Archeologia del pulque

Archaeology of pulque

 

Il pulque è una bevanda alcolica ricavata dalla fermentazione della linfa di specie di Agave, impiegata come bevanda inebriante dalle popolazioni messicane e mesoamericane sin da remota data (si veda Il pulque delle popolazioni messicane e Samorini, 2018).

È assai probabile che inizialmente l’uomo si sia avvicinato alle piante di agave per scopi alimentari. Ciò parrebbe essere stato confermato mediante una tecnica d’indagine particolare, e cioè attraverso l’analisi di coproliti (feci umane pseudo-fossilizzate) rinvenuti nello stato messicano di Tamaulipas, nelle Grotte di Ocampo della Sierra Madre. In tutti i 250 coproliti analizzati, datati dal 5200 a.C. al 1500 d.C., l’agave è risultata essere una delle sette principali fonti vegetali della dieta umana, e ciò già a partire dalle Culture El Riego e Coaxtlan, originate nel 5200 a.C. (Callen, 1965). Quindi, l’uomo messicano si ciba di agavi da oltre settemila anni. Non si deve del resto dimenticare che le agavi sono state anche fonti di acqua, utili per dissetare l’uomo negli ambienti aridi.

Una delle parti più appetibili delle agavi è il quiote, il grande fusto fiorifero che si diparte dal centro della pianta e si innalza per diversi metri. Nello stato di Hidalgo, ancora oggi si preferisce far crescere il quiote fino a un metro di altezza, quando è ancora tenero, e quindi staccarlo per cuocerlo. Come ha sottolineato Henry Bruman (2000, p. 62), nell’incavo che rimane nel cuore della pianta in seguito al distacco del quiote confluisce la linfa, che è un’attrazione per numerosi animali, dagli insetti ai mammiferi, e l’uomo non avrà impiegato molto tempo a scoprire le proprietà dissetanti, alimentari, e inebrianti di questa linfa zuccherina che fermenta in breve tempo, e quindi a iniziare a produrre il pulque. L’impiego delle piante di agave come fonte inebriante potrebbe essere originato poco dopo l’impiego alimentare, e personalmente sospetto che possa anch’esso essere antico di numerosi millenni, dei periodi Arcaici delle culture americane, verificato che per ottenere la bevanda alcolica del pulque non v’è necessità di strumenti e tecnologie specifiche dei periodi Formativi.

In giacimenti antropici delle grotte di Tehuacán, nello stato messicano di Puebla, sono stati rinvenuti frammenti di foglie di agave arrostite datate al 6000 a.C. (Wolters, 1996, p. 28), che dimostrano, se non una siffatta antichità per la bevanda del pulque, un rapporto molto antico con la pianta “pulquera”.

In diversi giacimenti nella valle di Tulancingo sono stati ritrovati, insieme a cenere bianca e spine di agave, pezzi di ossidiana e di altri minerali che sono stati riconosciuti come raschiatori utilizzati per grattare i fori praticati nelle piante di agave, un fatto che testimonierebbe un impiego dell’agave per ricavare il pulque (Guerrero, 1985, pp. 24-5).

Nei territori più settentrionali, gli Apache sapevano ricavare una bevanda fermentata da piante di agave, chiamata tizwin (Barrows, 1967, p. 75); questa scoperta poteva essere originata da interscambi culturali con popolazioni meridionali, oppure essere frutto di inventiva autonoma.

Una documentazione archeologica riguardante il “vino” d’agave proviene dall’area Colima, con datazione principalmente al 400-600 della nostra era. In quest’area sono stati scavati diversi pozzi circolari in pietra, che erano probabilmente impiegati come forni per cuocere l’agave, e sono stati paragonati ai forni sotterranei usati nei tempi moderni nelle medesime aree per la produzione di distillati di agave. I reperti più interessanti riguardano 22 ceramiche funerarie venute alla luce dallo scavo del complesso funerario di Santa Barbara, localizzato ai piedi dei vulcani Colima.

Questi vasi dipinti sono caratterizzati da un medesimo schema di elementi decorativi, uno superiore e l’altro inferiore, separati fra loro da due linee longitudinali rosse. Nella parte superiore sono dipinte linee, onde, triangoli e greche, mentre in quella inferiore sono riprodotte da 4 a 9, in alcuni casi 19 piante di agave. Alcuni di questi vasi sono dotati di un foro nella parte inferiore, praticato successivamente al loro impiego come contenitore per la fermentazione del succo d’agave, e probabilmente nel contesto del rito funebre, con l’evidente scopo di renderli inservibili e di continuare a svolgere una mera funzione simbolica. Fonti scritte coloniali inerenti l’area di Colima riferiscono del costume locale di produrre bevande fermentate a base di agave dentro a contenitori di ceramica.

