L’effige fungina di Monte Bego (Valle delle Meraviglie, Francia)

The mushroom effigy of Mount Bego (Marveilles Valley, France)

Una rappresentazione fungina nell’arte rupestre preistorica europea parrebbe essere stata localizzata sulle Alpi Marittime, nella Francia meridionale.

Nella regione più alta delle Alpi Marittime si trova una montagna, Monte Bego, considerata sacra sin dall’antichità. Su questo monte e nella vicina Valle delle Meraviglie sono presenti migliaia di incisioni rupestri. Vi si riconoscono diverse fasi e stili artistici, che ricoprono un arco di tempo che parte dal 2500 a.C. sino a raggiungere i primi decenni della nostra era.

Le incisioni di Monte Bego fanno parte di un gruppo più ampio di arte rupestre preistorica distribuito sull’arco alpino e che datano dai periodi paleolitici sino a raggiungere i periodi storici.

La concentrazione più ampia (con più di 100.000 immagini) si trova in Valcamonica (Lombardia) ed è opera del popolo dei Camuni.

Chi scrive aveva in precedenza sottolineato la diffusa presenza di funghi psicoattivi in Valcamonica (dei generi Amanita e Psilocybe), suggerendo che questi funghi avrebbero potuto ricoprire un ruolo nei culti e rituali camuni (Samorini, 1988).

Le seconda opera d’arte rupestre di maggiore importanza nell’arco alpino (con oltre 30.000 immagini) è quella di Monte Bego e Valle delle Meraviglie. La caratteristica principale di queste incisioni rupestri riguarda l’altitudine del sito (2000-2500 m) e la significativa – si potrebbe dire ossessiva – presenza di immagini zoomorfe cornute (essenzialmente bovidi). Un’ulteriore caratteristica consiste nel fatto che tutte queste figure cornute sono incise in modo tale che le punte delle corna siano rivolte verso la cima della montagna. Ciò non è casuale. È stato osservato che Monte Bego è una delle montagne delle Alpi Marittime più frequentemente colpite dai fulmini, ed è stato a più riprese ipotizzato che questo monte fosse stato scelto dalle popolazioni preistoriche come “santuario” proprio per via di questa caratteristica metereologica (Bicknell, 1972; Marro, 1945-46). Nei tempi antichi era generalmente ritenuto che la sacralità di certi luoghi derivasse da questa caratteristica. È anche il caso di notare  la forma a zig-zag di molte corna incise a Monte Bego, che ricordano la forma del fulmine; un fatto evidenziato da numerosi studiosi (ad es. Marro, 1944-45).

Nella parte più elevata della Valle delle Meraviglie si trova un masso inciso, considerato uno dei reperti più significativi di tutta l’arte rupestre della regione, chiamato popolarmente la “Roccia dell’Altare”, con incisa la scena detta del “Capo Tribù”. È una roccia di tonalità rosso-porpora che si eleva sopra a un’ampia superficie rocciosa liscia sulla quale si trovano centinaia di incisioni. La roccia si erge come un altare sulla superficie istoriata circostante, e si trova in una posizione dominante la valle, tale da apparire come l’elemento centrale del culto associato all’arte rupestre. È stata datata alla prima parte dell’Età del Bronzo, attorno al 1800 a.C. (Lumley, 1990, p. 45). Nel 1998 la roccia originale è stata rimossa ed è attualmente custodita presso il Museo Archeologico di Tenda, museo dedicato all’arte rupestre di Monte Bego.

Monte Bego

(a sinistra) “Roccia dell’Altare”, Valle delle Meraviglie, Tenda, Francia. 1800 a.C. (a destra) Rilievo della “Roccia dell’Altare”. Da Lumley et al., 1980

 

Sulla superficie dell'”altare” roccioso sono incisi alcuni pugnali, un disegno scaliforme, un piccolo “orante” e una figura antropomorfa di dimensioni maggiori a cui è stato dato il nome improprio di “Capo Tribù”. Quest’ultima figura è particolarmente interessante, in quanto è stata eseguita in due fasi. Nella prima, sono state incise tre figure cornute che, salendo dal basso verso l’alto, si riducono di dimensioni. Nella seconda, le tre figure cornute sono state unite fra loro, in modo tale da dare una forma antropomorfa all’insieme. Come evidenziato da Auslio Priuli, “non è ancora del tutto chiaro se la figura antropomorfa sia il risultato dell’elaborazione grafica di figure cornute – abbastanza comuni in questa disposizione ‘a incastro’ – appartenenti a una prima fase di incisione del masso, o se sia stata volutamente realizzata adottando il geometrismo tipico dei simboli corniformi; in ambedue i casi, comunque, è evidente lo stretto legame esistente tra le figure cornute e l’antropomorfo che si presenta con una grande figura cornuta sul busto, una specie di collare, di pettorale” (Priuli, 1984, pp. 90-1).

