L’oppio nell’antico Levante mediterraneo

Opium in the ancient Mediterranean Levant

 

Cipro

L’isola di Cipro ha fornito reperti archeologici che hanno fatto e che continuano a far discutere gli studiosi circa la loro relazione con il papavero da oppio. Secondo Merrillees (1962, 1979), droghe a base di oppio venivano preparate a Cipro – dove la pianta del papavero da oppio fu introdotta attorno alla metà del II millennio a.C. –, e quindi confezionate in piccoli recipienti di ceramica che avevano l’aspetto di una capsula di papavero rovesciata, per poi essere esportate in Egitto e in altri paesi interessati al loro consumo. Questi caratteristici recipienti, definiti base-ring I, fragili e di piccole dimensioni – generalmente fra i 10 e i 15 cm d’altezza – sono stati ritrovati in gran numero in Anatolia, nel Levante mediterraneo e in Egitto; in quest’ultimo paese, nella facies culturale che va dal tardo Secondo Periodo Intermedio – noto anche come “periodo degli Iksos” -, alla prima metà della XVIII Dinastia, al tempo di Thutmosi III ( 1600-1450 a.C.), sembra avessero un notevole valore commerciale, molto probabilmente per ciò che contenevano. Ne sono stati catalogati differenti sotto-tipi e si presenta anche il caso di recipienti doppi tenuti insieme da un unico manico (Merrillees, 1968). A una certa tipologia di questi contenitori è stato dato il nome gergale di bilbil (in realtà sotto questo nome rientrano il tipo 2 dei base-ring I e i tipi 2 e 3 dei base-ring II; cfr. Stewart, 1955, P. 48).

La rassomiglianza dei base-ring I con la capsula del papavero da oppio è significativa. Solamente Germer (1981), caparbio sostenitore dell’inesistenza dell’oppio e, più in generale, delle droghe nell’antico Egitto (quasi volesse innalzarsi a puritano paladino di una certa immaginaria “purezza” della cultura egizia), vuol vedere la forma di questi fiaschetti originare dal frutto della Lagenaria vulgaris Ser. (fam. Cucurbitaceae), con paragoni in realtà poco convincenti. Merrilles (1962, p. 288) ha disquisito su una plausibile considerazione di marketing: “Se il nostro mercante [cipriota] desiderava promuove la vendita di qualche sostanza a gente che non era in grado di leggerne l’etichetta sovrapposta all’esterno del suo contenitore [ad esempio agli Egiziani], il modo più diretto di pubblicizzare il suo prodotto sarebbe stato quello di disegnare un contenitore la cui forma al primo sguardo evidenziava l’identità del suo contenuto”. I due anelli plastici orizzontali presenti sul collo del vaso all’altezza della congiunzione con il manico, potrebbero essere una raffigurazione del toro, la protuberanza anulare presente sullo stelo alla base della capsula del papavero. Le protuberanze lineari presenti di frequente sulla pancia del vaso potrebbero rappresentare le incisioni provocate sulla capsula del papavero per farne fuoriuscire l’oppio.

Raffronto fra la capsula del papavero da oppio (sx) con un vaso “Base-ring I” cipriota (da Merrilles, 1962, tav. XLII)

Raffronto fra la capsula del papavero da oppio (sx) con un vaso “Base-ring I” cipriota (da Merrilles, 1962, tav. XLII)

In diverse tombe cipriote della Tarda Età del Bronzo sono stati ritrovati fiaschetti base-ring, e in alcune ne sono state ritrovate in numero davvero grande. Nella tomba N. 2 del sito di Kazaphani-Ayios Andronikos, situato nella regione nord-centrale di Cipro, sono state scavate due camere mortuarie, che contenevano rispettivamente 100 e 128 fiaschetti base-ring. Collard (2012, pp. 25-6) ha ipotizzato che il contenuto di questi recipienti venisse ritualmente assunto dai partecipanti al momento delle onoranze funebri nel corso della tumulazione del morto.

Una tipologia tarda di questi contenitori, denominata base-ring II, è caratterizzata da decorazioni sulla loro pancia, costituite da 3-5 linee bianche fra loro parallele, e anch’esse ricorderebbero l’essudato bianco dell’oppio quando la capsula viene incisa da uno specifico raschiatoio multiplo. La tecnica dell’incisione della capsula per ricavare l’oppio era nota a Creta sin dal Tardo Minoico III, cioè dal XV secolo a.C. e quindi probabilmente anche a Cipro (con una corrispondente datazione all’Età Cipriota Tarda (LCA), fra il 1660 e il 1050 a.C.) (Merrillees, 1962, p. 289).