Ceramica dal sito funerario di Santa Barbara, Colima, Messico, 400-600 d.C. (da Zizumbo.Villareal et al., 2009, fig. 7, p. 297)

Ceramica dal sito funerario di Santa Barbara, Colima, Messico, 400-600 d.C. (da Zizumbo.Villareal et al., 2009, fig. 7, p. 297)

Altri elementi significativi riguardano l’intenzionale posizione capovolta in cui questi vasi sono stati trovati dentro alle tombe, in modo tale da evidenziare la parte inferiore dipinta con le piante di agave, e il fatto che tutti e i soli resti scheletrici del cimitero di Santa Barbara associati a queste ceramiche, evidenziano un’intenzionale deformazione cranica tubulare, tipica di personaggi elitari nella comunità. Tutto ciò ha fatto pensare a un preciso sistema semantico e simbolico, associato a inumazioni di probabili coltivatori di agave e/o produttori di bevande alcoliche a base di agave, che in quella società avevano ricoperto dei ruoli elitari (Zizumbo-Villareal et al., 2009).

Una conferma della presenza del pulque a Teotihuacán – la grande città dell’omonima cultura, fiorita fra il I secolo a.C. e l’VIII secolo d.C. – è stata ottenuta mediante l’analisi chimica di alcune centinaia di cocci di ceramica venuti alla luce in tre scavi in differenti luoghi dell’antica città. L’analisi si è basata sul fatto che il principale batterio responsabile della fermentazione del pulque è lo Zymomonas mobilis, che insieme al lievito produce l’alcol. Per poter resistere ai bassi valori del pH, questo batterio ha evoluto una membrana contenente un’elevata concentrazione di sostanze note come opanoidi. La presenza del pulque è quindi stata dimostrata attraverso l’individuazione di queste sostanze nelle ceramiche di Teotihuacán (Correa-Ascencio et al., 2014).

Bicchieri e vasi di ceramica per bere e contenere il pulque sono stati ritrovati in numerosi scavi archeologici relativi a diverse culture dell’altopiano centrale del Messico. Ad esempio, per l’area dell’attuale stato di Hidalgo, nella Valle de Mezquital, con datazione al 500-100 a.C., e nel periodo Coyotlatelco di Tula (600-900 d.C.) (Arreola Gutiérrez e Pineda Arzola, 2014).

Un altro interessante documento archeologico è venuto alla luce nel corso degli scavi del sito azteco di Zultepec-Tecoaque, nella regione di Calpulapan (Tlaxcala). Nella piazza situata di fronte al Tempio Circolare è stata scavata la tomba di una adolescente, che era stata evidentemente sacrificata, poiché evidenziava i segni di uno smembramento del corpo, che era stato ricomposto nel contesto della sua inumazione. Accanto al corpo sono state ritrovate diverse ceramiche, fra cui quattro in forma di pianta di agave. Nella medesima piazza sono state ritrovate 36 ceramiche con incisa la pianta dell’agave, che rispecchiavano la forma dell’octecómatl, il caratteristico bicchiere da pulque riprodotto nei Codici che incontreremo più avanti. Le piante di agave raffigurate sono risultate differenti, corrispondenti alle varie specie di maguey da pulque, a quelle impiegate come fonte alimentare e a quelle per ricavare dei tessuti (Martinez Vargas e Jarquin Pacheco, 2014).

Uno dei vasi in forma di agave ritrovati nella tomba del sito azteco di Zultepec-Tecoaque, Tlaxcala (da Martinez Vargas e Jarquin Pacheco, 2014, p. 33)

Uno dei vasi in forma di agave ritrovati nella tomba del sito azteco di Zultepec-Tecoaque, Tlaxcala (da Martinez Vargas e Jarquin Pacheco, 2014, p. 33)

Per quanto riguarda gli aspetti iconografici, temi inerenti il pulque sono stati identificati in alcuni murali e bassorilievi di centri cerimoniali olmechi, Teotihuacáni, di El Tajín, ecc., e in numerose pagine dei Codici Messicani. Per la documentazione dei Codici si veda Il pulque nei periodi pre-ispanici.

Fra le pitture murali, è stato individuato un bevitore di pulque accanto a un teschio e a una pianta di agave nel murale del Tlalocan dipinto a Tepantitla, uno dei sobborghi di Teotihuacán (Orellana, 1971a, p. 88).

