Il complesso inalatorio andino

The Andean snuff-complex


Tavoletta da fiuto in legno proveniente dal Cile settentrionale, Museo Nacional de Historia Natural, Santiago (da López Oliva, 2007, Fig. 8, p. XVI)

La pratica di inalare polveri da fiuto psicoattive è ampiamente diffusa nelle Americhe Centrale e del Sud. Oltre al tabacco, in diverse regioni sono utilizzate polveri allucinogene ricavate principalmente dai semi di Anadenanthera, grandi alberi della famiglia delle Leguminosae, o dalla corteccia di specie di Virola, alberi della famiglia delle Myristicaceae. Le polveri ricavate da questi alberi contengono DMT e affini alcaloidi indolici allucinogeni.

Una delle aree anticamente interessate dal fenomeno inalatorio è la cordigliera andina, in particolare quella centrale, dove culture del passato – da Tiwanaku ai Moche, a San Pedro de Atacama – hanno lasciato reperti indiscutibili del loro rapporto con queste piante allucinogene. Presso diverse popolazioni v’era la consuetudine di lasciare accanto al defunto, nella sepoltura, il suo kit di strumenti per l’inalazione delle polveri psicoattive.

Le origini di questo complesso inalatorio affonderebbero in un substrato culturale Formativo, che nella conca amazzonica ebbe inizio attorno al 5000 a.C. Una diffusa teoria lo fa originare dal bacino amazzonico settentrionale (Wassén, 1967) e l’utilizzo di tavolette da fiuto e tubi inalatori sarebbe originario della cultura Arawak (Naville, 1959). L’ipotesi di un “movimento culturale dalle terre basse verso le terre alte” è corroborata da diversi documenti archeologici, etnografici e linguistici, e rispecchia la più generale visione di antiche culture delle foreste tropicali basate sulla coltivazione di tubercoli essere antecedenti alle e formative delle culture agricole delle Ande centrali. Una considerazione incisiva riguarda il fatto che il giaguaro – animale ampiamente utilizzato nelle simbologie e iconografie andine – è un felino delle terre basse tropicali e fu quindi adottato da Chavín, da Tiwanaku e dalle altre antiche culture precolombine, in seguito a influenze religiose-sciamaniche di popolazioni delle foreste amazzoniche (Zerries, 1985).

Per il complesso inalatorio i reperti archeologici ne attestano l’utilizzo nei millenni passati sino a raggiungere all’indietro la data del 2000 a.C. In diversi casi l’areale dei reperimenti di parafernali inalatori non corrisponde con l’areale di diffusione dell’albero produttore dei semi allucinogeni inalati, in particolare il cebil (Anadenanthera), come nel caso di San Pedro de Atacama nel Cile e dell’area andina più in generale; ciò evidenzia un sistema di distribuzione, di tipo commerciale o di scambio, che riforniva regioni anche remote dall’area di presenza della droga.1

Le pratiche inalatorie richiedono un insieme di parafernali, quali tubi inalatori, tavolette o supporti della polvere da inalare, raschiatoi, contenitori delle polveri, ecc., che sono stati ritrovati negli scavi archeologici, di frequente riuniti a mo’ di kit in appropriate borsette o altri tipi di contenitori. Nella grande maggioranza dei casi questi parafernali facevano parte di corredi funebri.

Da un punto di vista metodologico e seguendo l’analisi di Torres & Repke (2006: 11-13), lo studio delle pratiche inalatorie si basa su quattro tipi di fonti documentative: 1) Rimanenze biologiche, in particolare vegetali, fra i reperti archeologici; 2) parafernali inalatori quali tavolette da fiuto e tubi inalatori; 3) rappresentazioni artistiche nell’arte mobiliare e immobiliare; 4) fonti dalle cronache coloniali. Per il complesso inalatorio andino è possibile avvalersi di tutte le quattro tipologie di fonti, incluse poche ma importanti rimanenze vegetali, frammenti della droga che si sono conservati magicamente nel fondo di qualche borsa o pipa per regalarci precise conferme etnobotaniche.

I più antichi strumenti da fiuto delle Americhe sono stati ritrovati lungo la costa centrale peruviana. Nel sito archeologico di Huaca Prieta, nella valle di Chicama, sono venuti alla luce due tavolette da fiuto fatte con ossa di balena e un tubo inalatorio con le raffigurazioni di un uccello e di una volpe, il tutto datato attorno al 1200 a.C. Nel sito di Asia, nella medesima zona geografica, è stato ritrovato un numero ancor maggiore di implementi inalatori del medesimo periodo, inclusa una zucca contenente un miscuglio polverizzato di semi neri, molto probabilmente semi di cebil (Torres & Repke, 2006: 32).

Parafernali per l’inalazione sono quindi stati ritrovati in numerosi contesti archeologici delle culture pre-incaiche, e in alcuni casi si può parlare di “Complessi Inalatori”, tanto era diffusa ed elaborata questa pratica di assunzione di droghe psicoattive. I più noti sono quelli associati alla cultura Tiwanaku del bacino del lago Titicaca e all’oasi cilena di San Pedro di Atacama. Si sta inoltre sempre più evidenziando l’importanza del complesso inalatorio associato agli zooliti e antropoliti dell’Uruguay e del Brasile, che raggiunge il secondo millennio a.C. Altre aree interessate dal fenomeno sono l’Argentina nord-occidentale,2 il bacino medio del fiume Loa e nell’area di Arica, nel Cile settentrionale; presso la cultura Muisca in Colombia (si veda oltre) e, probabilmente, nell’arte monumentale di San Agustín; più a nord, presso i Taino e i pre-Taino delle Antille. Per quanto riguarda le culture messicane, sono al momento stati riconosciuti solamente alcuni isolati reperti, che attendono di essere studiati con la dovuta attenzione (Furst, 1972). Ancora più a nord, nell’America settentrionale, sarebbero stati individuati implementi inalatori presso la cultura Hohokam dell’Arizona meridionale, datati fra il 500 e il 1150 d.C. (Lowell, 1990). Tiwanaku e San Agustín offrono documentazione della pratica dell’inalazione anche nell’arte litica monumentale. Dalle Antille alle Ande la fonte vegetale visionaria più diffusa era costituita dai semi di alberi di Anadenanthera.

