizialmente riuniti in un unico lavoro, “Die Seelenheilende Blume. Moly und Mandragora in antiker und christlicher Symbolik”, Eranos Jahrb., vol. 12, pp. 117-239, 1945. Il moly è una pianta magica che, in un famoso passo dell’Odissea di Omero, il dio Hermes dona a Ulisse, affinché questi possa proteggersi dagli incantesimi della maga Circe. Durante i secoli si è dibattuto molto circa l’identificazione del moly e i più hanno voluto vedervi la mandragora, altri la ruta siriaca (Peganum harmala), altri ancora una derivazione dell’Haoma (Hum) persiano, la bevanda dell’immortalità affine al Soma vedico. In questi due capitoli del suo libro, Rahner svolge un’analisi approfondita delle mitologie associate al moly e alla mandragora e dell’evoluzione delle loro sfere simboliche nel processo di ‘cristianizzazione’ a cui furono soggette queste due piante magiche.

RAIMONDI A., 1948, Sui metodi di dosaggio degli alcaloidi della Belladonna, Fitoterapia, vol. 29(2).

RÄTSCH CHRISTIAN, 2001, Scheda Psicoattiva XIV: Latua pubiflora (Gris.) Baillon, Eleusis, n.s., vol. 5, pp. 159-166.
Sono raccolti i dati etnobotanici di questa pianta solanacea psicoattiva, utilizzata tradizionalmente dai Mapuche del Cile.

RE DANIELE & STEFANO TREGGIARI, 2004, Sulle tracce dell’erba antimonia. La mandragora nel folclore dell’Appennino Centrale (Italia), Eleusis, n.s., vol. 8, pp. 43-54.
Sui Monti Sibillini una recente ricerca sul campo volta alla registrazione e catalogazione della tradizione orale folklorica, ha fatto emergere elementi sconosciuti e per certi versi eccezionali nel campo delle conoscenze etnobotaniche. Dai racconti degli anziani è risultata ancora viva la conoscenza di una pianta che ha tutte le caratteristiche della mitica mandragora, una pianta che molti chiamano “antimonia”. L’antimonia ha la forma di una donna o anche di una “sirena del mare”. Quando viene carpita, “provoca spaventose tempeste e provoca la morte di chi osa stapparla da terra. Per compiere questa operazione occorre servirsi di un cane legato alla radice con uno spago o una fune. Nel compiere questo gesto il cane viene destinato alla morte. Nonostante questo la pianta strappata da terra emette un grido straziante”. Sono evidenti i nessi con tutta la tradizione simbolica legata alla mandragora. Ma v’è di più. Secondo alcune testimonianze l’antimonia, se tagliata, “produce sangue”. Secondo altre ha la forma di un “bambino che sta nella terra”. Elementi nuovi che in qualche modo arricchiscono una tradizione simbolica già vastissima e che vale la pena di approfondire in quanto, forse, legati a miti autoctoni di origine della pianta.

ROVESTI PAOLO & FRANCO VENEZIANI, 1940, Ricerche sperimentali su alcune droghe medicinali dell’Impero. 7. Le foglie ed i semi di stramonio dell’A.O.I.Rivista Italiana E.P.P.O.S., vol. 22, pp. 37-42.
Curioso articolo impregnato di apologia fascista, in cui viene “dimostrata” la buona qualità della datura stramonio coltivata nell’allora colonia italiana dell’Eritrea, volto a dimostrare le potenzialità autarchiche dell'”Impero” fascista ache nel campo delle piante medicinali. Sono riportati interessanti dati circa le conoscenze di questa pianta da parte degli Eritrei e degli Etiopi.

RUGARLI VITTORIO, 1894, La “Città d’Umbria” e la Mandragola, Rivista delle Tradizioni Popolari Italiane, vol. 1(4), pp. 342-345.
Gli eventi raccontati in questo articolo sono localizzati nella zona montana della provincia di Piacenza. Nel 1892 tre studiosi si cimentano in saggi di scavo archeologico attorno a delle rovine – chiamate dalla popolazione locale “città d’Ombria” – che si trovano sotto al monte Pizzo d’Oca. Nel corso degli scavi si scatena una forte bufera con grandine, che danneggia le culture dei contadini di quella regione. I contadini attribuiscono la colpa della grandinata ai tre studiosi, in quanto secondo loro avrebbero sradicato la mandragora che cresce nei dintorni delle rovine e, radunatisi, salgono inferociti il monte con le forche per scagliarsi contro gli scavatori, i quali riescono a mala pena a fuggire e a mettersi in salvo. Nel raccontare l’evento, il Rugarli riporta credenze popolari sulla mandragola importanti per lo studio etnobotanico di questa pianta, oltre a mostrare quanto queste credenze fossero ancora vive alla fine dell’800.