L’affresco più eccezionale, per imponenza e per ricchezza di significati, è il cosiddetto Mural de los Bebedores (“Murale dei Bevitori”) della Grande Piramide di Cholula, nello stato di Puebla. Questa imponente struttura, chiamata Tlachihualtepetl (“montagna creata dall’uomo”), che vanta il primato di essere la piramide più grande al mondo, è costituita da un insieme di costruzioni e di ampliamenti che si sono succeduti in differenti periodi, la cui cronologia è tutt’ora dubbia. Fu utilizzata per 2500 anni a partire dal Tardo Formativo, e quando giunsero gli Spagnoli era da tempo in abbandono, al punto che gli invasori in un primo tempo la considerarono una collina naturale. Cholula subì nel corso del tempo una serie di invasioni, di cui quella olmeca (Olmechi-Xicallanca) fu la principale responsabile della costruzione della Grande Piramide. Quando l’impero tolteca collassò, con la caduta della capitale Tula, i Toltechi si dispersero diffondendo il culto di Quetzalcoátl; seguendo il racconto etnostorico della Historia Tolteca-Chichimeca, una parte raggiunse Cholula, dove sconfissero i governanti olmechi e vi si insediarono. Fu in questo momento che la Grande Piramide fu abbandonata come centro cerimoniale, e che dai nuovi arrivati fu costruita la piramide di Quetzalcoátl nell’attuale area dello zocalo di Cholula (lo zocalo è la piazza centrale del paese. La piramide di Quetzalcoátl fu smantellata dagli Spagnoli).

Gli Spagnoli costruirono sulla cima della Grande Piramide una chiesa, sede della Virgen de los Remedios, una Madonna oggetto oggigiorno di uno dei principali pellegrinaggi mariani del Messico. Curiosamente, e non casualmente, questa Madonna è raffigurata emergente da una pianta di maguey (agave), a testimonianza di una qualche funzione di sovrapposizione del culto mariano sul più antico culto che aveva sede nella Grande Piramide, e nello specifico, come sovrapposizione con l’immagine di Mayáhuel (la dea del maguey) che emerge dalla “sua” pianta del maguey. Che le pratiche cerimoniali della Grande Piramide avessero a che fare con il culto di Mayáhuel e delle altre divinità del pulque parrebbe essere testimoniato, oltre che dall’eccezionale Mural de los Bebedores, dall’identificazione della Piramide con sette fiori, come testimoniato da un disegno della Historia Tolteca-Chichimeca. Il Signore 7 Fiori è uno dei signori che partecipano alla cerimonia del pulque nella pagina 25 del Codice Vindobonensis (McCafferty, 1996).

Particolari del Mural de los Bebedores della Piramide di Cholula, Puebla (Messico) (da Orellana, 1971b, Lam. IX)

Particolari del Mural de los Bebedores della Piramide di Cholula, Puebla (Messico) (da Orellana, 1971b, Lam. IX)

Il Murale dei Bevitori fu scoperto casualmente nel 1969, quando da una struttura in corso di scavo si staccò un pezzo di intonaco, rendendo visibile un dipinto rimasto in buon stato di conservazione. Si procedette a togliere l’intonaco, liberando un murale lungo 56 metri e alto 2,50 m, dove è rappresentata una scena di libagione collettiva di pulque. Vi sono raffigurati 110 personaggi disposti in diverse posizioni, seduti, di profilo o di fronte, alcuni in piedi, con il viso di profilo, quasi tutti uomini ad eccezione di due donne. La maggior parte dei personaggi appare in coppia, uno di fronte all’altro, con spesso al centro un grande contenitore di pulque, identico ai contenitori ritrovati nel contesto del medesimo scavo archeologico. Diversi personaggi sono ritratti nell’atto di bere, offrire o servire il pulque, altri defecano o vomitano.

Il fatto che ciò che stanno bevendo sia pulque è confermato da un insieme di dettagli: uno dei personaggi tiene in mano un acocote, lo strumento impiegato per la suzione della linfa dalla pianta di maguey; la maggior parte dei personaggi è raffigurata con il ventre obeso, tipico dei bevitori di pulque; le due donne presenti al banchetto corrispondono alle donne anziane, che erano le uniche femmine a cui era concesso partecipare alle bevute di pulque, come riportato dai cronisti del XVI secolo (Rodríguez Cabrera, 2003). Le due donne sono dipinte con delle rughe nei piedi, un dettaglio che denota la loro anzianità. Quasi tutti i personaggi seduti portano una maschera zoomorfa, sebbene non sia facile distinguere il tipo di animale rappresentato, a eccezione degli uccelli per il loro evidente becco. In una delle maschere diversi studiosi hanno voluto vedere la raffigurazione di un coniglio, animale strettamente associato all’ebbrezza e al pulque. La scena di libagione è stata correlata alle libagioni rituali citate dai cronisti della Conquista, che venivano approntate per celebrare la semina o la raccolta delle messi, o qualche altro importante evento del calendario agricolo e liturgico.