Lo strumento più caratteristico fra i parafernali inalatori è il ripiano su cui disporre la polvere da inalare; gli antichi artisti si sono sbizzarriti nel cesellare in legno, pietra, osso, cuoio, oggetti aventi la funzione di supportare le polveri inalatorie, diventando frequentemente un tratto artistico distintivo di quella data cultura, come è il caso delle statue cemí taino, dotate di un vistoso copricapo porta-polveri, o quello delle cosiddette “tavolette da fiuto” (tablas do rapé, snuff trays) di tipo portatile, ampiamente diffuse in sud America e dotate di un manico e di un ripiano, con una forma che ricorda spesso una paletta.

La complessa diversificazione della morfologia e iconografia delle tavolette da fiuto ha richiesto complessi studi per opera di diverse generazioni di studiosi. Fra gli studi sistematici, che hanno cercato di classificare le tavolette in base ad aspetti morfologici, iconografici o stilistici, si ricordano qui quelli di Nuñez (1963), Torres (1986), Llagostera et al. (1988) e Montenegro (2004).

Moderna tavoletta da fiuto dei Maué del Brasile (da Wassén, 1967, fig. 33, p. 284)

Oltre ai reperti archeologici, sono note tavolette da fiuto dell’età contemporanea, tutt’ora fabbricate e impiegate da diverse tribù dell’Orinoco e dell’Amazzonia e che sono un’utile fonte etnografica nello studio delle relazioni interculturali antiche e moderne. E’ il caso ad esempio dei Mahué brasiliani, una tribù tupí che vive fra i fiumi Tapajoz e Madeira, a sud del Rio delle Amazzoni. Essi fabbricano tavolette da fiuto in legno con i manici incisi con figura animali, in particolare teste di serpenti (Zerries, 1985: 428).

Una moderna tavoletta da fiuto dei Tucano dell’Amazzonia (sinistra) e una tavoletta da fiuto preistorica da Calama, nel Cile settentrionale (da Wassén, 1967, p. 273, fig. 27)

In alcuni casi le affinità stilistiche fra tavolette da fiuto amazzoniche moderne e tavolette da fiuto archeologiche andine sono tali da non poter essere considerate casuali, bensì frutto di quegli antichi scambi culturali fra le terre basse e quelle alte del Sud America già riferiti. Si veda ad esempio il paragone evidenziato da Wassén (1967: 273) fra una moderna tavoletta da fiuto tucanoide e una tavoletta da fiuto proveniente dagli scavi di Calama, nel Cile settentrionale, entrambe in legno e dove il manico è in entrambe intagliato con una coppia distinta da antropomorfi stilizzati; un motivo, quello dei “Gemelli”, con diffusione pan-americana.

Tubi inalatori in legno dal sito Solcor-3 di San Pedro de Atacama, Cile. Vi sono intagliate figure zoomorfe e in alcuni casi sono rivestite di una placca di rame (da Llagostera et al., 1988, fig. 14, p. 84)

Un altro strumento indispensabile per l’inalazione è il tubo inalatorio, costruito con i più disparati materiali e variamente adornato. La parte del tubo che si avvicina alla polvere per essere inalata viene chiamata distale, mentre quella che si inserisce nella o nelle narici è chiamata bocchello (boquilla). Anche in questo caso ci troviamo di fronte a una ricca varietà di forme e di funzionalità, ed è nel Sudamerica che si ritrova la maggiore inventiva nell’elaborazione di strumenti atti all’inalazione, che si possono classificare in quattro generali categorie, a seconda del metodo inalatorio impiegato:

– attraverso una sola narice di un individuo che si auto-inala la polvere, nel qual caso il tubo è mono-cavo e con lunghezza variabile da alcuni centimetri ad alcuni decimetri;

– attraverso una sola narice di un individuo che riceve la polvere insufflata da un altro individuo (inalazione collaborativa differita), nel qual caso sono impiegate generalmente canne singole, a volte eccezionalmente lunghe;

– attraverso le due narici di un individuo che si auto-inala la polvere, e per questo caso vengono costruiti tubi inalatori in forma di Y, con due estremità da inserire nelle narici;

– attraverso una sola narice di due individui che si inalano e si insufflano reciprocamente e in contemporanea la polvere, per il qual caso sono stati elaborati tubi inalatori doppi e legati fra di loro (inalazione collaborativa simultanea).

Alcuni metodi inalatori: sx, inalazione collaborativa, dove un individuo con la sua bocca soffia la polvere da fiuto nella narice di un secondo individuo; dx, auto-inalazione, dove un individuo si soffia nella narice la polvere da fiuto (foto di R.E. Schultes, 1967, figg. 1 e 2, pp. 294-5)

Gli strumenti per appoggiare e per indirizzare verso le narici le polveri sono generalmente distinti fra loro, trattandosi, come detto, di ripiani e di tubi cavi. Si è a conoscenza, tuttavia, di almeno un caso di strumenti, provenienti da siti archeologici della Costa Rica, che svolgono entrambe le funzioni di contenimento e di indirizzamento delle polveri. Si tratta di inalatori di argilla, dalla forma frequente di uccello, lunghi fra i 7 e i 10 cm, costituiti da un incavo in cui erano collocate le polveri, e da una parte allungata cava, collegata col fondo dell’incavo, la cui estremità veniva inserita nella narice per l’inalazione. In alcuni casi la parte allungata si divide creando due estremità, in modo da impegnare entrambe le narici per l’inalazione (Wassén, 1967).

