Archeologia delle droghe

vapheio

Esseri mitologici che recano in mano caraffe di Acqua della Vita e al centro la Pianta della Vita. Gemma micenea proveniente da una tomba di Vapheio (da Evans, 1901, fig. 1, p. 101)

 Archaeology of drugs

La storia della relazione umana con le piante inebrianti si perde nella notte dei tempi. Questo tipo particolare di vegetali è ubiquitario nella flora di tutti i continenti, e il loro numero supera notevolmente quello dei vegetali inebrianti generalmente noti al “grande pubblico”, quali sono l’oppio, la canapa, il tabacco, il tè, il caffè e le bevande alcoliche ricavate dall’uva e dai cereali. Gli specialisti del settore, gli etnobotanici, ne contano almeno 1200 specie, e ogni anno ne vengono scoperte delle nuove. Diverse centinaia sono attualmente impiegate dalle popolazioni tradizionali, mentre per molte altre non possiamo essere certi se si tratti di una scoperta dell’uomo moderno, o di una riscoperta di piante note e impiegate da chissà quale etnia del passato.

Le piante inebrianti erano già note presso le culture classiche mediterranee, quali i Greci e i Romani. Omero riportò nell’Odissea (IV, 227-232) – epopea elaborata nel I millennio a.C. – l’impiego del nepente, una sostanza vegetale “che toglie il dolore”, che Elena di Troia mescolò nascostamente nel vino onde lenire lo sconforto e la tristezza dei convitati, dovuta all’assenza di Ulisse e al sospetto che questi non fosse più fra i vivi. Non sappiamo da quale fonte vegetale fosse ricavato il nepente, sebbene sia certo che si trattasse di una fonte inebriante, e tutte le disquisizioni che si sono succedute dall’antichità sino ai nostri giorni non ne sono venute a capo (si veda Il nepente omerico).

Plinio il Vecchio sembra essere stato uno dei primi autori antichi a descrivere con una certa dovizia le piante inebrianti note ai suoi tempi, nell’enciclopedica opera Historia Naturalis scritta nel I secolo d.C., e i cui nomi antichi non hanno ancora trovato una soddisfacente identificazione botanica. Egli si soffermò sul doricnio o manicon, una pianta per la quale, se assunta in una certa quantità “si presentano delle allucinazioni e delle visioni che hanno l’apparenza del reale, e la quantità doppia provoca pazzia autentica”; l’alicacabo, di cui esistevano diversi tipi, e la radice di uno di questi veniva bevuto in pozione da “quelli che vogliono apparire veramente invasati dal dio, allo scopo di rafforzare la credulità nei vaticini che pronunciavano” (Plinio, H.N., XXIV, 163-165); l’erba aglaophotis, originaria della Persia, che veniva usata dai Magi quando volevano evocare gli dei; l’achemenide, presente in India, che veniva somministrata ai malviventi per fare confessare le loro colpe, dato che questi, in preda alle allucinazioni, si vedevano comparire davanti le figure di varie divinità; la ophiusa, originaria dell’Etiopia, la cui pozione faceva comparire visioni di serpenti così terrificanti e minacciose da indurre il suicidio, e per questo venivano condannati a berla i colpevoli di sacrilegio; la thalassoegle dell’India, che causava il delirio e faceva avere allucinazioni; la theangelis del Libano, assunta dai Magi prima di divinare; la gelotophyllis della Battriana e la hestiateris della Persia, che inducevano scoppi irrefrenabili di ilarità (Plinio, H.N., XXI, 177-182).

La conoscenza delle piante inebrianti è tuttavia di gran lunga più antica dei tempi classici, ed è l’archeologia a sopperire la mancanza di documentazione letteraria dei tempi preistorici, fornendo una mole di dati sempre più cospicua, di pari passo con l’evolversi delle tecniche e delle strumentazioni archeometriche. Ed è sempre l’archeologia a svelare l’antica relazione umana con le fonti inebrianti di tutto il mondo, e non solamente di quelle delle antiche culture euro-mediterranee (Guerra Doce, 2006; Samorini, 2016, 2017).