Sono state proposte diverse interpretazioni di questa figura antropomorfa. Inizialmente vista come un capo tribù, è stata in seguito considerata una vittima sacrificale, per via di quel pugnale puntato sulla sua testa. Per quel teschio cornuto di bue (bucranio) che adorna il drappo di cui è vestito, per molto tempo si era pensato che questa scena fosse associata a un atto sacrificale in stile mitraico. I base ai risultati delle tecniche di datazione più raffinate adottate in seguito dagli archeologi, queste incisioni rupestri datano tuttavia in un tempo di gran lunga precedente il culto di Mitra adottato dalle legioni romane che passarono per queste regione, e questa interpretazione fu quindi abbandonata (Dufrenne, 1996). Appare più plausibile l’interpretazione offerta da quei ricercatori che vedono la figura come un “adorante” o un officiante (Dufrenne, 1985; Maringer, 1979). Interessante l’interpretazione di Duvivier, che vi vede la rappresentazione di uno sciamano: “esattamente come per gli sciamani siberiani e Ojibwa, per i quali il potere dell’Amanita muscaria era intimamente associato al fulmine, il ‘Capo-Tribù’ di Monte Bego è illuminato dal potere del fungo, e ciò è rappresentato nella scena del fulmine [e non del pugnale] che lo colpisce sulla testa (Duvivier, 1998, p.34).

Sulla destra della figura antropomorfa, accanto al “pugnale” o “fulmine” che sembra colpirlo sulla testa, si trova un oggetto che è stato variamente interpretato come un disegno astratto, un teschio bovino stilizzato e più frequentemente come un pugnale o qualche altra arma rituale. È tuttavia difficile vedervi un’arma di qualunque tipo.

Monte Bego-2

“Roccia dell’Altare”. Particolare del motivo fungino

 

Vi sono due particolari, che possono sfuggire all’osservazione degli archeologi ma non all’occhio attento di un etnomicologo, che conducono con una certa immediatezza all’interpretazione dell’oggetto come fungo, della specie Amanita muscaria. Il primo riguarda quell’ingrossamento presente nella parte superiore del “gambo”, che ha tutta l’aria di voler rappresentare l’anello che circonda il gambo nei funghi del genere Amanita. Il secondo particolare riguarda l’insieme di incisioni puntiformi che si trovano nella parte superiore del “cappello”.

Nei disegni che riproducono questa nota scene nei libri e nelle riviste di archeologia, questi “puntini” non sono riportati sempre in maniera corretta, un fatto di cui mi ero accorto già nel 1984 confrontando disegni e foto di questa incisione, e che ho potuto confermare in seguito a una mia visita in loco.

A un’attenta osservazione, si possono contare unidici incisioni puntiformi, tutte interne al bordo superiore del “cappello”; della medesima opinione è Lumley, che così descrive l’incisione: “presenta un corpo lineare e delle corna a due segmenti, convergenti, di cui le estremità sono molto vicine (..) un insieme di undici coppelle, isolate e serrate, chiudono l’apertura fra le corna” (Lumley et al., 1990, p. 38). Lumley ritiene che nella scena del “Capo-Tribù” via sia raffigurato un Dio-toro sacrificato (lo “stregone” con il “pugnale-fulmine” sulla testa) (Id., p. 49).

Che nell’oggetto fungino in discussione si possa vedere una intenzionale figura corniforme, nella fattispecie un bucranio, non indebolisce a mio avviso l’interpretazione micologica. Anche altre incisioni di Monte Bego sono state elaborate partendo da rappresentazioni di bucraini, come ne è evidente esempio la medesima figura del “Capo-Tribù”.

