Zooliti e antropoliti dell’Uruguay e del Brasile

Zooliths and anthropoliths from Uruguay and Brasil


Ornitolito proveniente dall’Uruguay, Museo de Arte Precolombina e Indigena, Montevideo (da Ferrari, 2005).

Vengono qui presentati dei reperti archeologici rinvenuti in Uruguay e in Brasile, denominati zooliti, pietre generalmente piane intagliate a forma di animale o, più raramente, antropomorfa. La loro funzione è ancora discussa e un’ipotesi plausibile sembra essere quella che li interpreta come tavolette da fiuto, essendo tutti gli zooliti caratterizzati dalla presenza su uno dei loro lati di una cavità piana atta a contenere del materiale polverizzato. Mentre per gli zooliti che si conoscono in Uruguay è ignota la loro origine, in Brasile questi oggetti litici provengono dagli scavi archeologici di particolari siti antropici chiamati sambaquí (Serrano, 1946).

Il termine sambaquí è di origine guaraní e significa “collina di conchiglia”. Si tratta di colline di gusci di materiale faunistico – soprattutto conchiglie, ma anche ossa di mammiferi e di pesci – che possono raggiungere l’altezza di 10-30 metri, distribuite lungo la costa e i fiumi dell’America meridionale, dalle Antille alla Terra del Fuoco. In Uruguay e in Argentina sono chiamati paraderos e nella regione brasiliana di Santa Catarina si trovano principalmente in zone lagunari. Al loro interno sono stati ritrovati una miriade di oggetti che testimoniano un’occupazione antropica di un qualche tipo, a partire dalla massa principale, costituita da conchiglie di molluschi, insieme ad ossa di pesci, mammiferi ed altri detriti alimentari, inumazioni umane e resti di festini funebri, punte, ossa perforate, asce, mortai e altri oggetti litici. Nei secoli scorsi i sambaquí furono utilizzati come cave per il recupero della calce, per cui ne è andata distrutta una buona parte.

Si è aperto un acceso dibattito fra gli studiosi sulla natura dei sambaquí, in particolare se siano naturali o frutto di opera umana. Oggigiorno si propende per un’ipotesi intermedia, che vede queste colline opere naturali utilizzate dall’uomo come luoghi di sepoltura. Ma vi sono anche valide teorie che vedono i sambaquí costruiti intenzionalmente dall’uomo utilizzando materiale faunistico e per probabili scopi funebri, quindi come veri e propri monumenti religiosi (Gaspar & De Blasis, 1992; Prous, 1991).

Il fenomeno dei sambaquí è molto antico e ricoprirebbe il periodo che va da almeno il 3000 a.C. sino agli inizi della nostra era (Durán & Bracco, 2000) e fu opera di popolazioni neolitiche di pescatori-raccoglitori e cacciatori che vissero lungo il litorale e i grandi fiumi.

Zoolito, nella fattispecie ornitolito, trovato nel sambaquí Lageado di Santa Catarina, Brasile (in Ferraz de Oliveira, 2010, fig. 17, p. 45)

Zoolito, nella fattispecie ornitolito, trovato nel sambaquí Lageado di Santa Catarina, Brasile (in Ferraz de Oliveira, 2010, fig. 17, p. 45)

Il primo riferimento agli zooliti si trova in Wiener (1876), il quale identificò alcuni di questi oggetti dalla forma di razza come dei mortai. In seguito furono interpretati come reliquie degli antenati e comunque apparve subito indubbia la loro funzione liturgica. La pietra generalmente usata è la diorite compatta o il porfido.

Gli animali rappresentati sono tartarughe, pesci, razze, pinguini, pipistrelli, albatro, delfini, orso formichiere, ecc. A seconda del tipo di animale raffigurato si sono voluti classificare questi oggetti in ornitoliti, quando raffigurano uccelli, ittioliti se rappresentano dei pesci, lacertoliti nel caso di lacertidi, ecc. Apparterrebbero al medesimo orizzonte culturale alcune rare pietre con caratteristiche antropomorfe, anch’esse dotate di cavità piana, che vengono quindi chiamati antropoliti. Il più noto fra questi ultimi è l’antropolito di Mercedes, ritrovato in Uruguay nel 1890. A numerosi zooliti è stato dato un nome, ad esempio “uccello di Figueira”, “lacertolito di San Luis”, “zoolito del Dr. Bañales”, ecc.

Zooliti ritrovati nei siti preistorici chiamati sambaquí, Santa Catarina, Brasile (da Wassén, 1967, fig. 12, p. 252)

Gli zooliti misurano mediamente 12-20 cm di lunghezza e possono essere tenuti in una mano. Fa eccezione, ad esempio, l’ornitolito di El Polonio, uno dei primi studiati, lungo 45 cm. La cavità (pebetero) ha una forma quasi parallelepipeda ed è lunga 15 cm, larga 7 cm, e profonda alcuni millimetri. In altri casi la cavità può raggiungere la profondità di 4-5 cm. Nell’ornitolito di Balizas, uruguayano, l’uccello appare plasmato nell’atto di cantare durante il volo (Sierra Y Sierra, 1931).

