Il culto dell’oppio fra i Dauni della Puglia

The opium cult among the Dauni of the Puglia (southern Italy)

 

Il popolo dei Dauni abitava l’antica Daunia, l’attuale regione settentrionale delle Puglie, compreso il promontorio del Gargano. Questo popolo è stato promotore di un eccentrico stile artistico, manifestato in particolare nelle stele litiche istoriate, datate fra l’VIII secolo e gli inizi del VI secolo a.C.

Fronte e retro di una stele daunia del VII-VI secolo a.C., conservata al Museo Nazionale di Manfredonia (da Tunzi, 2011, p. 62)

Fronte e retro di una stele daunia del VII-VI secolo a.C., conservata al Museo Nazionale di Manfredonia (da Tunzi, 2011, p. 62)

Queste stele, che possono raggiungere l’altezza di oltre un metro, hanno sembianze antropomorfe e sono costituite da un “corpo”, ricavato da una lastra di pietra, e da una “testa”, la cui forma stilizzata cuneiforme contribuisce all’originalità di questa espressione artistica. La testa è in alcuni casi parte integrante del medesimo blocco litico, mentre in altri veniva costruita separatamente e quindi applicata sul corpo. Nessuna di queste stele è finora stata trovata in situ, e molte furono riutilizzate come materiale da costruzione – addirittura già dal VI secolo a.C., cioè durante il medesimo periodo daunio (D’Ercole, 2000, p. 328, n. 13) – e ci sono pervenute in forme spesso frammentarie. Alcune presentano ancora traccia di colore, a testimonianza del fatto che originalmente erano dipinte, oltre ad essere scolpite.

Circa la loro funzione, l’ipotesi iniziale che si trattasse di stele funebri, e che riportassero temi omerici (Ferri, 1962), non è più sostenibile, sebbene, come riporta la Leone (2007-08) “ancora oggi, e non senza pigrizia intellettuale, molti continuano a insistere sulla teoria funeraria e a riproporre acriticamente gli assiomi del Ferri privi di fondamento contestuale”. La medesima autrice propende per una loro funzione come simulacri votivi, che erano concentrati in pochi santuari dell’epoca.

I “corpi” di queste statue-stele sono incise da tutti i quattro lati di complessi motivi geometrici e di scene di carattere cultuale, e non solamente funebre, così come scene della vita quotidiana dei Dauni, e scene di fantasiosi esseri zoomorfi. Singolari sono le scene di commiato fra due persone, processioni di uomini e donne che recano in testa dei vasi, scene di cura, tessitura, caccia, e scene erotiche. Le stele sono stilisticamente suddivise in “stele con ornamenti”, che rappresentano circa l’80% del totale conosciuto, e “stele con armi” (Nava, 1984, p. 168).

Gli studiosi della cultura daunia riconoscono nei temi riprodotti sulle stele e sulla ceramica daunia una diretta influenza ellenistica, accanto a una più franca influenza delle culture adriatiche confinanti, fra cui quella dei Piceni (Rocco, 2012, p. 6, 12, 17).

Fra i disegni geometrici, è ricorrente il grafema di un circolo o più circoli concentrici con al centro un punto, attaccato a un’asta lineare, a volte dotata di foglie laterali, tali da tradire un suo significato vegetale. In alcuni casi, dalla parte opposta all’asta lineare è disegnato un elemento geometrico dalla forma di un cono troncato. Quando disegnati non in associazione con le figure umane, di frequente sono rivolti verso il basso, e per questo sono stati considerati degli oscilla. Ferri (1965, p. 148) li riteneva kymbala apotropaici, cioè cerchi metallici magici che servivano per allontanare gli spiriti maligni con il loro suono, e in alcuni casi li interpretò come melagrane; Nava (1988, p. 64) e Rocco (2002, p. 13) li interpretano come delle melagrane. D’Ercole (2000, p. 329 e n. 23) li denomina “pendenti a melagrana”, e li riconduce a una tipologia molto diffusa in area greca continentale e balcanica e che perdurò dai periodi micenei sino al VI secolo a.C. Tutto ciò porta al problema della distinzione iconografica fra melagrana e papavero, per il quale si veda Samorini, 2016b.

