Allucinogeni – Polveri da fiuto

Hallucinogens – Psychoactive snuffs

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BIBLIOGRAFIA ITALIANA COMMENTATA SU ALLUCINOGENI E CANNABIS

ITALIAN ANNOTATED BIBLIOGRAPHY ON HALLUCINOGENS AND CANNABIS

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polveri da fiutoL’inalazione di polveri vegetali psicoattive è una pratica diffusa in particolar modo nelle Americhe Centrale e Meridionale. Le principali fonti vegetali sono bacelli o cortecce di alberi della famiglia delle Leguminosae (generi Anadenanthera, Virola), contenenti le indolalchilamine allucinogene DMT, 5-MeO-DMT e affini. L’inalazione delle polveri da fiuto (epéna, paricá, yopo o ñopo, ecc.) – che continua ad essere praticata oggigiorno da diverse tribù amazzoniche – richiede un certo insieme di oggetti di parafernalia, quali i tubi per l’inalazione, i cucchiaini per il dosaggio delle polveri e le tavolette su cui appoggiare la polvere da inalare. Questi oggetti sono stati ritrovati in grandi quantità negli scavi archeologici andini, presso le culture preincaiche di Chavín de Huantar, San Pedro de Atacama e Tiwanaku (Cile e Bolivia).

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BERENGUER JOSÉ, 2001, La documentazione della pratica inalatoria e dello sciamanesimo nella scultura in pietra preispanica di Tiwanaku, Eleusis, n.s., vol. 5, pp. 61-83.
Il presente lavoro rivisita la documentazione relativa all’inalazione di polveri psicoattive a Tiwanaku, in Bolivia. Viene esaminata l’iconografia di questa cultura, in particolare le probabili rappresentazioni di pratiche inalatorie e i loro effetti esteriori nel corpo di certi personaggi frequentemente rappresentati nell’arte tiwanaku. Viene utilizzata l’informazione etnografica ed iconografica per proporre una natura sciamanica per questi personaggi. Infine, la documentazione iconografica e degli artefatti è brevemente valutata in relazione alla rilevanza dell’impatto che ha avuto l’inalazione di sostanze psicoattive a Tiwanaku.

BIOCCA ETTORE, 1966, Epená, polvere allucinogena, in: E. Biocca, Viaggi tra gli Indi. Alto Rio Negro – Alto Orinoco, Roma, CNR, 3 voll., vol. II, pp. 235-251.
Si veda anche il capitolo: ‘Qualche considerazione su alimenti, su bevande e su piante dall’azione sessuale e misteriosa’ del vol. I, pp. 129-158, e Biocca Ettore, Corrado Galeffi, Eulalia G. Montalvo, G.B. Marini-Bettólo, 1964, Sulle sostanze allucinogene impiegate in Amazonia. Nota I. Osservazioni sul Paricá dei Tukâno e Tariâna del bacino del Rio Uaupés, Annali di Chimica, vol. 54, pp. 1175-1178.
Nel periodo 1962-63, il Consiglio Nazionale delle Ricerche promosse una spedizione di ricerca, di carattere etnobiologico, nell’immensa regione di foresta che si estende tra i due fiumi amazzonici del Rio Negro e dell’Orinoco (Venezuela). La missione, tutta italiana e diretta da Ettore Biocca, ottenne un notevole successo, sia sul campo sia al ritorno in Italia. I resoconti delle indagini etnografiche, di antropologia fisica, etnomedicina, etnomusicologia, etnobotanica ed etnozoologia, sviluppate dall’équipe scientifica della missione sulle diverse tribù via via incontrate, furono pubblicati dal CNR in un’opera a tiratura limitata, in tre volumi (oltre a un volume di discografia), che divenne in breve tempo una ricercata rarità editoriale. Presso gli Yanoama, Biocca e coll. ebbero modo di osservare l’utilizzo delle polveri da fiuto allucinogene (epena), ricavate dai bacelli degli alberi della specie di leguminose del genere Anadenanthera, contenenti DMT e composti affini. L’équipe di ricercatori studiò attentamente le tecniche di preparazione delle polveri, i modi e i contesti del loro impiego, furono registrati i canti degli sciamani, e trascritta la ricca mitologia, legata principalmente al ciclo del Juruparí. Furono prelevati diversi campioni di epena. Nel corso di questa medesima missione furono intrapresi importanti studi sui vari tipi di curaro impiegati dagli indigeni come veleno per la caccia. Sui campioni di epena prelevati durante la missione, Marini-Bettolo e coll. effettuarono una serie di indagini chimiche volte alla focalizzazione e allo studio dei principi attivi. Si vedano anche: Ettore Biocca, 1983, I curari e gli allucinogeni degli Indios dell’Alto Rio Negro e dell’Alto Orinoco, in: Catalogo Mostra “Indios del Brasile”, Roma, De Luca, :150-156 e Ettore Biocca, 1965, Yanoama, Bari, Leonardo da Vinci, 460 pp.

