Archeologia dell’oppio

Archaeology of opium

 

L’archeologia del papavero da oppio è alquanto complessa e supportata da un insieme cospicuo di dati, sia nelle rimanenze vegetali che nell’evidenza indiretta quali i parafernali e le raffigurazioni artistiche. In questa sede non si pretende di sviluppare una presentazione dei dati esaustiva, bensì di focalizzare principalmente l’attenzione sul problema delle origini dell’oppio e del suo uso, e di presentare i dati relativi a determinate culture, quali quella cipriota, egizia, mesopotamica, ecc.

Nonostante le numerose ricerche, sino ad oggi non sono mai stati ritrovate stazioni realmente selvatiche di Papaver somniferum, e come per diverse altre piante selezionate dall’uomo millenni di anni fa, ciò sarebbe un’evidenza dell’opera umana di selezione da un’altra specie selvatica di Papaver. Il candidato più probabile è il Papaver setigerum, e la maggior parte dei tassonomisti riconosce oggigiorno l’esistenza di una sola specie, Papaver somniferum L., differenziabile nelle due sottospecie somniferum Kadereit e setigerum (DC.) Corb. (Hammer & Fritsch, 1977). Fra le diverse varietà di papavero da oppio coltivate o semi-selvatiche, si osserva uno spettro di differenze morfologiche nel frutto (“capsula”) al cui interno sono presenti numerosi semi. Nelle varietà semi-selvatiche o auto-germinanti, nella parte superiore delle capsule sono presenti numerosi forellini da cui fuoriescono i semi per iattazione. Nelle varietà coltivate questi forellini non sono presenti, e la capsula resta chiusa ermeticamente e non si decompone tanto facilmente (sono state ritrovate capsule ben conservatesi antiche di oltre settemila anni), privando quindi della possibilità di fuoriuscita dei semi. In tal caso si parla di capsule non deiscenti, ed è stato ipotizzato che ciò sia un risultato della selezione umana con intenzionale ottenimento di forme mutate con lo scopo di massimizzare la raccolta dei semi (Merlin, 1984, p. 47).

E’ importante considerare lo specifico habitat del papavero da oppio, il quale predilige quasi esclusivamente “gli habitat pionieri, sia direttamente creati e mantenuti dall’uomo, sia ai margini di questi, sulle discariche e sugli sterri e ai bordi dei campi coltivati” (Chouvy, 2001, p. 184). In un certo senso, il papavero da oppio “ama” vivere vicino all’uomo. Ed è stato proprio questo tipo di habitat, antropico, che diversi millenni fa ha permesso all’uomo di accorgersi di questa pianta (la subsp. setigerum, quella selvatica) e di entrarvi in relazione, sino alla scoperta delle sue proprietà alimentari (i semi), medicinali e psicoattive. L’inizio di questa relazione potrebbe essere datato alla fase Epi-Paleolitica, quella dei Cacciatori-Raccoglitori. Ne potrebbe essere una testimonianza il ritrovamento di un paio di semi di P. setigerum, di cui uno carbonizzato, in un livello del Paleolitico Superiore del 12000 a.C. nella Cueva del Juyo, nella regione cantabrica della penisola iberica. Il contesto del ritrovamento ha fatto pensare inizialmente a un utilizzo di questi semi per scopi alimentari.1 Ma Guerra Doce (2002: 61) ha fatto notare come i due semi siano stati incontrati in associazione a un luogo sacro, probabilmente un santuario, per cui non esclude una loro funzione rituale. Non sappiamo se a quei tempi fossero già state scoperte le proprietà medicinali e psicoattive, oltre a quelle alimentari delle specie di papavero; resta il fatto che questo dato evidenzia una probabile relazione dell’uomo magdaleniano con le piante selvatiche del genere Papaver, e proprio con la specie da cui, millenni dopo, con l’acquisizione neolitica delle tecniche di coltivazione, fu ricavato il vero e proprio papavero da oppio, la subs. somniferum.

Per quanto riguarda i reperti materiali, cioè il ritrovamento di resti della pianta del papavero da oppio, si presentano tre ordini di problemi archeologici che non sono sempre risolvibili: l’identificazione botanica della specie di Papaver a cui appartengono i reperti, la effettiva relazione antropica di questi reperti e, in caso di accertata relazione con l’uomo, le finalità d’impiego della pianta.

