Allucinogeni – Etnobotanica, studi vari

Hallucinogens – Various ethnobotanical studies

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BIBLIOGRAFIA ITALIANA COMMENTATA SU ALLUCINOGENI E CANNABIS

ITALIAN ANNOTATED BIBLIOGRAPHY ON HALLUCINOGENS AND CANNABIS

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AA.VV., 1977, Simposio internazionale sulla medicina indigena e popolare dell’America latina, Roma, Istituto Italiano Latino Americano (IILA).
Articoli sulle droghe native in lingua italiana: Franco Delle Monache, Contributo allo studio del Balché, il vino rituale dei Maya, :249-253; Laura Laurenchich Minelli, Iconografie del peyotl nel Messico precolombiano, :255-265; Ettore Biocca, Sciamanismo, allucinogeni e meloterapia: relazione introduttiva, :445-453; Franco Delle Monache, Aspetti chimici degli allucinogeni dell’America latina, :501-516; A. Oliveiro & C. Castellano, Psicofarmacologia degli allucinogeni dell’America latina, :517-530; G. Gardner et al., Allucinogeni e sostanze psicotomimetiche nelle culture indigene latino-americane, nella medicina indigena e popolare, nella medicina contemporanea, :541-550.

ALBRILE EZIO, 2005, L’altra Circe, Eleusis, n.s., 9: 3-20.
Circe è sicuramente la più nota maga dell’antichità classica e, in quanto tale, il modello della forza caotica ma trasformativa. Una dicotomia che le deriva dall’essere figlia di Helios. Circe doveva disporre nella sua dimora in Aiaia di un temenos, di un giardino ove coltivare segretamente tutte le piante necessarie alle sue pozioni. L’ambiguità della figura di Circe si riflette non a caso nel complesso rapporto “iniziatico” con le potentissime piante psicoattive da lei manipolate. Un itinerario magico condiviso con la sorella Medea: le figure di Circe e Medea paiono infatti intrecciarsi e confondersi, entrambe profonde conoscitrici di erbe e piante, ingredienti per esiziali pharmaka. Entrambe le mitologie, quella omerica e quella argonautica, danno in questo senso un profondo contributo alla comprensione di ciò che nell’antichità classica, e in seguito nell’ellenismo, era la “reale” percezione del rapporto tra uomo e divinità.

ALDUNATE DEL SOLAR CARLOS, 2002-03, Perrimontue lawen. Piante visionarie dei Mapuche (Cile), Eleusis, n.s., vol. 6/7, pp. 103-126.
La popolazione Mapuche, che vive in Sudamerica, nel centro-sud del Cile, mostra un’ampia conoscenza della flora nativa, dimostrata dall’uso di nomi vernacolari specifici per l’88% delle piante che sono presenti nel loro habitat, che classificano con una tassonomia specifica. In questo articolo viene presentato uno di questi gruppi di piante, comprese nel taxa lawen (medicine) e nel sottogruppo perrimontuelawen, riferito a quella classe di piante che producono visioni. Queste, a loro volta, sono classificate in tre categorie: Weshawelawen, piante “cattive” o “forti”; Peumawelawen, piante che agiscono attraverso i sogni, e Trafunmawelawen, piante contro i cattivi incontri.

BELLUCCIO ADRIANA, 1995, La pianta del dio Min e la sua funzione sul piano mitico-rituale, Discussions in Egyptology, vol. 31, pp. 15-34.
L’argomento riguarda un enigma dell’etnobotanica egizia, cioè le proprietà afrodisiache della pianta associata al dio itifallico Min, la “lattuga”. L’autrice con questo articolo ha dato un importante contributo alla discussione, individuando in questa pianta un vegetale rituale dalle proprietà psicoattive. Purtroppo, la sua scarsa conoscenza delle proprietà psicoattive del genere Lactuca non le hanno permesso di identificare correttamente la pianta in questione, la cui identificazione è stata proposta da Samorini 2003-04 (questa sezione).

BOCK P. MICHAEL, 2000, Il Kava dei Maori (Macropiper excelsum), Eleusis, n.s., vol. 4, pp. 175-179.
L’autore riporta i dati etnobotanici e biochimici di questa pianta utilizzata dai Maori della Nuova Zelanda.

