Archeologia del betel

Archaeology of betel

La droga chiamata “betel”, assunta come masticatorio, è costituita da un miscuglio di tre ingredienti: la “noce” di areca – che in realtà è il duro endosperma del frutto della palma Areca catechu L. -, la foglia di Piper betle L. (Piperaceae, il “betel” vero e proprio) e la calce. Entrambi i due ingredienti vegetali possiedono proprietà psicoattive e la calce, in quanto composto basico che facilita il rilascio e l’assorbimento degli alcaloidi nella bocca, rafforza gli effetti dell’areca.1

La scoperta di questa droga “complessa”, avvenuta in tempi preistorici, ha subito diverse fasi evolutive. Originalmente furono scoperte e utilizzate separatamente le proprietà psicoattive della noce di areca e della foglia di betel; in un secondo momento fu scoperta la proprietà rafforzante della calce quando assunta insieme alla noce di areca; infine, i tre ingredienti furono assunti contemporaneamente per ottenere l’effetto sinergico oggi ricercato.

L’utilizzo del betel è diffuso in un’area geografica molto estesa del globo, che va dalla Micronesia e Melanesia, lungo l’area costiera della Cina, tutta l’Indonesia e l’Indocina, e a ovest include il subcontinente indiano, sino a lambire le coste dell’Africa sud-orientale, compreso il Madagascar.

Area di distribuzione dell'uso attuale del betel (da Rooney, 1993, p. 1)

Area di distribuzione dell’uso attuale del betel (da Rooney, 1993, p. 1)

Per quanto riguarda le testimonianze archeologiche dell’uso del betel, disponiamo di diversi reperti inerenti la noce di areca, e nessun dato significativo riguardante il P. betle. Ciò è dovuto a una maggiore possibilità di conservazione delle dure noci di areca rispetto alle foglie di betel. Si ha notizia di ritrovamenti di semi di specie di Piper in contesti archeologici, ma le difficoltà analitiche non permettono di distinguere le differenti specie all’interno del genere.

Volgendo l’attenzione ai dati più attendibili,2 i reperti materiali più antichi sono stati ritrovati nel corso degli scavi di una grotta della Tailandia nord-occidentale abitata dall’uomo preistorico. La grotta, denominata Spirit Cave, si trova nella provincia di Mae Hongson, a un’altitudine di 600-700 m, su un versante montuoso che si affaccia sulla valle del fiume Khong. Per cinque millenni (dal 10000 al 5500 a.C.) questa grotta fu abitata e/o utilizzata come rifugio da popolazioni appartenenti alla facies culturale asiatica sud-orientale denominata Hoabinhiana, che si sviluppò dal tardo Pleistocene sin verso il 5000 a.C. In diversi strati della grotta sono stati ritrovati macrofossili botanici, fra cui frammenti carbonizzati di piccioli di frutti di areca e anche numerosi frammenti di noci di areca. Questi erano stati intenzionalmente portati dall’uomo dentro alla grotta, facendo ciò ipotizzare un loro uso come inebriante. La datazione più antica al radiocarbonio di queste rimanenze di areca si aggira attorno all’VIII millennio a.C. (Gorman, 1970).

E’ stato tuttavia fatto notare che nell’Indocina, dove sono stati ritrovati i reperti più antichi di areca, non è presente l’albero allo stato selvatico, bensì solamente quello coltivato; un fatto che suggerisce un’importazione dell’uso dell’areca in questa regione. Per tale motivo le origini del suo uso sarebbero da ricercare altrove, dove sono presenti gli alberi selvatici, in particolare in Malesia. Anche evidenze linguistiche dimostrerebbero l’origine dell’uso della noce di areca in Malesia (Rooney, 1993: 14). Da un punto di vista botanico, la speciazione di A. catechu sembrerebbe essersi generata nelle Filippine (Zumbroich, 2007-8: 92-3).

Sempre riguardo i reperti materiali della droga vegetale, si ha notizia di un ritrovamento di due semi di areca nel sito neolitico di Watgal, nel Karnataka, India, datati al 2700 a.C. (Deavarjai et al., 1995); un fatto che attende conferma da ulteriori analisi di laboratorio, poiché in contraddizione con l’ipotesi, generalmente accettata dagli studiosi, che vede l’introduzione dell’areca nell’India del sud attorno al 2000 a.C. per opera di popolazioni Austronesiane (Fitzpatrick, 2003: 59).