In numerosi casi, ciò che viene alla luce negli scavi archeologici sono i semi del papavero, più o meno carbonizzati, e a volte in gran quantità. Ogni capsula di papavero da oppio contiene diverse migliaia di semi (mediamente 5000, ma può produrne anche il doppio), che si diffondono nell’ambiente circostante. Ricordando che il papavero colonizza i terreni pionieri, in particolare le aree marginali degli ambienti antropici, appare evidente la difficoltà di distinguere fra presenza casuale o causale dei semi negli scavi archeologici. Ne è un esempio proprio il dato epi-paleolitico iberico sopra riportato, dove due semi di papavero – a quei tempi ovviamente della specie non coltivata – in un contesto antropico, pur rituale, potrebbero aver raggiunto quell’ambiente per vie del tutto casuali o comunque non-antropiche.

Si presentano difficoltà nel riconoscimento delle specie di Papaver a cui appartengono i semi ritrovati in contesti archeologici. E’ pur vero che Renfrew (1973, p. 161) riconosce una differenza nelle dimensioni dei semi di setigerum e di somniferum (0,66-0,97 mm rispetto a 1,17-1,29 mm),2 ma la variabilità interna a una subspecie o a una varietà è così elevata, tale da ridurre il margine di certezza interpretativa. Diversi archeologi oggigiorno riferiscono dei loro reperti vegetali come appartenenti al Papaver somniferum/setigerum (cfr. Guerra Doce & López Sáez, 2006, p. 11). Maggiori possibilità d’identificazione della specie si presentano in caso vengano alla luce della capsule di papavero, poiché le differenze morfologiche fra setigerum e somniferum sono più nitide. Nel setigerum il numero di raggiature del disco stigmatico non è mai superiore a 8, mentre nel somniferum sappiamo essere di 9-13. La capsula del setigerum è più piccola e in forma più allungata di quella del somniferum.

Paragoni fra foglie, petali e capsule di Papaver somniferum subsp. somniferum (1) e subsp. Setigerum (2) (da Mihalik, 1998, figg. 16-18, pp. 36-7)

Paragoni fra foglie, petali e capsule di Papaver somniferum subsp. somniferum (1) e subsp. Setigerum (2) (da Mihalik, 1998, figg. 16-18, pp. 36-7)

Un ulteriore fattore che contribuisce a rendere aleatorio il tipo di rapporto intercorso fra l’uomo e il reperto botanico di papavero, consiste nella finalità d’impiego di questo vegetale, se per scopi alimentari, medicinali o inebrianti. E’ assai probabile che il primo rapporto col papavero sia stato di tipo alimentare, poiché sappiamo che i semi di papavero sono stati un’importante fonte di cibo nei tempi passati presso diverse popolazioni eurasiatiche e lo sono tutt’ora (Bernáth, 1998). Tuttavia, l’uomo preistorico si sarà presto accorto di quel lattice biancastro che fuoriesce dalla capsula del setigerum. Questa specie selvatica di papavero contiene i medesimi alcaloidi morfinani morfina, codeina e tebaina presenti nel somniferum, sebbene in minor quantità (Kapoor, 1995, p. 210); quantità pur tuttavia sufficienti a far accorgere all’uomo delle proprietà medicinali, in particolar modo sedative e antidolorifiche, e delle proprietà inebrianti di tipo narcotico di questo essudato.

 