CAMILLA GILBERTO, 1997, Miti e credenze enteogeniche nell’antica Grecia, Altrove, vol. 4, pp. 29-41.
Breve excursus sulle conoscenze e sui rituali relativi a piante e bevande psicoattive nel mondo greco classico, che si basa per lo più sui dati della mitologia e letteratura greca e romana classica e su dati archeologici.

CATTANEO ANTONIO, 1838, Il NepenthesBiblioteca di Farmacia, Chimica, Fisica, Medicina, Chirurgia, Terapeutica, Storia Naturale, ecc., vol 10, 2° s., 1838, pp. 315-318.
Un buon studio di valore storico sul famoso nepente omerico.

annamaria coletti strangiCOLETTI STRANGI ANNAMARIA, 1996, Gli afrodisiaci nel mondo romano, Biemme Edizioni, L’Aquila, 110 pp.
Un buon saggio sulle sostanze d’origine animale e vegetale considerate dotate di proprietà afrodisiache nella cultura romana. L’autrice utilizza essenzialmente fonti latine, quali Plinio, Ovidio, Orazio, Columella, Apicio, ecc., riportando i passi in latino e le relative traduzioni in italiano di questi autori antichi che discutono di aphrodisia. Non mancano nella discussione la mandragora, il giusquiamo, la satureia, l’eruca, oltre a piante non identificate quali il satyrium. Concludono il saggio due capitoli, uno su ricette afrodisiache turche raccolte sul campo dall’autrice nel 1994, e l’altro che contiene una miscellanea di singolari ricette afrodisiache euro-mediterranee.

DAVIS E. WADE, 1985, L’etnobiologia dello zombi haitiano, Neurologia, Psichiatria & Scienze Umane, vol. 4, pp. 620-642.
Pubblicato originalmente sul Journal of Ethnopharmacology, 9: 85-104, 1983. L’autore ha svolto indagini ad Haiti per l’individuazione degli agenti farmacologici responsabili del noto fenomeno degli zombi, i ‘morti viventi’ del folclore e della religione isolana. Egli ottenne la formula del veleno dalla popolazione, in quattro differenti località di Haiti. Gli ingredienti principali riguardano alcune piante (Datura, Mucuna, ecc.) dalle note proprietà allucinogene e alcune specie di pesce palla (Diodon, Sphoeroides), note per la loro tossicità a causa del contenuto di tetrodotossine, neurotossine in grado – secondo l’autore – di indurre nell’uomo lo stato di zombi.

DE FEO VINCENZO, ANNA CAPASSO, FRNACESCO DE SIMONE, COSIMO PIZZA, 2002, Piante magiche ad azione psicotropa nel curanderismo delle Ande settentrionali, Erboristeria Domani, n. 258, Aprile, pp. 38-48.
Sono riportati i risultati di una serie di ricerche compiute da un gruppo di docenti dell’Università di Salerno sulle piante usate dai curanderos delle Ande peruviane del nord, nell’area delle lagune di Ayacaba, nella provincia di Huancabamba. Particolare attenzione viene data alle proprietà psicoattive di: hornamo amarillo (Senecius elatus HBK, fam. Asteraceae), hornamo morado (Valeriana adscendens Trel., fam. Valerianaceae), huaminga (Hurpezia sp., fam. Lycopodiaceae), cimorillaIresine herbsti Hook., fam. Amaranthaceae) e varie specie di mishas (Brugmansia spp., fam. Solanaceae).

FESTI FRANCESCO & GIOVANNI ALIOTTA, 1989, Piante psicotrope spontanee o coltivate in Italia, Annali Museo Civico Rovereto, vol. 5, pp. 135-166.
Si tratta di un catalogo commentato delle piante psicoattive vegetanti in Italia, spontanee o coltivate, incluse specie di possibile azione psicotropa. Per ogni entità sono riportati il nome scientifico, la distribuzione fitogeografica, la chimica e la farmacologia, eventuali note etnobotaniche.

