I Misteri Eleusini nei reperti archeologici

The Eleusinian Mysteries in the archaeological findings

Il “Grande Rilievo di Eleusi”. Museo Nazionale di Atene

Per quanto riguarda le rappresentazioni artistiche inerenti i Misteri Eleusini, si distinguono qui i reperti ritrovati a Eleusi in seguito agli scavi archeologici e quelli appartenenti ad altre aree geografiche e culturali.

Nel primo caso, uno dei documenti più importanti è il cosiddetto “Grande Rilievo di Eleusi”, ora conservato al Museo Nazionale di Atene. Gli studiosi vi vedono raffigurato un giovane Trittolemo in mezzo alle due dee eleusine. Demetra, con uno scettro in mano, gli consegna i semi di cereali che gli serviranno per diffondere la cerealicoltura in giro per il mondo. Persefone è raffigurata con una torcia. Il bassorilievo è datato al periodo pericleo, fra il 450 e il 430 a.C. e secondo Mylonas 1961: 189) poteva essere stato appeso a una delle pareti del Telesterion o dell’Anaktoron.

Un altro importante reperto archeologico eleusino riguarda una stele marmorea alta circa 80 cm., raffigurante Demetra seduta sul trono che tiene nella mano sinistra uno scettro e in quella destra tre spighe di grano. Di fronte alla dea è raffigurata una figura femminile in piedi che tiene fra le mani delle torce accese. Entrambe le figure sono scalze. Mentre non vi sono dubbi sull’identità della figura seduta, che rappresenta Demetra, sono state proposte differenti interpretazioni circa l’identità della seconda figura femminile, di cui la più frequente la vede come Core-Persefone. Altri vi hanno visto una sacerdotessa (es. Ruhland, 1901: 60), mentre Mylonas (1961: 192) ha optato per la dea Ecate. Questa stele è stata datata attorno al 480 a.C.

Stele con raffigurazione di Demetra seduta su un trono. Museo Archeologico di Eleusi (da Mylonas, 1961, fig. 67)

Altro famoso documento artistico eleusino riguarda la cosiddetta “tavoletta di Niinnion”, dipinta con la tecnica a figure rosse e datata alla prima metà del IV secolo a.C. Larga 32 cm e in forma di tempio, è stata ampiamente discussa da numerosi studiosi (per una estesa discussione si veda Mylonas, 1961: 213-221), i quali si sono trovati discordi sul numero di scene rappresentate – da una a tre -, pur essendosi trovati tutti concordi sulla natura dei temi rappresentati, inerenti certamente i Misteri Eleusini. Ai quattro angoli della tavoletta furono praticati dei fori, con lo scopo di appenderla, probabilmente su una delle pareti del tempio eleusino. Alcune iscrizioni alla base della tavoletta fanno intendere che si tratti di una dedica alle due dee eleusine fatta costruire da una donna di nome Niinnion in seguito alla sua partecipazione ai Misteri. Questa donna sarebbe rappresentata dipinta in bianco in tutte le tre scene che compongono la tavoletta. Mylonas (1961: 220) riassume come segue l’interpretazione dell’intera tavoletta:

“Nel campo principale sono dipinte due scene: quella superiore rappresenta un rito preliminare celebrato nel corso dei Piccoli Misteri; quella inferiore vi è rappresentato un rito affine celebrato nel corso de Grandi Misteri. In entrambe abbiamo la presentazione della mystai alla dea del culto, a Demetra, ed entrambe illustrano il kernophoria, o il portare il kernos, che sembra aver fatto parte dei riti preliminari nei Piccoli così come nei Grandi Misteri. La presenza di Iacco nella scena inferiore sembra indicare che il rito nei Grandi Misteri veniva svolto alla fine della processione e segnava la fine della marcia da Atene a Eleusi, rimasta così famosa nell’antichità; quindi il rito aveva luogo prima della telete, la vera e propria iniziazione nel Telesterion. [Il kernophoria] faceva parte dei riti pubblici e poteva quindi essere rappresentato in un’opera artistica esposta alla vista, quindi non svelava i segreti. Similmente il rito della scena superiore non era segreto e poteva quindi essere raffigurato nell’arte”.