Vasi ciprioti di tipo “base-ring I” (“bilbil”) ritrovati nelle tombe egizie (da Di Paolo, 2007, p. 43)

Vasi ciprioti di tipo “base-ring I” (“bilbil”) ritrovati nelle tombe egizie (da Di Paolo, 2007, p. 43)

Il contenuto di questi vasetti era evidentemente liquido, e Merrilles (1962, p. 290) pensò inizialmente che l’oppio venisse disciolto in acqua o nel vino; ma in un secondo tempo (Merrillees, 1968a, p. 157) si ravvedette, comprendendo che in questi solventi il prodotto non si sarebbe potuto conservare, e pensò quindi a uno sciroppo di miele, rifacendosi a un passo dell’Eneide di Virgilio (IV, 486), in cui in una pozione magica il papavero viene mescolato con il miele. Collard (2011, pp. 134-5) ha suggerito che l’oppio potesse essere disciolto nel succo o nel vino di melagrana, basandosi sulla considerazione che di frequente appare una combinazione dei motivi dei frutti di melograno e di papavero da oppio nei vasetti ciprioti e di altre culture dell’Età del Bronzo del Levante mediterraneo (si veda Samorini, 2016). Il medesimo autore individua un’ulteriore possibilità nell’olio di oliva, quale liquido solvente dell’oppio.

Evans e coll. (1989) avrebbero individuato residui di oppio fra i frammenti di due base-ring I-II ciprioti datati al XV secolo a.C. e ritrovati in Palestina. In uno dei due vasi sono state ritrovate anche tracce di olio di oliva. Ma la tecnica di rilevamento impiegata da questi ricercatori era volta all’individuazione dei lipidi e delle resine presenti nell’oppio, e non dei suoi alcaloidi, un fatto che non offre una certezza assoluta nell’identificazione, verificato che materiale vegetale ricavato da altre piante può contenere i medesimi lipidi e resine (Bisset et al., 1994; 1996). Si deve anche considerare che questi vasetti d’importazione cipriota, una volta utilizzato il loro contenuto, venivano ampiamente riutilizzati per contenervi altri tipi di fluidi (Merrilles, 1968b, p. 32).

Dati più sicuri sono stati ritrovati da Koschel (1996) studiando i residui solidi presenti in un base-ring I incontrato in Egitto, datato fra il 1600 e il 1450 a.C. e custodito presso il Martin-von-Wagner-Museum di Würzburg (Germania). Le analisi chimiche hanno determinato una concentrazione di alcaloidi dell’oppio dello 0,1%, determinando come composto principale la morfina, congiuntamente a tracce di ossidimorfina, apomorfina, codeina e narcotina, alcaloidi associati in maniera indiscutibile all’oppio. Ancora, in un base-ring I del British Museum sono state ritrovate tracce di papaverina, un alcaloide secondario dell’oppio (Stacey, rip. in Collard, 2011, p. 137). Nonostante l’irrigidimento delle posizioni di Bisset e col.l (1996b), questi ultimi dati rendono maggiormente plausibile l’ipotesi di Merrilles che i base-ring I e II ciprioti contenessero originalmente oppio, diluito in un qualche solvente, e che da Cipro si sviluppò una loro estesa esportazione verso l’Egitto e altre regioni del Levante mediterraneo.

In altri due Base Ring sigillati, conservati presso il British Museum, sarebbe stata individuata la presenza di papaverina, confermando quindi il loro antico contenuto d’oppio. Tuttavia la notizia è stata al momento solo oggetto di comunicazione personale da parte di Rebecca Stacey a Chovanec et al. (2012, p. 15).

Di recente, l’equipe di Chovanec (et al., 2015) ha analizzato 4 base ring I ciprioti ritrovati nel sito israeliano di Tel Beth-Shemesh e datati al XIV secolo a.C., cioè all’orizzonte locale del Bronzo Tardo IIA, oltre ad altri 13 contenitori simili provenienti da scavi ciprioti o da collezioni museali. I risultati sono stati negativi per quanto riguarda i composti di degradazione della morfina, e da ciò questi autori vorrebbero considerare definitivamente chiusa la questione della “ingenua” teoria di Merrilless, come da essi irriverentemente aggettivata. Ma la loro posizione appare eccessivamente drastica e sicura, e sembra strano che nella loro dissertazione non abbiano citato tutte le analisi risultate positive agli oppiacei (Collard, 2011, p. 137 e Chovanec et al., 2012, p. 15), citando unicamente quello di Koschel (1996); un fatto che tradisce una certa forzatura dei dati.