Inalatori d’argilla provenienti dalla Costa Rica; nell’incavo venivano collocate le polveri, e la o le estremità della parte allungata venivano inserite nella o nelle narici per l’inalazione (da Wassén, 1967, fig. 4, p. 243).

Di seguito si prosegue nell’esposizione dei dati archeologici inerenti la pratica inalatoria, con una direzione geografica che va da Sud a Nord, percorrendo la Cordigliera Andina sino a raggiungere i territori dell’America Centrale.

La data più antica in cui è esplicito un rapporto dell’uomo con le polveri allucinogene risale al 2000 a.C. e riguarda la presenza di semi di Anadenanthera in un contesto archeologico del sito di Inca Cueva, nella Puna de Jujuy, nella parte più settentrionale dell’Argentina. In una maniera che ha sorpreso gli studiosi, questi semi allucinogeni, le cui polveri vengono generalmente inalate, sono stati ritrovati all’interno di pipe, per cui in quel contesto venivano fumati, una modalità d’uso non frequente sia nel passato che attualmente, seppure documentata.

All’interno delle due pipe, ricche internamente di contenuto carbonizzato, sono stati riconosciuti resti di leguminose, fra cui semi di Anadenanthera macrocarpa (=colubrina). Analisi chimiche hanno evidenziato la presenza di DMT, alcaloide presente nei semi di Anadenanthera, sebbene in quantità basse (il principale principio attivo è la bufotenina). Le date offerte dall’analisi al radiocarbonio sono risultate essere per le due pipe rispettivamente del 2080 e 2030 a.C.

Pipa d’osso felino, lunga 13 cm, ritrovata nel sito Icc7 di Inca Cueva, Jujuy, Argentina (da Tores, 1998, fig. 3, p. 52)

Entrambe le pipe rinvenute nel sito di Inca Cueva – nella piccola grotta siglata IC-c7 – possiedono una forma tubolare e sono costituite da ossa di puma;3 erano in associazione con delle borse intessute, delle zucche e della cesteria, il tutto depositato sopra un pavimento di paglia nell’area più interna della grotta. Lunghe 11-13 cm, larghe da 15 a 31 mm, con lo spessore della parete ossea di ben 3,5 cm, nella parte mediana esterna entrambe le pipe recano i segni di un’allacciatura, che è stata riconosciuta come provocata dalla sospensione della pipa mediante tendini animali; in una pipa è stato possibile riconoscere l’impronta di un legaccio fatto di 12 giri. Il motivo della sospensione della pipa poteva essere meramente pratico, per appenderla nei momenti in cui non veniva utilizzata, sebbene l’elevato numero di giri non sia per questo giustificato; un’altra possibilità sarebbe stata quella di mantenere la pipa appesa durante il suo utilizzo, in modo da evitare di tenerla in mano (Fernández Distel, 1980: 65)

Che nell’Argentina settentrionale fosse un tempo comune la pratica di fumare i semi di cebil, accanto a quella di inalarne le polveri, è stato confermato da alcuni recenti ritrovamenti. In due pipe ritrovate, l’una nel sito Campo Colorado (La Poma, Salta), e l’altra nel sito di Soria 2 (Santa Maria, Catamarca), datate entrambe a circa 2000 anni fa, sono state ritrovate tracce di 5-MeO-DMT e bufotenina (Rosso & Spano, 2005-06). Nei fornelli di altre due pipe – una quasi integra e l’altra frammentata – del sito di Cordonal, nella valle del Cajón (Catamarca), è stata identificata la presenza di 5-MeO-DMT. Queste ultime due pipe sono datate al I secolo d.C., e sono state ritrovate in una struttura che ha tutta l’aria di essere un’antica cucina (Bugliani et al., 2010). Quindi, a 2000 anni di distanza, rispetto ai ritrovamenti di inca Cueva, permaneva la pratica di fumare fonti di triptamine allucinogene, quasi certamente semi di Anadenanthera, verificata la presenza di bufotenina, una triptamina specifica per questo tipo di fonte vegetale.

La pipa del sito di Cordonal (Catamarca, Argentina), del I secolo d.C., in cui è stata ritrovata 5-MeO-DMT (da Bugliani et al., 2010)

La pipa del sito di Cordonal (Catamarca, Argentina), del I secolo d.C., in cui è stata ritrovata 5-MeO-DMT (da Bugliani et al., 2010)

Presso il sito di Huachichocana, localizzato nella medesima area di quella di Inca Cueva e in uno strato cronologico ad essa affine, sono state ritrovate quattro pipe, questa volta in pietra, con una lunghezza misurante dai 23 sino ai 34 cm. In due di queste pesanti pipe sono presenti delle incisioni puntiformi, che avevano probabilmente lo scopo di facilitarne la sospensione, un fatto reso necessario dalla loro eccessiva pesantezza. Nel caso del sito di Huachichocana, le quattro pipe furono trovate in associazione a una sepoltura di un individuo maschio che aveva non più di 15 anni d’età. Due di queste pipe erano state messe vicino alla bocca del defunto, mentre le altre due erano posizionate a fianco delle sue gambe. La posizione così acquisita del “defunto fumante” è un dato che porta a considerare le droghe utilizzate in questo contesto funebre come viatici post-mortem. Si conoscono pochissimi altri casi di “defunti fumanti”, ma è probabile che questa pratica fosse più diffusa, dato che con il corso dei secoli l’inumazione difficilmente può conservare intatta questa posizione originaria.