Parti centrali di stele daunie con raffigurazione del grafema circolare con “fusto” (sx da Tunzi, 2011, p. 34; dx da Nava, 1988, p. 128)

Parti centrali di stele daunie con raffigurazione del grafema circolare con “fusto” (sx da Tunzi, 2011, p. 34; dx da Nava, 1988, p. 128)

In seguito all’attenta analisi di un insieme di elementi iconografici e scenici delle stele, così come della ceramica daunia, l’archeologa pugliese Laura Leone (1995, 1995-96) ha formulato una sorprendente ipotesi interpretativa, che vedrebbe il grafema sferoidale come un simbolo grafico del papavero da oppio, e nelle scene delle stele sarebbero raffigurati emblemi, mitologie e momenti di un culto magico-terapeutico incentrato sull’utilizzo di questa pianta dalle note proprietà antidolorifiche, narcotiche e visionarie.

Questa identificazione del papavero da oppio con il grafema sferoidale ha portato a un’interessante rilettura delle scene delle stele. I bastoni-scettro agitati nelle scene rituali-terapeutiche, le olle sacrificali portate sulla testa delle donne in processione, le figure femminili con la testa a forma di “capsula” e ben radicate nel terreno – che la Leone vede come divinità del papavero da oppio – tutto d’un tratto mostrano un loro coerente significato. Anche le scene che rappresentano guaritori – più spesso guaritrici – che offrono un vaso medicinale a individui dolenti e ammalati, assumono un preciso significato, se si tiene conto delle proprietà medicinali del papavero da oppio, prima fra tutte quella di lenire il dolore fisico.

Scene di cura incise sulle statue-stele daunie (sx e dx da Nava, 1988, p. 25; centro da Tunzi, 2011, p. 46)

Scene di cura incise sulle statue-stele daunie (sx e dx da Nava, 1988, p. 25; centro da Tunzi, 2011, p. 46)

In tutte queste scenette di cura appare il grafema circolare nel suo aspetto più schematico, un piccolo circolo con un punto al centro. Osservando la serie di scene proposte nell’immagine sopra riportata, in quella di sinistra è ritratto un individuo seduto, con una mano apparentemente dolente, e che riceve da una figura sacerdotale un contenitore, che potrebbe rappresentare un farmaco a base di oppio. In questo caso il grafema circolare, con tanto di fusto dall’apparenza vegetale, fa parte dell’acconciatura della figura sacerdotale. Secondo Nava (1984, p. 166) questo tipo di “treccia” è un attributo prettamente femminile. Nella scena centrale parrebbe essere ritratta un’azione di cura mediante una lunga asta, interpretabile come uno strumento chirurgico, svolta su un piede dell’individuo di sinistra, il quale tiene sollevato con una mano il grafema qui in discussione; stando all’interpretazione come simbolo del papavero da oppio, ciò potrebbe indicare che l’individuo soggetto all’intervento chirurgico è sotto effetto dell’oppio, quindi sotto effetto di un antidolorifico. Anche nella scena di destra appare un individuo seduto con una mano verosimilmente dolente, e con un individuo sulla sinistra che gli sta recando un vaso e che tiene sollevato il solito grafema, questa volta a indicare verosimilmente il contenuto oppiaceo del vaso.

Ma nell’arte daunia – arte di spiccato carattere religioso – non vi sarebbe rappresentato un mero uso terapeutico di una pianta dalle portentose virtù medicinali; vi sarebbe espresso qualcosa di più, e cioè un culto religioso dove il papavero da oppio ricopre il ruolo di pianta visionaria, rivelatrice dei mondi “altri”, modificatrice dello stato di coscienza. Leone (2007-08) vede un carattere sciamanico in alcune scene delle stele, in particolare quella ripetuta di un individuo tenuto capovolto per i piedi da altri due individui.