Anche Counsell (2008) ha ottenuto risultati negativi agli oppiacei nell’analisi di 13 bil-bil conservati presso il Museo di Manchester. Ma ha contemporaneamente ottenuto risultati negativi agli alcaloidi analizzando fiori di ninfea azzurra (Nymphaea coerulea), mettendo in dubbio la presenza di alcaloidi in questa ninfea, andando contro a una letteratura che nemmeno riferisce e, soprattutto, giungendo come conclusione alla certezza che la ninfea azzurra non possiede alcun effetto psicoattivo, senza tenere minimamente in conto la letteratura, anche epidemiologica, inerente questa pianta (si veda Etnobotanica delle ninfee psicoattive). Considerazioni che rendono inattendibile il suo lavoro, e che gettano una luce di dubbio anche sulle sue analisi eseguite sui bil-bil alla ricerca di oppiacei.
Ancor più recentemente Bunimovitz & Lederman (2016) hanno preteso di considerare il problema dell’oppio e dei Base Ring ciprioti definitivamente chiuso a sfavore dell’ipotesi oppiacea, ma con considerazioni forzate e prive di senso critico; ad esempio, nella loro considerazione che verificato che l’oppio non è presente nei testi antichi mesopotamici, egizi, itti e ugaritici, ciò sarebbe dimostrazione di una sua inesistenza per quei periodi, quando il problema è semmai quello di non essere ancora stati in grado di individuarne i termini con cui veniva denominato. I medesimi autori mostrano inoltre di ignorare i dati archeoetnobotanici relativi al papavero dell’oppio dei periodi neolitici mediterranei.
Personalmente considero tutt’altro che chiusa la questione, e si dovranno attendere i risultati di future indagini chimiche, sempre che l’ultima comunicazione “perentoria” dell’equipe di Chovanec non le precludano per abbandono e disinteresse del tema trattato.

L’ipotesi di Merrillees che vedrebbe Cipro al centro di una produzione industriale di oppio durante l’Età del Bronzo, e che sarebbe stato esportato in tutto il Levante mediterraneo, potrebbe trovare conferma da un aspetto storico studiato da Baurain (1984, pp. 271-275): attorno al 1250 a.C., il re ittita Tudhaliash conquistò la città cipriota di Alashiya, e fra i tributi che i vinti dovevano inviare al re ittita c’erano almeno 60 litri di un prodotto denominato gayatum. Dall’analisi dei testi ittiti si è dedotto che questo prodotto era considerato pregiato ed era una droga effettiva già in piccole quantità, ed è stato suggerito che si trattasse di oppio. Questo prodotto veniva offerto alla dea del sole Arinna e agli dei della tempesta Zippalanda, Hatti e Nerik.

Sempre a Cipro, in un complesso architettonico risalente all’inizio del II millennio a.C., internamente al sito di Pyrgos/Mvroraki, è venuto alla luce un vero e proprio laboratorio di preparazione di profumi ed essenze, con tanto di alambicco per la distillazione. Nel residuo di un cratere le reazioni colorimetriche avrebbero evidenziato la presenza di narcotina, cotarnina, morfina e acido maconico, composti indicanti la presenza di oppio (Lentini, 2009, p. 176); un dato che dovrà essere confermato mediante tecniche analitiche più sicure.

Per quanto riguarda l’evidenza indiretta, Karageorghis (1976a,b) ritenne di aver individuato la funzione di alcuni oggetti provenienti dal sito cipriota dell’area templare di Kition come strumenti per l’inalazione dell’oppio. Datati alla tarda età del Bronzo (attorno al 1220-1190 a.C.), uno di questi oggetti, tubolare e d’avorio, sarebbe una pipa per fumare l’oppio; un dato, se vero, sorprendente, in quanto retrocederebbe di molto tempo la data di diffusione in Europa della pratica di fumare. Il fatto che in una delle due aperture siano state ritrovate evidenti tracce di bruciato non dovrebbe lasciar dubbi circa la sua funzione come pipa; d’altro canto è più difficile dimostrare che si trattasse proprio di oppio e non di qualche altra fonte inebriante ciò che vi veniva fumato. Un altro oggetto, un vaso di terracotta cilindrico purtroppo non pervenutoci intero, avrebbe svolto la funzione di inalatore di fumi d’oppio che sarebbero esalati da carbone ardente. Ma Collard (2011, pp. 147-8) ha criticato l’interpretazione di questi strumenti come parafernali per inalare l’oppio, ritenendo la supposta “pipa” un manico di un oggetto, ad esempio di uno specchio, mentre il secondo reperto sarebbe la parte inferiore di un oggetto più grande e non avrebbe nulla a che vedere con l’inalazione di vapori.