Il problema delle origini

A tutt’oggi non è stato possibile individuare il preciso luogo d’origine della coltivazione del papavero da oppio, poiché le date più antiche di cui disponiamo sono distribuite su un’ampia area geografica che va dalla penisola iberica all’Italia insulare sino all’Europa centrale. Questa incertezza ha dato spazio fra i diversi studiosi a ipotesi che parrebbero suggerite più da un “orgoglio nazionalistico” piuttosto che basate su deduzioni obiettive. Per Becerra (2006, p. 8) il Papaver somniferum ha origine nella Penisola Iberica, poiché sarebbero localizzati in quella regione i dati più antichi. Per Zemanek et al. (2009) il dato europeo più antico riguarderebbe i siti della cultura neolitica dei Vasi a Banda Lineare (LBK) nella regione tedesca della Renania e in Olanda, ma la sua origine sarebbe da ricercare in Asia Minore, senza esporre per quest’ultima affermazione motivazioni plausibili. Per Gobbio (2008-10, p. 68) potrebbe essere il sito italiano di La Marmotta la sede dell’iniziale coltivazione e selezione del papavero da oppio a partire da una specie selvatica. Resta il fatto che una buona parte degli studiosi propende oggigiorno per un’origine verificatasi durante il neolitico del VI millennio a.C. in una qualche regione del Mediterraneo occidentale (Schultze-Motel, 1979).

Un’altra ipotesi di vecchia data, ma che ogni tanto ancor oggi viene riproposta, vede l’origine del papavero da oppio nelle regioni orientali del Mediterraneo, in Grecia o in Asia Minore (per una rassegna si veda Merlin, 1984, pp. 161-3). A titolo d’esempio, un recente studio sulla presenza dell’oppio nell’antico Egitto lo fa originare dall’Asia Minore e dal Medio Oriente (Veiga, 2013), mentre un altro lo fa originare dall’Anatolia Ignatiadou, 2008: 329). Ma il fatto che la specie selvatica di papavero da cui è probabilmente originato il P. somniferum – il P. setigerum – non cresca nel Levante Mediterraneo,3 dovrebbe escludere a priori quest’area geografica come luogo d’origine del papavero da oppio.4

Di seguito riporto un insieme di dati archeologici che possono essere utili per avere un quadro della situazione circa l’archeologia del papavero da oppio, mantenendo l’osservazione sui dati più antichi.

In diversi siti neolitici delle aree alpine e pre-alpine dell’Europa centrale, in particolare nella Germania del sud, in Svizzera e in Italia, sono stati ritrovati semi e capsule di papavero da oppio.5 Si tratta di popolazioni umane neolitiche che abitavano sulle sponde dei laghi e delle lagune, e i loro siti furono scoperti a partire dal biennio 1853-54, quando si verificò un’insolita siccità dell’area alpina, che fece abbassare notevolmente il livello delle acque di questi laghi, facendo quindi riemergere le antiche strutture palafitticole. In diverse decine di questi siti furono ritrovati semi di papavero in quantità significative, facendo presupporre che questa pianta venisse a quei tempi coltivata. La datazione della maggior parte di queste popolazioni neolitiche – chiamate cultura di Cortailloud, cultura di Chassey-Chalain, cultura Pfyn, ecc. – va dal 4800 al 3200 a.C. circa. In diversi casi, in seguito al loro abbandono, questi villaggi neolitici sono stati ricoperti di torba, e ciò ha favorito la preservazione del materiale organico. Ciò spiegherebbe l’anomala concentrazione di resti di papavero nei siti archeologici alpini.In alcuni siti alpini del Tardo Neolitico la quantità di semi di P. somniferum è risultata enorme, come nel caso di alcuni siti della Cultura di Horgener, datati fra il 3179 e il 3061 a.C., e in cui ne sono stati contati da 124000 a 74000 (Jacomet, 2006).

Per quanto riguarda la Penisola Iberica, il dato più noto riguarda il sito archeologico di Cueva de los Murciélagos, situato in provincia di Granada, vicino ad Albuñol. In questa grotta furono incontrati oltre sessanta resti umani disseccatisi in maniera naturale e in ottimo stato di conservazione, incluse le tuniche, i berretti e i calzari di sparto di cui erano vestiti. I corpi erano stati distesi e appoggiati semplicemente contro le pareti della grotta; in una delle sale della grotta una dozzina di corpi era stato disposto in semicircolo attorno allo scheletro di una donna. Accanto a ciascun corpo v’era un cesto o una borsa di sparto, che conteneva variamente ciocche di capelli, conchiglie marine, capsule e semi di Papaver somniferum. Accanto ai corpi erano presenti anche utensili di pietra, di legno e di osso e materiale ceramico frammentato (Góngora y Martinez, 1868, pp. 31-36). Non parrebbero esservi dubbi sull’identificazione dei semi di papavero come la subspecie somniferum, mentre per quanto riguarda le capsule della pianta, andate perdute (la scoperta risale alla seconda metà del XIX secolo), ne furono trovate almeno cinque, collocate in ceste differenti, ed è assai probabile che il loro numero fosse notevolmente maggiore (Alfaro, 1980, p. 119). Dopo lunghe reticenze nel considerare questo sito archeologico come appartenente al Neolitico antico, la datazione al C-14 dello sparto associato a queste inumazioni è risultata essere del 4080-3400 a.C. (Cacho Quesada et al., 1996).

