Archeologia dell’idromele

Archaeology of mead

 

L’idromele è una bevanda fermentata alcolica (si veda Bevande alcoliche) ottenuta dalla combinazione di miele e acqua, in presenza di lieviti, che sempre accompagnano il miele ricavato dalle api. In diverse zone del globo l’uomo ha appreso a raccogliere e a nutrirsi del miele d’api sin dai periodi dei Cacciatori-Raccoglitori, e nell’arte rupestre preistorica sono impresse scene di raccolta del miele datate a partire dai periodi Mesolitici (Crane, 2001). Oltre che come fonte alimentare, l’uomo avrà presto scoperto la possibilità di ricavare dal miele una fonte alcolica, data la più che plausibile possibilità di trovarsi di fronte a del miele non ben conservato e che per un qualche motivo sia stato a prolungato contatto con dell’acqua.

Nonostante la probabile alta antichità dell’idromele, i dati archeologici che ne hanno attestato la presenza sono scarsi, e per lo più appartenenti a orizzonti della fine del Neolitico e dell’Età del Bronzo e del Ferro. Ma si deve tenere in considerazione che solamente con le moderne tecniche di analisi archeometriche è possibile individuare la presenza di idromele fra i reperti archeologici, in particolare nel vasellame di terracotta o di bronzo, distinguendola da quella del semplice miele, e la diffusione di queste nuove tecnologie apporterà probabilmente in breve tempo dati più antichi che testimonino la relazione umana con l’idromele.

Il miele, ricavato dalle api che raccolgono il nettare dei fiori, è pieno di pollini di questi fiori, e anche l’idromele risulterà quindi ricco di questi medesimi pollini. Durante la preparazione dell’idromele vengono aggiunti additivi che hanno le proprietà di aromatizzarlo e ottimizzare la sua conservazione. In Europa, sin da tempi antichissimi viene aggiunto il fiore della Filipendula ulmaria (L.) Maxim., famiglia delle Rosaceae. La presenza di alte concentrazioni di polline, in particolare se immaturo, di questo fiore nei vasellami archeologici è indicativo della presenza di idromele, in quanto la concentrazione di quello presente nel solo miele, per via dell’attività delle api, è generalmente di molto inferiore, oltre a presentarsi del tutto maturo.

Fiore di Filipendula ulmaria, un comune additivo europeo all'idromele

Fiore di Filipendula ulmaria, un comune additivo europeo all’idromele

Il dato finora più antico attestante la presenza di idromele fra i reperti archeologici parrebbe essere localizzato nella Penisola Iberica, che è anche l’area di presenza di antiche pitture rupestri raffiguranti la raccolta del miele. In un orizzonte neolitico di capanne ritrovate sotto il megalito di Azután (Toledo, Spagna), datate al 4220-3970 a.C., sono venuti alla luce macine e varie ceramiche. L’analisi di un coccio di ceramica ha evidenziato la presenza di pollini alterati di erica, cisto, quercia, oltre ad acido cerotico, esteri di cera d’api, glucosio e diatomee; un insieme di elementi che ha permesso di identificare il residuo come miele probabilmente diluito nell’acqua (Juan-Stresserras & Matamala, 2005). Anche l’analisi di un recipiente proveniente dalla necropoli di Valle de las Higueras, sempre nella regione di Toledo e con una cronologia calcolitica pre-campaniforme, ha permesso l’individuazione di un residuo di idromele (Bueno et al., 2005, p. 76).
Si deve tuttavia tenere conto che la sola presenza di cera d’api nel vasellame archeologico – i cui primi dati sono associati a manufatti neolitici – non è indicativa della presenza di idromele, in quanto la cera d’api veniva impiegata anche per altri scopi, quali la sigillazione di contenitori, come combustibile per illuminazione, come prodotto isolante le porose pareti di vasellame, come repellente degli insetti, come medicina (Mayyas et al., 2011).

L’analisi di coproliti e cocci di vasellame provenienti da diversi siti eurasiatici ha evidenziato una concentrazione significativa di polline di Filipendula ulmaria. In Georgia, in un’inumazione del sito di Kodiani (regione di Borjomi), datata al 2600-2400 a.C., i resti di tre contenitori in terracotta hanno evidenziato la presenza di elevate concentrazioni di pollini di Rosaceae, un dato che ha fatto ipotizzare che questi vasi contenessero del miele (Kvavadze et al., 2007). Tuttavia, data l’enorme quantità di polline di Filipendula ulmaria riscontrata in tutti i tre contenitori, Moe & Oeggl (2014, p. 522) hanno suggerito che il contenuto non fosse miele, bensì idromele. Altri reperti, meno antichi di oltre 1000 anni, sono stati individuati in siti archeologici della Svezia e dell’Austria (Moe & Oeggl, 2014).