Sempre Collard (2008) ha proposto un’interpretazione di un contesto collettivo rituale che avveniva presso i resti archeologici di Athienou-Bamboulari tis Koukounninas, a una ventina di km dalla moderna Nicosia, dove migliaia di contenitori “votivi” sono venuti alla luce nello Strato III, insieme a dei bilbil, con datazioni del XIV-XIII secolo a.C. Appare evidente che in quel contesto cultuale qualche liquido veniva distribuito e versato nei piccoli vasi votivi monouso, i quali venano gettati via dopo l’assunzione della bevanda, probabilmente con motivi rituali. Collard ha ipotizzato che la bevanda distribuita non fosse a base di alcol, bensì di oppio, e che in quell’antico contesto cipriota l’oppio rientrasse in un sistema di scambio con il mercato del rame e di altri beni, e che quindi il rito di modificazione collettiva dello stato di coscienza che si svolgeva ad Athienou “può essere stata una forza conservatrice usata per stabilire e rinforzare il ruolo produttivo della popolazione locale e la loro posizione all’interno della Tarda società cipriota”.

Infine, sempre per quanto riguarda Cipro, in un sigillo di ematite della Tarda Età del Bronzo, denominato “sigillo di Sinda”, vi sono raffigurati due vegetali, nella tipica conformazione dell’”albero della vita”, con ai lati una coppia di animali. Si tratta di uno schema iconografico alquanto diffuso dalle antiche civiltà mesopotamiche a quelle mediterranee, dove i due animali – leoni, cervi, uccelli, ecc. – sono da intendersi nell’atto di cibarsi delle foglie o dei frutti dell’albero della vita. Nel sigillo cipriota – ritrovato in una tomba cipro-minoica a Sinda, vicino a Famagosta, e ora conservato al Museo del Louvre (cfr. Kenna, 1967, p. 572) –, i due vegetali, fantasiosamente schematizzati, parrebbero avere caratteristiche che ricordano la capsula del papavero da oppio.

Rilievo del sigillo cipriota di Sinda, dell'Età del Bronzo, con possibile raffigurazione schematizzata di papaveri da oppio (da Kenna, 1967, fig. 27, p. 569)

Rilievo del sigillo cipriota di Sinda, dell’Età del Bronzo, con possibile raffigurazione schematizzata di papaveri da oppio (da Kenna, 1967, fig. 27, p. 569)

 

Creta

La “Dea dei papaveri” di Gazì, Creta, 1500 a.C.

La “Dea dei papaveri” di Gazì, Creta, 1500 a.C.

Il più noto reperto archeologico cretese associato al papavero da oppio è la “Dea del papavero”, una statua in terracotta proveniente dal santuario sotterraneo di Gazì, a pochi chilometri di distanza da Knosso. E’ datata fra il 1400 e il 1150 a.C. e appartiene alla cultura Tardo Minoica III (Marinatos, 1935). Questo manufatto rientra in una tipologia di statue, per lo più femminili, ritraenti probabili divinità (ma si veda oltre) che venivano adorate, in piccoli gruppi (se ne sono contate sino a nove) in angusti ambienti chiusi, privi di porte e di finestre e con unico accesso dal tetto. Le statue, di dimensioni significative, ritraggono figure femminili con le braccia in alto, palmi delle mani rivolte in avanti e con la parte inferiore in forma cilindrica; questa, più che un piedistallo, è da vedere come una derivazione delle gonne a campana usate dalle donne a quei tempi. Fra le dee “oranti” del Tardo Minoico III si sono volute vedere due tipologie di divinità: una “divinità dei serpenti” e una divinità con maggior valenza fecondatrice, come dea della natura vegetale e animale, avente per attributi degli uccelli, le corna di consacrazione, la doppia ascia, o dei fiori. Nel santuario di Gazì furono trovati cinque simulacri femminili, oltre a due vasi a tubo ad anse plurime, tre calici e alcune altre suppellettili. La statua con i papaveri è la più alta di tutte, raggiungendo i 77,5 cm. Le tre capsule di papavero sulla sua testa sono estraibili e sono decorate da profonde incisioni verticali, che ricorderebbero le incisioni praticate per l’estrazione dell’oppio. La dea “del papavero” sembrerebbe avere gli occhi chiusi (Marinatos, 1937).