Sempre nel sito di Inca Cueva, nel medesimo orizzonte culturale di ritrovamento delle due pipe, sono fuoriusciti alcuni strumenti che potevano essere in associazione funzionale con l’atto di fumare, quali elementi per macinare, contenitori per conservare sostanze, oggetti atti alla collocazione nella pipa di polveri da fiuto. Il ritrovamento di Inca Cueva apparterrebbe alla cultura locale nota come “Arcaico del Bordo della Puna”, databile fra il II e il I millennio a.C. E’ stato ipotizzato che le pipe avrebbero potuto appartenere a uno sciamano o comunque a un personaggio particolare della società, ma la giovane età del defunto escluderebbe che fossero utilizzate da questo individuo (Fernández Distel, 1980).

Anche nel sito di Cusi Cusi, sempre nella Puna de Jujuy argentina, in un kit inalatorio associato a un’inumazione datata attorno al IX secolo a.C. sono stati ritrovati resti vegetali identificati come semi di Anadenanthera (Torres & Repke, 2006: 33). E sempre nel Jujuy, nel sito Alero I La Matanza, nei pressi di Cui-Cui, Dipartimento di Santa Catalina, è stato ritrovato un altro interessante reperto fitologico, una polvere residuale presente dentro a un tubo inalatore fatto d’osso. Il tubo d’osso, misurante circa 12 cm, faceva parte dei parafernali inalatori – tavoletta compresa – associati a una sepoltura datata attorno al 1000 d.C. All’analisi macroscopica la polvere ha evidenziato frammenti di semi di Anadenanthera colubrina var. cebil (Pochettino et al., 1999).

Con questi reperti biologici, non frequenti ma ineccepibili, di rimanenze di semi di cebil, dovrebbe essere risolto il problema dell’identificazione della fonte botanica allucinogena responsabile dei vari “complessi inalatori” andini e la conferma di una pratica millenaria che, a partire da almeno il 2000 a.C., si è conservata sino ai nostri giorni, come testimoniano i dati etnografici dei moderni Wichi (Mataco) del Gran Chaco argentino, che chiamano il cebil col nome di hatáj (Torres & Repke, 2006b). Questi lo utilizzano nelle pratiche sciamaniche di cura e divinazione e hanno elaborato uno specifico mito d’origine dell’hatáj.

Tavoletta da fiuto dalla forma tonda ritrovata nel sito di Los Abuelos, Caspana, estremo Cile settentrionale (da Hermosilla, 2011, fig. 4, p. 128)

Per quanto riguarda il Cile, accanto al complesso psicotropico di San Pedro de Atacama, anche nell’areale del fiume Loa e dei suoi affluenti, locato 70-100 km più a nord di San Pedro de Atacama, sono stati ritrovati parafernali e kit inalatori. Torres riporta 188 tavolette da fiuto provenienti dai siti archeologici di questa regione, le quali sarebbero prive di influenze tiwanaku. Ciò suggerirebbe una loro data più moderna rispetto a quella della cultura alto-boliviana ed effettivamente sono stati datati a dopo il 900 d.C. (Torres, 1998: 61). Siti dell’area del Loa come i cimiteri archeologici di Los Abuelos (Caspana), Chiu-Chiu, Toconce, hanno conservato bellissimi esemplari di tavolette da fiuto di legno, le cui fattezze e schemi stilistici trovano analogie con l’area nord-occidentale dell’Argentina, piuttosto che con San Pedro de Atacama, pur trovandosi questa a una distanza relativamente breve dal Loa.

Nell’iconografia dei parafernali inalatori del Loa è ricorrente l’elemento zoologico, in particolare felini, volpi, condor, ma anche altri uccelli, roditori, armadilli. Nel sito di Los Abuelos, vicino al villaggio di Caspana, in alcune tavolette è stato riconosciuto un elemento iconografico chiamato tumi, che è a forma di ancora semplice o doppia e significante un coltello sacrificale (Hermosilla, 2001).

Anche nell’area cilena ancor più settentrionale di Arica è stato rinvenuto un “complesso allucinogeno”, anche questo associato alle inumazioni, che comprende una quarantina di tavolette da fiuto e altri parafernali inalatori; in alcuni siti dell’area di Arica, come quelli di AZ15 e di Morro 2, rispettivamente il 15% e il 60% delle inumazioni sono state rinvenute accompagnate da parafernali inalatori (Chacama, 2001).

Tavolette da fiuto di legno, lunga 18 cm, provenienti dalla regione del Cile settentrionale: sx, da Caspana (fiume Loa, Cile settentrionale). Conservato presso l’Instituto de Investigaciones Arqueológicas y Museo de San Pedro de Atacama (da Torres, 1998, fig. 11, p. 60); dx, da Toconce, conservato presso il Museum of the American Indian, Heye Foundation di New York (da Hermosilla, 2001, fig. 2, p. 126)

Per quanto riguarda l’Argentina, la presenza più meridionale del complesso inalatorio andino sinora riscontrata è testimoniata da due tavolette da fiuto ritrovate nella valle di Iglesia, Provincia di San Juan, e appartenenti all’orizzonte culturale della tarda cultura di Angualasto, datata fra il 1200 e il 1450 d.C. Le due tavolette erano probabilmente state importate da regioni più settentrionali (Gambier, 2001). Per il Cile, i parafernali inalatori raggiungono verso sud l’area di Copiapó (Castillo Gomez, 1992; López Oliva, 2007).

Continuando l’individuazione di parafernali inalatori, nel Brasile meridionale, nell’area ora occupata dai Guaraní, sono state ritrovate della tavolette di pietra con raffigurazioni zoomorfe e antropomorfe, appartenenti a un’antica cultura locale; si tratta molto probabilmente di strumenti inalatori (Serrano, 1941; Altschul, 1972: 66).