FESTI FRANCESCO & GIORGIO SAMORINI, 1995, Scheda Psicoattiva II – Carpobrotus edulis (L.) N.E. Brown in Phillips / Psychoactive Card II – Carpobrotus edulis (L.) N.E. Brown in Phillips, Eleusis, n. 2, pp. 28-34.
Gli autori riassumono le conoscenze riguardo questa pianta di origine sudafricana – nota anche come “fico degli Ottentotto” – naturalizzata sui litorali di alcune regioni italiane, e di altre specie della famiglia delle Aizoaceae reperibili in Europa. Queste piante producono nelle radici e/o negli steli alcaloidi mesembrinici e diverse di esse sono utilizzate dalle tribù boscimani del sud Africa per gli effetti psicoattivi.

FESTI FRANCESCO & GIORGIO SAMORINI, 1996, Scheda Psicoattiva VI – Ledum palustre L. / Psychoactive Card VI – Ledum palustre L., Eleusis, 6: 31-39.
Sono riportati i dati botanici, etnobotanici, biochimici e farmacologici di questa pianta della famiglia delle Ericaceae, diffusa nell’Europa settentrionale e centro-orientale, ma non in Italia. Le sue foglie erano usate come inebriante da diverse popolazioni siberiane e aggiunte dai Vichinghi alla loro birra per rafforzarne gli effetti psicoattivi. Nell’articolo sono presentati anche dati su altre piante della medesima famiglia, potenzialmente psicoattive, fra cui alcune specie di rododendro e di mirtillo.

Festi Francesco & Giorgio Samorini, 1997, Tribulus terrestris L., Eleusis, n. 7, pp. 24-32.
Sono riportati i dati botanici, etnobotanici, biochimici e farmacologici di questa e di altre piante della famiglia delle Zygophyllaceae presenti in Italia e in Europa. Queste specie contengono alcaloidi carbolinici, quali armano e armina e sono quindi potenzialmente utilizzabili nelle preparazioni psicoattive di farmahuasca, similmente alla congenere Peganum harmala, in combinazione con specie vegetali contenenti DMT e affini alcaloidi indolici psicoattivi.

FESTI FRANCESCO & GIORGIO SAMORINI, 1999, Passiflora L., Eleusis, n.s., vol. 2, pp. 70-81.
Sono riportati i dati botanici, etnobotanici, biochimici e farmacologici di diverse specie di Passiflora di origine sudamericana, alcune delle quali adattatesi in Italia e in Europa. Numerose specie producono nelle foglie alcaloidi beta-carbolini.

FESTI FRANCESCO & GIORGIO SAMORINI, 1999, Convolvulaceae europee, Eleusis, n.s., vol. 3, pp. 89-99.
Sono riportati i dati botanici, etnobotanici, biochimici e farmacologici di diverse specie di convolvulaceae (Convolvulus, Calystegia, Ipomoea) originarie o naturalizzate in Italia e in altri paesi europei, i cui dati biochimici farebbero ipotizzare una qualche loro proprietà psicoattiva.

GONZÁLEZ LILIÁN, 2002-03, Enteogeni fra i Nahua di Guerrero, Messico. I. Huaxchiquimol (Leucaena matudae) e tenexyetl (Nicotiana rustica), Eleusis, n.s., vol. 6/7, pp. 83-102.
Gli indigeni nahua della regione meridionale di Guerrero, Messico, utilizzano lo huaxchiquimolin, Manuelito o guaje brujoLeucaena matudae (S. Zárate.) C. E. Hughes – come inebriante sciamanico con scopi oracolari, fondamentalmente per identificare i colpevoli di stregoneria. L’informazione etnografica ed etnobotanica sul campo hanno permesso di identificare questa pianta come una delle fonti enteogene più ampiamente usate dagli specialisti rituali di questa regione; si tratta di una scoperta etnobotanica di primaria importanza, in quanto tale pianta non era nota come psicoattiva. Appartenente alla famiglia delle Leguminose-Mimosoideae, la sua corteccia può avere relazioni con altri enteogeni che contengono derivati triptaminici. La sua controparte: tenexyetl o “San Pedrito” – Nicotiana rustica L. – è responsabile nel contrastare gli effetti dello huaxchiquimolin.