Frammento di ceramica daunia da un ipogeo di Herdonia, Museo Civico di S. Ferdinando di Puglia (foto Laura Leone)

Frammento di ceramica daunia da un ipogeo di Herdonia, Museo Civico di S. Ferdinando di Puglia (foto Laura Leone)

Ulteriori reperti indicativi dell’importanza del papavero da oppio presso i Dauni sono due frammenti di ceramica dipinta appartenenti alla fase Geometrico Daunio III. In un frammento di Herdonia si osserva al centro una pianta riconoscibile come papavero da oppio; non sembra essere un ramo, bensì una pianta intera, ben radicata nel terreno, che culmina con una capsula, e non vi sono ragioni per identificarla con un melograno; sul lato sinistro si intravede un’altra capsula di papavero, mentre sul lato destro si distingue una figura femminile nell’atto di dare un vegetale – probabilmente sempre una pianta di papavero – a una figura maschile. Giulia Rocco (2002, pp. 6-7) ritiene che sia la figura maschile a offrire a quella femminile il vegetale dipinto fra le loro mani, da questa ricercatrice considerata una “fronda o uno stelo con boccioli”, ma è un’interpretazione priva di fondamenta; dall’analisi iconografica ben si evince che il ruolo cerimoniale-religioso nell’arte daunia è essenzialmente femminile. E in effetti Consiglia et al. (2006, p. 112) vedono più correttamente la figura femminile dare l’elemento vegetale all’uomo. La Leone (1992) ritiene la figura femminile una divinità, e la pianta del papavero sarebbe un suo attributo.

(sx) Frammento di ceramica daunio da Salapia, Collezione Sansone di Mattinata (da Nava, 1984, tav. XXVIIIa); (dx) particolare di un kalathos della fase geometrico daunio III (da Consiglia et al., 2006, fig. 13, p. 112)

(sx) Frammento di ceramica daunio da Salapia, Collezione Sansone di Mattinata (da Nava, 1984, tav. XXVIIIa); (dx) particolare di un kalathos della fase geometrico daunio III (da Consiglia et al., 2006, fig. 13, p. 112)

Nell’altro frammento, proveniente da Salapia, è dipinta al centro una figura apparentemente antropomorfa con connotazioni vegetali, che potrebbe rappresentare un essere mitico o una divinità della vegetazione, possibilmente associata al papavero da oppio, la cui testa ricorda una capsula vegetale (Leone, 1992), con tanto di disco stigmatico riportato sulla sua cima, ma che è ancora una volta pigramente interpretata dalla Rocco (2002, p. 13) come una melagrana. Consiglia et al. (2006, p. 112) e De Juliis (2005, p. 337) interpretano la forma rotondeggiante in cima alla figura femminile non come la sua testa, bensì come una olla portata sulla sua testa. A mio avviso questa figura è in stretta analogia grafica e semantica con la serie di figure femminili riportate in un kalathos della fase terminale geometrico daunio III, per le quali è difficile vedere l’ingrossamento rotondeggiante raggiato superiore come una olla tenuta sulla testa, bensì trova una più plausibile analogia con le capsule di papavero dipinte nei registri superiore e inferiore della medesima ceramica. Come affermato da Consiglia et al. (2006, p. 112), “la tentazione di leggere in queste straordinarie sequenze la rappresentazione di un mito locale si presenta molto forte”, ed è possibile vedere in queste figure femminili delle forme mitologiche antropomorfizzate della pianta del papavero da oppio.

A dare manforte all’interpretazione “oppiacea” di queste figure antropomorfe vegetali, è l’osservazione di una olla proveniente dalla tomba n. 64 del sito di Ascoli Satriano (Foggia), sulla cui superficie esterna è dipinto un registro di vegetali che, sebbene schematizzati, hanno evidenti connotati che rimandano al papavero da oppio. Anche in questo caso non vi sono motivi di identificare questi vegetali con la melagrana, trattandosi di piante apparentemente disegnate intere, con fusto eretto e radicate al suolo, come dimostrano le due foglioline inferiori. Un dettaglio interessante consiste nella forma ad arco al cui centro è posizionata la “testa-capsula” in alcuni di questi vegetali; un arco che in qualche modo parrebbe voler antropomorfizzare il vegetale, dotandolo di braccia, e che potrebbe avere relazioni semantiche con un tipo di asta riportata in alcune scene delle stele, interpretata dalla Nava (1988, p. 92) come “bastone che ha in alto una forca forse adatta a sostenere i tiranti di una tenda”; è il caso della scena qui riportata di “commiato”, in cui tale asta è tenuta con la mano da entrambe le figure umane, le quali sono dotate ciascuna del grafema circolare interpretato come simbolo del papavero da oppio.