Fra i parafernali ritrovati accanto alle cinque statue, un vaso tubulare dotato di base e di fori laterali è stato interpretato come uno strumento per l’inalazione dei vapori di oppio (Kritikos & Papadaki, 1960; Kritikos & Papadaki, 1963, p. 92), e ciò per via di una certa rassomiglianza di quest’oggetto con un inalatore per oppio impiegato attualmente nell’isola di Giava. Questa comparazione è forse inappropriata, data la grande distanza geografica e cronologica. Inoltre, la tecnica dell’inalazione dei fumi di una droga psicoattiva mediante specifici strumenti inalatori non è nota nel Mediterraneo antico e, sebbene non sia da escludere in maniera categorica, la documentazione archeologica non l’ha sino ad oggi confermata. E’ pur vero che sulla base del tempietto di Gazì è stato ritrovato un mucchietto di carbone, un dato che attesterebbe che per probabili scopi fumigatori qualcosa venisse bruciato nel corso del rito d’adorazione associato alle statue; tuttavia, la produzione di fumi di natura vegetale o inorganica è una pratica cultuale troppo diffusa e generica per poter asserire che ciò che veniva bruciato nel tempietto di Gazì fosse proprio l’oppio.

Anche in un’altra statua del gruppo delle “oranti” minoiche parrebbero essere rappresentati dei papaveri. Proviene dagli scavi di Siteia, sempre a Creta, e vi è raffigurata una tipica figura femminile su un “piedistallo” che “regge fra le mani alzate dei fiori (o delle capsule di papavero) ed ha sul diadema un gruppo di tre fiori (o capsule di papavero)” (Banti, 1940, p. 23).

Recentemente Gaignerot-Driessen (2014) ha posto in dubbio che le figure femminili con le braccia alzate siano da interpretare come divinità, vedendole piuttosto come “offerte votive che funzionavano come espressioni emblematiche di gruppi umani specifici.” In altri termini, “i gruppi sociali dominanti usavano queste figure come segni identitari per legittimare il loro potere”. A riprova di questa tesi vi sarebbe l’estrema differenziazione di attributi associati a queste statue, e la totale mancanza di figure maschili, quando sappiamo che nel pantheon minoico erano presenti divinità di entrambi i generi. Ecco quindi che la statua di Gazi con l’attributo dei papaveri non sarebbe da vedere come una “Dea dei Papaveri”, bensì come una figura votiva identitaria del gruppo umano locale.

Un ulteriore reperto cretese inerente il papavero da oppio riguarda due insolite rhyta ritrovate in un cimitero a Mochlos, la cui forma e decorazione ricordano da vicino la capsula di questa pianta, incluse alcune linee verticali che ricorderebbero, ancora una volta, le incisioni applicate sulla capsula per la fuoriuscita dell’oppio. In questi medesimi reperti si incontra il motivo del polipo a sei braccia, un animale che è stato interpretato come un simbolo di rinascita, per via della sua abilità di rigenerare un arto perduto. L’associazione del papavero da oppio “con il polipo potrebbe indicare che si tratti di un simbolo di speranza e di rinnovamento, dove la morte non sarebbe altro che una fase dentro al ciclo eterno della vita e che non significherebbe la fine bensì il passaggio a un altro mondo” (Becerra, 2006, p. 11; cfr. Nicgorski, 1999).

Nella ricca arte minoica appaiono svariate raffigurazioni di papavero da oppio e uno studio sistematico, non ancora sviluppato, potrebbe riserbare non poche sorprese. Questa pianta aveva un importante valore sacramentale e rituale presso i Minoici ed era associata con altri noti elementi simbolici quali l’ascia bipenne e il corno di consacrazione. Kritikos & Papadaki (1963, p. 94) hanno posto in evidenza una pisside ritrovata in una tomba cipriota nel sito di Pachyammos, datata al periodo Tardo Minoico III (1400-1200 a.C.), in cui vi sarebbe una doppia raffigurazione della capsula del papavero da oppio – in un lato della pisside e sul suo coperchio – che rivelerebbe specifici valori simbolici. Sul lato esterno della pisside è possibile osservare la capsula disegnata nel centro di un corno di consacrazione, sulle cui estremità sono presenti due uccelli rivolti verso la capsula. Sul coperchio della medesima pisside un uccello è raffigurato in procinto di cibarsi di un frutto vegetale che è stato interpretato come capsula di papavero, al cui interno sarebbero raffigurati i suoi numerosi semi. Questa raffigurazione è da comparare con una simile, che qui propongo, appartenente a un vaso minoico del medesimo periodo, dove è meglio evidenziato il frutto vegetale. La stilizzazione del disegno potrebbe offrire qualche difficoltà di identificazione del vegetale, in particolare se si tratti di capsula di papavero da oppio o di melagrana – una classica problematica iconografica (si veda Samorini, 2016) – ma l’analisi comparativa e il contesto culturale fanno propendere maggiormente verso il frutto del papavero.

