Il papavero da oppio nell’antica Mesopotamia

The opium poppy in the ancient Mesopotamia

 

La presenza del papavero da oppio presso le antiche culture mesopotamiche, o per lo meno fra gli Assiri, è discussa fra gli studiosi, e la storia di questi studi è costellata da erronee interpretazioni e identificazioni. E nonostante la forte ma anche apparentemente solitaria  opposizione di Krikorian (1975) e le difficoltà di individuazione dei termini cuneiformi associabili a questa droga, la questione della presenza o meno dell’oppio nella terra fra i due fiumi resta a mio parere ancora aperta.

Nel lontano 1928, in un saggio sull’oppio che ebbe una significativa influenza su molti autori del tempo, e seguendo quanto aveva comunicato loro Raymond Dougherty, Terry & Pellens riportarono che l’oppio era identificabile fra i Sumeri con il termine cuneiforme HUL.GIL, dove GIL significherebbe “gioia”, “giubilo”. Quest’affermazione, ripresa da molti saggi sull’oppio nei decenni passati – e a volte riproposta oggigiorno – è stata in seguito scartata con il progresso degli studi assiriologici (Krikorian, 1975). Da ciò Krikorian ne ha dedotto, in maniera probabilmente troppo recisa, la totale assenza del papavero da oppio nell’antica Mesopotamia, sia nei testi cuneiformi che nell’iconografia.

Si devono tuttavia considerare gli altri nomi assiri associati all’oppio e individuati da R.C. Thompson in un suo celebre saggio sulla botanica assira del 1949 (pp. 223-230). Il termine ú-nam-ti-la (o ú-nam-til-la) indicherebbe l’“oppio” e letteralmente significherebbe “pianta della vita”: si tratterrebbe di una delle parole sumere corrispondenti all’accadico irrû, anch’esso associato alla pianta del papavero. E con i Sumeri ci ritroviamo alla data del 3000 a.C. Un altro termine assiro, (Pa)Pa.Pa, indicherebbe il succo del papavero e fu suggerito che da questo termine avrebbe potuto originare la parola papaver, sebbene quest’ultima teoria non sia più molto seguita dagli studiosi.

Anche i termini assiri šam irrû e šam araru si riferirebbero all’oppio e al papavero da oppio, e Thompson individuò diversi altri termini che includevano šam o araru, probabilmente anch’essi ascrivibili alla diversificata nomenclatura associata al papavero da oppio. Nella lingua assira, irrû significherebbe “maledire” e Thompson sottolineò quest’associazione arcaica fra un narcotico e il concetto di maledizione. E’ stata anche segnalata un’associazione semantica di questi termini riferibili al papavero da oppio con la “qualità” delle Cucumberaceae di produrre grossi frutti pieni di semi; ciò si potrebbe spiegare con una presunta assimilazione, secondo la mente assira, della capsula del papavero con un piccolo cocomero.

Dal punto di vista iconografico, un tema presente fra i bassorilievi monumentali assiri del XI-VII secolo a.C. è la raffigurazione di un essere antropomorfo – spesso dotato di ali e quindi interpretato come un “genio” – ripreso in un evidente contesto rituale religioso, che tiene in mano un oggetto apparentemente vegetale costituito da tre, cinque o anche sei elementi penduli. Oltre che come “geni”, una parte di questi esseri sono stati interpretati anche come re defunti divinizzati. E verificato che i vegetali tenuti in mano, qualunque essi siano, sono raffigurati o in posizione eretta, quindi “vivi”, o ricadenti all’ingiù. quindi appassiti o “morti”, è stato ipotizzato che questa differenziazione indicasse lo stato di vivo o di morto dell’essere antropomorfo che li tiene in mano (Loon, 1985); un’interpretazione forse un po’ debole per via di non poche eccezioni e della limitazione agli oggetti vegetali, ma che ha il merito di evidenziare l’esistenza di un probabile codice semantico fra “ricadente” o “eretto” degli oggetti tenuti nelle mani di questi antropomorfi dell’arte assira.

In una prima fase degli studi assiriologici questi oggetti furono per lo più interpretati come melagrane, sebbene non siano mancate interpretazioni come capsule di papavero, ma anche come scacciamosche o arma da lancio (per una rassegna si veda Krikorian, 1975, pp. 104-5; Zender, 1928). In uno studio antico, Bonavia (1894: 95-113) riconduceva tutti questi oggetti vegetali al motivo iconografico della ninfea – un altro importante elemento vegetale dell’arte mesopotamica -, basando la sua dissertazione sul fatto che ciò che viene interpretato come capsula di papavero è in realtà la raffigurazione del frutto della ninfea. Sebbene l’osservazione di Bonavia sia importante soprattutto nel caso dell’arte egizia (si veda L’oppio fra gli antichi Egizi), la sua analisi nel caso dell’arte mesopotamica appare un poco forzata. Nel 1938, in seguito a un attento studio specifico, Speleers giunse alla conclusione che si trattava per lo più di capsule di papavero da oppio, e denominò queste raffigurazioni antropomorfe “Personaggi con i Papaveri”. Più recentemente, Krikorian (1975) ha riproposto l’interpretazione come melagrane, un fatto che ci riporta al problema della distinzione fra questi due vegetali nell’iconografia mediterranea (si veda Samorini, 2016).