(sx) Parte di una olla daunia da una tomba del sito di Ascoli Satriano (Foggia) (da de Juliis, 1984, tav. XXVIId); (dx) scena di “commiato” da una stele daunia (da Tunzi, 2011, p. 70)

(sx) Parte di una olla daunia da una tomba del sito di Ascoli Satriano (Foggia) (da de Juliis, 1984, tav. XXVIId); (dx) scena di “commiato” da una stele daunia (da Tunzi, 2011, p. 70)

Un ulteriore reperto riguarda una brocchetta subgeometrica della Collezione Ceci Macrini, in cui è dipinta una fila di motivi vegetali, interpretati come “boccioli semiaperti su corto stelo con foglie” (Rossi, 1979, p. 40), ma che a una più attenta osservazione ripropongono lo schema vegetale dei documenti iconografici sopra riportati, e nuovamente associabile alla pianta del papavero da oppio.

Brocchetta subgeometrica daunia della Collezione Ceci Macrini, alt. 14,8 cm (da Rossi, 1979, tav. XXIII, 63)

Brocchetta subgeometrica daunia della Collezione Ceci Macrini, alt. 14,8 cm (da Rossi, 1979, tav. XXIII, 63)

Da ciò si evince l’esistenza di un preciso codice grafico, che non è stato ancora compreso e studiato in tutti i suoi aspetti da parte degli studiosi dell’arte daunia, a mio avviso anche per via di una certa carenza cognitiva negli aspetti etnobotanici.

Nonostante l’ipotesi della Leone non sembri aver incontrato pareri favorevoli o meno fra gli altri studiosi della cultura daunia, i quali non si sono nemmeno degnati di discuterla (significativa la totale assenza nei lavori di D’Ercole, 2000 e Rocco, 2002), a mio avviso l’interpretazione etnobotanica coinvolgente il papavero da oppio resta la più plausibile e la più formidabile nello spiegare contemporaneamente tutto un insieme di scene e di soggetti iconografici dauni.

Riguardo la presenza del papavero da oppio nel territorio italiano, i dati archeologici hanno evidenziato come vi sia presente sin dai lontani periodi neolitici, e che proprio in Italia potrebbe essere localizzata l’origine della pianta, indotta dalla coltivazione e selezione della specie selvatica Papaver setigerum (Samorini, 2016a; si veda anche l’Archeologia dell’oppio, e il curioso ritrovamento di resti di papavero da oppio a Pompei, nella pagina Piante psicoattive di Pompei.

 

Si vedano anche:

Bibliografia sulle statue-stele della Daunia

Archeologia dell’oppio

L’oppio nell’antico Egitto

L’oppio nell’antico Levante mediterraneo

L’oppio nell’antica Anatolia

Il papavero da oppio nell’antica Mesopotamia

Mitologia del papavero da oppio

 

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CONSIGLIA MARIA, MIRIAM ANZIVINO & MARINA MAZZEI, 2006, Simboli e narrazioni nella ceramica geometrica della Daunia, in: F.-H. Massa-Pairault (Éd.), L’image antique et son interprétation, École Française de Rome, Roma, pp. 105-115.

DE JULIIS M. ETTORE, 1984, Nuove osservazioni sulla ceramica geometrica della Daunia, in: AA.VV, La civiltà dei Dauni nel quadro del mondo italico (Atti del XIII Convegno di Studi Etruschi e Italici, Manfredonia 1980), Olschki Ed., Firenze, pp. 153-161 + tavv.XXII-XXVII.