Tavoletta di Ninnion, ritrovata a Eleusi (immagine da wikipedia)

Sempre secondo Mylonas, la scena del frontone nel triangolo superiore sarebbe una rappresentazione del pannychis, cioè la festa notturna che seguiva l’arrivo dei mystai a Eleusi. Nella scena inferiore, relativa ai Grandi Misteri, sono dipinti alcuni fiori e rosette, che sarebbero da interpretare – sempre secondo questo studioso – come fiori di papavero.

Rimanendo a Eleusi, la porta Nord del santuario eleusino, costruita nel primo periodo romano, è nota come Propilei Minori. La principale caratteristica artistica di questa costruzione della Roma repubblicana consiste in due colossali statue di Cariatidi, di cui si sono conservate le parti inferiori. Una di queste, la meno preservata, è ora conservata presso il Museo Fitzwiliam di Cambridge (Inghilterra), mentre l’altra si trova nel Museo di Eleusi. Scolpite in marmo pentelico, raffigurano due vergini che portano sulla loro testa la cista mistica.

Una delle due Cariatidi proveniente dai Propilei Minori del santuario eleusino e attualmente conservata presso il Museo di Eleusi (a sinistra da Mylonas, 1961, fig. 56; a destra da Wasson et al., 1998, fig. 10)

Mylonas (1961: 159-60) ne offre la seguente descrizione:

“La cista è di forma cilindrica e reca in rilievo altamente decorativo gli emblemi del culto di Demetra: spiga di frumento, il papavero, il kerno munito di coperchio, specifico del culto, fiancheggiato da rosette di piccoli fiori reminiscenti del fiore di melograno, una cornice rappresentante forse il Bacco, simbolo dei Misteri, fatto di foglie di mirto legate insieme da fili di lana (i rettangoli distanziati fra le foglie essendo la rappresentazione stilizzata dei fili), una cornice di grani e rocchette, e attorno alla base della cista una cornice di nastro e punto ondulato interrotto ai lati da una foglia di acanto. La parte distrutta della cista era forse coperta da viticci e foglie di acanto. Le vergini indossano il chitone [tunica] senza maniche decorato con di fronte con un gorgoneo.”

Per quanto riguarda le rappresentazioni artistiche relative ai Misteri Eleusini non direttamente associate al santuario eleusino, numerosi sono i reperti databili al periodo romano, spesso riproduzioni di originali greci andati perduti. Le scene più frequenti sono quelle che rappresentano l’iniziando nell’atto di sacrificare un maialino con accanto un sacerdote del culto; questo con una mano versa da una brocca del liquido sul maialino e nell’altra mano tiene un vassoio con certi oggetti; l’iniziando seduto su una sedia e sopra alla pelle di un ariete, coperto da un lenzuolo, mentre accanto una sacerdotessa del culto tiene fra le mani e sopra l’iniziando un vaglio; le due dee, Demetra seduta su un trono o su una cista, la figlia in piedi, entrambe tengono in mano fiaccole accese e un serpente si avvolge attorno a Demetra, mentre l’iniziato, col volto scoperto, gli accarezza la testa. Gli oggetti rappresentati sul piatto del sacerdote che sacrifica il maialino hanno spesso una forma ovale e sono per lo più interpretate dagli studiosi come “uova misteriche” (cfr. Bachofen, 1859). In almeno un caso hanno una forma fungina (cfr. oltre).

sx: Processione di calathos ad Alessandria d’Egitto raffigurata su una moneta del periodo dell’imperatore Traiano; dx: Cista eleusina decorata con la scena mitologica del rapimento di Core da parte di Ade; su una moneta del periodo dell’imperatore Adriano (da Picard, 1951, p. 359, fig. 1 e p. 361, fig. 2)

In alcune monete provenienti da Alessandria d’Egitto del periodo della Roma imperiale sono raffigurate delle ciste e dei kalathos. In una moneta è rappresentata una “processione del kalathos“, nella quale un kalathos di grandi dimensioni è trasportato su un carro trainato da quattro cavalli. Questo tipo di processione non avveniva a Eleusi, bensì era specifico dei culti demetriaci di Alessandria e dell’Anatolia (Picard, 1951).

In un’altra moneta alessandrina è rappresentata una cista ornata di un rilievo in cui è raffigurato il rapimento di Persefone da parte di Ade (Plutone). In queste monete, ciste e kalathos sono generalmente colmi di vegetali, frutti, fra cui uva, pigne, fiori; spesso si riconoscono della capsule di papavero.