CAMILLA GILBERTO, 1999, Lo sperma del sole. Etnobotanica, chimica e farmacologia dell’épena. Un’introduzione, Altrove, vol. 7, pp. 125-135.

CHACAMA R. JUAN, 2001, Tavolette, tubi e spatole: il complesso allucinogeno nell’area di Arica, estremo nord del Cile, Eleusis, n.s., vol. 5, pp. 85-100.
Viene descritta la documentazione relativa a un complesso allucinogeno nell’estremo nord del Cile, nell’area di Arica. Viene descritto un quadro geografico e culturale per quest’area e viene offerta una tipologia per la classificazione delle tavolette rinvenute, che servivano per il consumo dell’allucinogeno, con la loro rispettiva appartenenza crono-culturale.

FERNÁNDEZ DISTEL A. ALICIA, 2004, Due nuove tavolette da fiuto per la regione Humahuaca, Repubblica Argentina, Eleusis, vol. 8, pp. 113-121.
Nella Provincia di Jujuy, Nord-Ovest dell’Argentina, sono stati contati 31 esemplari di “tavolette da fiuto”, provenienti principalmente da ricerche asistematiche. In questa sede vengono presentate due tavolette inedite.

FALABELLA FERNANDA, MARIA TERESA PLANELLA & BLANCA TAGLE, 2001, Pipe e tradizione di fumare nelle società preispaniche del Periodo Agroceramicolo Precoce nella regione centrale del Cile, Eleusis, n.s., vol. 5, pp. 137-151.
Questo articolo fornisce un’interpretazione delle pipe trovate negli scavi archeologici nella regione centrale del Cile. Il sito di La Grana, datato alla seconda metà del Periodo Ceramicolo Precoce (ca. 500 d.C.), ha un’elevata concentrazione di pipe in pietra interrate di proposito. Ciò è di particolare importanza, in quanto è l’unico sito dove le pipe sono state ritrovate in così grandi quantità (più di 600 frammenti). La documentazione archeologica viene paragonata con i dati etnografici sui Mapuche, che abitano l’area fra il fiume Bio Bio e l’isola di Chiloé, nel Cile meridionale. Questo studio include una classificazione morfologica dei reperti di pipe, così come le analisi chimiche del residuo ritrovato nelle pipe. La documentazione suggerisce l’esistenza di un complesso inalatorio sviluppato da diverse comunità nell’are compresa fra il fiume Maule verso il sud e la valle del fiume Aconcagua verso il nord. Questo è uno degli elementi nella registrazione archeologica che unisce l’intero Periodo Ceramicolo Precoce nel Cile centrale.

GALEFFI CORRADO, EULALIA G. MONTALVO & G.B. MARINI-BETTOLO, 1964, Sulle sostanze allucinogene impiegate in Amazzonia. Parte I. Osservazioni sul Paricá dei Tukâno e Tariâna del bacino del Rio Vaupés, Annali di Chimica, vol. 54, pp. 1175-1178.

GAMBIER M., 2001, La documentazione archeologica più meridionale della pratica di inalazione nelle Ande Centrali, Eleusis, n.s., vol. 5, pp. 153-157.
Questo articolo descrive i contesti archeologici relativi a due tavolette per inalare polveri psicoattive provenienti dalla valle di Iglesia, Provincia di San Juan, Argentina. Questi artefatti segnano i limiti meridionali della pratica di inalazione di polveri psicoattive per via nasale. Questi limiti coincidono con l’estremo sud della distribuzione di Anadenanthera colubrina var. Cebil (30°-32° S.). I semi di questo albero della famiglia delle leguminose rappresentano la fonte più comune di polveri psicoattive.