HIRST MANTON, 2000, Radice, sogno e mito: l’uso della pianta oneirogenica Silene capensis fra gli Xhosa del Sud Africa, Eleusis, n.s., vol. 4, pp. 121-149.
Silene capensis Otth. (Caryophyllaceae) ricopre un ruolo importante nell’iniziazione degli indovini xhosa (amagqirha), che è custodito nel mito. La radice, chiamata undlela ziimhlophe nella lingua xhosa e che significa letteralmente “vie o sentieri bianchi”, è classificata come uno degli emetici chiamati ubulawu, che producono una schiuma bianca quando mescolate con acqua e hanno un utilizzo rituale nella religione tradizionale. Gli indovini novizi xhosa ingeriscono la radice per indurre sogni che, avendo un significato personale e profetico per il sognatore, sono strettamente associati al colore liminale bianco, agli spiriti degli antenati e alla pratica della divinazione. Questo articolo descrive l’uso di Silene capensis come pianta oneirogenica fra i Xhosa del Sudafrica attraverso l’esperienza sul campo.

MAROZZI EMILIO, 1980, I “mescal bean”: considerazioni chimico-tossicologiche ed etno-antropologiche sul loro uso rituale tra gli indiani d’America, Minerva Medicolegale, vol. 100, pp. 21-34.
Un interessante saggio in lingua italiana sull’uso rituale dei semi psicoattivi (“mescal bean”) di Sophora secundiflora (famiglia delle Legumonisae) da parte di tribù di Indiani del Nord America. Il culto del “mescal bean” precedette il culto del peyote. I dati archeologici dimostrano un’antichità del culto del “mescal” di diversi millenni. Diversi elementi liturgici del culto del peyote provengono dal culto del mescal.

MAURO DANIELE, 2013-14, Le più importanti piante psicoattive utilizzate in Oceania, Tesi di Laurea in Botanica Etnologica, Corso di Laurea Scienze e Tecnologie per la Natura e l’Ambiente, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Napoli, 80 pp.
Una breve rassegna sulle principali piante psicoattive dell’Oceania e sui loro impieghi.

NICOLAS JAQUELINE, 1994, Il culto Bori degli Hausa (Niger), in: V. Lanternari (cur.), Medicina, magia, religione, valori, vol. I, Liguori, Napoli, pp. 299-312.
Estratto da un saggio pubblicato in Psychopathologie Africaine (vol. 6, pp. 147-180, 1970), questo articolo tratta del culto femminile Bori, presente fra gli Hausa della valle di Maradi, nel Niger. Si tratta di un culto di possessione a fini terapeutici, nel corso del quale è utilizzato il baba jiji, cioè i semi di Datura metel.

OTTO JONATHAN, 1996, Salvia divinorum Epling et Játiva, Eleusis, n. 4, pp. 31-39.
L’Autore espone lo stato delle conoscenze botaniche, etnobotaniche, biochimiche e farmacologiche di questa pianta psicoattiva della famiglia delle Labiatae. Originaria del Messico centrale, è identificata dagli studiosi con l’antica pianta degli Aztechi pipiltzintzintli. Il principio attivo della pianta è la salvinorina A, un diterpene trans-clerodano, potentemente attivo in dosi di 1 mg nell’applicazione sublinguale. Da alcuni anni S. divinorum – pianta non sottoposta a restrizioni legali – è coltivata e utilizzata anche da psiconauti italiani.

PALADINO IDA, 1978, Glaukos, o l’ineluttabilità della morteStudi Storico-Religiosi, vol. 2(2), pp. 289-303.
L’Autrice esamina i diversi miti greci che associano la figura di Glaukos – di volta in volta pescatore, cacciatore, figlio di eroi mitologici, ecc. – a un’erba dalle proprietà miracolose, nella fattispecie procuratrice agli uomini e agli animali della giovinezza, dell’immortalità, donatrice del dono profetico o resuscitatrice di cadaveri. L’identificazione botanica data dagli autori antichi e moderni della “erba di Glaukos” come una specie di Sempervivum o di gramigna appare superficiale, in quanto si è qui in presenza di un ben noto motivo che non può basarsi su piante prive di importanza ierobotanica. Per Paladino il messaggio più importante delle vicende di Glaukos risulterebbe nella ineluttabilità della morte, dato che nelle diverse versioni del mito l’eroe greco non riesce a conseguire gli effetti “de-mortalizzanti” della pianta.