RUSPINI GIOVANNI, 1865, Avvelenamento coll’atropina, Annali di Chimica Applicata alla Medicina, vol. 41 (3°s.), pp. 354-356.
In questo articolo è descritto un curioso caso d’intossicazione da alcaloidi della belladonna (Atropa belladonna L.), verificatosi in Inghilterra e che ebbe conseguenze giuridiche. Un uomo caccia e cattura un coniglio e lo dà alla moglie per cucinarlo. Dopo averlo mangiato, la moglie e altri parenti che hanno partecipato al pranzo restano intossicati seriamente e sono ricoverati in ospedale. Il marito è di conseguenza accusato di tentato omicidio, ma in seguito assolto, poiché viene riconosciuto che il veleno atropinico non era stato intenzionalmente aggiunto al pasto dall’uomo, bensì si trovava nel corpo del coniglio al momento in cui fu catturato e ucciso. I conigli possono cibarsi impunemente di foglie di belladonna, ma la loro carne si impregna degli alcaloidi presenti nella pianta. L’articolo di Ruspini era stato ripubblicato in Eleusis, n. 3, 1995, pp. 29-30, con il titolo “Belladonna e conigli”.

SAMORINI GIORGIO, 1998, Gli allucinogeni nel mito: mandragora, in: E. Zolla (cur.), Il dio dell’ebbrezza. Antologia dei moderni Dionisiaci, Einaudi, Torino, pp. 357-361.
L’autore riporta e discute i miti relativi alla mandragora tratti dalla letteratura egiziana antica a quella medievale europea.

SAMORINI GIORGIO, 2017, Odori sensuali: il profumo del frutto della mandragora, Erboristeria Domani, N. 401, pp. 76-83.
Nell’antichità occidentale la mandragora era nota per gli usi e le superstizioni legate alla raccolta del suo rizoma. Nel contesto culturale medio-orientale è invece  il frutto ad attrarre, per il suo profumo ammaliante, e per le proprietà stimolanti e inebrianti, al punto da essere un riferimento costante nella rappresentazione pittorica, poetica e religiosa dell’antico Egitto, e nel Levante mediterraneo è sempre il frutto a essere connesso con credenze legate alla procreazione. Nonostante vi sia chi si ciba impunemente dei frutti maturi, la variabilità del suo profilo fitochimico ne deve fare sconsigliare il consumo, come dimostrano diversi casi di intossicazioni.

SAMORINI GIORGIO, 2017, Stramonio. Diavolerie e novità etnobotaniche, Erboristeria Domani, N. 403, pp. 76-86.

In questo articolo l’autore riassume le novità delle indagini di questa specie di datura. Viene confutata la tesi di alcuni botanici secondo i quali nessuna specie del genere Datura era presente fuori dalle Americhe prima di Colombo, mettendo in evidenza ritrovamenti archeologici europei di resti di stramonio dell’Età del Bronzo, di cui è ignara la maggior parte degli studiosi che si sono occupati della storia delle dature. Vengono esposti anche i risultati di alcune recenti indagini biochimiche, che hanno portato all’identificazione nella pianta dell’amfetamina e suoi derivati e di un catinone, accanto agli alcaloidi tropanici tipici dello stramonio.

pierre sermoise

SERMOISE PIERRE (de), 1984, Giovanna d’Arco e la mandragora, Feltrinelli, Milano, 262 pp.
Dall’edizione originale francese del 1983 (Éditions du Rocher, Monaco). Interessante saggio su Giovanna d’Arco, dove l’autore propone una rilettura della storia della “pulzella di Francia”, mediante l’analisi della manomissione e l’occultamento intenzionale di documenti di quel periodo storico, che porterebbero a ipotizzare – a differenza di quanto solitamente ritenuto – la sua origine di stirpe regale e la non veridicità della sua fine sul rogo inquisitoriale. La mandragora fa da filo conduttore dei diversi capitoli del libro: dalla follia del re, Carlo VI – che sarebbe stata provocata dall’intenzionale avvelenamento con solanacee allucinogene per opera della duchessa d’Orléans – al processo per stregoneria subito da Giovanna d’Arco, durante il quale essa fu invano accusata di possedere una radice “diabolica” di questa pianta.

SIESTO I., 1957, Contenuto e distribuzione degli alcaloidi nelle foglie di Atropa belladonna spontanea e coltivata, Rivista E.P.P.O.S., vol. 39(1), p. 26.

SOLDATI G. & A. DI PIERO, 1995, Sindrome antimuscarinica, Federazione Medica, n. 7, pp. 21-24.
Vengono descritti dieci casi di intossicazione per uso voluttuario di stramonio, verificatisi nell’estate del 1994 in Toscana e trattati presso l’ospedale di Lucca. Gli intossicati – tutti maschi fra i 17 e i 24 anni d’età – una volta assunte quantità di 50-400 ml di infuso di foglie di stramonio, sono stati soggetti a stati eccitatori confusionali e a forti allucinazioni. Con una risoluzione positiva di tutti i casi, l’articolo termina con un’analisi delle terapie da adottare in questo tipo di intossicazioni.