DE JULIIS M. ETTORE, 2005, La rappresentazione della figura umana nella Puglia anellenica, in:B. Adembri (cur.), ΑΕΙΜΝΗΣΤΟΣ. Miscellanea di Studi per Mauro Cristofani, Centro Di, Firenze, vol. I, pp. 333-342.

D’ERCOLE MARIA CECILIA, 2000, Immagini dall’Adriatico arcaico. Su alcuni temi iconografici delle stele daunie, Ostraka, vol. 9, pp. 327-349.

FERRI SILVIO, 1962, Stele “daunie”. Un capitolo di archeologia protostorica, Bollettino d’Arte, n.1-2, pp. 103-114.

FERRI SILVIO, 1965, Stele daunie V, Bollettino d’Arte, n. 3-4, pp. 147-152.

LEONE LAURA, 1992, Dal frammento di Salapia alle stele daunie, Bollettino Archeoclub, p. 2.

LEONE LAURA, 1995, Oppio, “Papaver somniferum“. La pianta sacra ai Dauni delle stele, Bollettino Camuno Studi Preistorici, vol. 28, pp. 57-68.

LEONE LAURA, 1995-96, Ancora sulle “Stele daunie”, La Capitanata, Foggia, vol. 22-23, pp. 141-170.

LEONE LAURA, 2002-3 Botanica sacra oppiacea nella Daunia ( Sud Italia) tra VII-VI a.C. / Sacred opium botany in Daunia (Southern Italy) from the 7th to the 6th Century BC, Eleusis, Rivista internazionale su Piante e Composti Psicoattivi (Museo Civico di Rovereto). Nuova serie, vol. 6/7, pp. 71-82 (versione inglese in www.artepreistorica.com).

LEONE LAURA, 2007-8, Stele Daunie: semata funerari o statue votive? Archeo-botanica sacra del Papaver somniferum, Ipogei 06, vol. 3, pp. 67-76.

NAVA MARIA LUISA, 1984, Le stele della Daunia, in: AA.VV., La civiltà dei Dauni nel quadro del mondo italico (Atti del XIII Convegno di Studi Etruschi e Italici, Manfredonia 1980), Olschki Ed., Firenze, pp. 163-187 + TAVV. XXVIII-XXXIX.

NAVA MARIA LUISA (cur.), 1988, Le Stele della Daunia, Electa, Milano.

ROCCO GIULIA, 2002, Il repertorio figurato delle stele della Daunia: iconografie e temi narrativi tra Grecia e Adriatico meridionale, Prospettiva, vol. 105, pp. 2-28.

ROSSI FILLI, 1979, Ceramica geometrica daunia nella Collezione Ceci Macrini, Dedalo Libri, Bari.

SAMORINI GIORGIO, 2016a, Origini italiane dell’oppio?, Erboristeria Domani, N. 396, pp. 70-76.

SAMORINI GIORGIO, 2016b, Il problema della distinzione fra melagrana e papavero fra le antiche iconografie mediterranee e mediorientali, Archivi di Studi Indo-Mediterranei, vol. 6, pp. 1-25.

TUNZI ANNA MARIA (cur.), 2011, Pagine di pietra. I Dauni fra VII e VI secolo a.C., Claudio Grenzi, Foggia.

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  2. Scritto da Le sacerdotesse di Demetra (1/2) | CULTURA SALENTINA il aprile 15, 2015 alle 3:26 pm

    […] [6]Samorini, Giorgio Il culto dell’oppio fra i Dauni della Puglia http://samorini.it/site/archeologia/europa/archeologia-oppio/oppio-dauni-puglia/ […]

  3. […] Editrice, Taranto, 2007 6Samorini, Giorgio Il culto dell’oppio fra i Dauni della Puglia http://samorini.it/site/archeologia/europa/archeologia-oppio/oppio-dauni-puglia/ 7Cfr. Pichierri, Gaetano Agliano nella storia Magna Grecvia in “Sava nella storia” a cura di […]

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