I calderoni degli Unni

The Huns’ cauldrons

 

Da oltre due secoli gli studiosi discutono sulla provenienza degli Unni, quella popolazione “barbara” che nel IV secolo d.C. invase l’Europa, creandovi un vasto impero che durò per oltre un secolo. Il più noto capo-condottiero unno fu Attila, rimasto famoso in Italia per l’invasione del 452, che portò alla distruzione totale di Aquileia e alla fondazione di Venezia come originario “campo profughi” delle popolazioni circostanti terrorizzate dalla furia dell’invasore.

L’ipotesi maggiormente accreditata fa derivare gli Unni dall’etnia degli Xiongnu (o Xiognu), presente in Asia circa 3 secoli prima del sopraggiungere degli Unni in Europa. Gli Unni sarebbero diretti discendenti degli Xiongnu, anzi v’è chi ha identificato in toto queste due popolazioni (Inostrancev, 1926). Quest’ipotesi è di antica data, essendo stata avanzata per la prima volta nel 1748 da Joseph de Guignes. e continua ad essere sostenuta da molti archeologi e storici. Gli Xiongnu del I secolo, o per lo meno una loro parte consistente, dopo aver interagito culturalmente con popolazioni autoctone non-mongole nell’Asia Interna, si mossero verso Ovest e attorno al IV secolo giunsero sui monti Urali, interagendo con le popolazioni locali, in particolare con gli Ugri. Gumilev (1960) considera gli Unni giunti in Europa come un misto di Xiongnu e Ugri. Per quanto riguarda l’origine degli Xiongnu, è stato ipotizzato che potrebbero essere i discendenti dei più antichi Hsienyun (Parlato, 1994).

Una caratteristica comune ad entrambi gli Xiongnu e gli Unni è un reperto di fondamentale importanza per lo studio archeologico e storico: il calderone ad uso rituale, un oggetto in metallo – bronzo ma in realtà il più delle volte rame – di grosse dimensioni (alto 50-90 cm), pesante mediamente 16-17 kg. Dallo studio archeologico e dai reperti iconografici si evince chiaramente una differenza fra questi calderoni e quelli ad uso quotidiano utilizzati come strumenti di cucina o come contenitori.

Calderone unno in rame ritrovato in Ungheria. Altezza 100 cm.

Fonte chronica.freebase

Le caratteristiche stilistiche, l’imponenza dell’oggetto, i luoghi di ritrovamento, le strette relazioni con la sfera culturale e religiosa unna (e xiongnu), portano alla deduzione che questi oggetti fossero strettamente riserbati per scopi rituali. Va notato che la distribuzione dei calderoni trovati in Europa riflette esattamente la sfera d’espansione degli Unni dagli Urali alla Francia, e che non sono stati ritrovati due calderoni identici fra di loro.

Calderone unno in rame ritrovato in Ungheria; V secolo d.C., conservato presso il Magyar Nemzeti Múzeum

Fonte chronica.freebase

Solo di rado i calderoni sono stati ritrovati in contesti funerari; nella maggior parte dei casi erano sepolti nel terreno da soli o in piccoli gruppi, a volte insieme ad altre suppellettili, sulle rive di fiumi o laghi. In effetti, oltre il 90% dei calderoni a scopo rituale è stato trovato seppellito vicino all’acqua – ruscelli, laghi, fiumi, paludi – indicante ciò un ruolo simbolico e/o funzionale dell’acqua internamente ai riti che prevedevano l’uso dei calderoni. E’ certo che questi venivano messi sul fuoco, poiché in numerosi casi sono stati riscontrati segni di fuoco nelle pareti esterne. Un’ipotesi che ha incontrato una certa fortuna fu proposta da Spasskaia (1956 :166-7), e cioè che i nomadi eseguivano alcuni riti presso i corsi d’acqua in primavera, seppellivano i calderoni per custodirli vicino all’acqua quando si muovevano nelle loro migrazioni stagionali, e li usavano nuovamente quando tornavano in autunno.

