Archeologia del kava

Archaeology of kava
 
Ricercare la documentazione archeologica relativa al kava comporta innanzitutto chiarire a quale specie riferirsi, se alla sola specie addomesticata dall’uomo, Piper methysticum Forst., o se includere la specie selvatica da cui è originata quella addomesticata.

Da oltre un secolo si è sviluppata un’animata discussione sulle origini del P. methysticum e le ipotesi iniziali, che vedevano questa specie originata per opera dell’uomo in Indonesia o nell’India meridionale, o nella Melanesia occidentale,1 sono state sostituite da una più recente e credibile ipotesi che la vede originaria delle regioni settentrionali o centrali dell’arcipelago di Vanuatu, nella Melanesia sud-orientale (Lebot et al., 1997). Tale ipotesi si avvale delle moderne tecnologie nei campi della botanica, genetica, chimio-tassonomia, archeo-glottologia e archeologia.

Piper wichmannii C. DC. sembrerebbe essere la specie selvatica da cui originò P. methysticum, il quale è un clone sterile che ultimamente viene considerato un cultivar di P. wichmannii piuttosto che una specie a se stante. Il fatto che P. wichmannii sia una specie selvatica diffusa solamente in Melanesia, fa ritenere che questa sia la regione originaria dell’addomesticamento del kava.

Sebbene P. wichmannii sia dotata anch’essa di proprietà psicoattive, la sua ingestione provoca effetti collaterali spiacevoli, quali la nausea e il vomito, oltre ad avere un forte sapore amaro, tale da renderne difficoltosa l’assunzione. E’ stato comunque registrato un suo utilizzo come inebriante in alcune regioni, come nell’isola di Baluan dell’arcipelago dell’Ammiragliato (Ambrose, 1991: 467), nelle isole Maewo e di Pentecoste dell’arcipelago di Vanuatu (Lebot et al., 1986) e nell’area di Nomad di Papua (Brunton, 1989: 33); un dato che porta a considerare la specie selvatica come la fonte del kava più antica, e per questo motivo va inclusa nell’analisi dei dati archeologici e dell’antichità dell’uso del kava.

Nonostante oggigiorno il kava selvatico sia considerato dai più come inutilizzabile per via del sapore disgustoso e della nausea che ne accompagna l’assunzione, è possibile che nel passato queste caratteristiche – sapore e nausea – fossero apprezzate o comunque rientrassero fra le condizioni iniziatiche come prova di valore e di coraggio dei partecipanti. E’ del resto diffuso in Nuova Guinea e nella aree circostanti l’utilizzo di vegetali dal sapore fortemente ripugnante, il cui effetto principale è quello di indurre palpitazioni cardiache, nausea, vomito, perspirazione, e che vengono assunte come tali a dimostrazione di coraggio e di volontà (Ambrose, 1991). Anche un insieme di miti d’origine del kava raccolti fra le diverse popolazioni oceaniche riferiscono di un “kava degli antenati” da cui originò il kava utilizzato oggigiorno (Lebot et al., 1986).

Secondo Lebot et al. (1997: 53), verificato il popolamento relativamente recente della Melanesia orientale – Vanuatu compreso – da parte di popolazioni Austronesiane, l’addomesticamento di P. methysticum non dovrebbe essere più antico del 1200 a.C. Tuttavia, dato che la specie selvatica psicoattiva P. wichmannii è presente anche in Nuova Guinea e che, a differenza di Vanuatu, questa grossa isola è stata abitata dall’uomo a partire da almeno 40.000 anni fa (Groube et al., 1986), nulla esclude che l’impiego del kava selvatico come droga possa essere datato a molto prima del 1200 a.C. Semplicemente, al momento mancano reperti archeologici che lo dimostrino in maniera certa. La preparazione del kava richiede lo schiacciamento delle radici per potere essere messe a macerare in acqua, un fatto che implica l’utilizzo di mortai e pestelli o, con la tecnica dello sfregamento, di pietre lisce e sassi. La mancanza di questi reperti in periodi molto antichi non dimostra l’assenza dell’uso del kava, poiché era ed è tutt’ora diffusa una tecnica di lavorazione del kava che non richiede alcun strumento per lo schiacciamento delle radici, e cioè la pre-masticazione di queste prima di essere messe in acqua. Inoltre, è noto che il kava veniva un tempo assunto come droga psicoattiva mediante semplice masticazione delle radici con deglutizione del loro succo. Tutto ciò non esclude l’uso del kava selvatico presso le popolazioni preistoriche della Nuova Guinea.