La presenza di “puntini” sulla superficie del cappello di un’immagine fungina riportata – dipinta o incisa – in una scena di carattere religioso, denota in maniera pressoché inequivocabile l’Amanita muscaria o la specie congenere e ugualmente psicoattiva A. pantherina. La presenza di un fungo in un contesto religioso porta a identificarlo fra quelli allucinogeni, cioè fra quei vegetali la cui ingestione induce esperienze mentali generalmente interpretate in termini di illuminazioni e visioni di carattere mistico-religioso; e i funghi allucinogeni dotati di ‘puntini’ sul cappello sono tipicamente A. muscaria e A. pantherina (anche Psilocybe cubensis è caratterizzata da macchie puntiformi sul cappello e da un anello attorno al gambo, ma non cresce nei territori europei).

Patrick Duvivier (1996) interpreta il “capo-tribù” come sciamano. Tutta la scena parrebbe presentare connotazioni sciamaniche, per via della presenza dell’immagine fungina e della figura scaliforme (forse una vera e propria scala) – elementi del rito iniziatico sciamanico.

Alcuni ricercatori hanno osservato sorprendenti analogie fra l’arte preistorica della Valcamonica e della Valtellina e i concetti religiosi e simbolici indo-europei. Sull’onda di queste considerazioni, Roland Dufrenne (1996) ha individuato analogie fra l’arte rupestre di Monte Bego e il simbolismo vedico. Ad esempio, nel simbolismo del sacrificio vedico la parola divina che raggiunge il cuore dell’officiante è rappresentata da punte di frecce e pugnali che putano verso l’orecchio sinistro dell’officiante, considerato l'”orecchio del cuore”, e ciò sarebbe rappresentato nella scena del “Capo-TRibù” di Monte Bego, dove un pugnale tocca l’orecchio sinistro della figura antropomorfa.

Nell’oggetto inciso sulla roccia del “Capo Tribù” è con tutta probabilità rappresentato intenzionalmente un agarico muscario, o per lo meno anche un agarico muscario. La forma, i particolari “tassonomici”, il contesto cultuale e religioso, convergono verso questa interpretazione. In tal caso, si tratterebbe di una delle più antiche rappresentazioni di questo fungo nel mondo sino ad oggi note (Samorini, 1998).

 

Si vedano anche:

 

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BICKNELL C., 1972 (1913), Guida alle incisioni rupestre preistoriche nella Alpi Marittime italiane, Istituto Internazionale Studi Liguri, Bordighera.

DUFRENNE ROLAND, 1985, Interpretation des gravures rupestres de la Vallée des Merveilles à la lumière de la tradition védique, Bollettino Camuno Studi Preistorici, vol. 22, pp. 110-116.

DUFRENNE ROLAND, 1996, La vallée des Merveilles et les mythologies Indo-Européennes, Centro Camuno Studi Preistorici, Capo di Ponte BS.

DUVIVIER PATRICK, 1998, Amanita muscaria, Ancient History, The Entheogen Review, n. 7(2), pp. 34-35.

LAMBERT J.-N., 1980, La divinité du Mont Bégo (Alpes-Maritimes), Revue d’Histoire des Réligions, vol. 197, pp. 255-407.

LUMLEY DE H. et al., 1990, La stèle gravé dite du “Chef de Tribu”, dans la région du Mont Bego, Vallées des Merveilles, Alpes Maritimes, L’Anthropologie, vol. 94, pp. 3-62.

MARINGER, 1979, Adorants in prehistoric art, Numen, vol. 26, pp. 215-230.

MARRO G., 1944-45, L’elemento magico nelle figurazioni rupestri delle Alpi Marittime, Atti dell’Accademia delle Scienze di Torino, vol. 81, pp. 91-95.

MARRO G., 1945-46, Le istoriazioni rupestri preistoriche dell’Italia settentrionale. I. Alpi Marittime, Atti dell’Accademia delle Scienze di Torino, vol. 82, pp. 16-21.

PRIULI AUSILIO, 1984, Le incisioni rupestri di Monte Bego, Priuli & Verlucca.

SAMORINI GIORGIO, 1998, Further Considerations on the Mushroom Effigy of Mount Bego, The Entheogen Review, n. 7(2), pp. 35-36.

SAMORINI GIORGIO, 2002, Funghi allucinogeni. Studi etnomicologici, Telesterion, Dozza BO.

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