Uno dei primi problemi che si presentano quando si incontrano in un contesto archeologico resti di una pianta, inebriante o meno, riguarda l’accertamento della causalità antropica di tale presenza, cioè comprendere se ci sia stata un’intenzionale relazione umana con questi resti, o se la loro presenza sia accidentale. Per questo motivo si è soliti distinguere i reperti vegetali antropici da quelli ambientali assegnando loro due differenti termini, sebbene non vi sia un accordo unanime fra gli studiosi circa il loro impiego. V’è chi denomina reperti paleobotanici quelli ambientali e archeobotanici quelli antropici, partendo dal presupposto che l’archeologia si occupa di tutto ciò che è stato in relazione con l’uomo e con gli ambienti antropici (Day, 2013). Altri considerano sinonimi i termini archeobotanica e paleoetnobotanica, associandoli entrambi all’attività umana, mentre alcuni studiosi li considerano distinti, indicandovi rispettivamente i reperti ambientali e quelli antropici. Altri ancora impiegano il termine archeoetnobotanica esclusivamente per indicare l’attività agricola dell’uomo antico (Per una discussione, cfr. A-Magid, 2004 ).

Personalmente preferisco seguire la distinzione adottata da quegli studiosi (ad es. Marguerie, 1992, p. 46 ) che distinguono i reperti archeobotanici da quelli archeoetnobotanici, dando quindi enfasi alla particella etno per denotare la relazione causale con le attività antropiche. I primi riguardano quei vegetali che facevano parte dell’ambiente naturale, come è il caso di pezzi di tronco d’albero o di semi di piante selvatiche, la cui presenza nei contesti antropici soggetti a scavo archeologico è del tutto accidentale; un caso affine riguarda la presenza di pollini o di frammenti vegetali nei carotaggi (prelievi di campioni) dei suoli vergini, cioè non inquinati dalla presenza umana, con lo scopo di studiare la flora e i cambiamenti climatici del passato. I reperti archeoetnobotanici, sono invece quelli che riaffiorano dagli scavi e la cui presenza è stata causata dall’uomo in maniera intenzionale e non accidentale; appartengono a questo gruppo le granaglie di piante coltivate dall’uomo ritrovate nei magazzini delle antiche abitazioni, i fiori delle ghirlande della mummia di Tutankhamen, i tronchi d’albero dei villaggi palafitticoli neolitici dei laghi alpini. Se nella maggior parte dei casi la relazione intenzionale con l’uomo è evidente, non sono pochi i casi dubbi la cui discussione fra gli studiosi riempe a volte le riviste archeologiche per anni o per decenni.

