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Le piante magiche nella letteratura classica
The magic plants in the Classic literature
La letteratura e l’arte greca danno risalto a vegetali e bevande inebrianti associati a divinità, eroi o personaggi estatici mitici. Oltre al ciceone eleusino vanno ricordati:
I fumi inebrianti inalati dalla profetessa (Pizia) dell’Oracolo di Delfi. Per pronunciare i suoi vaticini, la profetessa sedeva su un tripode sotto al quale venivano fatte bruciare determinate erbe, i cui fumi la mettevano in uno stato di possessione divina, posseduta dalla divinità di Delfi, Apollo (Holland, 1933).
Gli autori antichi indicano l’alloro come pianta oracolare di Apollo, ma è probabile che fra i fumi inalati dalla Pizia vi fossero anche quelli del giusquiamo (Hyoscyamus spp.) (Rätsch, 1987).
Apollo seduto sul tripode. I grandi anelli erano usati dalla Pizia (la profetessa dell'oracolo di Delfi) per sorreggersi mentre vaticinava in uno stato di transe indotto dall'inalazione dei fumi di piante psicoattive prodotti sotto al tripode (da Vandemberg, 1979)
La famosa erba moly descritta da Omero: “La radice era nera, al latte simile il fiore, moly la chiamano i numi. Strapparla è difficile per le creature mortali, ma gli dei tutti possono” (Odissea, 10, 304-6).
Nell’epopea omerica il dio Ermete offrì questa pianta a Ulisse come prevenzione contro le magie di Circe. Il problema dell’identificazione dell’erba moly ha fatto scorrere fiumi di inchiostro fra gli autori antichi e moderni.
Plinio la identificava con l’alicacabo, una pianta soporifera. Le identificazioni più diffuse riguardavano la mandragora e la ruta siriaca (Peganum harmala), piante entrambe dotate di effetti psicoattivi (Rahner 1945 e 1957).
Un’altra enigmatica pianta omerica è il nepente, descritto per la prima volta da Omero come “un farmaco che l’ira e il dolore calmava, oblio di tutte le pene” (Odissea, 4. 220-2).
Nell’epopea, Elena, moglie di Menelao, versa di nascosto questa pianta al vino che viene offerto agli addolorati partecipanti di un convitto. Questa pianta “che dissipa il dolore” è stata ripetutamente identificata con il papavero da oppio.
Il complesso mitologico associato all’erba di Glauco, una pianta o un insieme di piante che rientrano nella classe delle erbe dell’immortalità, che resuscitano i morti e che ridanno giovinezza.
Esistono numerose varianti del mito di Glauco. In una di queste Glauco è un pastore che, avendo visto un pesce da lui catturato riprendere vigore o vita dopo avere gustato una certa erba, volle assaggiarla, impazzì e si gettò in mare (per il fatto che era divenuto immortale e non poteva quindi più morire ma solamente invecchiare all’infinito).
In un’altra variante del mito, un indovino vede un serpente morto resuscitare in seguito al contatto con una certa erba; l’indovino allora utilizza la medesima erba per resuscitare il bambino Glauco.
In un’altra variante ancora Glauco sarebbe stato ucciso dalle sue cavalle, impazzite per avere mangiato una certa erba (Paladino, 1978).
L’alimos, superalimento vegetale di cui si nutrivano personaggi estatici (iatromanti o entheoi) quali Pitagora, Epimenide e Abari. Nel caso di Epimenide la tradizione vuole che dormisse per 57 anni nella caverna di Zeus e che si mantenesse in vita cibandosi esclusivamente della pianta alimos, assumendola in quantità piccole come un’oliva.
Per mantenersi in vita anche Empedocle consumava piccole quantità di alimos e ciò gli permise di raggiungere una veneranda età (Couliano, 1986).
Le piante visionarie di Plinio. Gaio Plinio Secondo, nella sua opera monumentale Historia Naturalis, fa riferimento a numerose piante dalle proprietà visionarie, di origine greca o comunque note ai Greci. Nel libro XXIV egli ne elenca una serie dai nomi oscuri e di difficile identificazione botanica:
L’aglaophotis è usata dai Magi quando vogliono evocare gli dèi.
L’achemenide viene somministrata ai malviventi per fare confessare sotto supplizio le loro colpe: in preda all’allucinazione si vedono comparire davanti figure di varie divinità.
Il gelotophyllis preso in pozione di mirra e vino fa avere visioni di ogni genere e causa un riso irrefrenabile.
La thalassoegle causa il delirio e fa avere allucinazioni.
La ophiusa fa comparire in allucinazioni visioni di serpenti tanto terrificanti e minacciose, che chi ne sia preda viene indotto al suicidio; perciò sono condannati a berla i colpevoli di sacrilegio.
La hestiateris prende il nome dal banchetto (in greco hestía), perché causa effusioni di ilarità. E’ chiamata anche dionysonymphas perché si accorda bene con il vino (Hist.Nat., XXIV, 160-165).
ALIOTTA G. et al., 1994, Le piante narcotiche e psicotrope in Plinio e Dioscordie, Annali dei Musei Civici di Rovereto, vol. 9, pp. 99-114.
COULIANO I.P., 1986, Esperienze dell’estasi dall’Ellenismo al Medioevo, Laterza, Bari.
HOLLAND B. LEICESTER, 1933, The Mantic Mechanism at Delphi, American Journal of Archaeology, vol. 37, pp. 201-214.
MOISAN M., 1990, Les plantes narcotiques dans le Corpus hippocratique, in: AA.VV., La maladie et les maladies dans la Collection hippocratique, Actes VI° Colloque International Hippocratique, Québec, 28 september-3 october 1987, Québec, pp. 381-383.
PALADINO I., 1978, Glaukos o l’ineluttabilità della morte, Studi Storico Religiosi, vol. 2, pp. 289-303.
RAHNER HUGO, 1945, Die Seelenheilende Blume. Moly und Mandragore in antiker und christlicher Symbolik, Eranos Jahrb., vol. 12, pp. 117-239.
RAHNER HUGO, 1957, Miti greci nell’interpretazione cristiana, Il Mulino, Bologna.
RÄTSCH CHRISTIAN, 1987, Der Rauch von Delphi. Eine ethnopharmakologische Annäherung, Curare, vol. 10, pp. 215-228.
RÄTSCH CHRISTIAN, 1995, Die Alraune in der Antike, Annali dei Musei Civici di Rovereto, vol. 10, pp. 249-296.
RUCK C.A.P., 1976, On the sacred names of Iamos and Ion: ethnobotanical referents in the Hero’s parentage, The Classical Journal, vol. 71, pp. 235-252.
RUCK C.A.P., 1982, The Wild and the Cultivated: Wine in Euripide’s Bacchae, Journal of Ethnopharmacology, vol. 5, pp. 231-270.
RUCK C.A.P., 1995. “Gods and Plants in the Classical World” in: R.E. Schultes & S. von Reis (Eds.), Ethnobotany: Evolution of a Discipline. London & New York, Chapman & Hall, pp. 131-143.
STANNARD J., 1962, The plant called moly, Osiris, vol. 14, pp. 254-307.
VANDEMBERG P., 1979, Oracoli, Longanesi, Milano.