TORO GINALUCA, 2009, Èrbo d’la deifèro, erba del picchio e mandragora: possibili corrispondenze, La Beidana, N. 64, febbraio, pp. 23-28.
Un’interessante analisi che associa una pianta mitologica della tradizione valdese – che, se calpestata, fa cadere i chiodi delle scarpe o i ferri delle bestie da soma – a un’altra pianta mitologica della tradizione popolare europea, la “pianta del picchio”, che ha la proprietà di aprire le serrature e le porte chiuse, e alla mandragola, di cui uno dei valori semantici è come pianta che apre le serrature.

TORO GIANLUCA, 2011, Nomi delle piante e conoscenza pratica: il giusquiamo in val Germanasca, La Beidana, vol. 72, pp. 22-29.
L’autore analizza i nomi popolari dati in val Germanasca (provincia di Torino) al giusquiamo nero, “erba del tarlo” ed “erba di Santa Maria” o “Santa Maria”, e ne analizza i significati, che proverrebbero da tramandate conoscenze delle proprietà insetticide e medicinali di questa pianta psicoattiva.

toro-mandragora2

TORO GIANLUCA, 2014, La radice di Dio e delle streghe. Miti e riti della mandragora dall’antichità a oggi, Yume Edizioni, Torino.
Un buon saggio sulla mandragora, dove è raccolto un notevole insieme di dati etnografici europei e mediterranei, e dove l’osservazione raggiunge i periodi medievali e quelli classici greco-latini. Sono raccolti anche risultati di diverse auto-sperimentazioni moderne e vengono descritte le conseguenze delle intossicazioni accidentali accadute nei vari secoli; dati utili per la comprensione della tipologia di effetti psico-fisici indotti da questa antichissima pianta magica, afrodisiaca, delirogena.

toro-belladonnaTORO GIANLUCA, 2017, L’ombra mortale della notte. Storia antica e moderna della belladonna, Yume Edizioni, Torino, 158 pp.
Un buon saggio monografico sulla belladonna (Atropa belladonna L.), una delle solanacee tropaniche più pericolose e funeste, ma anche una delle piante allucinogene (delirogene) europee più ricche nella sua storia medica, stregonica, folclorica. La belladonna rimanda a una seducente e distruttiva entità femminile, a figure malvagie come la strega e il diavolo, a esseri soprannaturali della paura e della morte. Il suo nome deriva da Atropo, la divinità greca che tagliava il filo della vita, e il nome popolare di belladonna rimanda all’uso cosmetico che ne facevano le donne nel Medioevo e nel Rinascimento, applicando il succo dei frutti sugli occhi per dilatarne le pupille e renderli quindi luminosi e ammalianti.

VACCARI ANTONIO, 1955, La Mandragora erba magica, Fitoterapia, vol. 26, pp. 553-559.

ZANOTTI VITTORIO, 1932, La Belladonna nella zona di Avio. Prove d’orientamento. Studi Tridentini di Scienze Naturali, 10: 106-111.
ZANOTTI VITTORIO, 1934, Influenza dell’acido cianidrico sul germogliamento dei semi dello stramonio e del giusquiamo. Studi Tridentini di Scienze Naturali, vol. 12, pp. 30-32.

 

Alcuni studi italiani dell’Ottocento sulle Solanacee allucinogene e i loro alcaloidi:

ALBERTONI PIETRO, 1893, La duboisina negli accessi istero-epilettici, Annali di Chimica e Farmacologia, 17 (4° s.) :193-196 (da Gazz.Osped., n. 114, 1892).

BELMONDO E., 1892, Sull’azione sedativa e ipnotica della duboisina nelle malattie mentali, Annali di Chimica e Farmacologia, 15 (4° s.) :326-327.

BEORCHIA-NIGRIS ANTONIO, 1895, Due casi d’intossicazione per semi di Stramonio, Annali di Chimica e Farmacologia, 21-22 (4° s.) :529-532.

BONI DOMENICO, 1875, Sull’utilizzazione delle bacche mature dell’atropa belladonna nella preparazione dell’estratto alcoolico, Annali di Chimica Applicata alla Medicina, 60 (3°s.) :21-23.

BUONAROTTI ENRICO, 1894, Dell’azione della pseudoiusquiamina, Annali di Chimica e Farmacologia, 20 (4° s.) :81-86.

CALANDRA ACHILLE, 1899, Sopra un caso di avvelenamento medicinale per belladonna in seguito alla somministrazione di due centigrammi di estratto secco, Annali di Farmacoterapia e Chimica, 29-30 :562-563.