Contadini ubriachi di idromele. Incisione dall'opera di Olao Magno del 1555, “Historia de gentibus septentrionalis”

Contadini ubriachi di idromele. Incisione dall’opera di Olao Magno del 1555, Historia de gentibus septentrionalis

La presenza di idromele è stata determinata in un’inumazione dell’Età del Bronzo del sito di Ashgrove, nel Fife (Gran Bretagna), con datazione al 1750-1500 a.C., e in questo caso si è potuto determinare che il miele era stato disciolto in un liquido, poiché era fuoriuscito rovesciandosi sul muschio e sulle foglie che coprivano la parte superiore del cadavere (Dickson, 1978). La presenza di idromele è stata individuata pure in un vassoio di bronzo associato all’inumazione di una donna datata al periodo Tardo Hallstattiano, del sito di Niedererlbach, in Bavaria (Germania) (Rösch, 2005), e nella cosiddetta tomba del “Condottiero di Hochdorf”, nella regione di Baden-Württemberg (Germania), datata al 530 a.C., quindi sempre del periodo celtico Halstattiano (Körber-Grohne, 1985, pp. 93-100). In quest’ultima, ai piedi dell’inumazione è stato ritrovato un calderone della capacità di 550 litri, le cui analisi palinologiche hanno mostrato essere stato riempito per due terzi di idromele (360 litri). All’interno del calderone era presente una scodella d’oro, e appese a una parete della tomba sono state ritrovate otto corna con ornamenti in bronzo, impiegate per bere. Un nono corno, della lunghezza di un metro e della capacità di 5,5 litri, era stato appeso in un’altra parete. Ciò ha fatto ipotizzare che fosse avvenuto un banchetto funebre a base di idromele in onore del defunto prima della chiusura della tomba (Verger, 2013).

Il calderone della capienza di 550 litri ritrovato nella tomba celtica di Hochdorf, in Germania.

Il calderone della capienza di 550 litri che conteneva idromele, ritrovato nella tomba celtica di Hochdorf, in Germania.

Recentemente è stato ipotizzato l’impiego di idromele internamente ai riti ellenistici delle Tesmophorie, in particolare in quelle tenute nel santuario di Bitalemi a Gela, in Sicilia. Questi riti si tennero nel periodo che va fra la metà del VII secolo a.C. sino alla distruzione del santuario del 504 a.C. per opera dei Cartaginesi. Negli scavi del santuario sono venuti alla luce dei crateri corinzi e di altre fabbriche greche e locali, e si è discusso sulla possibilità che svolgessero la funzione di contenere vino. Una tale supposizione è tuttavia ostacolata dal fatto che generalmente nella cultura greca e della Magna Grecia alle donne era vietato consumare il vino, soprattutto nei contesti dei riti tenuti in onore a Demetra, quali erano le Tesmophorie. E’ pur vero che v’è chi ha evidenziato un potenziale sovvertimento dell’ordine sociale nei culti demetriaci che avrebbe permesso l’impiego del vino da parte delle donne nel contesto eccezionale del rito (Permberton, 2000), ma si tratta di un’ipotesi debole, basata sulla sola analisi di alcuni vasi corinzi e su alcuni ambigui passi del Tesmoforiazuse di Aristofano in un contesto quasi caricaturale e con fini commediografici, e che non dimostra che lo stato invasato delle donne fosse dovuto al vino, a loro proibito. Più interessante risulta l’ipotesi avanzata dalla Albertocchi (2012), la quale ha ipotizzato l’impiego di idromele da parte delle donne nel corso delle Tesmoforie, con un’eventuale arricchimento della soluzione con sostanze eccitanti o allucinogeni. 

 

Si vedano anche:

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ALBERTOCCHI MARINA, 2012, ‘Eugenie’ ebbre? Considerazioni su alcune pratiche rituali del Thesmophorion di Bitalemi a Gela, Kernos, vol. 25, pp. 57-74.

BUENO P., R. BALBÍN & R. BARROSO, 2005, Ritual Campaniforme Ritual Colectivo: la necrópolis de cuevas artificiales del Valle de Las Higueras, Huecas, Toledo, Trabajos de Prehistoria, vol. 62(2), pp. 67-90.

CRANE EVA, 2001, The Rock Art of Honey Hunters, International Bee Research Association, Cardiff, UK.

DICKSON H. JAMES, 1978, Bronze age mead, Antiquity, vol. 52, pp. 108-113.

JUAN-STRESSERRAS J. & J.C. MATAMALA, 2005, Estudio de residuos microscópicos y compuestos orgánicos en utillaje de molido y de contenido de las vasijas, in: Bueno et al. (cur.), El dolmen de Toledo, Universidad de Alcalá, Alcalá, pp. 235-241.

KÖRBER-GROHNE U., 1985, Die biologische Reste aus dem hallstattzeitlichen Fürstengrab von Hochford, Gemeinde Eberdingen, Kr. Ludwigsburg, in: U. Köorber-Grohne & H. Küster (Hrsbg.), Forschungen und Berichte zur Vor- und Frühgeschichte in Baden-Württemberg, vol. 19, pp. 87-265.

KVAVADZE ELISO et al., 2007, The first find in southern Georgia of fossil honey from the Bronze Age, based on palynological data, Vegetation, History & Archaeology, vol. 16, pp. 399-404.

MOE DAGFINN & KLAUS OEGGL, 2014, Palynological evidence of mead: a prehistoric drink dating back to the 3rd millennium B.C., Vegetation, History and Archaeology, vol. 23, pp. 515-526.

PEMBERTON G. ELIZABETH, 2000, Wine, women and song: gender roles in Corinthian cult, Kernos, vol. 13, pp. 85-106.

RÖSCH MANFRED, 2005, Pollen analysis of the contents of excavated vessels. Direct archaeobotanical evidence of beverages, Vegetation, History and Archaeology, vol. 14, pp. 179-188.

VERGER STÉPHANE, 2013, Partager la viande, distribuer l’hydromel. Consommation collective et pratique du pouvoir dans la tombe de Hochdorf, en: S. Krausz et al. (Éds.), L’Âge du Fer en Europe. Mélanges offerts à Olivier Buchsenschutz, Ausonius, Bordeaux, pp. 511-520.

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