PETTINATO GIOVANNI, 1994, Gilgameš e la “Pianta della Vita”Studi Orientali e Linguistici, vol. 5, pp. 11-41.
L’autore analizza il motivo della ricerca della “pianta della vita” (la “pianta della vita dai lunghi giorni”) internamente all’epopea babilonese di Gilgameš, che vede questo eroe regale conseguire il suo obiettivo, ma senza poterne usufruire, poiché infine derubato della pianta da un serpente; un finale che può essere inteso come generale espressione dell’ineluttabilità umana della morte. Nel saggio l’autore offre un’attenta disanima sulle traduzioni e fallacie integrazioni delle lacune proposte dagli studiosi moderni, che alternativamente presuppongono la pianta “dell’irrequietezza” di Gilgameš come fonte di vita o come fonte di ringiovanimento, propendendo per quest’ultima interpretazione. Ma un contributo ancor più sagace dell’autore consiste nel motivare la perdita della pianta donata a Gilgameš da parte di Utanapistim, l’unico uomo sopravvissuto al Diluvio per volontà degli dei, poiché l’eroe non intendeva utilizzarla per se medesimo, bensì darla agli anziani del suo popolo, mentre era stata donata a lui in quanto figura regale.

SAMORINI GIORGIO, 1993, L’utilizzo degli allucinogeni per scopi religiosi, Altrove, vol. 1, pp. 19-28.
SAMORINI GIORGIO, 1993, L’iniziazione alla religione Buiti, Bollettino SISSC, vol. 5, pp. 8-12; anche in Metapsichica, vol. 44, pp. 19-25, 1994.
SAMORINI GIORGIO, 1997, Una bibliografia commentata sulla religione Buiti, Eleusis, n. 7, pp. 3-16.
SAMORINI GIORGIO, 1998, Adamo, Eva e l’Iboga, in: E. Zolla (cur.), Il dio dell’ebbrezza. Antologia dei moderni Dionisiaci, Einaudi, Torino, pp. 348-356.
L’autore, basandosi anche su personali ricerche condotte sul campo, descrive la storia e i riti della religione Buiti, diffusa nell’Africa equatoriale occidentale, particolarmente in Gabon, nella quale viene utilizzata la pianta allucinogena iboga come mezzo sacramentale e di comunicazione con il sovrannaturale. Nel secondo articolo, l’autore descrive la sua personale esperienza iniziatica vissuta presso una comunità fang (tribù di ceppo linguistico bantu) stanziata nei dintorni di Libreville (Gabon) e appartenente alla setta Ndea Narizanga (Ndeya Kanga). Il rito di iniziazione buitista è basato sull’assunzione di un’enorme quantità di radice polverizzata di iboga, che porta il novizio verso un progressivo stato di modificazione della coscienza, sino a raggiungere uno stato comatoso di lunga durata, durante il quale la sua anima effettua un viaggio nell’”al di la” e si mette in contatto con entità divine che lo illuminano sulle ‘radici della vita’.

SAMORINI GIORGIO, 1996, Colliri visionari, Eleusis, n. 5, pp. 27-32.
In diverse regioni dell’Africa Nera, internamente a riti magico-terapeutici e religiosi, viene praticato un curioso modo di amministrazione dei medicinali e delle “sostanze magiche”: nel paziente o nell’iniziando esse vengono applicate sugli occhi, a mo’ di collirio. I casi meglio documentati riguardano i riti iniziatici associati all’uso dell’iboga. L’A. discute la questione se questi colliri – e, più in generale, le sostanze psicoattive introdotte per via oculare – possano indurre effetti sulla mente. Anche nell’antica Grecia sembra fosse nota la pratica di spalmare sugli occhi droghe per ottenere visioni.