Zooliti brasiliani – sx: razza vista dal suo lato ventrale, in diorite, Santa Catarina; dx: pesce visto nella sua faccia laterale destra, in dolerite, sambaquí di Conghonas, a sud di Santsa Catarina (da Cabral, 1970, fig. 1, p. 14 e fig. 4, p. 15)

Gli zooliti e gli antropoliti incontrati in Uruguay rappresentano la prima forma naturalista dell’arte mobiliare preistorica di questa nazione e parrebbero essere stati prodotti da un gruppo ridotto di individui altamente specializzati (Cabral, 1970). Se ne contano sinora circa 250, datati fra il 2200 e il 1100 a.C., distribuiti in un territorio che va da Mercedes (Uruguay) a Iguape (San Pablo) (Gamboa, 2010). Oltre all’ipotesi diffusionista che li vede di provenienza straniera, appartenenti alla cultura brasiliana meridionale sambaquí, si è mano a mano fatta strada un’ipotesi alternativa che li vede come una produzione locale (Prous, 1977). Fu Sierra y Sierra (1931) a ritenere per primo che si trattava di oggetti di produzione uruguayana. Al contrario, Vidart (1996) persegue nell’ipotesi esogena di questi oggetti; sia l’antropolito di Mercedes che gli zooliti incontrati nell’Uruguay a San Luis, Valizas, Cabo Polonio e Tacuarí, dovrebbero a suo parere essere considerati oggetti intrusivi provenienti dalle regioni brasiliane.

Nel 1885 Ladislau Netto ipotizzò che la cavità degli zooliti avesse lo scopo di contenere polveri vegetali di natura magica. Più recentemente, Maruca Soza (1957) ipotizzò che vi venissero collocate delle polveri da fiuto psicoattive, in paragone ad altri noti casi di complessi inalatori sudamericani. Muñoa (1965) li identificò come “tavolette sciamaniche per aspirare paricá” e un forte sostegno a questa teoria fu data da Wassén (1967) nel suo studio sulle pratiche inalatorie.

Antropolito di Mercedes

(immagine da kalipedia)

L’antropolito di Mercedes è una pietra di granito compatto, alta una cinquantina di centimetri. La testa ha dimensioni piccole in confronto al corpo ed ha una forma ovale, mentre le orecchie sono grandi. E’ dotata di braccia che parrebbero quasi delle piccole ali allo stato embrionale. La cavità misura 8,5 x 7 x 1,5 cm e fu lavorata con strumenti di pietra (Sierra Y Sierra, 1931). La sua funzione come strumento inalatorio è stata suggerita da diversi autori (cfr. Wassén, 1967: 252-4), mentre le dimensioni e l’aspetto statuiforme potrebbe riportare a un suo utilizzo cerimoniale e forse collettivo. La maggior parte degli zooliti sono maneggiabili e potrebbero, al contrario, indicare un uso personale, come nel caso delle tavolette da fiuto di San Pedro de Atacama, dove i defunti venivano seppelliti con il loro corredo inalatorio utilizzato in vita.

L’antichità degli zooliti li fa essere contemporanei e anche precedenti ai reperti inalatori incontrati nelle regioni andine, i cui primi sinora rinvenuti sono datati al 1200 a.C. Ciò sarebbe un indizio indiretto dell’origine della pratica inalatoria in una qualche area del bacino amazzonico. Una scoperta, quella di ottenere un’ebbrezza mediante l’inalazione della droga, che si verificò alcuni millenni fa presso qualche tribù delle regioni piane del Sudamerica, e che si diffuse in seguito a nord, verso Panama e le Antille, a sud verso l’Uruguay e l’Argentina, a ovest verso le Ande.

Perché e pseudo-perché dell’Uruguay (da Gamboa, 2010, fig. 2, p. 6 e fig. 8, p. 13)

In Uruguay, oltre agli zooliti di pietra, nella produzione ceramica si incontrano dei curiosi oggetti che potrebbe essere stati usati come particolari strumenti inalatori. Si incontrano nella tradizione ceramicola tarda nota come “Rivieraschi Plastici” o “Plastici Paranaensi”, datata attorno al XVII secolo della nostra era. Gli oggetti sono costituiti da statuette umane o zoomorfe chiamati “campanuliformi”, per via della presenza di una “campana” alla base. Sembrerebbero avere influenze arawak e tale ceramica è attribuita all’etnia chaná-timbú (Gamboa, 2010). Per Consens (2007) la loro funzione fu quella della “inalazione mediante il deposito controllato su braci vegetali”. Un tipo di questa ceramica è denominata perché ed è caratterizzata da uno zoccolo non zoomorfo nel quale è scavata una cavità (Prous, 1977, p. 44). Secondo Gamboa (2010) “la causa finale dell’apertura del recipiente e la presenza di una fossetta nella parte posteriore della base sostenente (nella metà), sarebbe quella dell’inalazione o aspirazione di sostanze attraverso il deposito su braci di vegetali”, intendendo probabilmente l’inalazione o l’aspirazione dei vapori delle sostanze bruciate.