Una volta accertata la causalità antropica del ritrovamento vegetale, un secondo tipo di problematica riguarda l’individuazione della finalità d’impiego della pianta, specie quando si tratta di resti di vegetali inebrianti. Le piante psicoattive sono state e continuano a essere usate dall’uomo non solamente per conseguire un’ebbrezza, ma anche per scopi medicinali, eduli, manifatturieri o utilitaristici. Se un vegetale è dotato di proprietà psicoattive, possiede certamente proprietà medicinali; si tratta di un postulato continuamente confermato dai dati etnografici di tutto il mondo, così come dalla medicina moderna. Basti pensare alle portentose proprietà antidolorifiche dell’oppio ricavato dal Papaver somniferum, a quelle anestetiche della cocaina presente nella pianta della coca, a quelle antiasmatiche delle dature e di altre solanacee delirogene. Vi sono casi dove una pianta inebriante può essere usata per scopi alimentari; ne è un classico esempio il medesimo papavero da oppio, i cui semi sono stati impiegati sin dalla più remota antichità come fonte di cibo, e continuano a essere un elemento della dieta delle moderne popolazioni dell’Europa orientale. Un altro esempio riguarda le ninfee inebrianti, i cui petali sono stati impiegati per scopi afrodisiaci o visionari dagli antichi Egizi e Maya, ma i cui frutti e semi sono stati usati dalle medesime popolazioni come fonte alimentare (si veda Etnobtanica delle ninfee psicoattive). Si presentano casi dove una pianta inebriante è impiegata per scopi manifatturieri, cioè per costruire degli oggetti; è il caso della canapa, il cui fusto è usato per scopi tessili sin dagli albori della sua relazione con l’uomo, o della ruta siriaca (Peganum harmala), i cui semi sono impiegati in Turchia per scopi medicinali o inebrianti, mentre dalla pianta intera bruciata vengono ricavate pagnotte di cenere usate come detergente nel lavaggio dei panni (Koyuncu et al., 2009). Infine, una pianta inebriante può essere utilizzata per scopi utilitaristici; ne è un esempio l’impiego dei tronchi di alberi di specie di Mimosa come legna per alimentare il fuoco presso alcune etnie brasiliane, le quali ricavano da questi medesimi tronchi una bevanda visionaria, chiamata jurema, che assumono nel corso di particolari riti religiosi (Samorini, 2016b); o il caso del fungo allucinogeno Amanita muscaria, che viene appoggiato sui davanzali delle finestre per catturare le mosche, che appoggiandovisi sopra ne restano narcotizzate, e quindi facilmente neutralizzabili; si tratta di una pratica diffusa in diverse regioni del globo che spiega i nomi popolari di fly-agaric e amanita ammazza-mosche (Lumpert & Kreft, 2016).

Un’ulteriore complicazione riguarda quei vegetali che non rappresentano fonti inebrianti dirette, bensì indirette. In buona parte dei casi, una pianta o un fungo è inebriante per se, cioè l’effetto psicoattivo viene ottenuto attraverso l’assunzione diretta del vegetale o di sue parti (foglie, radici, semi, ecc.), o al massimo mediante preparati che conservano i principi attivi presenti nel vegetale (infusi da ingerire, polveri da inalare, ecc.). Ma esistono piante che non sono inebrianti, e che solamente attraverso un determinato processo di lavorazione è possibile ricavarne un prodotto inebriante. Ne è un classico esempio la vite e il suo frutto, l’uva, che non possiede proprietà psicoattive e dal cui succo fermentato si ricava una bevanda alcolica, il vino. Altro esempio riguarda i cereali come l’orzo o il mais, dai quali, mediante processi di fermentazione, si ricavano bevande alcoliche note come birre in Europa o chicha e cauim in Sudamerica. L’uva e i cereali, così come numerosi frutti da cui in tutto il mondo si ricavano le più disparate bevande alcoliche, rappresentano dunque fonti inebrianti indirette. Il loro ritrovamento nei reperti archeologici può indicare un impiego come fonte alimentare, e non sempre come fonte per l’elaborazione di una bevanda inebriante.
Per tutti questi motivi, non è sempre risolvibile l’individuazione dello scopo per cui veniva impiegato un vegetale inebriante i cui resti riaffiorano da uno scavo archeologico.

La documentazione archeologica che attesta un impiego umano delle piante inebrianti è di varia natura, e può essere classificata nei due generali gruppi delle evidenze dirette e delle evidenze indirette.
Le evidenze dirette riguardano:

– i reperti materiali; si presentano quando negli scavi archeologici vengono alla luce resti del vegetale associati ai contesti antropici. Ne sono esempi l’offerta funebre di fiori di canapa lasciata accanto a un’inumazione del Levante Mediterraneo, i frammenti di specie di Nicotiana (tabacco) identificati nel fornello di una pipa nordamericana, il bolo di foglie di coca conservatosi nella bocca di una mummia andina, o ancora i frammenti microscopici della medesima foglia di coca rimasti incastrati nei calcoli dentali di chi in vita ne faceva assiduamente uso. Appartengono alla medesima categoria i pollini di piante inebrianti, come quelli di canapa ritrovati in elevata concentrazione sui resti di una giovane donna in una tomba francese del IV secolo d.C., tali da far ritenere che una cima fiorita di questa pianta fosse stata depositata sul corpo della defunta prima della sua inumazione, e di cui si è preservato solo il polline (Girard & Maley, 1999/2000). Sono da considerare reperti materiali anche i fitoliti di piante inebrianti, cioè quei microscopici grumi di silice che si trovano all’interno delle cellule vegetali, e la cui forma è utilizzabile come caratteristica distintiva (marker) delle specie di piante. In quanto composti inorganici, i fitoliti non sono oggetti a decadimento, resistono al fuoco e possono conservarsi per millenni, e le moderne tecniche archeometriche li hanno inclusi come strumento d’individuazione della presenza di elementi vegetali.