E’ stato fatto osservare che in Asia i calderoni non si trovano nelle steppe, come comunemente riferito, bensì al confine dell’area delle steppe con l’area delle montagne boschive o internamente a queste ultime. Esistono calderoni di ceramica, tardivi, che sono copie grossolane e meno rifinite di quelli di rame, con semplici protusioni che solo in un caso ha forma di fungo. (Érdy, 1994). I calderoni venivano usati da più generazioni e in diversi reperti vi sono evidenti tracce di riparazioni. Un proverbio del Kazakhstan dice: “La vita di un uomo dura 50 anni, un calderone può essere usato per 100 anni” (Maenchen-Helfen, 1973: 334).

Un elemento di distinzione dei diversi tipi di calderoni è il manico, che detta le classificazioni stilistiche, cronologiche e geografiche degli oltre 180 reperti sino ad oggi trovati sparsi per l’Eurasia. E proprio la conservazione e l’evoluzione delle forme stilistiche dei manici xiongnu e unni appare uno degli elementi decisivi che fanno propendere per la generazione o l’identità degli Unni con gli Xiongnu (Érdy, 1994). I manici possono essere semplici, ma il più delle volte sono ornati con caratteristiche protuberanze, delle specie di pomi.

I calderoni che qui ci interessano e che sono i più caratteristici delle tipologie unne, sono quelli che i medesimi archeologi chiamano “con pomi a forma di fungo”. Ne è stata stilata una classificazione in tre tipologie: a) con tre pomi a fungo su manici rotondi; b) con un pomo a fungo su manici rotondi; c) con figura di fungo piatto con manici rettangolari (Érdy, 1994: 405). Tuttavia, tale classificazione appare insufficiente, in quanto sui manici rettangolari possono trovare spazio 3, ma anche 4 pomi a forma di fungo; inoltre, sul bordo del calderone, accanto ai manici, sono presenti altre protuberanze con singoli pomi a forma di fungo, della medesima fattezza di quelli presenti sui manici, tale per cui su un calderone possono trovarsi sino a 10 o 12 pomi a forma di fungo.

I due tipi di manici rettangolari con 3 (a sinistra) e 4 (a destra) pomi a forma di fungo. Si notino anche gli altri due pomi fungini ai lati del manico (sx, particolare di un’immagine in Maenchen-Helfen, 1973, fig. 38, p. 312; dx, particolare del calderone sopra riportato)

 

Calderoni xiongnu/unni con manici rotondi e tre pomi a forma di fungo (da Érdy, 1994, tav. 2, p. 422-4)

Fra i reperti archeologici lasciati dagli Xiongnu/Unni in Asia vanno considerate anche alcune incisioni rupestri di significativa importanza, in particolare per lo studio dei calderoni, poiché questi sono riportati internamente a scene di loro utilizzo. L’area geografica di presenza di quest’arte rupestre ascrivibile alla popolazione Xiongnu del I secolo d.C. è il bacino superiore del fiume Yenisei, da entrambi i lati del fiume, nella regione di Minusinsk. Nella scena più grande è rappresentata la vita di un villaggio xiongnu/unno, con capanne, animali, uomini, e ben 19 calderoni. Di questi, 10 hanno i manici semplici, mentre gli altri nove hanno manici con tre sporgenze, indicanti, pur così in miniatura, i calderoni cerimoniali del tipo con manici a tre pomi a forma di fungo. E’ stato fatto notare che v’è una sola popolazione caratterizzata dai manici dei loro calderoni con tre pomi a forma di fungo: gli Unni (Érdy, 1994: 388). Accanto a uno di questi calderoni sembra essere raffigurata una scena relativa al rito dove i membri del villaggio utilizzavano il calderone.