Patera di Aquileia, in argento. Vi è raffigurata l'iniziazione ai Misteri Eleusini di un imperatore romano (da Picard, 1951, Tav. I, f. 1)

Patera di Aquileia, in argento. Vi è raffigurata l’iniziazione ai Misteri Eleusini di un imperatore romano (da Picard, 1951, Tav. I, f. 1)

Anche nella patera d’argento di Aquileia, di epoca imperiale, nel kalathos vi sono ornamentazioni in bassorilievo con il tema del rapimento di Persefone e appare ricolmo di oggetti, fra cui è riconoscibile una capsula di papavero. In questa patera è rappresentata l’iniziazione di un imperatore romano. Seguendo l’interpretazione di Picard (1951), egli è raffigurato con il volto estasiato e nell’atto di prendere un po’ di chicchi da un piatto che gli viene teso da un fanciullo (un bacchoi); dietro a questo se ne intravede un altro che tiene in mano un altro piatto pieno anche questo di chicchi. Dietro ai fanciulli si trova una cista ricolma di frutti, fra i quali si riconosce un grappolo d’uva.

 

L’Urna Lovatelli e il sarcofago di Terra Nova

Lungo la superficie esterna della cosiddetta “Urna Lovatelli” – un vaso funebre di marmo alto e largo circa 30 cm – sono riprodotte in sequenza alcune fasi dell’iniziazione di un personaggio – probabilmente Ercole – ai Misteri delle due dee. L’iniziazione di questo eroe greco era un tema frequente dell’arte funeraria antica.

Urna Lovatelli. Museo Nazionale Romano (da Lovatelli, 1879)

L’Urna Lovatelli fu scoperta nel corso di scavi archeologici del XIX secolo presso Porta Maggiore a Roma, in un sepolcreto datato ai primi periodi dell’Impero ed è una copia romana di una tipica iconografia greca. In una delle tre scene, uno ierofante versa con una mano del liquido sul maialino che sta per essere sacrificato, mentre nell’altra mano regge un piatto sul quale sono evidenziati tre oggetti, che furono interpretati da Ersilia Lovatelli (1879: 5) come capsule di papavero da oppio. Secondo Ruck, lo spessore degli “steli” che sorreggono le capsule è eccessivamente grosso e la forma di questi tre elementi vegetali appare più vicina a quella di un fungo (Ruck, in Wasson et al., 1978: 105). Va aggiunto che anche la parte superiore di questi elementi, quella interpretata come “capsula”, possiede una forma sferica liscia, priva di quei particolari della forma della capsula del papavero da oppio – quali il disco stigmatico –, così abilmente riprodotti in altre opere artistiche greche. Nell’arte greca e in quella precedente minoico-micenea il papavero da oppio è sempre stato raffigurato con dovizia di particolari, anche in quei casi in cui la capsula che si voleva rappresentare aveva dimensioni inferiori a quelle degli oggetti dell’Urna Lovatelli (ma non si deve dimenticare che l’Urna Lovatelli è di fattezza romana e quindi priva dell’originalità e finezza artistica di dettagli delle opere originarie greche). Tuttavia, Ruck lascia aperta anche la possibilità che gli oggetti in questione – così come quelli presenti sul bassorilievo del cosiddetto “sarcofago di Terra Nova”, che riproduce un’affine tematica eleusina – intendano rappresentare delle torte di qualche tipo. Questo sarcofago, in marmo pentelico e lungo 130 cm., fu scoperto nel 1903 durante gli scavi di una villa romana e riproduce anch’esso – come l’Urna Lovatelli – uno stile iconografico greco del IV secolo a.C. (si veda Rizzo, 1910).

Disegno del bassorilievo frontale del sarcofago di Torre Nova (da Mylonas, 1961, fig. 84)

Particolare del sarcofago di Torre Nova (da Rizzo, 1910, fig. 19, p. 157)

A tal riguardo, è stato evidenziato un passo di Ateneo (III, 113), in cui è descritto un pane fatto con semi di papavero da oppio, modellato nella forma di un fungo (Merlin, 1984: 230). Questo passo, piuttosto che avvalorare l’interpretazione delle immagini qui discusse come capsule (frutti) di papavero da oppio, ne potrebbe rafforzare proprio l’interpretazione micologica: il fatto che, in un contesto iniziatico, dei pani siano modellati secondo la forma di un fungo, non può essere casuale, e neppure secondario (Samorini e Camilla, 1994: 318).