GORMAN PETER, 1993, Sciamanesimo tra i Matses, Altrove, vol. 1, pp. 47-63.
GORMAN PETER, 1998, I popoli del giaguaro, in: E. Zolla (cur.), Il dio dell’ebbrezza. Antologia dei moderni Dionisiaci, Einaudi, Torino, pp. 308-317.
L’autore descrive la vita dei Matses e il suo contatto con questa esigua tribù che abita le profondità della foresta amazzonica peruviana, tuttora restia ai contatti con l’uomo bianco e con le altre popolazioni peruviane. I Matses (un sottogruppo delle tribù Mayoruna) utilizzano un paio di fonti allucinogeniche per i riti magici per la caccia e di divinazione: il nu-nu, polvere assorbita per via nasale ricavata combinando foglie di tabacco selvatico con ceneri della corteccia di una specie di Theobroma, e il sapo, una sostanza resinosa, raccolta grattando il dorso e gli arti di una grossa specie di rana arborea che i Matses chiamano dav-kiet. L’autore espone il suo contatto con questa tribù in maniera avvincente, mostrando un modo di vivere – quello dei Matses – ancora molto puro e perfettamente adattato all’ambiente della profonda foresta tropicale. E’ significativo il fatto che fra i Matses la capacità di vedere il futuro, di parlare con animali, o di trasformarsi in animali – abilità solitamente specifiche degli sciamani – sono cose frequenti per tutti i membri adulti della comunità: ciascuno parrebbe essere sciamano di se stesso. E’ proprio vero, come conclude l’autore, che l’attuale peggior minaccia per i Matses è l’’acculturazione’: “Le loro terre sono per il momento sicure, poiché nessuno ha trovato nulla di particolarmente valorizzabile in esse. La loro vita selvaggia è ancora ricca. Ma una volta che essi apprendono un altro linguaggio, un altro tipo di ‘religione’, o cominciano a possedere oggetti non rintracciabili nel loro ambiente, sembrano perdere la capacità di comunicare con gli spiriti sulla base di un bisogno genuino” (p. 62).

HERMOSILLA NURILUZ, 2001, La gente del Tumi, il condor e il giaguaro: l’uso di piante psicoattive nel bacino del fiume Loa, deserto di Atacama, Cile, Eleusis, n.s., vol. 5, pp. 123-136.
In questo articolo viene presentata un’analisi del contesto culturale associato all’uso di inalanti psicoattivi, datati ca. 900-1200 d.C., da parte degli abitanti del fiume Loa, nel deserto di Atacama, Cile settentrionale. Il lavoro si basa fondamentalmente sui reperti del cimitero Los Abuelos, localizzato nelle vicinanze del villaggio di Caspana. Questo sito archeologico permette una ricostruzione quasi completa del complesso inalatorio durante questo periodo, includendo classificazioni morfologiche e iconografiche dei parafernali per inalazione. Si intenta, inoltre, la descrizione dei rituali suggeriti dalla documentazione pittorica.

LLAGOSTERA M. AGUSTIN, 2001, Archeologia degli allucinogeni in San Pedro de Atacama (Cile settentrionale), Eleusis, n.s., vol. 5, pp. 101-121.
Questo articolo presenta una rassegna dell’utilizzo di sostanze psicoattive a San Pedro de Atacama, nel Cile settentrionale. L’autore riassume la documentazione associata a parafernali fumatori e inalatori di preparati a base di semi di Anadenanthera. San Pedro de Atacama è la regione archeologica andina con maggiore concentrazione di parafernali inalatori, datati a ca. 300-900 d.C. Viene inclusa una dettagliata discussione della cronologia e della iconografia degli strumenti coinvolti nell’uso di piante psicoattive. Si cerca anche di chiarire le associazioni fra le pratiche inalatorie e concetti sciamanici di ampia diffusione.

MARINI-BETTOLO G.B., FRANCO DELLE MONACHE & ETTORE BIOCCA, 1964, Sulle sostanze allucinogene dell’Amazzonia. Nota II. Osservazioni sull’epená degli Yanoáma del bacino del Rio Negro e dell’Alto Orinoco, Annali di Chimica, vol. 54, pp. 1179-1186.
MARINI-BETTOLO G.B. et al., 1965, Allucinogeni impiegati dagli Indi del Bacino Amazonico e dell’Alto Orinoco, Annali Istituto Superiore Sanità, vol. 1, pp. 784-792.
In questi articoli, Marini-Bettolo e coll. analizzano alcuni campioni di allucinogeni utilizzati in Amazzonia, prelevati durante la missione Biocca del 1962-63. L’analisi di un campione di paricá (polvere allucinogena) usata presso i Tukano e i Tariana del Rio Vaupés, ha messo in evidenza la presenza di tre alcaloidi beta-carbolinici (armina, diidroarmina, tetraidroarmina), mentre in campioni di epena (anch’essa polvere allucinogena ricavata dai bacelli di alcune leguminose) raccolti presso gli Yanoama dell’Alto Orinoco sono stati riscontrati alcaloidi indolici (principalmente bufotenina e DMT).