– l’evidenza chimica; è la tipologia di documentazione più moderna di cui si avvale l’archeologia, e si presenta nei casi di individuazione dei principi attivi delle piante nei tessuti organici umani (capelli, ossa, ecc.), o in reperti materiali come i residui depositatisi nelle ceramiche o in strumenti quali i mortai e i pestelli impiegati per la preparazione delle fonti inebrianti. Oltre ai principi attivi, nei tessuti organici umani si possono trovare anche i loro metaboliti, cioè quei composti che il corpo umano forma a partire dai principi attivi nel corso della loro metabolizzazione. È il caso della benzoilecgonina, metabolita della cocaina, che è stata individuata nei capelli delle mummie sudamericane, o del cocaetilene, un metabolita che il corpo umano crea solamente in un contesto di assunzione contemporanea di cocaina e di alcol (Si veda Archeologia della coca).

– l’evidenza genetica; si basa su studi genetici delle popolazioni vegetali delle differenti aree geografiche, con lo scopo di individuare le zone d’origine della loro diffusione; tale tecnica è stata impiegata nell’individuazione dell’area d’origine della coltivazione dell’albero del cacao (Matamayor et al., 2002), così come nell’accertamento di una multi-località dell’origine dell’addomesticamento della vite (Arroyo-García et al., 2006).

Le evidenze indirette riguardano:

– l’evidenza antropofisica; si presenta con l’individuazione di specifiche trasformazioni o malformazioni nei resti umani che si formano in seguito all’assiduo impiego di determinate fonti inebrianti. È il caso di certe malformazioni mandibolari e dentali fra i consumatori sudamericani di foglie di coca, o delle maculazioni nerastre che si presentano nei denti dei masticatori asiatici di betel.

– i parafernali; riguardano gli strumenti impiegati dall’uomo per la preparazione e l’assunzione delle fonti inebrianti, quali le pipe per fumare o i ripiani (tavolette) e le cannucce per inalare polveri da fiuto, i pestelli e i mortai per la lavorazione delle fonti inebrianti; o anche la miriade di vasellame impiegato per l’immagazzinamento, il travaso e la libagione delle bevande alcoliche, le presse e i tini per la formazione del vino d’uva, i distillatori per la concentrazione del grado alcolico, ecc.

– l’evidenza iconografica; riguarda l’individuazione di immagini di piante inebrianti, o di contesti del loro impiego nell’arte antica. Questo tipo di documentazione è di frequente aleatoria, dato che le raffigurazioni antiche di piante e funghi non sono generalmente riportate con dovizia di quei particolari morfologici che possono permettere con sicurezza l’identificazione della specie botanica. Nell’arte rupestre preistorica di tutto il mondo – incisioni su pietra o pitture – sono presenti immagini che assomigliano a dei funghi, ma questa somiglianza non giustifica la loro determinazione come raffigurazioni di veri e propri funghi; è possibile proporne l’identificazione come funghi, per di più del tipo inebriante, solamente in certi casi, per via di aspetti contestuali scenici o della presenza di specifiche caratteristiche morfologiche, quali possono essere i “puntini” sopra al cappello e l’anello nel gambo del fungo Amanita muscaria.