Per Kerényi (1991: 55) gli oggetti del sarcofago di Torre Nova riguardano dei pelanoi, cioè delle focacce dalla forma arrotondata. Sempre a proposito dell’Urna Lovatelli, è significativa la considerazione di Ruck che nel bassorilievo “le due fasi dell’iniziazione sono entrambe associate a una pianta, i Misteri Minori con le piante presenti sul piatto dello ierofante e i Grandi Misteri con i chicchi del vaglio” (Ruck, in Wasson et al., 1978: 105).

Recentemente, Heinrich et al., 1999 hanno ipotizzato che gli oggetti della scena riprodotta nel sarcofago di Terra Nova possano rappresentare cappelli di agarico muscario. Ma questi studiosi continuano a ritenere improbabile che l’enteogeno eleusino collettivo – quello dei Grandi Misteri – fosse un tale fungo, in quanto sarebbe stato difficile fornirne una quantità così grande da soddisfare la folla di iniziati, e gli effetti fisiologici collaterali si sarebbero fatti certamente sentire su un numero così elevato di persone. Per Ruck l’agarico muscario poteva essere l’enteogeno usato nei Piccoli Misteri dallo ierofante e dalla “Regina” nel corso del loro accoppiamento simbolico (si veda I Piccoli e i Grandi Misteri Eleusini) E’ importante sottolineare che per alcuni studiosi, fra i quali Picard (1951), le rappresentazioni dell’Urna Lovatelli e del sarcofago di Torre Nova sono di ispirazione alessandrina e non eleusina, ovvero si rifanno ai culti demetriaci di Alessandria d’Egitto e non ai Misteri Eleusini propriamente attici.

Per Mylonas (1961: 208) – che non da mai spazio alla possibilità che qualunque rappresentazione artistica dei Misteri Eleusini metta in evidenza parte dei riti segreti eleusini – sia l’Urna Lovatelli che il sarcofago di Torre Nova possono al massimo illustrare le fasi preliminari dell’iniziazione ai Piccoli Misteri.

Il bassorilievo di Farsalo

Bassorilievo di Farsalo. Museo del Louvre, Parigi

Questo bassorilievo proveniente da Farsalo (Tessaglia, Grecia), fu ritrovato nel 1863 dalla Missione Heuzey e Daumet ed è datato alla seconda metà del V secolo a.C. Attualmente è conservato presso il Museo del Louvre a Parigi.1 Si tratta di una stele votiva di marmo associata a una inumazione di due sorelle e si è giustamente pensato che la raffigurazione nella stele di due figure femminili fosse da associare alle due donne inumate. Ma è apparsa subito evidente anche l’analogia con le due dee eleusine, considerando anche il fatto che Persefone è una divinità infera. Le due figure femminili sono nell’atto di mostrare o di scambiarsi alcuni oggetti, interpretati per lo più come fiori (Perdrizet, 1900; Baumann, 1993).

Secondo la scheda didascalica che accompagna l’esposizione del reperto nel Museo del Louvre le due figure femminili terrebbero fra le mani “fiori di papavero, o di melograno, e forse un sacchetto di chicchi”. In realtà, l’oggetto tenuto nella mano dalla figura posta alla destra della scena (apparentemente Persefone, dall’aspetto più giovanile, nel caso si trattasse di una raffigurazione delle due eleusine) evoca più facilmente la forma di un fungo, piuttosto che quella di un fiore. Anche il modo in cui l’oggetto è tenuto in mano, stringendo fra le due dita la parte inferiore del suo “gambo”, ricorda quello con sui si è soliti tenere un fungo fra le dita, con lo scopo di renderlo visibile.