Ciò che più sorprende di questo murale è lo stile pittorico, con una geometrizzazione e “metafisicità” dei personaggi che ricorda lo stile Teotihuacán, nella fattispecie il Tlalocan di Tepantitla. Il Murale dei Bevitori viene effettivamente considerato coetaneo di questa fase di Teotihuacán, con datazione al II-III secolo (Marquina, 1971), o al II-IV secolo della nostra era (Orellana, 1971a).

Il pulque è associato ad alcune scene dei bassorilievi di El Tajín, in particolare in quelli dei campi di gioco della pelota. Nei sei pannelli che decorano il campo sud sono riportate scene del gioco, che si concludono con il sacrificio di uno dei giocatori. Nella penultima scena è raffigurato il giocatore sacrificato che raggiunge l’aldilà, trovandosi al cospetto del dio della pioggia e di quello del vento, che si trovano sopra a una vasca predisposta a contenere il pulque. Il sacrificato tiene sotto a un braccio una giara e indica agli dei la vasca, nel chiaro atto di richiedere la sacra bevanda che gli spetta. Dietro agli dei si trovano delle piante di maguey, con tanto di parte fiorifera (quiote). Nella scena successiva, il dio della pioggia è in posizione accovacciata sotto una luna, quest’ultima in forma di coniglio, ed è disegnato nell’atto dell’autosacrificio, praticato mediante perforazione del suo pene, e il sangue che ne fuoriesce riempie la vasca di pulque. In questa scena è rappresentato il concetto che il pulque è creato attraverso l’autosacrificio degli dei, ed è il sangue degli dei (Wilkerson, 1986: 62-69).

Particolari di due bassorilievi del campo sud del gioco della pelota nel complesso cerimoniale di El Tajín (da Wilkerson, 1986: 65, 66).

Particolari di due bassorilievi del campo sud del gioco della pelota nel complesso cerimoniale di El Tajín (da Wilkerson, 1986: 65, 66).

 

Si vedano anche:

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ARREOLA GUTIÉRREZ J. DAVID & HIRAM PINEDA ARZOLA, 2014, Reflexiones en torno a la historia, arqueología y cosmovisión de las vasijas pulqueras, Pulquimia, vol. 5, pp. 10-28.

BARROWS DACID PRESCOTT, 1967, The ethnobotany of the Coahuilla Indians of Southern California, Malki Museum Press, Banning.

BRUMAN J. HENRY, 2000, Alcohol in ancient Mexico, University of Utah Press, Salt Lake City.

CALLEN E.O., 1965, Food habits of some pre-columbian Mexican Indians, Economic Botany, vol. 19, pp. 335-343.

CORREA-ASCENCIO MARISOL et al., 2014, Pulque production from fermented agave sap as a dietary supplement in Prehispanic Mesoamerica, Proceedings of the National Academy of Sciences, vol. 111, pp. 14223-8.

GUERRERO RAÚL, 1985, El pulque, Editorial Joaquín Mortiz, México D.F.

MARQUINA IGNACIO, 1971, La pintura en Cholula, Artes de México, vol. 140, pp. 25-31.

MARTINEZ VARGAS ENRIQUE & ANA M. JARQUIM PACHECO, 2014, Ofrendas a Mayáhuel, diosa del maguey, en Zultepec-Tecoaque, Arqueología Méxicana, N. 57, pp. 32-35.

MCCAFFERTY G. GEOFFREY, 1996, Reinterpreting the Grat Pyramid of Cholula, Mexico, Ancient Mesoamerica,vol.  7, pp. 1-17.

ORELLANA (de) MARGARITA, 1971a, Murales del Periodo Clásico Teotihuácan, Artes de México, vol. 144, pp. 10-40.

ORELLANA (de) MARGARITA, 1971b, Los murales de Cholula, Artes de México, vol. 144, pp. 41-45.

RODRÍGUEZ CABRERA DIONISO, 2003, El Mural de los Bebedores de Cholula, Puebla, Arqueología Mexicana, N. 59, pp. 32-37.

SAMORINI GIORGIO, 2018, Il pulque. Dalle origini ai periodi coloniali, Youcanprint, Tricase (LE).

WILKERSON S.L. JEFFREY, 1986, El Tajin. A guide for visitors, Universidad Veracruziana, Papantla.

WOLTERS BRUNO, 1996, Agave bis Zaubernuss. Heilpflanzen der Indianer Nord- und Mittelamerikas, Urs Freund Verlag, Greifenberg.

ZIZUMBO-VILLAREAL DANIEL et al., 2009, Archaeological evidence of the cultural importance of Agave spp. In pre-Hispanic Colima, Mexico, Economic Botany, vol. 63, pp. 288-302.

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