– l’evidenza letteraria; riguarda la terminologia associata alle fonti inebrianti dirette o indirette individuata nelle antiche scritture geroglifiche, cuneiformi, ecc. Anche per questo tipo di documentazione, come per quella iconografica, si presentano numerose incertezze, dovute alla difficoltà della moderna identificazione botanica dei termini impiegati durante i tempi antichi. In numerosi casi, dai testi antichi si evince che una determinata pianta ha certamente proprietà inebrianti, ma non si è in grado di individuarla fra le specie a noi note, e ciò può essere dovuto alla mancanza di un’adeguata descrizione della pianta nel testo in esame (adeguata secondo i nostri moderni canoni descrittivi), oppure al fatto che riguarda una pianta a noi ignota dal punto di vista delle sue proprietà inebrianti.

Come per tutte le discipline scientifiche, anche l’archeologia delle piante inebrianti è stata soggetta a errori dal punto di vista interpretativo e metodologico, che in alcuni casi sono stati riportati dai media in maniera eclatante, con il beneplacito di studiosi poco scrupolosi o in cerca di un’effimera notorietà.
È rimasto famoso il caso dell’équipe tedesca della tossicologa forense Svetlana Balabanova, che durante gli anni ’90 si cimentò in una nutrita serie di analisi sui tessuti organici – capelli, ossa, denti, ecc. – di mummie egiziane, asiatiche, europee e sudamericane, alla ricerca di droghe psicoattive, con ritrovamenti eclatanti, quali la presenza di cocaina nelle mummie egiziane e di THC – il principale principio attivo della Cannabis – in quelle peruviane. Queste mummie sono datate a molto tempo prima di Cristoforo Colombo, la cui “scoperta” del continente americano è generalmente fissata come termine post quem per la presenza del genere Cannabis nelle Americhe e per la conoscenza extra-americana della pianta della coca (si veda Le mummie “drogate” della Balabanova).

Un altro caso di fake archeologico riguardante vegetali inebrianti si presentò nel 1994, quando l’archeologo Viktor Sarianidi diede notizia del ritrovamento di rimanenze di ben tre fonti vegetali inebrianti – efedra, cannabis, oppio – in un paio di siti archeologici del Complesso Bactriano-Margiana, appartenente all’Età del Bronzo centroasiatico e datato al III-II millennio a.C. In seguito a tale ritrovamento, lo studioso elaborò un’azzardata teoria che vedeva in questi “centri cerimoniali” il nucleo di formazione del “proto-zoroastrismo”. Sebbene accurati studi di laboratorio abbiano in seguito smentito a più riprese l’identificazione di queste rimanenze vegetali con sostanze psicoattive, la notizia di questo falso ritrovamento si diffuse velocemente e continua a essere riportata in maniera acritica in diversi studi archeologici ed etnobotanici (si veda nota 2 in Archeologia della canapa).

Un fake che ha coinvolto particolarmente la stampa mediatica italiana riguarda l’uomo di Similaun (Ötzi), la mummia ritrovata nel 1991 fra i ghiacciai in discioglimento al confine alpino fra Italia e Austria, e datata alla seconda metà del IV millennio a.C. Nel giugno del 1992, la rivista tedesca Stern diede notizia del ritrovamento di pezzi di funghi allucinogeni fra gli oggetti indossati dalla mummia, e tale notizia rimbalzò velocemente nei media di tutt’Europa, Italia inclusa, sino a rimbalzare nella letteratura scientifica in maniera acritica, con tanto di tesi che già vedevano l’uomo di Similaun come uno sciamano, con tanto di tatuaggi e armi rituali. Ma l’attento esame eseguito in seguito rivelò che quei resti riguardavano si dei funghi, ma non allucinogeni, bensì di specie di poliporacee impiegate probabilmente come esca per accendere il fuoco (Festi, 1992).