MONTENEGRO MÓNICA, 2004, Il complesso allucinogeno attorno alle Ande: analogie fra le tavolette da fiuto del Cile settentrionale e del nord-est dell’Argentina, Eleusis, n.s., vol. 8, pp. 65-83.
Il presente lavoro mostra un’analisi comparativo-semiotica delle tavolette archeologiche da fiuto di sostanze psicoattive provenienti dal nordest argentino e dal Cile settentrionale. Si presentano 12 casi di tavolette simili dai punti di vista morfologico e/o iconografico, come risultato di processi di scambio fra le Ande nei periodi preispanici, che rese possibile la pratica di consumo delle sostanze psicoattive.

PLOTKIN MARK, 1998, Sangue di luna, seme di sole, in: E. Zolla (cur.), Il dio dell’ebbrezza. Antologia dei moderni Dionisiaci, Einaudi, Torino, pp. 318-324.
L’autore descrive la sua esperienza personale fra gli Yanomamo dell’Amazzonia del Venezuela, che usano lo yopoepena), la polvere psicoattiva ricavata dai semi di alcuni alberi delle Leguminose, che inalano mediante lunghe canne.

STAGNO D’ALCONTRES G. & G. CUZCOCREA, 1956-57, Sui principi attivi dello ñopo, Atti della Società Peloritana di Scienze Fisiche, Matematiche e Naturali, vol. 3, pp. 167-177.
Sono riportati i risultati di un’analisi biochimica condotta sullo ñopo, la polvere dei semi della leguminosa arborea Piptadenia (Anadenanthera) peregrina Benth., utilizzata da diverse tribù amazzoniche del Venezuela come polvere da fiuto allucinogena. Stranamente, gli autori non vi hanno ritrovato DMT e affini triptamine, note responsabili degli effetti allucinogeni di queste polveri. Essi vi hanno ritrovato alcaloidi identificati con calebassina, curarina e calebassinina. Gli autori hanno utilizzato per le loro analisi una piccola quantità di droga fornita da un medico venezuelano.


TORRES M. CONSTANTINO, 1996, Polveri da fiuto allucinogene nel Cile precolombiano, Altrove, vol. 3, pp. 29-39.

L’autore, ricercatore dell’Università di Miami (Florida) dedito allo studio della “archeologia degli allucinogeni” dell’America Latina, in questi articoli espone un resoconto dell’eccezionale scoperta di centinaia di mummie nel deserto di Atacama, nel Cile settentrionale, datate al primo millennio d.C. Un frequente corredo di queste mummie consiste in un insieme di parafernalia finalizzati all’inalazione di polveri da fiuto allucinogene ricavate dai semi di specie arboree di Anadenanthera (Leguminosae). In alcuni contenitori si è conservata la polvere, che ha mostrato contenere ancora DMT e affini alcaloidi indolici psicoattivi. Strumenti peculiari del corredo per inalare sono le tavolette di legno su cui veniva collocata la polvere al momento dell’uso, ricche di intarsi associati al simbolismo del complesso narcotico di Atacama.

TORRES M. CONSTANTINO, 1998, Il ruolo della cohoba nello sciamanesimo Taino, Eleusis, n.s., vol. 1, pp. 38-50.
I Taino, popolazione delle Grandi Antille di lingua Arawak, furono i primi nativi americani che stabilirono un contatto con gli europei. La religione taino è focalizzata attorno a una categoria di esseri sovrannaturali e di forze spirituali note come zemís. Questo termine si riferiva a divinità convenzionali, ma poteva essere applicato anche a caratteristiche del territorio quali grotte, rocce, ruscelli e alberi. I zemís servivano anche come intermediari fra i due mondi. Con lo scopo di comunicare con i zemís, i Taino inalavano una polvere psicoattiva che chiamavano cohoba. Questo articolo presenta una rassegna dei primi rapporti sulle pratiche sciamaniche e sull’uso delle piante psicoattive fra i Taino e tenta una ricostruzione del rituale della cohoba attraverso i reperti archeologici e le descrizioni di Cristoforo Colombo, Ramón Pané e Bartolomé de Las Casas (ca. 1494-1510 d.C.). Il lavoro include anche una discussione della fonte botanica della cohoba, Anadenanthera peregrina var. peregrina (poi Piptadenia, Leguminosae) e la sua preparazione.

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