In Ecuador parrebbe sia esistita una lunga tradizione di impiego di droghe psicoattive, che raggiungerebbero le prime fasi dell’antica cultura di Valdivia, datata al 3500-2400 a.C. Appartiene a questa cultura una tipica coppia di strumenti di ceramica presenti sempre insieme, una giara e una coppa emisferica; sono molto probabilmente parafernali per la consumazione di una qualche bevanda rituale, psicoattiva. Ad avvalorare tale ipotesi sarebbe l’elaborato sistema di decorazioni geometriche presenti sulla parte superiore delle coppe semisferiche, che ricondurrebbe a un sistema semantico di schemi “fosfenici”, prodotti dalle visioni indotte da fonti allucinogene (Stahl, 1985). Della medesima cultura Valdivia appartiene una figurina d’argilla con una tavoletta da fiuto sulla testa. Inoltre, sempre in Ecuador, nella valle di Colonche, sono state ritrovate quattro tavolette da fiuto datate a circa il 1500 d.C. (Stothert & Cruz Cevallos, 2001), alcuni mortai di pietra dai caratteri felini associati probabilmente alla preparazione di polveri da fiuto e datati alla cultura Manteño (1000-15000 a.C.), e un tubicino inalatorio di testa di coccodrillo della fase Chorrera (1000-300 a.C.) (Zerries, 1985: 426).

Per quanto riguarda la Colombia, si veda Le droghe nella cultura di San Agustín. Inoltre, un altro importante tassello nel puzzle della documentazione archeologica inalatoria è rappresentato dai reperti della cultura Muisca, che non sono ancora stati studiati con la dovuta attenzione. I Muisca vivevano nella Colombia centrale ai tempi della Conquista, ma le loro origini affondano nella cultura formativa dell’America meridionale. Avevano raggiunto un livello di civilizzazione piuttosto elevato ed erano abili orafi. Fra tutte le culture americane, sono stati gli unici che ci hanno lasciato delle tavolette da fiuto in oro. Se ne conoscono una ventina di reperti, eseguiti in oro o in tumbaga, una lega di oro e rame. L’aspetto è “a paletta”, come quelli in legno o in pietra delle culture sudamericane più meridionali, e cioè con un manico e una parte piatta bordata atta a contenere le polveri da inalare. Il manico è decorato con elementi artistici raffiguranti uccelli, felini e serpenti, raramente figure umane. Altri oggetti caratteristici muisca sono i tunjo, piccole figure umane trapezoidali, anche queste in oro. In alcuni tunjo la figura umana è riportata nell’atto di inalare mediante un tubo e una tavoletta. Questo motivo è riportato anche nel vasellame muisca.

Tavolette da fiuto in oro della cultura Muisca, lunghezza 10 cm. Museo del Oro, Bogotá

Tavolette da fiuto in oro della cultura Muisca, lunghezza 10 cm. Museo del Oro, Bogotá

I Muisca chiamavano l’Anadenanthera yopo o niopo. Oltre ai reperti archeologici, disponiamo di alcuni riferimenti delle fonti coloniali che testimoniano l’uso dello yopo. Il documento più importante riguarda una descrizione dal frate Pedro Simón agli inizi del XVI secolo, in cui viene riferita la pratica di divinizzare attraverso l’osservazione del flusso del muco salivare fuoriuscente dal naso; la sua copiosa fuoriuscita è un effetto dell’inalazione della polvere psicoattiva. Il fattore divinatorio si basava sul percorso effettuato dal muco: se era diritto, era un buon segno, mentre se era curvo o storto, veniva considerato un cattivo presagio. Ma l’osservazione del percorso doveva essere eseguita attraverso uno specchio che lo riflette. Sempre in Colombia, anche fra i Tunebo del fiume Orinoco e i vicini Achagua, questi ultimi di lingua arawak, era praticata la medesima tecnica divinatoria, incluso l’impiego dello specchio (Torres & Repke, 2006: 56 e 62-3).

Presso le culture dell’America centrale si conoscono alcuni documenti sparsi fra svariate popolazioni ed epoche, ed è probabile che tutto un insieme di reperti archeologici dalla funzione non chiarita o malamente interpretata siano ascrivibili alla pratica dell’inalazione. Wassén (1967: 243-4) ha posto l’attenzione sugli inalatori d’argilla provenienti dalla Costa Rica più sopra presentati, aventi la curiosa e unica caratteristica – fra gli strumenti atti all’inalazione – da fungere contemporaneamente da strumento inalatorio e da ripiano per contenere le polveri da inalare. Un altro interessante inalatore biforcuto in legno proviene dalla Guyana Brasiliana.

Inalatore in argilla biforcato proveniente dalla Guayana brasiliana. Conservato presso il Museum für Völkerkunde di Mannheim (da Wassén, 1967, fig. 5, p. 244)

Furst (1972) ha individuato una serie di reperti archeologici mesomaericani che potrebbero essere considerati degli strumenti inalatori: da certi artefatti di giada olmechi chiamati “cucchiai”, ma che in realtà ricordano gli zooliti brasiliani e che come questi sono decorati con simboli avicoli, ad alcune figurine di ceramica della cultura Colima, anch’essa messicana, dove strumenti inalatori sono raffigurati applicati alle narici delle teste umane. Altri reperti sono stati ritrovati nelle regioni di Nayarit, Guerrero, Oaxaca, e alcuni sono datati al Preclassico Medio Iniziale, raggiungendo il 1300-1000 a.C. Tutto ciò fa ipotizzare l’esistenza di un complesso inalatorio di ampia portata diffuso nel Messico occidentale.

