Archeologia del giusquiamo

Henbane archaeology

 

Fiori di giusquiamo bianco (Hyoscyamus albus L.)

Fiori di giusquiamo bianco (Hyoscyamus albus L.)

Il genere Hyoscyamus è costituito da piante erbacee annuali o biennali distribuite principalmente in Europa, nord-Africa e Asia. La tassonomia del genere è sofferta e tuttora non definita. Sono riconosciute almeno sette specie, e un’altra quindicina restano dubbie; sono tutte dotate di potenti proprietà psicoattive, specialmente nei semi, in quanto produttrici di alcaloidi tropanici, in particolare iosciamina, scopolamina e atropina.

Dal punto di vista della documentazione archeologica diretta, alcuni dati sono errati o dubbi.
In un sito archeologico scozzese – quello neolitico di Balfarg, nella regione di Fife – Moffat (1993) ritenne di aver ritrovato polline e semi di giusquiamo nero (H. niger) in un frammento di vaso di stile Grooved Ware datato attorno fra il 3700 e il 2600 a.C. Tuttavia, successive analisi di laboratorio non hanno confermato la presenza statisticamente significativa né di polline né di semi di giusquiamo (Long et al., 1999, 2000).
Nella Penisola Iberica, la iosciamina è stata individuata in diverse buche scavate nella roccia del sito di Pedra Cavada, situato nelle vicinanze di Gondomar, Pontevedra, in Galizia, suggerendo ciò un suo probabile impiego intenzionale come inebriante. Queste buche sono di forma quadrangolare, larghe 30-40 cm e profonde 2-8 cm., sono presenti in un’area ristretta di siti di arte rupestre, e avrebbero svolto una funzione speciale nel culto associato a questi antichi centri cerimoniali datati all’Età del Bronzo, fra il III e il II millennio a.C.; parrebbe avessero funzioni di mortai scavati nella roccia per la macinatura di ingredienti utili per il culto (Fábregas Valcarce, 2010, pp. 72-3). Tuttavia, trattandosi di buche sulla roccia disposte all’aria aperta, è possibile, come già suggerito da Guerra Doce (2006a, p. 222), che la presenza di questo alcaloide sia dovuto a contaminazioni successive; è difficile pensare che alcaloidi di piante solanacee possano essersi conservati per millenni all’interno di buche poco profonde soggette alla pioggia e alle intemperie.

Un ritrovamento più certo riguarda la presenza di quattro semi di Hyoscyamus sp. nel sito del Neolitico Medio della Hidden Valley, nell’Oasi di Farafra, nel deserto occidentale dell’Egitto. La datazione è compresa fra il VII e il VI millennio a.C. Due di questi semi erano presenti internamente a un foro riempito di ceneri in cui erano incluse rimanenze vegetali carbonizzate, un dato che fa sospettare una quale relazione causale e non accidentale dell’uomo con queste piante, incluso il giusquiamo (Fahmy, 2001).
Sempre in Egitto, nella necropoli sacra di animali di Saqqara sarebbero stati ritrovati resti di H. muticus con datazione incerta (Germer, 1985, p. 169). La medesima studiosa non ritiene che questa pianta abbia fatto parte della flora di interesse umano durante i periodi faraonici, visto anche il suo silenzio terminologico e iconografico (id., p. 169).

A parte i numerosi casi di ritrovamento di resti di giusquiamo in contesti archeologici antropici e la cui presenza è probabilmente accidentale – e che non vengono presi qui in considerazione –, cito alcuni contesti dove la sua relazione con l’uomo parrebbe essere maggiormente causale. E’ il caso del ritrovamento di resti di semi di Hyoscyamus niger nel sito neolitico francese del lago alpino di Chairvaux, con datazione a partire dalla seconda metà del III millennio a.C., venuti alla luce in un contesto antropico che ne ha suggerito l’utilizzo per scopi medicinali (o inebrianti) (Lundström-Baudais, 1984).