La documentazione archeologica relativa al kava è alquanto scarsa. Per quanto riguarda le rimanenze materiali, a tutt’oggi si conosce un solo reperto precedente la nostra era, riguardante un frammento fossilizzato di un fusto di una specie di Piperacea, forse una specie di Piper, ritrovato nel sito della cultura Lapita di Talepakemalai, a Eloaua, un isolotto dell’arcipelago di Bismarck, e datato fra il 1600 e il 400 a.C. (Kirch, 1988). Campioni di kava (P. methysticum) sono stati ritrovati in alcuni siti archeologici con datazioni notevolmente più recenti, come ad esempio nel sito di Vaito’otia dell’isola di Huahine, appartenente all’arcipelago delle Isole della Società. Questo reperto è stato trovato insieme ad altri vegetali in un’abitazione adibita probabilmente a magazzino e datata a prima dell’850 d.C. (Sinoto, 1983: 59).

 

Pietra di basalto utilizzata per la lavorazione delle radici di kava. Sito preistorico di Lelu, isola di Kosrae, Micronesia, 1400 d.C. Foto di Mark Merlin (da Lebot et al., 1997, fig. 4.8, p. 105)

Pietra di basalto utilizzata per la lavorazione delle radici di kava. Sito preistorico di Lelu, isola di Kosrae, Micronesia, 1400 d.C. Foto di Mark Merlin (da Lebot et al., 1997, fig. 4.8, p. 105)

Volgendo l’osservazione sulla documentazione indiretta dell’uso del kava, in Nuova Guinea e nelle isole adiacenti sono stati ritrovati numerosi mortai di pietra preistorici, con caratteristiche ornamentazioni (sino ad oggi se ne contano oltre 120). Sono distribuiti fra le zone montuose di Papua Nuova Guinea occidentale – dove se ne è registrata la maggior concentrazione – e le isole dell’arcipelago Bismarck, in particolare in Nuova Britannia, Nuova Irlanda e Nuova Hannover. La parte interna di questi mortai ha un diametro medio di 10 cm e una profondità di circa 15 cm. E’ stato ipotizzato che questi mortai e pestelli servissero per macinare i frutti eduli di Castanopsis acuminatissima e di altri alberi della foresta pluviale (Bulmer, 1964), o che servissero per la preparazione del taro (Swadling, 1981: 50). Tuttavia, è stato fatto notare che la loro forma non appare adatta per la lavorazione del taro, e il grado di ornamentazione sarebbe indice di un loro impiego per motivi cerimoniali (Bulmer & Bulmer, 1964: 70). In alcuni scavi della Nuova Guinea frammenti di questi mortai sono stati datati mediante la tecnica del radiocarbonio fra il 3400 e il 1000 a.C. (cfr. es. Bulmer, 1973). Dato che questi caratteristici mortai e pestelli non sono stati incontrati fra i reperti archeologici di altre regioni all’infuori della Nuova Guinea e delle isole Bismarck, è probabile che la loro produzione sia stata abbandonata prima del 1500 a.C., data in cui iniziarono le migrazioni da quest’area della Melanesia verso territori più orientali. Per via di una significativa concordanza geografica fra la diffusione di questi mortai e pestelli e l’area di presenza della specie di kava selvatico, P. wichmannii, Ambrose (1991) ha suggerito la possibilità che questi oggetti venissero impiegati per la preparazione del “kava degli antenati”. Si può quindi provvisoriamente riconoscere per l’uso del kava una data certa ante quem del 1200 a.C., con un’evidenza indiretta ancora debole che raggiunge almeno il IV millennio a.C.

 

Sono stati ritrovati strumenti per la lavorazione del kava – in particolare mortai, pestelli, pietre piatte o concave atte alla triturazione delle radici – in diversi siti archeologici di età posteriori a quelle sopra citate. Ad esempio, nell’isola di Kosrae, nelle Caroline, in contesti abitativi sono stati ritrovate pietre per la triturazione del kava (chiamato saka in quest’isola) datate fra il XIII e il XV secolo d.C. (Cordy, 1981).