(sx) Bottiglia moche di ceramica con pittura di cervi maschio e femmina in associazione con alberi di Anadentathera colubrina (cebil); (dx) un esploso della superficie vascolare. Da Furst, 1974, fig. 211

(sx) Bottiglia moche di ceramica con pittura di cervi maschio e femmina in associazione con alberi di Anadentathera colubrina (cebil); (dx) un esploso della superficie vascolare. Da Furst, 1974, fig. 211

Rilievo di un dipinto su un piatto moche, con raffigurazione di caccia al cervo. L'albero rappresentato è il cebil. Nord Perù, 500 d.C. circa. Disegno di Alan Sawyer. Da Furst, 1974, fig. 18

Rilievo di un dipinto su un piatto moche, con raffigurazione di caccia al cervo. L’albero rappresentato è il cebil. Nord Perù, 500 d.C. circa. Disegno di Alan Sawyer. Da Furst, 1974, fig. 18

Raffigurazioni di alberi e baccelli di Anadenanthera parrebbero essere presenti nell’arte Moche. In un insieme di vasi della fase IV della cultura Moche (450-550 d.C.) sono dipinte delle scene riconducibili ad un’unica struttura semantica, una probabile caccia rituale al cervo, nella fattispecie al cervo dalla coda bianca (una specie di Odocoileus). Oltre al cacciatore e al cervo, nella scena sono raffigurati alcuni motivi vegetali, fra cui uno o più alberelli dotati di una caratteristica ramificazione e di evidenti baccelli. Peter Furst (1974, pp. 84-5) fu il primo studioso a riconoscervi l’albero del cebil, cioè Anadenanthera colubrina var. Cebil (Torres & Repke, 2006). Nelle scene moche della caccia al cervo, l’animale sembra arrampicarsi sugli alberi di Cebil ed essere in stretta relazione simbolica e mitologica con questa pianta visionaria. Vi sono raffigurati cervi sia maschi che femmine, nonostante i maschi siano rappresentati maggiormente. Il fatto che la scena raffiguri una caccia rituale o simbolica al cervo, sarebbe confermato dall’evidenza archeologica dell’assenza di pasti a base di cervo fra i Moche; inoltre, il cervo raffigurato sembra avere connotazioni mitologiche, poiché frequentemente il suo corpo è maculato, un fatto non riscontrato in natura con questa specie andina di cervo (Donnan, 1982).

Uno studio approfondito sull’iconografia moche, ancora da realizzare, potrebbe portare all’individuazione di elementi vegetali indicanti baccelli, semi o alberi di Anadenanthera. E’ il caso, ad esempio, di un vaso del Periodo Intermedio Alto moche, raffigurante un felino, forse un giaguaro, dipinto con una pelle maculata, dove le maculazioni hanno le sembianze di baccelli di Anadenathera.

Recipiente moche raffigurante un felino, forse un giaguaro, con le maculazioni della pelle in forma di possibili baccelli di Anadenanthera (da Cuesta Domingo, 1980, oggetto 10237, p. 129)

Recipiente moche raffigurante un felino, forse un giaguaro, con le maculazioni della pelle in forma di possibili baccelli di Anadenanthera (da Cuesta Domingo, 1980, oggetto 10237, p. 129)

E’ del resto recentemente stata suggerita un’interpretazione di un motivo ricorrente nella ceramica di La Aguada, una cultura che si sviluppò nelle regioni argentine nord-occidentali di Catamarca e La Rioja fra il 600 e il 900 d.C. Tale motivo, il doppio circolo concentrico, è in stretta associazione con le raffigurazioni pittoriche e plastiche del giaguaro, oltre a presentarsi anche in altre raffigurazioni zoomorfe, e sarebbe una rappresentazione del seme di Anadenanthera colubrina. In effetti, in natura questo seme mostra una specie di disegno circolare sulla sua superficie piatta, in maniera tale da assumere una forma assomigliante a un doppio circolo concentrico (Marconetto, 2015).

Ceramica aguada con raffigurazione di uno zoomorfo con circoli concentrici sulla superficie, possibili raffigurazioni dei semi di Anadenanthera colubrina (da Marconetto, 2015, fig. 11, p. 34)

Ceramica di La Aguada con raffigurazione di uno zoomorfo con circoli concentrici sulla superficie, possibili raffigurazioni dei semi di Anadenanthera colubrina (da Marconetto, 2015, fig. 11, p. 34)

Pure nella ceramica della cultura Wari (750-1000 d.C.), in particolare nello stile pittorico Conchopata, sono state individuate raffigurazioni di Anadenanthera colubrina, in cui sono riportati baccelli, fiori e foglie disegnati con un particolare schema stilistico: due fiori dalla forma tondeggiante disposti in cima a un ramo centrale, con due foglie ciascuna sotto a uno dei due fiori, e con due baccelli, ognuno penzolante sotto a ciascuna foglia. Tale schema iconografico è presente in diversi manufatti di diverse culture, inclusa quella Tiwanaku, nelle tavolette da fiuto, nei tessuti, nelle ceramiche, nelle sculture. Presso la cultura Wari, nel sito Conchopata, questa pianta è dipinta in grandi urne funebri che venivano di proposito distrutte al momento dell’inumazione; un costume forse giustificato dal fatto che questi recipienti di ceramica erano considerati troppo sacri affinché potessero essere nuovamente riutilizzati. Presso la cultura Wari non sono stati trovati parafernali per l’inalazione delle polveri allucinogene, e questa mancanza potrebbe trovare giustificazione in un riferimento del XVI secolo di Polo de Ondegardo, in cui la vilca (semi di Anadenanthera) veniva ridotta a un succo che era quindi aggiunta alla chicha, la bevanda fermentata alcolica andina a base di mais. Sono stati riportati alcuni altri casi etnografici moderni di assunzione dei semi di vilca non mediante inalazione bensì aggiunti alla chicha. Ecco quindi che anche presso gli antichi Wari questa avrebbe potuto essere la comune modalità d’assunzione dei semi di Anadenanthera (Knobloch, 2000).