Il primo autore che avanzò l’interpretazione micologica di questo documento fu Robert Graves, nel suo Food for Centaurs nel 1956, dove tuttavia non ne presentò un’immagine (stando alla versione spagnola del 1994). Dalla sua osservazione del reperto egli ne concluse che “l’agarico muscario è all’origine dell’ispirazione profetica nei Misteri di Eleusi” (Graves, 1994: 92).2

Chi scrive ha discusso in forma preliminare questo documento in altre sedi.3 Nel bassorilievo si possono distinguere tre mani che impugnano ciascuna un oggetto. Il primo oggetto, il più in alto nel rilievo e impugnato da Persefone, ha la forma di un fungo, come quella di una specie di Psilocybe o, meglio ancora, di un Panaeolus. Il secondo oggetto, impugnato da Demetra, è il medesimo oggetto, il medesimo fungo, ma è impugnato in maniera inclinata e appare rotto. Graves (1984: 92) suggeriva che non è rotto, bensì il pezzo di cappello mancante è stato volutamente non scolpito in quanto inteso mangiato da Demetra. Ma Graves, come Wasson e Ruck, avevano discusso questo reperto sulla sola osservazione di fotografie.

Un’attenta osservazione diretta del bassorilievo, nella sala del Museo del Louvre dove è esposto, avvenuta nel novembre del 1998, ha tolto ogni dubbio in chi scrive sul fatto che quel pezzo di “cappello” mancante si è accidentalmente rotto e non manca intenzionalmente. Ruck, dopo aver seguito per lungo tempo l’interpretazione che vede questi oggetti come dei fiori, più precisamente delle rose, sembra essersi infine convinto che si tratti di funghi (Ruck, 1999). In effetti, non esiste alcuna varietà di rosa, né una parte di una rosa, che ricordi la forma delineata nel reperto.

Ma il vero enigma di questa scena risiede nel terzo oggetto impugnato da Demetra nella sua mano sinistra. In precedenza (Samorini, 1998, 2000) era stato osservato che, se i primi due oggetti rappresentano funghi psicoattivi, cioè se rappresentano una chiave psicofarmacologica, è ipotizzabile che anche il terzo oggetto rappresenta una chiave psicofarmacologica, di lettura immediata per gli iniziati quanto quella dei primi due oggetti. Quindi, saremmo in presenza di due chiavi psicofarmacologiche: un fatto che risulta evidente osservando la struttura e l’evoluzione dei Misteri Eleusini.

Per quanto riguarda l’enigmatico terzo oggetto impugnato da Demetra, sino ad oggi non è stata trovata una risposta soddisfacente. Oltre alla rosa o a un più generico “fiore”, alcuni studiosi hanno proposto un fallo, un sacchetto di semi o anche un sacchetto contenente astragali di pecora. Un fallo è alquanto improbabile; gli artisti greci non hanno mai rappresentato il fallo in questa maniera, pur essendo maestri nelle raffigurazioni falliche).

Graves ha interpretato questo oggetto come una borsa di cuoio, “come quelle che si utilizzavano per custodire dadi profetici” (Graves, 1994: 92), ma l’uso di dadi profetici o di altre pratiche divinatorie è sconosciuto nei Misteri Eleusini. Ruck (1998) ci vede il simbolo della “old religion”, precedente alla riforma cui è stato a un certo punto soggetto il culto eleusino. Più recentemente, egli ha ipotizzato che si tratti di una bisaccia di cuoio (pera in greco antico) di tipo affine a quella utilizzata da Perseo per nascondervi la testa di Medusa (la quale non sarebbe altro che una metafora mitologica fungina, cfr. Heinrick et al. 1999). Quindi, nel bassorilievo le due dee avrebbero estratto i due funghi dalla bisaccia. Ma Ruck non abbandona nemmeno l’ipotesi sostenuta a suo tempo da Graves e Wasson che da quella pera si vede emergere un serpente (ibid.).

In seguito all’osservazione diretta del reperto, è opinione di chi scrive che non vi sia raffigurato alcun serpente e che non sia possibile formulare ipotesi interpretative sul bassorilievo di Farsalo attraverso l’osservazione di sole fotografie del reperto. In quel terzo oggetto è rappresentato un elemento importante per l’individuazione dell’enteogeno eleusino originale. Al congresso di San Francisco, tenutosi nell’ottobre del 1996, è stata avanzata l’ipotesi che si tratti della rappresentazione di un pane di una forma particolare (Samorini, 1996).