In una grotta sepolcrale di Calvari d’Amposta, Tarragona, sono stati ritrovati dei residui di birra insieme a iosciamina in una delle coppe (Beaker) che faceva parte dell’offerta votiva di un’inumazione (Guerra, 2006b). Il vaso, del tipo campaniforme internazionale, è stato datato a prima del 2340 a.C. (Esteve Gálvez, 1966).

Resti di una specie indeterminata di Hyoscyamus sono stati ritrovati negli strati dell’Età del Bronzo Tardo nel tumulo di Toumba, nei pressi del villaggio di Kastanas, situato nella valle del fiume Axios, in Macedonia, Grecia. Il contesto di ritrovamento di questi resti ha fatto ipotizzare che questa pianta venisse coltivata (Kroll, 1984).
In una tumulazione dell’Età del Bronzo del sito di Leobersdorf, in Austria, in una giara sono state ritrovate due manciate di semi di H. niger mischiati con piccole ossa e gusci di lumaca, quasi certamente un deposito rituale (Werneck, 1949, pp.71-2).
Nel sito di Lutomiersk-Koziówki vicino a Łódź, nella Polonia centrale, in tre pozzi antropici sono stati ritrovati semi di H. niger datati alla Tarda Età del Bronzo (Mueller-Bieniek et al., 2015).

Per i periodi più tardi, nel sito celtico di Hochdorf, a 15 km da Stuttgart, in Germania, datato al 600-400 a.C., sono venuti alla luce resti di una lavorazione della birra, con tanto di produzione di malto. Fra i campioni d’orzo sono stati ritrovati 15 semi di H. niger, evidenza di una loro intenzionale aggiunta come agente rinforzante l’effetto inebriante della birra. La pratica di aggiunge giusquiamo alla birra è nota nel corso del Medioevo germanico, al punto che fu regolamentata e limitata secondo precise direttive a Eichstätt nel 1507 e riportata da Tabernaemontanus (1731: 639). I termini beolene (inglese antico), bilisa (tedesco antico) e Bilsenkraut (tedesco), che indicano tutti il giusquiamo, originano dal celtico e sono in associazione con il dio Belenos (Stika, 1996, p. 87).
Nel sito inglese dell’Età del Ferro di Farmoor, nell’Oxfordshire, sono venuti alla luce quantità di resti di giusquiamo in tutti i depositi, tali da far sospettare una sua relazione antropica causale (Lambrick & Robinson, 1979, p. 114).

In un sito tardo-hallstattiano della Francia centrale, Mont Lassois in Vix, sono state ritrovate rimanenze di giusquiamo nero in associazione con strutture di argilla bruciata e di legno, tale da fare interpretare il luogo come un posto cerimoniale per lo svolgimento di riti speciali durante i quali venivano inalati i fumi di questa pianta (Otto & Kern, 2011).

Per quanto riguarda l’area danese e scandinava (in particolare la Svezia), si è generalmente ritenuto che il giusquiamo fosse stato importato dai monaci dei monasteri cattolici durante i periodi medievali. Tuttavia, un insieme di ritrovamenti retrodatano la sua presenza, causata quasi certamente dall’uomo, ai periodi della Prima Età del Ferro (500 a.C. – 400 d.C.), quindi ai medesimi periodi in cui si incontra nell’Europa d’oltralpe (Heimdahl, 2009).
Nella necropoli vacceo-romana di Las Ruedas di Pintia, ubicata vicino a Padilla de Duero, nella provincia spagnola di Castilla y León, sono state identificate tracce di iosciamina insieme a resti di birra in un kerno votivo associato ai resti crematori di un guerriero di 30-40 anni (tomba n. 50). Il reperto è stato datato al II secolo a.C. (Juans-Tresserras & Matamala, 2003). Dei vari kernos di questa necropoli sottoposti ad analisi bio-molecolare, sino ad oggi solo quello della tomba 50 ha dato risultati positivi alla iosciamina, mentre negli altri è stata individuata la sola presenza di birra o di vino (Mínguez et al., 2010).
In un deposito dell’Età del Ferro di detriti di fornace nel sito di Walton-le-Dale, nel Lancashire, in Inghilterra, sono stati ritrovati 211 semi di giusquiamo (83,1% dei contenuti vegetali del deposito), e svolgevano un probabile scopo medicinale (Veen, 1985: 5, rip. in Fenwick & Omura, 2015, p. 907).
Semi di giusquiamo in numero di 136, sempre impiegati per probabili scopi medicinali, sono venuti alla luce in una possibile farmacia della città romana di Novaesium, moderna Neuss, in Germania (Knörzer, 1967, pp. 67, 70).