CASANOVA E., 1846, Caso di avvelenamento causato dall’uso endermico dell’estratto di belladonna, al quale susseguì la guarigione di ostinato crampo tetanico, Gazzetta Medica di Milano, 5:261-263.

FARALLI G., 1866, Dell’atropina nell’epilessia, Annali di Chimica Applicata alla Medicina, 42 (3°s.) :171-174.

FILIPPI, 1899, Considerazioni critico sperimentali sull’azione e sul valore del solfato di duboisina, dopo pochi anni del suo uso nella terapia delle malattie mentali, Annali di Farmacoterapia e Chimica, 29-30 :440-441.

FORNACA LUIGI, 1893, Il solfato di duboisina, Annali di Chimica e Farmacologia, 18 (4° s.) :312-313.

FUBINI S. & O. BONANNI, 1891, Passaggio dell’atropina per il latte, Annali di Chimica e Farmacologia, 13 (4° s.) :253-256.

GERRARD M.A.W., 1884, Quantità relativa di alcaloide contenuto nella belladonna selvatica e coltivata, Annali di Chimica Applicata alla Medicina, 79 (3°s.) :296-298.

LEGRAND, 1846, Avvelenamento di belladonnaGazzetta Medica di Milano, vol. 5, p. 263.

LUSSANA FILIPPO, 1850, Saggi clinici sull’atropina, Gazzetta Medica Italo-Lombarda, 1 (3°s.) :153-157 (I°); :304-306 (II°); :309-311 (III°); :325-329 (IV°); :333-336 (V°).

MARCACCI ARTURO, 1885, Dell’azione fisiologica dell’apoatropina, Annali di Chimica e Farmacologia, 1 (4° s.) :94-97.

MARTINI V., 1887, Un caso di avvelenamento per duboisina, Annali di Chimica e Farmacologia, 6 (4° s.) :365-367.

MEDORO S., 1840, Intorno all’estratto di giusquiamo. Osservazioni Cliniche, Venezia, Tipogr. Andreola, 15 pp.

ORCESI BERNARDO, 1854, Olio di giusquiamo, Annali di Chimica Applicata alla Medicina, 19 (3°s.) :79-81.

PEDICINI, 1889, Cinque avvelenati da stramonio, Progr.Med., n° 5, marzo ‘89.

PERETTI PIETRO, 1861, Degli alcaloidi atropina e digitalina, Annali di Chimica Applicata alla Medicina, 32 (3°s.) :193-195.

PESCI, 1881, Ricerche sull’atropina, Annali di Chimica Applicata alla Medicina, 72 (3°s.) :129-136.

RUSPINI GIOVANNI, 1854, Preparazioni ed usi del valerianato d’atropina, Annali di Chimica Applicata alla Medicina, 18 (3°s.) :193-197.

SANTAGATA DOMENICO, 1873, Reazione dell’atropina in caso di avvelenamento, Annali di Chimica Applicata alla Medicina, 57 (3°s.) :146-148.

VITALI D., 1881, Sugli alcaloidi delle solanacee e sulla sintesi dell’acido tropico, Annali di Chimica Applicata alla Medicina, 72 (3°s.) :257-270.

VITTMANN, 1877, Avvelenamento coi semi di Datura stramonium (Pomo spinoso)Annali di Chimica Applicati alla Medicina, vol. 64 (3° s.), pp. 167-168.

VOLONTERIO ANGELO, 1851, Intorno ad un caso di epilessia curata con l’atropina ed all’indole dei fenomeni d’avvelenamento con questo alcaloide, Gazzetta Medica Italo-Lombarda, 2 (3°s.) :335-336.

ZAMBONI LUIGI, 1855, Cenno intorno all’avvelenamento d’una famiglia apportato dalla radice di giusquiamo nero, Gazzetta Medica Italo-Lombarda, 6 (3°s.) :433.

2 Commenti

  1. giulia
    Pubblicato agosto 20, 2010 alle 7:36 pm | Link Permanente

    è possibile reperire il materiale di studio citato nell’elenco puntato, in particolare i documenti scritti dal punto di vista antropologico ed etnofarmacologico? e se si,come?

  2. Pubblicato agosto 21, 2010 alle 6:42 pm | Link Permanente

    Per recuperare il materiale sopra indicato si deve avere la pazienza di andare nelle biblioteche per lo più universitarie dove si trovano le riviste indicate, cosa non facile, specie per il sistema bibliotecario disservito italiano. E’ mia intenzione mettere on-line mano a mano diversi degli articoli indicati, fermo restando il dovere di rispettare il copy-right delle riviste scientifiche moderne, una problematica delle ideologie 1.0 che si spera decada velocemente…..

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