Cocci di ceramica Wari in stile Conchopata, con raffigurazione della pianta di Anadenanthera colubrina (da Knobloch, 2000, fig. 2, p. 389)

Cocci di ceramica Wari in stile Conchopata, con raffigurazione della pianta di Anadenanthera colubrina (da Knobloch, 2000, fig. 2, p. 389)

 

Si vedano anche:

Reperti inalatori della cultura Tiwanaku, Bolivia

Il curandero di Niño Korin (Bolivia)

Il complesso psicotropico di San Pedro de Atacama, Cile

Zooliti e antropoliti dell’Uruguay e del Brasile

Le droghe presso la cultura di San Agustín, Colombia

Polveri da fiuto fra i Taino delle Antille

Mitologia delle polveri da fiuto

Bibliografia sulle tavolette da fiuto archeologiche del sud America

Bibliografia sull’uso tradizionale moderno delle polveri da fiuto americane

 

Note

1 – Per un’analisi approfondita di questo sistema di distribuzione si vedano Zelada & Capriles, 2000 e 2004.

2 – Nella regione di Jujuy negli scavi archeologici continuano a venire alla luce tavolette da fiuto; cfr. ad esempio Fernández Distel, 2004 e Sprovieri, 2008-09.

3 – Inizialmente le ossa furono interpretate come femore e tibia umane (Fernández Distel, 1980: 57); ma in seguito sono state considerate ossa feline, di puma (Torres, 1998: 52). L’utilizzo di ossa umane per la fabbricazione di strumenti inalatori è comunque attestata in Sudamerica.

ri_bib

ALTSCHUL SIRI von REIS, 1972, The Genus Anadenanthera in Amerindian Cultures, Botanical Museum, Harvad University, Cambridge.

BUGLIANI MARIA FABIANA, C. MARILIN CALO & MARIA CRISTINA SCATTOLIN, 2010, Fumando en la cocina: determinación de contenidos por técnicas fisico químicas en dos pipas cerámicas del sitio Cardonal, EN: AA.VV., La arqueometría en Argentina y Latinoamérica, Brujas Ediciones, Córdoba, pp. 231-236.

CASTILLO GOMEZ GASTON, 1992, Evidencias sobre uso de narcóticos en el norte semiarido chileno: catastro regional, Boletín del Museo Regional de Atacama, vol. 4, pp. 105-160.

CHACAMA R. JUAN, 2001, Tavolette, tubi e spatole. Il complesso allucinogeno nell’area di Arica, estremo Nord del Cile / Tabletas, tubos y espátulas. Aproximación a un complejo alucinógeno en el área de Arica, extremo Norte de Chile, Eleusis. Journal of Psychoactive Plants & Compounds, vol. 5, pp. 85-100.

CUESTA DOMINGO MARIANO, 1980, Arqueología andina: Perú, Ministerio de Cultura, Madrid.

DONNAN C.B., 1982, La caza del venado en el arte Mochica, Revista del Museo Nacional de Lima, vol. 46, pp. 235-251.

FERNÁNDEZ DISTEL ALICIA, 1980, Hallazgo de pipas en complejos Preceramicos del Borde de la Puna Jujeña (Republica Argentina) y el empleo de alucinógenos por parte de las mismas culturas, Estudios Arqueológicos, Antofagasta, vol. 5, pp. 55-75.

FERNÁNDEZ DISTEL ALICIA, 2004, Due nuove tavolette da fiuto per la regione Humahuaca, Repubblica Argentina / Dos nuevas tabletas de rapé para la región Humahuaca, República Argentina, Eleusis. Journal of Psychoactive Plants & Compounds, vol. 8, pp. 113-121.

FURST T. PETER, 1972, Ritual use of hallucinogens in Mesoamerica: new evidence for snuffing from the Preclassic and Early Classic, in: K.J. Litvak & T.N. Castillo (Eds.), Religión en Mesoamaerica, XII Mesa Redonda, Sociedad Méxicana de Antropología, México, pp. 61-68.

FURST T. PETER, 1974, Hallucinogens in Precolumbian Art, in : M.E. King & I.R. Traylor (Eds.), Art an Environment in Native America, Special Public., The Museum of Texas Tech.Univ., n. 7, Lubbock, Texas, pp. 55-101.

GAMBIER MARIANO, 2001, La documentazione archeologica più meridionale della pratica di inalazione nella Ande Centrali, / The Southernmost Archaeological Evidence for Snugging in the Central Andes, Eleusis. Journal of Psychoactive Plantas & Coumpounds, vol. 5, pp. 153-157.

HERMOSILLA NURILUZ, 2001, La gente del tumi, il condor e il giaguaro: uso di piante psicoattive nel bacino del fiume Loa, Deserto di Atacama, Eleusis. Journal of Psychoactive Plants & Compounds, vol. 5, pp. 123-136.

KNOBLOCH J. PATRICIA, 2000, Wari ritual power at Conchopata: An interpretation of Anadenanthera colubrina iconography, Latin American Antiquity, vol. 11, pp. 387-402.

LLAGOSTERA AGUSTÍN et al., 1988, El complexo psicotrópico en Solcor-3 (San Pedro de Atacama), Estudios Atacameños, vol. 9, pp. 61-98.

LÓPEZ OLIVA MACARENA, 2007, Interpretación Simbólica de la Iconografía del Sacrificador y el Señor de los Cetros: Una Visión Desde los Mitos, Tesis Universidad de Chile, Facultad Ciencias Sociales, Departamento de Antropología y Arqueología.

LOWELL S. EDITH, 1990, Paletas and tabletas: Comparison of Hohokam Stone Palettes with Snuff Trays of South America, Kiva, vol. 55(4), pp. 321-355.