Altro caso di fake riguarda un’inumazione associata all’Uomo di Neanderthal della grotta di Shanidar, situata nell’Iran settentrionale. L’analisi polinimetrica di campioni di terreno prelevati attorno allo scheletro IV – denominato Shanidar IV –, fece ipotizzare che l’Uomo di neanderthal avesse depositato un mazzo di fiori, inclusa una specie di Ephedra. Ma quei fiori erano molto probabilmente stati portati da un piccolo roditore nella sua tana (si veda Il problema dell’efedra fra i Neanderthaliani). Nonostante il chiarimento di natura etologica, la notizia di un impiego come inebriante dell’efedra da parte dell’Uomo di Neanderthal continua a essere proposta, e lo continuerà a essere per chissà quanto tempo ancora, nei testi di archeologia e di storia delle piante inebrianti, a causa del vizioso meccanismo di riportare dati in maniera incauta e acritica, che purtroppo caratterizza una buona parte della letteratura, anche accademica.

Per questo motivo, nel mio studio sull’archeologia delle droghe ho dedicato una particolare attenzione a epurare i dati insussistenti, fortemente dubbi o decisamente errati, evitando di ricadere nel suddetto meccanismo di ridondanza dei dati, basandomi esclusivamente sui documenti originari e non su quelli riportati da autori terzi, e con un vigile occhio critico su ognuno dei dati presi in esame.

 

Si vedano anche:

 

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A-MAGID A., 2004, The study of archaeobotanical remains: vitalising a debate on changing conceptions and possibilities, Arqueoweb, vol. 6, pp. 1-15.

ARROYO-GARCÍA R. et al., 2006, Multiple origins of cultivated grapevine (Vitis vinifera L. ssp. sativa) based on chloroplast DNA polymorphism, Molecular Ecology, vol. 15, pp. 3707-3714.

DAY J., 2013, Botany meets archaeology: people and plants in the past, Journal of Experimental Botany, vol. 64, pp. S1:1-12.

EVANS A.J., 1901, Mycenaean tree and pillar cult and its Mediterranean relations, Journal of Hellenic Studies, vol. 21, pp. 99-204.

FESTI FRANCESCO, 1992, La mummia di Similaun e i funghi allucinogeni. Breve storia di un equivoco, Bollettino SISSC., N. 2, pp. 4-5.

GIRARD M. & J. MALEY, 1999/2000, La sépolture féminine du cuercueil en plomb du quartier Trion-Gerlier de Lyon (IVe siècle après J.-C.), Revue d’Archéologie de l’Est, vol. 50, pp. 397-410.

GUERRA DOCE ELISA, 2006, Las drogas en la prehistoria. Evidencias arqueológicas del consumo de sustancias psicoactivas en Europa, Bellaterra Edicions, Barcelona.

KOYUNKU O. et al., 2009, Production and usage of different types of ash-cakes from Peganum harmala L. in Anatolia, Turkey, Bangladesh Journal of Botany, vol. 38, pp. 211-213.

LUMPERT M. & S. KEFT, 2016, Catching flies with Amanita muscaria: traditional recipes from Slovenia and their efficacy in the extraction of ibotenic acid, Journal of Ethnopharmacology, vol. 187, pp. 1-8.

MARGUERIE D., 1992, Evolution de la végétation sous l’impact humain en Armorique du Néolithique aux périodes historiques, CNRS, Rennes.

MATAMAYOR J.C. et al., 2002, Cacao domestication I: the origin of the cacao cultivated by the Mayas, Heredity, vol. 89, pp. 380-86.

SAMORINI GIORGIO, 2016 (2014), Aspectos y problemas de la arqueología de las drogas sudamericanas, ponencia presentada al VIII Congreso Colombiano de Botánica, Universidad de Caldas, Manizales, 2-6 agosto 2015, Cultura y Droga, vol. 19(21), pp. 13-34.

SAMORINI GIORGIO, 2016b, Jurema. La pianta della visione. Dai riti brasiliani alla Psiconautica di frontiera, Shake Edizioni, Milano.

SAMORINI GIORGIO, 2017, Las fechas más antiguas de la relación humana con las drogas, Cultura y Droga, in pubbl.

 

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