Nell’archeologia delle pratiche inalatorie si sta quindi evidenziando un possibile “complesso costiero” (Uruguay e Brasile), che attende studi approfonditi e che potrebbe gettare nuove luci sul problema delle origini della pratica inalatoria. Data la distanza dell’area degli zooliti dalle regioni di crescita delle specie allucinogene di Anadenanthera, è difficile ritenere queste come la fonte delle polveri da fiuto utilizzate dai produttori degli zooliti, come è al contrario il caso del complesso inalatorio andino. E’ più probabile che la fonte fosse di altra natura vegetale o, eventualmente, animale. Non si deve dimenticare che esistono diversi animali, inferiori e superiori, che producono in certe parti del loro corpo composti allucinogeni quali la DMT, incluso animali acquatici quali spugne e pesci (cfr. Toro, 2004). Una buona parte dei sambaquí è costituita da conchiglie di mollusco, ma parrebbe che questi animali non costituissero l’alimento di base della popolazione, che si cibava principalmente di pesce e che aveva sviluppato anche una certa economia agricola (Ferraz de Oliveira, 2010: 7). Ammesso che i sambaquí siano di natura antropica, resta da chiarire il ruolo delle conchiglie di mollusco e da indagare circa una loro eventuale associazione con gli zooliti.

Antropolito conservato presso il Museo de Arte Precolombina e Indígena, Montevideo

(foto MAPI)

Si vedano anche:

Il complesso inalatorio andino

Reperti inalatori della cultura Tiwanaku, Bolivia

Il complesso psicotropico di San Pedro de Atacama, Cile

Le droghe presso la cultura di San Agustín, Colombia

Polveri da fiuto fra i Taino delle Antille

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CABRAL R. OSWALDO, 1970, De la rareté des zoolithes platiformes et de leur présence exclusive dans les sambaquis du littoral de Laguna (Brésil), Bullettin de la Société Suisse des Américanistes, vol. 34, pp. 13-18.

CONSENS M., 2007, Arte Prehistórico en Uruguay. Montevideo: Torre del Vigía Ediciones.

DURÁN ALICIA & ROBERTO BRACCO, (Eds.), 2000, Arqueología de las Tierras Bajas. Ministerio de Educación y Cultura, Comisión Nacional de Arqueología. Montevideo.

FERRARI GUSTAVO, 2005, Memorias ancestales. Arte y Arqueología en el Uruguay, Museo de Arte Precolombino e Indígena, Montevideo.

FERRAZ DE OLIVEIRA TANIA, 2010, Estudio comparativo dos sambaquis Caipora, Lageado e Jaboticabeira I: interpretações acerca da mudança de material construtivo ao longo do tempo, Tesis Universidade de São Paulo, Museo de Arqueología e Etnologia.

GAMBOA MARTIN, 2010, De la piedra a la cerámica: influencia y transmisión del “arte animalista” en el arte mobiliar del Uruguay, in: AA.VV., Actes du Congès IFRAO sur l’art pléistocène dans le monde, Ariège, France, 16 pp.

GASPAR M.D. & P.A.D. DE BLASIS, 1992, Construção de Sambaquis, Anais da VI Reunião da Sociedade de Arqueologia Brasileira, pp. 811-820.

NETTO LADISLAU, 1885, Investigaçoes sobre a Arqueologia Brazileira, Archivo do Museu Nacional, vol. 6, pp. 257-554.

PROUS, A., 1977. Les Sculptures Zoomorphes du Sud Brasilien et de l’Uruguay. Paris: CNRS.

PROUS A., 1991, Arqueología Brasileira, Editora Universidade, Brasília.

SERRANO ANTONIO, 1946, The sambaquís of the Brazilian Coast, in: J.H. Steward (Ed.), Handbook of the South American Tribes, Govenment Printing Office, Washington, vol. 1, pp. 401-407 + tavv. 77-80.

SIERRA Y SIERRA B., 1931, Antropolítos y zoolítos indígenas, Revista de la Sociedad “Amigos de la Arqueología”, Montevideo, vol. 5, pp. 91-128.

TORO GIANLUCA, 2004, Animali psicoattivi, Nautilus & SISSC Edizioni, Torino.

VIDART DANIEL, 1996, Los cerritos de los indios del Este uruguayo, Banda Oriental Ed., Montevideo.

WIENER C., 1876, Estudos sobre los Sambaquis del Sud del Brasil, Arquivos do Museu Nacional do Rio do Janeiro, vol. 1, pp. 2-20.

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