(sx) Coperchio di una pisside minoica ritrovata a Pachyammos, Cipro; (dx) particolare di una pittura da un vaso minoico (da Demargne, 1988, fig. 309 e 312)

(sx) Coperchio di una pisside minoica ritrovata a Pachyammos, Cipro; (dx) particolare di una pittura da un vaso minoico (da Demargne, 1988, fig. 309 e 312)

L’associazione fra papavero da oppio e uccello è un motivo che si ritrova nel mondo egeo anche in periodi posteriori a quelli minoici, come dimostra, ad esempio, il notevole caso di un’anfora proto-attica ritrovata nel corso degli scavi dell’Agora di Atene, dove sono raffigurati due uccelli, apparentemente due palmipedi, in mezzo ai quali è disegnata una rosa di dieci capsule di papavero.

Anfora proto-attica venuta alla luce durante gli scavi dell'Agora di Atene (da Kritikos & Papadaki, 1963, fig. 36, p. 119)

Anfora proto-attica venuta alla luce durante gli scavi dell’Agora di Atene (da Kritikos & Papadaki, 1963, fig. 36, p. 119)

In tutto il Levante mediterraneo sono state ritrovate delle spille con la parte terminale rassomigliante notevolmente a una capsula di papavero e con una lunghezza – fino a 30 cm – tale da far sorgere dubbi sul loro impiego come fermaglio per i capelli o per i vestiti, in quanto i comuni fermagli sono generalmente più corti. Queste spille sono in argento o più raramente in osso e sono state ritrovate in Grecia, a Creta, Cipro e anche in Egitto. Kritikos & Papadaki (1963, p. 101) hanno ipotizzato che si tratti di strumenti impiegati durante il processo di inalazione dell’oppio, proponendo ancora una volta la pratica dell’inalazione durante quei tempi così antichi, ancora tutta da dimostrare.

 

Grecia

Secondo Merlin (1984, p. 194), in Grecia il papavero da oppio fu introdotto durante il periodo Tardo Elladico I, che viene datato fra il 1600 e il 1450 a.C.

In Grecia sono raramente venuti alla luce resti della pianta di papavero da oppio. E’ il caso dell’area di Kastanas, con datazione al Bronzo Finale, dove sono stati ritrovati resti di Papaver somniferum che rappresentavano il 7,2% dei resti botanici del luogo, così come nel santuario di Kalapodi, nel periodo di transito allo stile protogeometrico finale, dove sono apparsi resti di Papaver somniferum e di Papaver argemone, con evidenza in quest’ultimo caso di coltivazione intenzionale di queste piante (Halstead, 1994 e Kroll, 1993, rip. in Becerra Romero, 2006, p. 13). Una cinquantina di semi di P. somniferum è venuta alla luce in un terreno impregnato d’acqua nel santuario di Hera a Samos, con datazione al VII secolo a.C. Nel medesimo contesto sono stati rinvenuti anche semi di lattuga selvatica (Lactuca serriola L.).  Kučan ritiene la presenza dei semi di entrambe queste specie vegetali non indicativi di un loro impiego come piante ornamentali, bensì come piante psicoattive (1995, pp. 45-6 e 31-3).

Capsule di papavero da oppio parrebbero essere raffigurate in diversi sigilli minoici e micenei. Un tema comune ad alcuni sigilli è la rappresentazione di una figura femminile – probabilmente una divinità – in posizione seduta o fuoriuscente dalla terra, e che tiene in mano o alla quale viene offerto un mazzo di capsule di papavero, solitamente in numero di tre.

Sigillo d'oro trovato negli scavi dell'antica Micene (da Evans, 1901, fig. 4, p. 108). A destra, foto del particolare delle tre capsule di papavero da oppio (dall'archivio Arachne – Corpus of Minoan and Mycenaean Seals)

Sigillo d’oro trovato negli scavi dell’antica Micene (da Evans, 1901, fig. 4, p. 108). A destra, foto del particolare delle tre capsule di papavero da oppio (dall’archivio Arachne – Corpus of Minoan and Mycenaean Seals)

(sx) Sigillo d'oro miceneo di Thisbe (Grecia) (da Evans, 1925, fig. 11, p. 11); (dx) Sigillo d'oro da Thisbe (Grecia), raffigurante una dea minoica aiutata da una figura maschile ad uscire dalla terra. La dea tiene in mano tre capsule di papavero da oppio (da Evans, 1930, vol. 3, fig. 319, p. 458)

(sx) Sigillo d’oro miceneo di Thisbe (Grecia) (da Evans, 1925, fig. 11, p. 11); (dx) Sigillo d’oro da Thisbe (Grecia), raffigurante una dea minoica aiutata da una figura maschile ad uscire dalla terra. La dea tiene in mano tre capsule di papavero da oppio (da Evans, 1930, vol. 3, fig. 319, p. 458)

Nella cultura ellenica posteriore a quella micenea le testimonianze iconografiche e letterarie inerenti il papavero da oppio diventano sempre più numerose. E’ sufficiente presentare qui un cameo raffigurante Nyx (la Notte) che distribuisce capsule di papavero da oppio. Nella sua mano sinistra ne tiene un mazzo in numero di tre.