Ricostruzione della tomba dell'ultima profetessa vichinga della Danimarca, in cui sono stati ritrovati semi di giusquiamo nero, fortezza danese di Frykat, 980 d.C. (da Pentz et al., 2009)

Ricostruzione della tomba dell’ultima profetessa vichinga della Danimarca, in cui sono stati ritrovati semi di giusquiamo nero, fortezza danese di Frykat, 980 d.C. (da Pentz et al., 2009)

Un caso tardo ma eloquente riguarda il ritrovamento, nella fortezza danese di Frykat, della tomba di quella che probabilmente fu l’ultima profetessa di corte del re Aroldo I di Danimarca, datata al 980 d.C. Nel corredo funebre sono stati ritrovati lacca e altre sostanze grasse, insieme a numerosi semi di giusquiamo nero (H. niger), originalmente probabilmente contenuti in un astuccio di pelle. La lacca e le altre sostanze grasse avrebbero potuto verosimilmente essere ingredienti per la fabbricazione di un unguento psicoattivo per l’attività profetica della volva (sacerdotessa o profetessa vichinga). Fu il medesimo re Arnoldo I, detto “dai denti blu”, che adottò il Cristianesimo durante il suo regno (Pentz et al. 2009).

Infine, per quanto riguarda l’Italia, resti di giusquiamo bianco (H. albus) sono stati ritrovati nel corso degli scavi di una villa pompeiana, con datazione al 79 d.C., in un curioso contesto, per il quale rimando a Piante psicoattive di Pompei.

 

Si vedano anche:

 

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ESTEVE ÁLVEZ FRANCISCO, 1966, La cueva sepulcral del “Calvari d’Amposta”, Pyrenae, vol. 2, pp. 35-50.

FÁBREGAS VALCARCE RAMÓN, 2010, Os petróglifos e o seu contexto: un exemplo da Galicia Meridional, Instituto de Estudios Vigueses, Vigo.

FAHMY A. G.-E., 2001, Palaeoethnobotanical studies of the Neolithic settlement in Hidden Valley, Farafra Oasis, Egypt, Vegetation, History and Archaeobotany, vol. 10, pp. 235-246.

FENWICK S.H. ROHAN & SACHIHIRO OMURA, 2015, Smoke in the eyes? Archaeological evidence for medicinal henbane fumigation at Ottoman Kaman-Kalehöyük, Kirşehir Province, Turkey, Antiquity, vol. 89, pp. 905-921.

GERMER RENATE, 1985, Flora des pharaonischen Ägypten, Verlag Philipp von Zabern, Maina am Rhein.

GUERRA DOCE ELISA, 2006a, Las drogas en la Prehistoria, Edicions Bellaterra, Barcelona.

GUERRA DOCE ELISA, 2006b, Sobre la función y el significado de la cerámica campaniforme a la luz de los análisis de contenidos, Trabajos de Prehistoria, vol. 63, pp. 69-84.

HEIMDAHL A. JENS, 2009, Bolmörtens roll i magi och medicin under den svenska förhistorien och medeltiden (The role of henbane in magic and medicine during Prehistory and the Middle Ages in Sweden), Fornvännen, vol. 104, pp. 112-128.