Un secondo tipo di documentazione archeologica che attesta l’uso del betel riguarda il riscontro negli scheletri delle antiche inumazioni di denti macchiati della tipica colorazione causata dalla masticazione combinata della noce di areca con calce. Nella maggior parte dei casi la colorazione indotta dall’areca è concentrata nella parte buccale dei denti frontali e diminuisce nei premolari, sino ad essere pressoché assente nei molari. Questi ritrovamenti sono stati effettuati in diverse zone dell’Indocina e dell’Oceania occidentale e con differenti cronologie. A tutt’oggi il documento più antico riguarda uno scheletro di un uomo di 20-30 anni venuto alla luce nel sito di Duyong Cave, nell’isola di Palawan (Filippine meridionali), appartenente a una fase alto-neolitica e con datazione al 2600-2800 a.C. E’ significativo il fatto che accanto a questa inumazione siano state ritrovate alcune conchiglie che fungevano da contenitori di calce e di cui una ne conteneva ancora (Fox, 1970). Altre dentizioni con denti macchiati dall’areca sono stati ritrovati nel sito di Beinan, nella costa orientale di Taiwan, con datazioni che vanno dal 1500 all’800 a.C. (Zumbroich, 2007-8. 99-100). E ancora, nelle isole di San Matthias (Papua Nuova Guinea) attorno al 1600-1200 a.C. e appartenenti all’antica civilizzazione Lapita, considerata l’antenata di diverse popolazioni oceaniche (Kirck et al., 1989).

Dentizione di un uomo di 20-29 anni con i denti frontali colorati con la noce di areca, dal sito vietnamita di Nuip Nap (da Oxenham et al., 2002, fig. 1, p. 911)

Dentizione di un uomo di 20-29 anni con i denti frontali colorati con la noce di areca, dal sito vietnamita di Nuip Nap (da Oxenham et al., 2002, fig. 1, p. 911)

Ancora, nel sito vietnamita di Nui Nap, nel Distretto di Dong Hieu, sono stati analizzati i denti macchiati di 31 individui appartenenti a differenti periodi, di cui i più antichi erano dell’Età del Bronzo (1000 a.C.); oltre a evidenziare che le macchie erano dovute all’areca, uno studio approfondito su uno di questi denti avrebbe dimostrato l’intenzionalità di tingere il dente con estratti di areca in seguito a incisione intenzionale del dente, probabilmente per motivi estetici (Oxenham et al., 2002). E’ noto il costume attuale di tingersi i denti con noce di areca per scopi estetici, ma non sono da escludere originari motivi magico-medicinali di questa pratica. Anche nell’isola di Palau, in inumazioni datate al 1000 a.C. del sito di Chelechol ra Orrak, sono state ritrovate dentizioni con la caratteristica macchia causata dalla masticazione dell’areca (Fitzpatrick et al., 2003). L’arecolina, uno degli alcaloidi della noce di areca, è stata individuata nel dente appartenuto a un giovane uomo del sito dell’Età del Ferro (400-100 a.C.) di Gò Ô Chùa, nel Vietnam meridionale (Krais et al., 2016).

In periodi più recenti, con datazioni raggiungenti la nostra era, i reperti archeologici inerenti denti macchiati dall’areca aumentano in numero.3 Vale la pena citare il caso riguardante un dente di una donna adulta ritrovata in una sepoltura del sito di Alaguan on Rota, nelle Isole Marianne, datata alla Fase Latte (1100-1700 d.C.); in questo dente è stata determinata la presenza degli alcaloidi tetraidropiridinici arecaidina e guvacina, che sono presenti nella noce di areca. Questi alcaloidi sono stati ritrovati sulla superficie labiale del dente e rappresentano una incontestabile evidenza della masticazione della noce di areca (Hocart & Frankhauser, 1996).

Un insieme di strumenti, in particolare mortai e pestelli, ritrovati in siti archeologici preistorici nella vasta area di diffusione dell’uso del betel, o di provenienza incerta sebbene di tipo preistorico, sono stati associati a questa droga. E’ il caso, ad esempio, dei piccoli mortai di basalto ritrovati a Guadalcanar, nelle isole Salomone, la cui cavità non supera la dimensione di 3 x 3 cm e quindi adatti per lo schiacciamento della noce di areca (Bühler, 1946-49: 259), o del pestello di pietra con raffigurazione di una testa zoomorfa nel manico, ritrovato nell’attigua area di San Cristoval (id. :260). La datazione di questi reperti rimane incerta.