A complicare ulteriormente la faccenda, originalmente nel bassorilievo erano rappresentati anche l’avambraccio e la mano sinistra di Persefone, lungo il lato inferiore del bassorilievo, che appare qui scheggiato. Questa mano teneva un ulteriore oggetto – il quarto dell’intera scena –, di cui è rimasta visibile solamente la parte superiore. Per Perdrizet, che scriveva nel 1900, si tratta di piccole ossa, nello specifico di astragali, che venivano usati nell’antica Grecia a mo’ di dadi nei giochi d’azzardo, e di cui tre si distinguerebbero ancora nel frammento di mano. L’oggetto arrotondato enigmatico tenuto da Demetra sarebbe quindi un astuccio utilizzato per contenere gli astragali. Chi scrive propende maggiormente per la rappresentazione di un fiore ripreso dall’alto, con un piccolo centro circolare e con i grandi petali attorno; anche Heuzey, l’archeologo che riportò alla luce la stele di Farsalo, era dell’opinione che si trattasse di fiori.4

La presenza del quarto motivo, probabilmente floreale, complica ulteriormente l’interpretazione etnobotanica e psicofarmacologica della scena, che rimane aperta a diverse soluzioni. L’aspetto più sconcertante ed enigmatico del bassorilievo di Farsalo risiede nel livello di profanazione dei Misteri associato a quella scena.

Viene da domandarsi come sia possibile che le chiavi psicofarmacologiche dei Misteri Eleusini, i “Segreti dei Segreti”, di cui qui sembrerebbe esservi riprodotta addirittura la storia “stratigrafica”, abbiano potuto essere rappresentate in maniera così palese? Poiché, se alcuni di quei quattro oggetti tenuti fra le mani dalle due dee possono risultare per noi ancora incomprensibili, il loro significato era palese all’osservatore di quei tempi antichi. Siamo di fronte a una scena estremamente realistica. Anche Ruck ha qualche difficoltà ad accettare un siffatto caso e per questo ha messo in dubbio che nella scena siano rappresentate le due dee eleusine e ch’essa riguardi quindi argomenti di natura misterica (Heinrick et al., 1999). Eppure, la rappresentazione di due figure femminili non divine che tengono in mano dei funghi sarebbe ancora più difficile da interpretare e da accettare. E se di due divinità si tratta, esse non possono riguardare altro che “le due dee”, come venivano comunemente appellate Demetra e Persefone-Core.

Per Perdrizet (1900), questa stele apparterrebbe a una tipologia intermedia, da un punto di vista concettuale, fra le stele funebri dove i defunti sono raffigurati in toto come divinità e quelle attiche d’epoca classica dove i defunti sono raffigurati in scene umane familiari. Questa sistematizzazione come “intermedia” giustificherebbe la presenza degli astragali poiché le due defunte ne sarebbero state delle appassionate giocatrici, congiuntamente all’associazione allegorica delle due sorelle defunte con le due dee eleusine; una tesi non molto convincente, che termina con un’affermazione categorica discutibile: “Le due giocatrici d’astragali non significano alcunché di simbolico” (ibid., :360).

 

Si vedano anche:

 

Note

1 – N. 701, con titolo “L’esaltazione del Fiore” nella catalogazione del Museo.

2 – Fatto curioso, Graves sottopose questo reperto all’attenzione di R.G. Wasson già dal lontano 1957, che equivale a dire che Wasson era a conoscenza di questo documento una ventina d’anni prima ch’egli e collaboratori proponessero l’ergot come enteogeno eleusino (si veda Le ipotesi sugli inebrianti eleusini). Ma non lo discusse nei suoi scritti. Dal carteggio Graves-Wasson risulta che i due studiosi si scambiarono commenti sul bassorilievo di Farsalo negli anni 1957 e 1958 e che Wasson scrisse che questi oggetti tenuti in mano dalle due dee “non rappresentano un fiore: tutti sono d’accordo con ciò” (Forte, 1998). In effetti Graves riportò che Wasson propendeva anch’egli per l’interpretazione micologica del bassorilievo di Farsalo, ma che “essendo più cauto di me, egli dubita prima di pronunciarsi su una questione così importante, sino a che non ha il consiglio degli esperti” (id., 1994: 92). A quei tempi Wasson aveva predetto che il segreto dei Misteri Eleusini sarebbe stato trovato negli indoli (Wasson, 1961; cfr. 1965: 35), pensando ai funghi psilocibinici, ed è probabile che sia stato influenzato in ciò proprio dalla visione del bassorilievo di Farsalo.

3 – Si vedano: Samorini e Camilla 1994; Samorini 1998, 2001. 4 – In Heuzey, J. des Savants, 1868, rip. in Perdrizet, 1900.

 

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