JUAN-STRESSERRAS JORDI & J.C. MATALAMA, 2003, Análisis de adobe, pigmentos, contenidos de recipientes, instrumental textile, material lítico de molienda y cálculo dental humano, in: C. Sanz Mínguez & J. Velasco Vázquez (Eds.), Pintia. Un oppidum en los confines orientales de la región vaccea. Investigaciones Arqueológicas Vacceas, Romanas y Visigodas (1999-2003), Universidad de Valladolid, Valladolid, pp. 311-322.

KNŌRZER KARL-HEINZ 1967. Untersuchungen subfossiler pflanzlicher Grossreste im Rheinland. Archaeo-Physika 2 (Beihefte der Bonner Jahrbücher 23), Köln, Böhlau.

KROLL HELMUT, 1984, Bronze Age and Iron Age agriculture in Kastanas, Macedonia, in: W. Van Zeist & W.A. Casparie (Eds.), Plants and Ancient Man. Studies in Palaeoethnobotany, A.A. Balkema Verlag, Rotterdam, pp. 243-246.

LAMBRICK GEORGE & MARK ROBINSON, 1979, Iron Age and Roman riverside settlements at Farmoor, Oxfordshire, Oxfordshire Archaeological Unit Report n. 32, Oxford.

LONG J. DEBORAH et al., 1999, Black-Henbane (Hyoscyamus niger L.) in the Scottish Neolithic. A Re-evaluation of Palynological Findings from Grooved Ware Pottery at Balfarg Riding School and Henge, Fife, Journal of Archaeological Science, vol. 26, pp. 45-52.

LONG J. DEBORAH et al., 2000, The use of henbane (Hyoscyamus niger L.) as a hallucinogen at Neolithic “ritual” sites: a re-evaluation, Antiquity, vol. 74, pp. 49-53.

LUNDSTRÖM-BAUDAIS KAREN, 1984, Paleo-ethonobotanical investigations of plant remains from a Neolithic lakeshore site in France: Clairvaux, Station III, in: W. Van Zeist & W.A. Casparie (Eds.), Plants and Ancient Man. Studies in palaeoethnobotany, A.A. Balkema Verlag, Rotterdam, pp. 293-305.

MÍNGUEZ SANZ CARLOS, FERNANDO ROMERO CARNICERO & CRISTINA GÓRRIZ GAÑAN, 2010, El vino en Pintia: nuevos datos y lecturas, in: F. Burillo Mozota (cur.), VI Simposio sobre los Celtiberos. Ritos y Mitos, Centro de Estudios Celtibéricos, Segeta, pp. 595-612.

MOFFAT B., 1993, An assessment of the residues on the Grooved Ware, in: G.J. Barclay & C.J. Russell-White (Eds.), Excavations in the ceremonial complex of the fourth to second millennium BC at Balfarg/Balbirnie, Glenrothes, Fife, Proceedings of the Society of Antiquaries of Scotland, vol. 123, pp. 108-110.

MUELLER-BIENIEK ALDONA et al., 2015, Useful plants from the site Lutomiersk-Koziówki near Łódź (central Poland) with special reference to the earliest find of Xanthium strumarium seeds in Europe, Journal of Archeological Science: Reports, vol. 3, pp. 275-284.

PENTZ PETER et al., 2009, Kong Haralds vølve, Nationalmussets Arbejdsmark, pp. 215-232.

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URBAN H OTTO & DANIELA KERN, 2011, Rauchen und Räucherungen in der Urzeit mit einem Fallbeispiel von Bilsenkraut aus Vix, Mitteilungen der Anthropologischen Gesellschaft in Wien, vol. 141, pp. 151-169.

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WERNECK L. HINRICH, 1949, Ur- und Frühgeschichtliche Kultur- und Nutzpflanzen in den Ostalpen und am Ostrande des Böhmerwaldes: 100 Jahre Ur- und Frühgeschichte des Pflanzen- und Waldbaues, 1847–1947, Wels, Ober-Ōsterreichische Landesverlag.

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