Altre rimanenze, ancor più antiche, sono state ritrovate presso la grotta che porta il medesimo nome della precedente, Cueva de los Murciélagos, localizzata a Zuheros, in provincia di Córdoba. Scavi approfonditi hanno dato alla luce rimanenze di papavero in tutti gli strati neolitici della grotta, a partire dalla seconda metà dal 5360 a.C., e questo vegetale è il più abbondante fra i reperti archeobotanici del sito (González Urquijo et al., 2000, p. 175). Appare evidente il ruolo funerario e rituale del papavero in queste antiche inumazioni del neolitico iberico, trattandosi di una delle più antiche testimonianze di un culto associato a questa pianta psicoattiva. Una documentazione affine è presente nella Cueva del Toro, a El Torcal, Antequera, Malaga, dove è venuto alla luce un gran numero di semi di papavero in un orizzonte del neolitico finale datato al 3700-3600 a.C. (Buxó, 1997, p. 125).

Semi di Papaver somniferum ritrovati nella Grotta de los Murcielagos, Zuheros, Cordoba; sx) seme carbonizzato; dx) seme disseccato; centro) seme odierno (da Peña-Chocarro et al., 2013, fig. 2, p. 138)

Semi di Papaver somniferum ritrovati nella Grotta de los Murcielagos, Zuheros, Cordoba; sx) seme carbonizzato; dx) seme disseccato; centro) seme odierno (da Peña-Chocarro et al., 2013, fig. 2, p. 138)

Un ulteriore dato interessante riguarda un’antica miniera neolitica venuta alla luce nella piazza centrale del quartiere di Can Tintorer, a Giavà, una cittadina situata nelle vicinanze di Barcellona. L’entrata della miniera fu utilizzata come ipogeo, dove furono identificati gli scheletri di 12 individui. Le datazioni di questa inumazione multipla e successiva si aggirano fra il 3600 e il 3000 a.C. L’analisi del calcolo dentale e dei resti ossei di due scheletri appartenuti a uomini di 30 e 40 anni d’età, hanno evidenziato la presenza di frammenti di capsula di Papaver sominiferum (nel calcolo dentale di uno degli individui) e di morfina e codeina (nei tessuti ossei di entrambi gli individui); testimonianza diretta di assunzione di oppio da parte di questi due antichi minatori. L’uomo di 30 anni aveva subito in vita due trapanazioni craniche, alle quali era sopravvissuto, e si potrebbe sospettare un impiego dell’oppio come antidolorifico. Le medesime analisi sono state effettuate sui resti di una donna di 65 anni e un bambino di 3-5 anni d’età, appartenenti al medesimo contesto funebre, e hanno dato risultati negativi per gli oppiacei, evidenziando quindi una esclusività dell’impiego di oppio da parte della popolazione maschile, che era quella effettivamente impegnata nell’attività minatoria (Juan-Stresserras & Villalba, 1999).

Sempre per quanto riguarda la Penisola Iberica, in un vaso rinvenuto nella tomba 111 del sito di Fuente Álamo (Almería), appartenente alla Cultura di El Argar, sono stati ritrovati frammenti di semi e di capsula di P. somniferum. L’inumazione è stata datata alla fase finale di questa cultura iberica, cioè nel 1800-1500 a.C. (Schubart, 2006, p. 106). Il residuo incontrato in un altro vaso, appartenente alla tomba 68, è risultato positivo agli oppiacei. Entrambi i vasi contenevano anche acidi grassi, un dato che ha fatto ipotizzare la presenza di un olio vegetale in cui era mescolato l’oppio (Juan I Tresserras, 2004). Ancora, resti di P. somniferum, sia della subspecie selvatica che di quella coltivata, sono stati ritrovati nel sito calcolitico di Las Pilas, a Mojácar, in Almería) (Stika & Jurich, 1999).