Cameo ellenico raffigurante Nyx (Notte) che distribuisce capsule di papavero da oppio (da Merlin, 1984, fig. 70, p. 212)

Cameo ellenico raffigurante Nyx (Notte) che distribuisce capsule di papavero da oppio (da Merlin, 1984, fig. 70, p. 212)

Si vedano anche:

ri_bib

BANTI LUISA, 1940, Divinità femminili a Creta nel Tardo Minoico III, Studi e Materiali di Storia delle Religioni, vol. 17, pp. 17-36.

BAURAIN CLAUDE, 1984, Chypre et la Méditerranée orientale au Bronze Récent. Synthèse Historique, École Française d’Athens, Athens.

BECERRA ROMERO DANIEL, 2006, La adormidera en el Mediterráneo oriental: planta sagrada, planta profana, Habis, vol. 37, pp. 7-16.

BISSET G. NORMAN et al, 1994, Was opium known in 18th dynasty ancient Egypt? An examination of material from the tomb of the chief royal architect Kha, Journal of Ethnopharmacology, vol. 41, pp. 99-114.

BISSET G. NORMAN et al., 1996, Was opium known in 18th dynasty ancient Egypt? An examination of material from the tomb of the chief royal architect Kha, Ägypten und Levante, vol. 6, pp. 199-201.

BUNIMOVITZ SHLOMO & ZVI LEDERMAN, 2016, Opium or oil? Late Bronze Age Cypriot Base Ring juglets and international trade revisited, Antiquity, vol. 90, pp. 1552-1561.

BISSET G. NORMAN, JAN G. BRHUN & MEINHART H. ZENK, 1996b, The presence of opium in a 3500 yar old Cypriote Base-Ring Juglet, Ägypten und Levante, vol. 6, 203-4.

CHOVANEC ZUZANA, SEAN M. RAFERTY & STUART SWINY, 2012, Opium for the Masses. An Experimental Archaeological Approach in Determining the Antiquity of the Opium Poppy, Ethnoarchaeology, vol. 4, pp. 5-36.

CHOVANEC ZUZANA, SHLOMO BUNIMOVITZ & ZVI LEDERMAN, 2015, Is there opium there? Analysis of Cypriot base ring juglets from Tel Beth-Shemedh, Israel, Mediterranean Archaeology and Archaeometry, vol. 15(2), pp. 175-189.

COLLARD DAVID, 2008, Possible alternatives to alcohol: the contextual analysis of poppyshaped jugs from Cyprus and the Aegean, in: A. Hitchcock et al. (Eds.), Dais. The Aegean Feast, Liège & Texas Universities, pp. 57-64 + tavv. VIII-IX.

COLLARD DAVID, 2011, Altered States of Consciousness and Ritual in Late Bronze Age Cyprus, Thesis of the University of Nottingham, Faculty of Arts, School of Humanities.

COLLARD DAVID, 2012, Drinking with the Dead: Psychoactive Consumption in Cypriote Bronze Age Mortuary Ritual, in: D. Collard et al. (Eds.), Food and Drink in Archaeology 3, Prospect Book, Devon, pp. 23-32.

COUNSELL J. DAVID, 2008, Intoxicants in ancient Egypt? Opium, nymphaea, coca and tobacco, in: R. David (Ed.), Egyptian mummies and modern science, Cambridge University press, Cambridge, pp. 195-215.

DEMARGNE PIERRE, 1988, Arte egea, Rizzoli Editore, Milano.

DI PAOLO SILVANA, 2007, L’isola del rame, Pharaon Magazine, Anno III, n. 2, pp. 40-45.

EVANS J. ARTHUR, 1901, Mycenaean tree and pillar cult and its Mediterranean relations, Journal of Hellenic Studies, vol. 21, pp. 99-204.

EVANS J. ARTHUR, 1925, “The Ring of Nestor”: a glimpse into the Minoan after-world and a sepulcral treasure of gold signet-rings and bead-seals from Thisbê, Beotia, Journal of Hellenic Studies, vol. 45, pp. 1-75.