SAMORINI GIORGIO, 1997, Ierobotanica mesopotamica, Altrove, vol. 4, pp. 13-28.
L’autore esamina alcuni miti sumeri, quali la “Leggenda di Etana”, l'”Epopea di Gilgamesh”, il “Ciclo di Lugalbanda”, ecc., nei quali viene fatto riferimento a delle piante “della vita”, “dell’irrequietezza”, “della procreazione”, che fanno parte di una ben nota classe mitologica di vegetali, cioè le “piante della vita”. Segue una discussione di alcuni temi mitologici dell’Antico Testamento in cui sono coinvolti dei vegetali psicoattivi e che – secondo l’autore – fanno parte del retaggio mesopotamico della cultura testamentaria.

SAMORINI GIORGIO, 2002-03, Il culto degli antenati Byeri e la pianta psicoattiva alan (Alchornea floribunda) fra i Fang dell’Africa Equatoriale Occidentale, Eleusis, n.s., vol. 6/7, pp. 29-55.
Sino alla prima metà del XX secolo le tribù Fang utilizzavano la pianta allucinogena alan [Alchornea floribunda Müll-Arg. (Euphorbiaceae)] nel corso dei riti di iniziazione del Byeri, un culto degli antenati che prevedeva la conservazione e l’adorazione dei teschi degli antenati. L’affermazione – più volte riportata nella scarsa letteratura sul Byeri – della scomparsa di questo culto e della sua totale sostituzione con il Buiti (la “religione dell’iboga”) non è corretta. In forma modificata e semplificata questo culto continua a essere praticato presso i giovani Fang, come comportamento di rafforzamento dei valori tradizionali. Anche l’opinione comune fra gli Occidentali, che vede l’iboga [Tabernanthe iboga Baill. (Apocynaceae)] come la “pianta degli antenati”, è imprecisa: è l’alan la vera e originaria “pianta degli antenati”. Nell’articolo sono riuniti e discussi i dati etno-antropologici sul Byeri e i dati etnobotanici sull’alan, compresi quelli raccolti dall’Autore nel corso delle sue indagini in Gabon.

SAMORINI GIORGIO, 2003-04, Il dio egiziano Min e la lattuga. Un contributo etnobotanico a un enigma dell’egittologia, Archeologia Africana, Centro Studi Archeologia Africana, Milano, vol. 9-10, pp. 73-84.
L’articolo focalizza l’attenzione su un insoluto enigma etnobotanico, inerente l’ambivalenza delle supposte proprietà della lattuga, afrodisiache in Egitto e anafrodisiache in Europa. Questa pianta era consacrata alla divinità egizia Min, della cui caratteristica itifallica era ritenuta responsabile diretta. In seguito a una revisione dei dati archeologici, etnobotanici, chimio-farmacologici e delle interpretazioni sinora proposte, l’autore espone una chiave di lettura dell’ambivalenza sessuale della lattuga basata sulla differenza di esperienza indotta da differenti dosaggi. Mentre in Europa erano d’uso comune dosi terapeutiche, dalle proprietà sedative simil-oppiacee – quindi anafrodisiache -, fra gli antichi Egizi erano in uso dosaggi maggiori, dalle proprietà stimolanti e allucinogene. E’ possibile che gli effetti psicoattivi della lattuga abbiano svolto un ruolo nel processo di addomesticamento della specie selvativa L. serriola, da cui originarono le lattughe da orto (L. sativa) e che appare originario proprio dell’Egitto. Si veda anche Samorini G., 2006, Lattuga e lattucario. Storia di equivoci ed enigmi insoluti, Erboristeria Domani, n. 299, gennaio, pp. 49-55.