MARCONETTO MARÍA BERNARDA, 2015, El jaguar en flora: representaciones de plantas en la iconografía Aguada del Noroeste Argentino, Boletín del Museo Chileno de Arte Precolombino, vol. 20(1), pp. 29-37.

MONTENEGRO MÓNICA, 2004, Il complesso allucinogeno delle Ande: analogie fra le tavolette da fiuto di sostanze psicoattive del Cile settentrionale e del Nordest argentino / El complejo alucinógeno allende los Andes: analogía entre las tabletas para inhalación de sustancias psicoactivas del Norte de Chile y del Noroeste argentino, Eleusis. Journal of Psychoactive Plants & Compounds, vol. 8, pp. 65-83.

NAVILLE RENÉ, 1959, Tablettes et tubes a aspirer du rapé, Journal de la Société Suisse des Americanistes, vol. 17, pp. 1-3.

NÚÑEZ A. LAUTARO, 1963, Problemas en torno a la tableta de rapé, Anales de la Universidad del Norte, Antofagasta, vol. 2, pp. 149-168.

POCHETTINO M.L., A.R. CORTELLA & M. RUIZ, 1999, Hallucinogenic Snuff from Northwestern Argentina: Microscopical Identification of Anadenanthera colubrina var. cebil (Fabaceae) in Powdered Archaeological Material, Economic Bonaty, vol. 53, pp. 127-132.

ROSSO CINTIA & ROMINA C. SPANO, 2005-06, Evidencias del uso de alucinógenos en pipas halladas en dos sitios temptranos de los Valles Calchaquíes, Arqueología, vol. 13, pp. 47-78.

SERRANO A., 1941, Los recipientes para paricá y su dispersión en America del sud, Revista Geografica Americana, Buenos Aires, vol. 15, pp. 251-257.

SCHULTES R. EVANS, 1967, The Botanical Origins of South American Snuffs, in: D.H. Efron et al. (Eds.), Ethnopharmacologic search for psychoactive drugs, Public Health Service 1645, Washington, DC., pp. 291-306.

SIMÓN PEDRO, 1882-1892 (?), Noticias historiales de la conquista de Tierra Firme en las Indias Occidentales, 5 vols., Bogotá.

SPROVIERI MARINA, 2008-09, Alucinaciones en circulación. Una mirada a la interacción Surandina tardía desde las tabletas y tubos de La Paya (Valle Calchaquí, Salta), Anales de Arqueología y Etnología de la Universidad Nacional de Cuyo, vol. 63-64, pp. 81-105.

STAHL W. PETER, 1985, The Hallucinogenic Basis of Early Valdivia Phase Ceramic Bowl Iconography, Journal of Psychoactive Drugs, vol. 17, pp. 105-123.

STOTHERT K. & I. CRUZ CEVALLOS, 2001, Making spiritual contact: Snuff tubes and other mortuary objects from coastal Ecuador, in: J. E. Staller & E. Currie (Eds.), Mortuary practices and ritual associations: Shamanic elements in prehistoric funerary contexts in South America, Bar Editions, Oxford, pp. 51-56.

TORRES M. CONSTANTINO, 1986, Tabletas para alucinógenos en Sudamerica: tipológia, distribución y rutas de difusión, Boletín del Museo Cileno de Arte Precolombino, pp. 37-53.

TORRES M. CONSTANTINO, 1987, The Iconography of the Prehispanic Snuff Trays from San Pedro de Atacama, Northern Chile, Andean Past, vol. 1, pp. 191-245.

TORRES M. CONSTANTINO, 1995, Archaeological Evidence for the Antiquity of Psychoactive Plant Use in the Central Andes, Annali del Museo Civico di Rovereto, vol. 11, pp. 291-326.

TORRES MANUEL CONSTANTINO, 1998, Psychoactive substances in the Archaeology of Northern Chile and NW Argentina. A Comparative review of the EvidenceChungara, vol. 30(1), pp. 49-63.

TORRES M. CONSTANTINO & DAVID P. REPKE, 2006, Anadenanthera. Visionary Plant of Ancient South America, The Haworth Herbal Press, New York.

TORRES M. CONSTANTINO & DAVID P. REPKE, 2006b, The Use of Anadenanthera colubrina var. Cebil by Wichi (Mataco) Shamans of the Chaco Central, Argentina, Jahrbuch für Ethnomedizin, pp. 41-58.

WASSÉN S. HENRY, 1967, Anthropological survey of the use of South American snuffs, in: D.H. Efron et al. (Eds.), Ethnopharmacologic search for psychoactive drugs, Public Health Service 1645, Washington, DC., pp. 233-289.

ZELADA A. DANTE & JOSÉ M. CAPRILES, 2000, La importancia de las plantas psicotrópicas para la economía de intercambio y relaciones de interacción en el Altiplano Sur AndinoComplutum, vol. 11, pp. 275-284.

ZELADA A DANTE & JOSÉ M. CAPRILES, 2004, La importancia de las plantas psicotrópicas para la economía de intercambio y relaciones de interacción en el Altiplano Sur Andino, Chungará, vol. 36, pp. 1023-1025.

ZERRIES OTTO, 1965, Drei unbekannte Holzschnitzararbeiten aus Brasilianisch-Guyana, Museum für Völkerkunde, vol. 14, pp. 185-193.

ZERRIES OTTO, 1985, Morteros para parica, tabletas para aspirar y bancos zoomorfos, Indiana, vol. 10, pp. 221-441.

Si veda anche: Bibliografia sulle tavolette da fiuto archeologiche del sud America

Scrivi un Commento

Il tuo indirizzo Email non verra' mai pubblicato e/o condiviso. I Campi obbligatori sono contrassegnati con *

*
*

  • Search