Strumenti preistorici impiegati per lo schiacciamento della noce di areca: (sx) Pestello in pietra lungo 18 cm proveniente da San Cristoval, Isole Salomone; (dx) mortaio in basalto largo circa 9 cm e proveniente da Guadalcanar, Isole Salomone (da Bühler, 1946-49, fig. 8b, p. 254 e tav. IIk)

Strumenti preistorici impiegati per lo schiacciamento della noce di areca: (sx) Pestello in pietra lungo 18 cm proveniente da San Cristoval, Isole Salomone; (dx) mortaio in basalto largo circa 9 cm e proveniente da Guadalcanar, Isole Salomone (da Bühler, 1946-49, fig. 8b, p. 254 e tav. IIk)

Sono pure state riscontrate evidenze linguistiche che dimostrerebbero l’utilizzo del betel da parte delle antiche popolazioni parlanti il Proto-Oceanico, una lingua Austronesiana peculiare di popolazioni che vissero attorno al 2000 a.C. e di cui la più rappresentativa riguarda la civiltà Lapita (Lichtenberk, 1998). Secondo Bellwood (2005: 29), è possibile che l’utilizzo della noce di areca con l’aggiunta della calce sia originata nelle Filippine o nelle attigue aree della Malesia, e che da queste regioni, forse attorno al 2000 a.C., questa pratica si sia diffusa attraverso le migrazioni degli Austranesiani.

Concludendo, per quanto riguarda la noce di areca, per la quale la datazione più antica sino ad oggi riscontrata si riferisce all’VIII millennio a.C. ed è localizzata in Tailandia, dove la pianta fu probabilmente importata da altre regioni, per l’origine del suo utilizzo come inebriante si può presumere che sia da attribuire a prima del 7000 a.C. Per quanto riguarda l’associazione della noce di areca con la calce, la data più antica è al momento quella del 2800-2600 a.C. delle Filippine, ma nulla esclude che l’origine di questa pratica combinatoria sia molto più antica. Non disponiamo invece di alcun dato archeologico significativo per poter esprime una qualunque ipotesi di datazione dell’origine dell’uso della foglia del betel, così come dell’antica popolazione che ne scoprì le proprietà psicoattive, né, di conseguenza, dell’origine dell’accoppiamento di questa con la noce di areca e calce per la creazione del bolo utilizzato oggigiorno.

Per le regioni dell’Africa sud-orientale in cui è diffuso l’uso del betel, e per il quale non disponiamo di dati archeologici, è probabile, come suggerito da Zumbroich (2007-8: 120-1), che sia databile alla migrazione relativamente recente delle popolazioni di lingua Astronesiana avvenuta nel VII secolo d.C.

Non sembra siano sinora state identificate raffigurazioni inerenti il betel e il suo uso nei manufatti e nell’arte preistorica. A un periodo alquanto tardo, XIV-XVI secolo d.C., appartengono delle testine femminili in celadon (tipica porcellana orientale di colore verdastro) della regione della Tailandia centrale di Sawankhalok, sulla cui guancia è evidente una protuberanza che indica la presenza di un bolo di probabile betel dentro alla bocca. La funzione di queste piccole teste di porcellana, alte mediamente 3,5 cm, era probabilmente di tipo magico, per tenere lontani gli spiriti malevoli (Reichart & Philipsen, 2005: 33).

Testine femminili in celadon ritrovati nella regione di Sawankhalok, Tailandia, con evidente raffigurazione sulla guancia del bolo di betel. Altezza 3,5 cm. XIV-XVI secoli d.C. (da Reichart & Philipsen, 2005, tav. 19, p. 33)

Testine femminili in celadon ritrovati nella regione di Sawankhalok, Tailandia, con evidente raffigurazione sulla guancia del bolo di betel. Altezza 3,5 cm. XIV-XVI secoli d.C. (da Reichart & Philipsen, 2005, tav. 19, p. 33)

Note

1 – La combinazione di un vegetale contenente alcaloidi con la calce o altro elemento basico – ceneri vegetali, polvere di conchiglie, ecc. – facilita il rilascio dei composti alcaloidici nel bolo posto nella bocca, ed è una pratica diffusa in aree geografiche lontane fra di loro, al punto da ritenere che si tratti di una scoperta verificatasi in maniera indipendente presso diverse culture umane. Altri noti casi riguardano il pituri (Duboisia hopwoodii) in Australia, il tabacco e la coca nelle Americhe. Le interpretazioni diffusioniste di questa pratica, ormai di vecchia data, non hanno più credito fra gli studiosi (cfr. es. Miner, 1939).

2 – E’ il caso di precisare che nelle ricerche archeologiche si sono verificati alcuni errori nella determinazione della specie vegetale come noce di areca o nella sua datazione; errori che sono stati riportati in seguito, e che vengono tutt’ora riportati nella letteratura inerente il betel. In un deposito del sito archeologico di Dongan, lungo il fiume Sepik, in Nuova Guinea e datato al 3800 a.C., sono venuti alla luce numerosi reperti vegetali, fra cui il guscio fibroso di un frutto di areca (Swadling et al., 1991). La datazione di questo reperto si era basata indirettamente sui carboni ad esso associati. Una successiva analisi eseguita direttamente sul reperto ha tuttavia dimostrato che si tratta di una contaminazione recente (Fairbairn & Swandling, 2005). Un altro caso rivelatosi erroneo riguarda il ritrovamento di rimanenze di areca e di semi di una specie indeterminata di Piper in alcune grotte di Timor orientale, con datazione precedente al 3000 a.C. (Glover, 1979). Le datazioni iniziali per queste occupazioni antropiche sono datate al 11000 a.C. – e non i suddetti reperti vegetali -; una data che è stata disattentamente riportata in letteratura come quella più antica relativa all’uso del betel. Inoltre, comunicazioni successive riguardanti le grotte di Timor non hanno confermato il ritrovamento di areca né di Piper (Zumbroich, 2007-8: 96-7).