SAMORINI GIORGIO, 2012, Il pulque delle popolazioni messicane. Dalle origini ai periodi coloniali, Triana Ediciones, Sevilla, 82 pp.
Il pulque è una bevanda psicoattiva ottenuta mediante la fermentazione della linfa di diverse specie di Agave e l’aggiunta di svariati additivi vegetali, utilizzata sin dai tempi preistorici dagli Aztechi e da altre popolazioni del Messico centrale. In questo saggio l’autore espone un approfondito studio sulla storia, le valenze simboliche, gli aspetti rituali e mitologici di questa bevanda, soffermandosi su aspetti poco studiati, quali la somministrazione di un particolare tipo di pulque ai prigionieri in procinto di essere sacrificati, l’elaborazione di un complesso sistema di divieti e di permessi dell’utilizzo della bevanda nella società azteca, il problema degli additivi del pulque, il concetto del “quinto pulque”, inteso sia come superamento del dosaggio limite socialmente accettato, sia come bevanda esclusiva della casta prelatizia per il contatto con i “quattrocento conigli” – le divinità del pulque –, sino a giungere al divieto di questa bevanda tradizionale e alla successiva volgarizzazione del suo consumo nei tempi coloniali.

SAMORINI GIORGIO,  2012-13, Le ninfee degli antichi Egizi. Un contributo etnobotanico, Archeologia Africana, Museo Civico di Milano, vol. 18-19, pp. 71-78.
Attorno al “complesso del loto” egiziano si sono radicate delle confusioni terminologiche e concettuali che continuano a ravvivare un’interpretazione inappropriata del ruolo religioso e simbolico sviluppato dalle ninfee, in particolare dalla ninfea azzurra. Questo articolo cerca di portare dei chiarimenti, in particolare circa la psicoattività delle ninfee, che possono risultare utili per la ricerca egittologica.

SAMORINI GIORGIO, 2016, La pianta di Bes: Peganum harmala, Erboristeria Domani, N. 398, pp. 72-81.
L’autore sviluppa uno studio etnobotanico della ruta siriaca, partendo dai dati archeologici agli usi tradizionali, sino a giungere al moderno impiego di questa pianta come fonte MAO-inibitore nelle preparazioni psiconautiche delle X-huasca.

SAMORINI GIORGIO & FRANCESCO FESTI, 1995, Acorus calamus L., Eleusis, n. 1, pp. 33-36.
Gli autori presentano un sunto delle conoscenze botaniche, etnobotaniche, biochimiche e farmacologiche di questa pianta acquatica della famiglia delle Araceae – nota anche come calamo aromatico – presente anche in diverse regioni italiane. La sua radice, il cui principale principio attivo sembra essere l’asarone, può indurre esperienze di carattere psichedelico e visionario della durata di alcune ore, sebbene di moderata-media intensità.

SAMORINI GIORGIO & FRANCESCO FESTI, 1999, Piante psicoattive usate tradizionalmente in Madagascar, Eleusis, n.s., vol. 2, pp. 90-92.
Gli autori focalizzano l’attenzione su un paio di piante psicoattive usate presso alcune popolazioni autoctone del Madagascar, facendo riferimento a un documento scientifico del 1967 dimenticato dalla letteratura specialistica. Le due piante sono il Lycopodium gnidioides L. e il Myrothamnus moschatus (Baill.) Nied.

SUFFIA GIANNI, 2001, Salvia divinorum: una pianta sacra poco nota, Altrove, vol. 8, pp. 133-148.
Articolo dal taglio “psiconautico” che offre dati etnobotanici di questa pianta psicoattiva messicana e ne descrive gli effetti sulla mente, proponendo anche una scala metrica esperienziale forse un po’ troppo personalizzata.

THOMAS BENJAMIN, 1999, Scheda Psicoattiva XI: Galbulimina belgraveana (F. Muell.) Sprague, Eleusis, n.s., vol. 2, pp. 82-88.
Sono riportati i dati botanici, etnobotanici, biochimici e farmacologici di questa pianta della famiglia delle Himantandraceae, utilizzata per le sue proprietà psicoattive in Papua Nuova Guinea.

THOMAS BENJAMIN, 2000, Piante psicoattive usate in Papua Nuova Guinea, Eleusis, n.s., vol. 4, pp. 151-165.
Numerose piante di Papua Nuova Guinea sono state riportate in letteratura per le loro proprietà psicoattive. Non abbiamo ancora molte conoscenze circa l’uso tradizionale di piante psicoattive in quest’isola, sebbene siano stati pubblicati alcuni studi fitochimici. Nel presente articolo l’autore espone una rassegna delle specie di Papua Nuova Guinea che sono state riportate per i loro effetti psicoattivi.