EVANS ARTHUR, 1930, The Palace of Minos at Knossos, Macmillan & Co., London, 4 voll.

EVANS JOHN, 1989, Report, Eretz-Israel. Archaeological, Historical and Geographical Studies, vol. 20, pp. 153-154.

GAIGNEROT-DRIESSEN FLORENCE,  2014, Goddesses Refusing to Appear? Reconsidering the Late Minoan III Figures with Upraised Arms, American Journal of Archaeology, vol. 118, pp. 489-520.

GERMER RENATE, 1981, Einige bemerkungen zum Angeblichen Opiumexport von Zypern nach Ägypten, Studien zur Altägyptischen Kultur, vol. 9, pp. 125-129.

GUERRA-DOCE ELISA, 2014, The Origins of Inebriation: Archaeological Evidence of the Consumption of Fermented Beverages and Drugs in Prehistoric Eurasia, Journal of Archaeological Methodology and Theory, vol. 21, pp. 1-31.

KARAGEORGHIS VASSOS, 1976a, A twelfth-century BC opium pipe from kition, Antiquity, vol. 50, pp. 125-129.

KARAGEORGHIS VASSOS, 1976b, Le quartier sacré de Kition: campagnes de fouilles 1973-75, Comptes-Rendus des Séances de l’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres, vol. 120, pp. 229-245.

KENNA G.E. VICTOR, 1967, The seal use of Cyprus in the Bronze Age. II, Bulletin de Correspondance Hellénique, vol. 91, pp. 552-577.

KOSCHEL KLAUS, 1996, Opium alkaloids in a Cypriote Base Ring I Vessel (Bilbil) of the Middle Bronze Age from Egypt, Ägypten und Levante, vol. 6, pp. 159-166.

KRIKITOS G. PAN & STELLA P. PAPADAKI, 1960, Der Mohn, das Opium, und ihr Gebrauch im Spaetminoicum III, Bemerkungen zu dem gefundenen Idol der Minoischen Göttheit des Mohns, Archives of the Academy of Athens, pp. 54-73.

KRIKITOS G. PAN & STELLA P. PAPADAKI, 1965 (1963), Mekonos kai opioü istoria kai ecsaplosis en te, perioche, tes Anatolikes mesogeioü kata ten arcaioteta, (History and spread of the poppy and opium in the region of the Anatolian Mainland in Antiquity), Arxaiologiskh Ephemeris, vol. 32, pp. 80-150.

KUČAN D., 1995, Zur Ernährung und dem Gebrauch von Pflanzen im Heraion von Samos im 7. Jahrhundert v.Chr., Jahrbuch des Deutschen Archäologischen Instituts, 110: 1-64.

LENTINI ALESSANDRO, 2009, Archeologia e paesaggio naturale: indagini archeobotaniche e fisico chimiche, in: M.R. Belgorno (cur.), Cipro all’inizio dell’Età del Bronzo. Realtà sconosciute della comunità industriale di Pyrgos/Mavroraki, Gangemi Editore, Roma, pp. 128-187.

MARINATOS Z., 1937, Ai Minokai Teai toy Gazi, Areologische Efemeris, pp. 278-291.

MERLIN D. MARK, 1984, On the Trail of the Ancient Opium Poppy, Associated University Press, London.

MERRILLEES S. ROBERT, 1962, Opium trade in the Bronze Age Levant, Antiquity, vol. 36, pp. 287-292.

MERRILLEES S. ROBERT, 1968a, The Cypriote Bronze Age Pottery Found in Egypt, Studies in Mediterranean Archaeology, P. Aström, Lund (Svezia).

MERRILLEES S. ROBERT, 1968b, Two late Cypriote vases, Opuscula Atheniensa, vol. 8, pp. 32-41.

MERRILLEES S. ROBERT, 1979, Opium Again in Antiquity, Levant, vol. 11, pp. 167-171.

NICGORSKI M. ANN, 1999, Polypus and the poppy: two unusual rhyta from the mycenaean cemetery at Mochlos, Aegaeum, vol. 20, pp. 537-541.

SAMORINI GIORGIO, 2016, Il problema della distinzione fra melagrana e papavero nelle antiche iconografie mediterranee e mediorientali, Archivi di Studi Indo-Mediterranei, vol. 6, pp. 1-25.

STEWART R. JAMES, 1955, When did Base-Ring Ware first occur in Palestine?. Bulletin of the American Schools of Oriental Research, vol. 138, pp. 47-49.

Scrivi un Commento

Il tuo indirizzo Email non verra' mai pubblicato e/o condiviso. I Campi obbligatori sono contrassegnati con *

*
*

  • Search