Scene d’uso del calderone rituale. Incisioni rupestri unne incise sulle rocce del monte Kyzil kaja, area di Minusinsk, ad ovest dello Yenisei, vicino al fiume Ujbat (particolari da un’immagine da Érdy, 1994, fig. 5-1, p. 411)

Altre scene d’uso rituale del calderone sono presenti in differenti incisioni rupestri della medesima area. Un motivo frequente è quello del calderone con accanto un individuo che tiene in mano un probabile bastone e che sembra essere nell’atto di rimescolare il contenuto del calderone. Spesso v’è un secondo individuo, anch’egli intento a qualche non chiara operazione di preparazione della pozione del calderone.

Scena d’uso del calderone rituale. Incisione rupestre unna su una roccia del monte Pisannaja Gora, regione di Minusinsk, a ovest dello Yenisei, vicino a Suljek (da Érdy, 1994, fig. 5-3, p. 411)

Riguardo le origini stilistiche dei manici con i simboli fungini dei caderoni, è possibile che siano stati soggetti a influenze diversificate. V’è chi vede i simboli fungini come un’evoluzione dei pomelli, generalmente in numero di tre, presenti nei tardi calderoni sarmati (Werner, 1956), sebbene sia stato fatto notare che i calderoni sarmati, a forma di uovo, non avevano piedistallo e scomparvero agli inizi del III secolo d.C. (Maenchen-Helfen, 1973: 331). Sono state osservate affinità con i calderoni del I secolo d.C. Originari della Cina del nord, della Mongolia e del Giappone. Inoltre, v’è una generale tendenza a ritenere l’Asia come centro di produzione dei calderoni unni ritrovati nell’Europa dell’Est, ma ricercatori rumeni hanno ipotizzato che nella regione del Danubio siano stati forgiati in loco dalle tribù unne invasore ( Zaseckaia & Bokovenko, 1994).

Per quanto riguarda il significato di queste forme fungine, pochi studiosi si sono espressi in merito. Quei pochi associano queste forme, in particolare quella con 3 pomi fungini, all’albero della vita (Kovrig, 1973; Werner, 1956). I manici fungini sono anche stati interpretati come “corone sciamaniche” (László, 1955). Certamente gli Unni davano molta importanza ai manici a fungo di questi calderoni, al punto che, quando dovevano distruggerne uno perché ormai usurato, ne staccavano i manici, che seppellivano ritualmente (Ripinsky-Naxon, 1993: 163).

E’ curioso – un fatto già osservato da Ripinsky-Naxon (ibid.) – come nessuno fra gli studiosi della civiltà unna, pur caratterizzando essi medesimi i pomi di quei manici come “a forma di fungo”, abbia pensato a una possibile e concreta associazione con questi vegetali, mantenendo ridotta l’associazione a un livello meramente stilistico. Il primo studioso a proporre un’interpretazione etnomicologica di questi simboli unni, interpretati come immagini di funghi psicoattivi, fu il medesimo Ripinsky-Naxon (1993: 161-3), collegandoli a pratiche sciamaniche, senza tuttavia approfondire il caso. Fu lo storico italiano Giorgio Spertino, nel 1995, a proporre in maniera maggiormente estesa un’interpretazione di natura micologica dei manici a fungo dei calderoni unni, intravedendo un uso ritualizzato di una bevanda a base di funghi psicoattivi, dove il calderone necessario per la preparazione aveva assunto un significativo ruolo simbolico e rituale. Egli inoltre ha evidenziato l’identità del motivo presente in una corona unna con quello del manico quadrangolare a quattro pomi a forma di fungo riportato nei calderoni; un dato che conferma l’importanza che gli Unni davano a questo motivo fungino.

Corona unna (da Schreiber, 1983)

Spertino offre anche un’interpretazione del motivo delle frange con cerchietti riportato sulle pareti esterne dei calderoni che portano i manici fungini, associandoli con le frange, i pendagli e i lacci dei costumi degli sciamani asiatici.