"Geni" rappresentati nei bassorilievi assiri

“Geni” rappresentati nei bassorilievi assiri

Si devono distinguere gli oggetti privi di connotazioni vegetali, che potrebbero riguardare uno scacciamosche, un’arma da lancio, un flagello o altro manufatto, da quelli che hanno una qualche parvenza vegetale. Fra questi ultimi, si possono notare due principali tipologie: l’una con disegnato un frutto rotondeggiante dotato in alto di una coronazione di punte, generalmente o pressoché sempre in numero di tre; in alcuni casi sotto al frutto, prima dello stelo, v’è raffigurato un anello, una forma discoidale che potrebbe ricordare il toro della capsula del papavero. Nell’altra tipologia, al posto del frutto rotondeggiante v’è disegnata una rosetta, anch’essa sormontata dalla corona a tre punte, costituita da un cerchio centrale e da un insieme di petali.

Alcuni oggetti tenuti in mano dai geni dei bassorilievi assiri

Alcuni oggetti tenuti in mano dai geni dei bassorilievi assiri

Nella discussione sull’identificazione botanica di questi oggetti, v’è chi ha voluto considerare la presenza o meno del toro come criterio di distinzione fra papavero e melagrana (Speleers, 1938), così come v’è chi nega l’identificazione di quell’anello come il toro del papavero, in quanto quest’ultimo nella realtà è distante 5-10 mm dalla capsula, mentre nei bassorilievi assiri è raffigurato attaccato al corpo rotondeggiante vegetale (Krikorian, 1975, p. 111). Il medesimo Krikorian evidenzia come il disco stigmatico, inteso come la coronazione a tre punte, non sia raffigurato in maniera realistica. Ma la coronazione a tre punte, nelle sue varie stilizzazioni che possono raggiungere la forma della croce, è una licenza iconografica indotta dalla riduzione della forma tridimensionale del disco stigmatico a un simbolo bidimensionale, noto e diffuso presso diverse culture antiche eurasiatiche e che in più casi è riconosciuto essere associato al papavero da oppio, mentre in altri è associabile alla melagrana. Il non voler riconoscere nei monumenti assiri la capsula del papavero da oppio per via di mancanza di realismo o di minuti dati morfologici – troppo minuti, quali i pochi millimetri che separano il toro dalla capsula – appare pretenzioso, di fronte alla grande variabilità che è stata prodotta nella stilizzazione iconografica del papavero.

Personalmente ho l’impressione che questi oggetti, pur avendo qualche connotazione vegetale, non rappresentino dei frutti veri e propri, né delle capsule di papavero, né delle melagrane, e che raffigurino invece degli oggetti manufatti la cui forma avrebbe potuto rifarsi, intenzionalmente o meno, a quella di un qualche vegetale. I motivi per cui non rappresentano delle capsule di papavero non sono tuttavia quelli addotti da Krikorian, sostenitore tra l’altro della totale assenza di questa pianta presso le antiche culture mesopotamiche; una totale assenza un po’ difficile da accettare, data la sua accertata presenza durante l’Età del Bronzo nel Levante Mediterraneo (Merlin, 1984: 190-250), in una regione con strette relazioni e influenze culturali con la Terra dei Due Fiumi.

A riprova della sua tesi della totale mancanza dell’oppio nell’antica Mesopotamia, Krikorian (1975, p. 113) adduce il fatto che non sono state ritrovate rimanenze dirette del vegetale nel corso dei tanti scavi effettuati in quell’area. Ma anche nell’isola di Creta non ci sono sinora pervenuti resti vegetali di papavero da oppio – semi o capsule che siano -, senza che ciò abbia mai fatto dubitare della conoscenza e della presenza della pianta durante i tempi minoici e micenei, così ben evidenziata dai reperti iconografici (si veda L’oppio nell’antico Levante Mediterraneo).

La presenza del papavero da oppio in Mesopotamia potrebbe essere ancor più radicata e antica. Come suggerito dall’analisi dei testi cuneiformi, termini associati al papavero da oppio si ritroverebbero già fra gli antichi Sumeri. Per Emboden (1995, p. 101) questa pianta era sicuramente presente in Mesopotamia – se non ancor prima – nel II millennio a.C., per via della sua raffigurazione nell’arte. Il soggetto del mazzo di capsule di papavero, generalmente in numero di tre, tenute in mano da una figura divina, è precedente alla cultura assira, ritrovandosi in almeno un sigillo votivo accadico di Lagash del III millennio a.C., dove la divinità identificata come Meslamta-ea tiene in mano tre capsule di papavero (Collin, 2005, p. 131).