In Italia, i dati più antichi circa il ritrovamento materiale di papavero da oppio appartengono al sito subacqueo di La Marmotta, nel comune di Anguillara Sabazia (Roma), sulle sponde del lago di Bracciano. Dai resti, sia carbonizzati che non, si è dedotto che si tratta di una varietà intermedia fra la subspecie selvatica (setigerum) e quella coltivata (somniferum). La datazione di questi reperti, la cui presenza in questo sito è sorprendentemente massiva, è del 5600-5150 a.C., cioè del Neolitico Antico, che al momento rappresenta la datazione più antica al mondo per il papavero da oppio coltivato (Rottoli, 1993). Nel sito di La Marmotta sono stati rinvenuti semi sia combusti che non, e resti carbonizzati di dischi stigmatici; le dimensioni dei semi sono simili alla specie coltivata, mentre i dischi stigamitici presentano caratteristiche intermedie fra la forma selvatica e quella coltivata (Banchieri & Rottoli, 2004-09, p. 43).

A Spilamberto (provincia di Modena), durante il periodo finale della Cultura di Fiorano, attorno al 5000 a.C., è stata osservata una significativa presenza del papavero da oppio della subspecie somniferum (Gobbo, 2008-10, pp. 68, 108), mentre con datazioni lievemente più recenti il papavero da oppio è stato incontrato nei siti nord-italiani di Isolino Virginia di Varese (4840-4680 a.C.) e di Palù di Livenza (4341-4088 a.C.) (Banchieri & Rottoli, 2004-9; per la datazione cfr. Corti et al., 1998). Un ulteriore ritrovamento degno di esser qui menzionato riguarda quello del sito di Lagozza in provincia di Varese, che ha dato nome alla omonima cultura del Neolitico Finale (3000-2600 a.C.), diffusa nelle odierne regioni della Lombardia e dell’Emilia: in scavi della fine del XIX secolo furono rinvenuti alcuni involti di stoffa, probabilmente di lino, in cui erano presenti numerosi semi di papavero, che erano stati conservati con evidenti scopi di una loro semina e coltivazione (Sordelli, 1896, pp. 272-4).

Esiste un nutrito insieme di reperti di papavero da oppio anche per la Cultura dei Vasi a Banda Lineare (LBK) dell’Europa Centrale, e per Zemanek et al. (2009) sarebbe presso i siti olandesi e della Renania di questa cultura neolitica che si presenterebbero i dati più antichi del papavero da oppio; ma ciò non è vero, poiché i dati più antichi sono quelli sopra presentati, in Spagna e in Italia. V’è chi, nei reperti nord-europei, ha voluto vedere la forma selvatica setigerum, mentre altri una forma più vicina al somniferum. Resta il fatto che il papavero raggiunse l’area dell’LBK dalle regioni mediterranee (Bakels, 1982). Una delle date più antiche di resti di papavero della cultura LBK è quella del sito di Vaihingen an der Enz, nella regione di Stuttgart, che gli studiosi del sito danno per il 5500-5100 a.C. (Bogaard et al., 2011); una data che parrebbe essere un po’ troppo precoce, e che non sembra essere basata sulla tecnica del C14, bensì unicamente sulle comparazioni con sequenze dendrocronologiche di altri siti LBK, e del resto i medesimi autori riportano questa datazione alta come “suggerita”, e non come accertata. In un altro sito LBK, quello di Meindling, situato nella bassa Baviera, è stata ritrovata la subsp. selvatica setigerum, con una data fornita dal C-14 del 4380 a.C. (Bakels, 1992, p. 55). La maggior parte dei siti LBK in cui sono state ritrovate rimanenze del papavero da oppio è localizzata ad ovest del Reno, in Renania (Knörzer, 1971) e nella regione olandese di Limbourg.