E’ un fatto acquisito che gli Xiongnu/Unni che attraversarono gli Urali prima di invadere l’Europa ebbero un incontro approfondito con gli Ugri, una tribù dedita all’utilizzo dell’agarico muscario come inebriante sin da tempi remoti (Czigány, 1980). Ma non è necessario ricercare conoscenze micologiche fra le varie tribù con cui gli Unni vennero a contatto nella loro migrazione verso l’Europa, per giustificare i simboli fungini unni, avendo gli Unni molto probabilmente già acquisito tali conoscenze nel corso dei secoli precedenti nell’Asia Interna. Calderoni con manici fungini delle tipologie unne sono stati ritrovati anche nell’Asia Interna più orientale (Érdy, 1994). Del resto, è sufficiente osservare questo reperto della cultura cinese degli inizi della Dinastia Shang, per comprendere come l’origine e la plurima diffusione di contenitori rituali con ornamenti fungini possa essere molto antica in Asia. Si tratta di un “vaso da vino” Jue in bronzo, utilizzato per riscaldare e non solo contenere e mescere bevande inebrianti.

“Vaso da vino”, cultura Jue, Dinastia Shang, XIII-XI secoli a.C. Museo della Provincia dello Shanxi, Cina; in P. Corradini, La città proibita, Archeologia Viva, anno XII, n. 38 n.s., maggio 1993, pp. 36-55, p. 52

 

Si vedano anche:

Funghi preistorici europei

Gli “uomini-fungo” dell’arte rupestre asiatica

Le pietre-fungo del Kerala (India)

I funghi del Sahara preistorico

Mitologia dei funghi psicoattivi

Bibliografia italiana sui funghi psicoattivi

Articoli on-line sui funghi psicoattivi

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CZIGÁNY L.G., 1980, The Use of Hallucinogens and the Shamanistic Tradition of the Finno-Ugrian People, Slavonic and East European Review, vol. 58, pp. 212-217.

ÉRDY M., 1994, An Overview of the Xiognu Type Caudron Finds of Eurasia in three Media, with Historical Observations, in: Bruno Genito (Ed.), The Archaeology of the Steppes. Methods and Strategies, Istituto Universitario Orientale, Napoli, pp. 379-438.

GUINES de JOSEPH, 1748, Mémoire sur l’origine des Huns et de Turks, Paris.

GUMILEV L.N., 1960, Hunnu. Central’naja Azija v drevnie Inner Asia, Report, 7: 11-13.

INOSTRANCEV K.A., 1926, Hunnui Gunny, Leningrad.

KOVRIG I., 1973, Hunnischer Kessel aus Umgeburg von Várpalota, Folia Archaeologica, 23: 95-127.

LÁSZLÓ, 1955, Acta Archeol.Hungarica, 34:89, 249-252, cit.in Ripinsky-Naxon, 1993, op. cit., p. 162.

MAENCHEN-HELFEN J. OTTO, 1973, The World of the Huns. Studies in their History and Culture, University of California Press, Berkeley.

PARLATO SANDRA, 1994, The Saka and the Xiongnu: a Comparative Reading of Literary and Figurative Sources, in: Bruno Genito (Ed.), The Archaeology of the Steppes. Methods and Strategies, Istituto Universitario Orientale, Napoli, pp. 311-330

RIPINSKY-NAXON MICHAEL, 1993, The Nature of Shamanism, State University, New York.

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SPASSKAIA E. Iu., 1956, Mednye kotly rannikh kochevnikov Kazakhastan I Kirizii, Uchenie zapiski Alma-atinskogo gosudarstvennogo pedagogicheskogo instituta, vol. 11, pp. 155-169.

SPERTINO GIORGIO, 1995, I calderoni Unni: un’ipotesi micologica, Eleusis, vol. 3: 20-24.

WERNER JOACHIM, 1956, Beiträge zur Archäologie des Attila-Reiches, Bayerischen Akademie der Wissenschaften, München

ZASECKAIA P. IRINA & NIKOLAI A. BOKOVENKO, 1994, The Origin of Hunnish Cauldrons in East-Europe, in: Bruno Genito (Ed.), The Archaeology of the Steppes. Methods and Strategies, Istituto Universitario Orientale, Napoli, pp. 701-724.

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