 

Le moderne tecnologie della spettrometria di massa permettono di individuare tracce dei kavalattoni – i principi attivi del kava – nei frammenti di vasellame e in altri reperti archeologici. I kavalattoni sono stati identificati con questa tecnica microanalitica in reperti archeologici delle isole Fiji – frammenti di vasellame, tazza di noce di cocco e frammento di teschio umano -, purtroppo non contestualizzati e vagamente datati a “numerosi secoli or sono” (Hocart et al., 1993).

 

Un’ulteriore prova indiretta dell’uso del kava si è basata sullo studio degli scheletri di inumazioni del sito archeologico di Sigatoka, nelle isole Fiji, datato al I secolo d.C. Negli scheletri degli individui maschi è stata riscontrata un’elevata incidenza di una degenerazione della giuntura mandibolare attribuibile alla continua masticazione delle radici del kava. Come sopra riportato, la pre-masticazione di queste radici era ampiamente diffusa come parte del processo lavorativo per ottenere la bevanda del kava, e nelle isole Fiji questo compito era esclusivo degli uomini (Visser, 1994).
 
Note

1 – Per una rivisitazione di queste ipotesi si veda Singh, 2004.

 

Si vedano anche:

Il kava, la droga del Pacifico

L’antica cerimonia del kava a Samoa

La moderna cerimonia del kava a Samoa

Il ruolo del kava nei rapporti omosessuali fra i Gebusi della Nuova Guinea

Mitologia del kava

Bibliografia su antropologia ed etnografia del kava

 

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AMBROSE WAL, 1991, Manus, Mortars and the Kava Concoction, In: A. Pawley (Ed.), Man and a Half: Essays in Pacific Anthropology and Ethnobiology in Honour of Ralph Bulmer, The Polynesian Society, Auckland, pp. 461-469.

BRUNTON RON, 1989, The Abandoned Narcotic. Kava and cultural instability in Melanesia, Cambridge University Press, Cambridge.

BULMER RALPH, 1964, Edible Seeds and Prehistoric Stone Mortars in the Highlands of East New Guinea, Man, vol. 64, pp. 147-150.

BULMER SUSAN, 1973, Notes on 1972 Excavations at Wañlek, University of Auckland, Auckland.

BULMER SUSAN & RALPH BULMER, 1964, The Prehistory of the Australian New Guinea Highlands, American Anthropologist, vol. 66(4), pp. 39-76 + 309-322.

CORDY ROSS, 1981, Archaeological research on Kosrae (Eastern Caroline Island), Bulletin of the Indo-Pacific Prehistory Association, vol. 3, pp. 129-134.

GROUBE L. ET AL., 1986, A 40,000-year-old Human Occupation Site at Huon Peninsula, Papua New Guinea, Nature, vol. 324, pp. 453-455.

HOCART H. CHARLES, BARRY FANKHAUSER & DAVID W. BUCKLE, 1993, Chemical Archaeology of Kava, a Potent Brew, Rapid Communications in Mass Spectrometry, vol. 7, pp. 219-224.

KIRCH P.V., 1988, The Talepakemalai Lapita site and Oceanic prehistory, National Geographic Research, vol. 4, pp. 328-342.

LEBOT VINCENT, PIERRE CABALION & JOËL LÉVESQUE, 1986, Le kava des ancêtres est-il l’ancêtre du kava?, Journal of the Vanuatu National Science Society, vol. 23, pp. 1-11.

LEBOT VINCENT, MARK MERLIN & LAMONT LINDSTROM, 1997, Kava, the Pacific Elixir, Healing Arts Press, Rochester.

SINGH N. YADHU, 2004, Botany and Ethnobotany of Kava, in: Y.N. Singh (Ed.), Kava. From Ethnology to Pharmacology, CRC Press, Boca Raton, pp. 50-75.

SINOTO H. YOSIHIKO, 1983, An analysis of Polynesian migrations based on the archaeological assessments, Journal de la Société des Océanistes, vol. 39, pp. 57-67.

SWANDLING PAMELA, 1981. Papua New Guinea’s Prehistory: An Introduction, National Museum and Art Gallery, Boroko.

VISSER P. EDWARD, 1994, Skeletal Evidence of Kava Use in Prehistoric Fiji, Journal of the Polynesian Society, vol. 103(3), pp. 299-317.

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