Ancora, l’affermazione di Rooney (1993: 14) inerente il ritrovamento di noci di areca nel sito archeologico tailandese di Ban Chiang, con datazioni che vanno dal 3600 a.C. al 200-300 d.C., non è vera. Egli cita il testo di White (1982), il quale in realtà non fa alcuna menzione a questo tipo di ritrovamento negli scavi di Ban Chiang.

3 – Per una rassegna cfr. Zumbroich, 2007-8.

 

Si vedano anche:

 

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BELLWOOD PETER, 2005, First farmers: the origins of agricultural societies, Blackwell Press, Oxford.

BÜHLER ALFRED, 1946-49, Steingeräte, Steinskulpturen und Felszeichnungen aus Melanesien und Polynesien, Anthropos, vol. 41-44, pp. 225-274 + 577-606.

FAIRBAIRN ANDREW & PAMELA SWADLING, 2005, Re-dating mid-Holocene betelnut (Areca catechu L.) and other plant use at Dongan, Papua New Guinea, Radiocarbon, vol. 47(3), pp. 377-382.

FITZPATRICK M. SCOTT, GREG C. NELSON & RYAN REEVES, 2003, The prehistoric chewing of Betel Nut (Areca catechu) in Western Micronesia, People and Culture in Oceania, vol. 19, pp. 55-63.

FOX R.B., 1970, The Tabon caves: archaeological explorations and excavations on Pa-lawan island, Philippines, National Museum, Manila.

GLOVER I.C., 1979, Prehistoric plant remains from Southeast Asia, with special reference to rice, in: M. Taddei (Ed.), South Asian Archaeology 1977, 2 vols., Istituto Universitario Orientale, Napoli, vol. I, pp. 7-37.

GORMAN F. CHESTER, 1970, Excavations at Spirit Cave, North Thailand. Some Interim Interpretations, Asian Perspectives, vol. 13, pp. 79-107.

HOCART C.H. & B. FRANKHAUSER, 1996, Betel nut residues in archaeological samples of human teeth from the Mariana Islands, Experientia, vol. 52(3), pp. 281-285.

KIRCK V. PATRICK, DARIS R.SWINDLER & CHRISTY G. TURNER II, 1989, Human skeletal and dental remains from Lapita sites (1600-500 B.C.) in the Mussau Islands, Melanesia, American Journal of Physical Anthropology, vol. 79, pp. 63-76.

KRAIS SIMONE et al., 2016, Betel nut chewing in Iron Age Vietnam? Detection of Areca catechu alkaloids in dental enamel, Journal of Psychoactive Drugs, vol. 49, pp. 11-17.

LICHTENBERK FRANTISEK, 1998, Did Speakers of Proto Oceanic Chew Betel?, The Journal of the Polynesian Society, vol. 107, pp. 335-364.

MINER HORACE, 1939, Parallelism in alkaloid-alkali quids, American Anthropologist, vol. 41, pp. 617-619.

OXHENAM F. MARC, CORNELIA LOCHER, NGUYEN LAN CUONG & NGUYEN KIM THUY, 2002, Identification of Areca catechu (Betel Nut) Residues on then Dentitions of Bronze Age Inhabitants of Nui Nap, Northern Vietnam, Journal of Archaeological Science, vol. 29, pp. 909-915.

REICHART A. PETER & HANS P, PHILIPSEN, 2005, Betel and Miang. Vanishing Thai Habits, White Lotus Press, Bangkok.

ROONEY F. DAWN, 1993, Betel chewing traditions in South-East Asia, Oxford University Press, Kuala Lumpur.

SWADLING PAMELA, N. ARAHO & B. IVUYO, 1991, Settlements associated with the Sepik-Ramu Sea, in: P. Bellwood (Ed.), Indo-Pacific Prehistory 1990, Proceedings of the 14th Congress, Indo-Pacific Prehistory Association, Canberra, pp. 92-112.

WHITE C. JOYCE, 1982, Discovery of a Lost Bronze Age: Ban Chiang, University of Pennsylvania & Smithsonian Institution, Philadelphia.

ZUMBROICH J. THOMAS, 2007-8, The origin and diffusion of betel chewing: a synthesis of evidence from South Asia, Southeast Asa and beyond, eJournal of Indian Medicine, vol. 1, pp. 87-140.

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