Sigillo accadico con raffigurazione di Meslamta-ea, una divinità di Lagash, che tiene in mano un mazzo di tre capsule di papavero da oppio. III millennio a.C. (da Collin, 2005, fig. 567, p. 133).

Sigillo accadico con raffigurazione di Meslamta-ea, una divinità di Lagash, che tiene in mano un mazzo di tre capsule di papavero da oppio. III millennio a.C. (da Collin, 2005, fig. 567, p. 133).

In un altro sigillo del tardo periodo neo-assiro, che contiene tuttavia elementi semantici appartenenti alle più antiche radici culturali mesopotamiche, vi sono raffigurati l’eroe Gilgamesh e l’amico Enkidu nell’atto di uccidere il Toro del Cielo inviato dalla dea Istar. Ciascuno dei due eroi tiene in mano una capsula di papavero da oppio. Ritroviamo così un’associazione, sebbene tarda, fra il papavero e la saga dell’eroe mesopotamico per eccellenza, Gilgamesh, con la sua ricerca della “pianta dell’irrequietezza”, appartenente alla tipologia dei vegetali simbolici che donano l’immortalità (Pettinato, 1994). Con ciò non si intende identificare la pianta di Gilgamesh con il papavero, poiché il tema della pianta dell’eroe ha radici molto antiche e potrebbe essere originariamente associato ad altro tipo di vegetale. Resta il fatto che tutta l’arte mesopotamica, a partire dai Sumeri, è ricca di iconografie vegetali di tipo sacramentale, riconducibili alle tipologie etnobotaniche degli “alberi della vita”, “piante dell’immortalità”, “frutti divini”, e il papavero da oppio si è ben inserito in questo codice semantico, apportando il suo contributo simbolico, iconografico e stilistico.

Sigillo cilindrico in calcedonia blu neo-Assiro. Altezza 28 mm. Vi sono raffigurati Gilgames ed Enkidu nell'atto di uccidere il Toro del Cielo inviato dalla dea Istar. Ciascuno dei due eroi tiene in mano una capsula di papavero da oppio (da Black & Green, 2003, fig. 41, p. 49)

Sigillo cilindrico in calcedonia blu neo-Assiro. Altezza 28 mm. Vi sono raffigurati Gilgames ed Enkidu nell’atto di uccidere il Toro del Cielo inviato dalla dea Istar. Ciascuno dei due eroi tiene in mano una capsula di papavero da oppio (da Black & Green, 2003, fig. 41, p. 49)

 

Si vedano anche:

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BLACK JEREMY & ANTHONY GREEN, 2003, Gods, Demons and Symbols of Ancient Mesopotamia, The British Museum Press, London.

BONAVIA EMMANUEL, 1894, The flora of the Assyrians monuments and its outcomes, Archibald Constable and Co., Westminster.

COLLIN DOMINIQUE, 2005, First impressions. Cylinder Seals in the Ancient Near East, The British Museum Press, London.

EMBODEN A. WILLIAM, 1995, Art and artifact as ethnobotanical tools in the ancient Near East with emphasis on Psychoactive plants, in: R.E. Schultes & S. von Reis (Eds.), Ethnobotany. Evolution of a Discipline, Chapman & Hall, London, pp. 93-107.

KARAGEORGHIS V., 1976, A twelfth-century BC opium pipe from Kition, Antiquity, vol. 50, pp. 125-129.

KRIKORIAN D. ABRAHAM, 1975, Were the Opium Poppy and Opium Known in the Ancient Near East?, Journal of the History of Biology, vol. 8, pp. 95-114.

LOON van MAURITS, 1986, The dropping lotus flower, in: M. Kelly-Buccellati (Ed.), Insight through images. Studies in Honor of Edith Porada, Bibliotheca Mesopotamica vol. 21, Undena Publications, Malibu, pp.245-252 + tavv. 59-61.

PETTINATO GIOVANNI, 1994, Gilgameš e la “Pianta della Vita”, Studi Orientali e Linguistici, vol. 5, pp. 11-41.

SAMORINI GIORGIO, 2016, Il problema della distinzione fra melagrana e papavero fra le antiche iconografie mediterranee e mediorientali, Archivi di Studi Indo-Mediterranei, vol. 6, pp. 1-25.

SPELEERS LOUIS, 1938, Le personnage aux pavots, Bullletin des Musées Royaux d’Art et d’Histoire de Brussels, 3° s., vol. 10, pp. 122-136.

TERRY E. CHARLES & NILDRED PELLENS, 1928, The Opium Problem, Bureau of Social Hygiene, New York.

THOMPSON REGINALD CAMPBELL, 1949, A dictionary of Assyrian botany, The British Academy, London.

ZENDER JUSTIN, 1928, Le pavot et son usage chez les Assyriens, Bulletin de la Société Botanique de Genève, vol. 20, pp. 379-382.

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