Semi e impronte di semi di papavero in un coccio del sito neolitico di Vaux-et-Borset, Belgio (da Bakels et al., 1992, fig. 4, p. 477)

Semi e impronte di semi di papavero in un coccio del sito neolitico di Vaux-et-Borset, Belgio (da Bakels et al., 1992, fig. 4, p. 477)

Fra i diversi sottogruppi di ceramica LBK, il cosiddetto gruppo di Blicquy, diffuso in particolare nel Belgio, ha fornito nel sito di Vaux-et-Borset un singolo vaso frammentato nella cui pasta erano stati introdotti dei semi di papavero della varietà setigerum, la cui funzione sarebbe stata quella di sgrassare la ceramica durante la lavorazione (Bakels et al., 1992). L’unicità di questo vaso, rispetto alle centinaia di vasi del medesimo sito neolitico privi di semi di papavero, fa sorgere il sospetto che la funzione dei semi non fosse meramente come sgrassante – verificato tra l’altro che l’olio dei semi di papavero non è particolarmente conveniente per stemperare – bensì che fosse maggiormente di natura simbolica o cultuale; altra possibilità è che si sia trattato di un semplice esperimento di fabbricazione la cui tecnica non fu in seguito adottata. Infine, 12 semi di papavero da oppio sono venuti alla luce nel sito neolitico di Zesłavice, in Polonia insieme a una miscela di semi di altre piante (Giżbert, 1960).

Mappa dell'Europa Occidentale con segnalati i reperti archeologici vegetali più antichi ascrivibili al papavero da oppio

Mappa dell’Europa Occidentale con segnalati i reperti archeologici vegetali più antichi ascrivibili al papavero da oppio

Ricapitolando, le date più antiche per il papavero da oppio risultano essere localizzate nel sud della Spagna e in Italia centrale, e in una di queste aree geografiche potrebbe risiedere l’origine della selezione e della creazione del papavero somniferum. Come è possibile osservare dalla mappa qui presentata, dal luogo d’origine – spagnolo o italiano che sia – il papavero si diffuse alquanto velocemente attraverso le vie commerciali neolitiche: verso nord, in direzione dell’Europa centrale, e poco più tardi verso il Levante mediterraneo. Il papavero da oppio in breve tempo si trasformò in un bene prezioso e di conseguenza in un importante oggetto commerciale (Samorini, 2016).

 

Note

1 – Ibáñez-Angulo, 1991, p. 48, rip. in Guerra Doce, 2002, pp. 59-60.

2 – Renfrew considera in realtà le altre due varietà nigrum e album, dove per album è da intendere la subsp. somniferum.

3 – Bensì nel Mediterraneo occidentale, cfr. Mihalik, 1998. Ma la sua presenza attuale è nota fino all’isola di Cipro (Meikle, 1977). In realtà, è stato ritrovato un singolo seme di P. setigerum in un pozzo antropico del sito di Atlit-Yam, ora sommerso dalle acque marine e localizzato lungo la costa di Israele; sito datato all’8000-7500 BP e appartenente alla facies culturale PPNC (Pre-Pottery Neolithic C). Questo ritrovamento ha fatto ipotizzare che durante il Neolitico Antico questa specie fosse diffusa anche in alcune regioni del Levante (Kislev et al., 2004, p. 1304).

4 – Alquanto improbabile è l’ipotesi di Chouvy (2001), che vedrebbe un’origine nei paesi arabi, così come è evidente che questo autore, francese, ha forzato i dati archeologici per porre una data molto antica (5500 a.C.) di ritrovamento di papavero da oppio nel territorio francese. Chouvy riporta di capsule di Papaver somniferum ritrovate nel sito neolitico di Châteauneuf-les-Martigues localizzato lungo le foci del Rodano, riferendo il lavoro di Merlin (1984, pp. 174-5), il quale in realtà non fa alcun accenno a tale ritrovamento; la capsula di papavero di cui tratta Merlin è stata ritrovata vicino ad Aygadales (area di Marsiglia) e non è possibile datarlo con precisione, ma è probabile che sia molto più recente rispetto al pur vicino sito neolitico di Châteauneuf-les-Martigues, e il medesimo Merlin sembra arrampicarsi un poco sugli specchi notando semplicemente la vicinanza geografica dei due siti]

5 – Impropriamente definiti come “fossili” da Merlin (1984).

 

Si vedano anche:

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