TORO GIANLUCA, 2005, Oneirogeni: una rassegna, Eleusis, n.s., vol. 9:, pp. 39-69.
Diverse ricerche di campo e testimonianze confermano l’impiego di particolari specie naturali in qualità di oneirogeni (induttori di sogni). Data l’attuale mancanza di studi sistematici relativi a questa classe di sostanze, viene qui proposta una rassegna preliminare dei principali oneirogeni di origine naturale, con lo scopo di stimolare interventi futuri. A seconda della loro origine, per gli oneirogeni qui discussi è stata proposta la seguente classificazione: phyto-oneirogenica (vegetali), myco-oneirogenica (funghi), zoo-oneirogenica (animali), endo-oneirogenica (sostanze endogene dell’uomo) e bromato-oneirogenica (cibo).

TORRES M. CONSTANTINO, 2001, Inebrianti sciamanici nell’archeologia dell’America meridionale: ricerche recenti, Eleusis, n.s., vol. 5, pp. 3-12.

WARREN PETER, 1979, Cronisti, missionari, “piante diaboliche” (1540-1656), L’Uomo, vol. 3, pp. 333-355.
Ricerca storica seria e stimolante, volta all’indagine della mentalità occidentale del XVI secolo nel suo incontro con l’utilizzo degli allucinogeni da parte delle popolazioni autoctone del Nuovo Mondo. Nella prima parte dell’articolo, l’A. tenta di chiarire i “retroterra epistemiologico e ideologico” attraverso il quale i cronisti e i missionari spagnoli guardarono l’uso rituale degli allucinogeni nelle Americhe; partendo dalle valutazioni che Plinio, Dioscordide e Galeno offrirono nei loro trattati sulle piante allucinogene, prosegue con l’analisi dell’instaurazione del concetto di ‘illusione demoniaca’ presso gli autori medievali, in particolare gli inquisitori, quale interpretazione degli eventi ierobotanici, sino a giungere ai primi tentativi di interpretazione scientifica di questi eventi di Della Porta, Cardano, Laguna. Segue un’attenta analisi delle fonti letterarie del periodo della Conquista e di quelle posteriori dell’Inquisizione e del periodo Coloniale, dalla quale risalta l’affermarsi dell’interpretazione della “illusione demoniaca” nei confronti delle pratiche enteogeniche della popolazione autoctona; interpretazione applicata, con un certo parallelismo comportamentale, dalle questione strigibus del Vecchio Mondo, a quelle del Nuovo Mondo. L’autore conclude che “questo modo di vedere le cose non solo ha formato l’ideologia missionaria della Chiesa cattolica fino ad epoche piuttosto recenti, ma pare talvolta inconsapevolmente riemergere negli assunti impliciti e nei modelli di comportamento diffusi dalla pseudo-universalizzante ‘cultura di massa’, nei confronti dell’uso di droghe comunque concettualizzato. Il che pare fondare il sospetto che la ‘caccia al drogato’ degli anni ‘70, non sia poi nelle sue radici ideali – oltre che nell’oggettiva funzione sociale e politica – una realtà tanto diversa dalla ‘caccia alle streghe’ dei secoli del maggiore ‘oscurantismo’” (p. 352). Si veda anche Peter Warren, 1978, Culture e allucinogeni. Prospettive per una ricerca, Tesi di laurea, Cattedra di Antropologia Culturale I e Istituto di Etnologia, Facoltà Lettere e Filosofia, Università degli Studi di Roma.

VAN HEIDEN A. Steve, 1998, Scheda Psicoattiva IX: Desmanthus leptolobus Torrey & A. Gray, Eleusis, n.s., vol. 1, pp. 109-120.
Questa pianta è una leguminosa erbacea nordamericana, le cui radici contengono significative quantità di DMT. L’autore l’ha sperimentata con successo nelle preparazioni di anahuasca, combinando queste radici con i semi di ruta siriaca (Peganum harmala) e appare indurre effetti più profondi di quelli indotti nella farmahuasca con le radici della congenere D. illinoensis. Nell’articolo sono riportati approfonditi dati tassonomici e biochimici di entrambe le specie.

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