Archeologia del cacao

Archaeology of cacao

Il cacao è rappresentato dalla specie botanica Theobroma cacao L., famiglia delle Malvaceae (ma alcune scuole botaniche lo considerano appartenere alla famiglia delle Sterculiaceae) – un alberello alto 5-10 m, dotato da frutti lunghi 10-15 cm che fuoriescono in maniera caratteristica dal tronco dell’albero, e al cui interno, in mezzo a una polpa lattiginosa zuccherina, sono presenti 25-40 semi a forma di mandorla. Sono questi semi a rappresentare la droga chiamata cacao, i cui principi attivi sono gli alcaloidi metilxantinici teobromina, caffeina e teofillina.

Originario delle Americhe, sono riconosciute tre principali varietà di cacao: Criollo, Forastero e Trinitario, che sono state coltivate in Mesoamerica sin da almeno il II millennio a.C. Oggigiorno, le coltivazioni più estese di cacao si ritrovano in Africa. L’albero deve soggiacere a particolari condizioni di coltivazione: deve crescere in un ambiente con temperature medie annuali di almeno 25 °C e ad altitudini non superiori ai 500 m, e deve essere piantato sotto a un altro albero più grande, che in lingua nahua era chiamato cacahuanantli (“madre del cacao”), per poter svilupparsi sotto alla sua ombra. Dopo tre anni il cacao inizia a fruttificare, e la raccolta dei frutti viene fatta due volte all’anno.

Il cacao era conosciuto e apprezzato fra le popolazioni mesoamericane. Fra gli Aztechi era usato come cibo e come bevanda, ed era impiegato anche come medicina e come moneta. Il cacao veniva assunto insieme ai funghi allucinogeni, ai semi di ololiuhqui e ad altre fonti inebrianti (Paradis, 1979). Sahágun, nella sua Historia General de las Cosas de Nueva España scritta nel periodo 1547-1577, riferiva che “quando [il cacao] è nuovo se si beve molto ci si ubriaca” (XI, VI, 48). Díaz del Castillo, nella sua Historia verdadera de la conquista de la Nueva España del 1632, riportò effetti afrodisiaci del cacao, in un passo in cui descrive un banchetto offerto da Moctezuma, in cui venivano portate grandi quantità di cacao spumante “che dicevano che era per avere accesso alle donne” (XCI) (Per una rassegna delle citazioni al cacao dei cronisti spagnoli del periodo della Conquista, si veda Durand-Forest, 1967).

Presso i Maya il cacao era considerato uno status simbolo della casta elitaria, ed era simbolo di fertilità, sacrificio, rigenerazione e trasformazione (Martin, 2006, p. 154). Considerato un cibo degli dei, il suo uso era principalmente cerimoniale. Il termine botanico Theobroma viene dal greco e significa, appunto, “cibo degli dei”. Nei Codici di Madrid e di Dresda è ripetutamente raffigurato come oggetto d’offerta alle divinità, ed è stato suggerito che il Dio M dei Codici fosse la divinità dei mercanti e dei coltivatori di cacao (Thompson, 1956, p. 103).

 

Le origini

Riguardo il luogo d’origine dell’albero del cacao e la genesi della sua coltivazione e domesticazione, si sono presentate tesi contrastanti, apparentemente risolte solo di recente mediante specifici studi genetici. Ritenuto inizialmente e a giusta veduta originario dell’America del Sud (Cheesman, 1944), successivamente per alcuni decenni la tesi più seguita è stata quella che vedeva due subspecie di cacao, T. cacao ssp. cacao e T. cacao ssp. sphaerocarpum, che si svilupparono separatamente rispettivamente in Nord e in Sud America. Secondo questa tesi, le piante selvatiche presenti nella foresta lacandona del Messico avrebbero potuto essere gli antenati del cacao addomesticato per come oggi lo conosciamo. La subspecie cacao corrisponderebbe alla forma Criollo, mentre la subspecie sphaerocarpum alla forma Forastero (Cuatrecasas, 1964). Tuttavia, studi genetici (Motamayor et al., 2002) hanno dimostrato che gli alberi della foresta lacandona non sono selvatici, bensì rappresentano forme inselvatichite delle antiche coltivazioni maya, e il gruppo Criollo nordamericano ha origini sudamericane, confermando la tesi già espressa da Barrau (1979) e da Schultes (1984) di un’origine totalmente amazzonica e del bacino dell’Orinoco della pianta del cacao, essendo questa l’unica area geografica dove sono presenti alberi allo stato selvatico. La sua diffusione in Mesoamerica fu per opera dell’uomo e delle sue migrazioni. Inoltre, le differenze genetiche fra la forma Criollo e quella Forastero non sarebbero tali da giustificare una suddivisione tassonomica in due subspecie.

Anche l”origine del termine “cacao”, originalmente pronunciato kakaw(a), è stata oggetto di discussioni fra gli studiosi. V’è chi ha voluto vedere un’origine dalle lingue Mixe-Zoque, quindi con tradizione olmeca (Campbell & Kaugman, 1976, p. 83); altri vedono un’origine Nawa (Uto-Azteco) (Dakin & Wichman, 2000); uno studio più recente lo vedrebbe un vocabolo della famiglia linguistica Mije-Sokean, in uso presso gli Olmechi prima del 1000 a.C., che si diffuse in seguito verso le etnie del sud del Messico, sino a raggiungere le lingue maya in un periodo compreso fra il 200 a.C. e il 400 d.C. (Kaufman & Justeson, 2007).

Parrebbe che siano esistite differenti tecniche di preparazione delle bevande a base di semi di cacao, e che quelle più primitive fossero bevande fermentate. Dalla polpa del frutto, ricco in zuccheri, si può ricavare una bevanda fermentata alcolica con gradazioni del 5-7%, e i cronisti spagnoli del periodo della Conquista descrissero l’esistenza di una tale bevanda presso le popolazioni maya del Guatemala.
Sempre dai testi dei primi cronisti sappiamo che il cioccolato veniva agitato per produrre una schiuma, considerata la parte più piacevole da bere sia fra i Maya che fra gli Aztechi, versando il liquido da un recipiente a un altro da una discreta altezza. Questa operazione è riportata nei vasi maya (Powis et al., 2002, pp. 94-5).

Pittura da un vaso maya, con donna che versa dall'alto la bevanda del cacao per ottenere la schiuma. Tardo Classico, 750 d.C. (da Powis et al., 2002, fig. 8a, p. 95)

Pittura da un vaso maya, con donna che versa dall’alto la bevanda del cacao per ottenere la schiuma. Tardo Classico, 750 d.C. (da Powis et al., 2002, fig. 8a, p. 95)

 

L’evidenza diretta

Per quanto riguarda l’evidenza diretta della documentazione archeologica, in diversi casi sono venuti alla luce semi o altre parti della pianta del cacao. Uno dei ritrovamenti più antichi riguarda numerosi semi carbonizzati presenti nel sito maya di Cuello, nel Belize, datati al Formativo Tardo, 400 a.C.-250 d.C. (Hammond & Miksicek, 1981).

Semi di cacao erano presenti fra il corredo funebre della Tomba A-40 nel sito di Uaxactún, in Guatemala, del periodo Classico Arcaico (Kidder, 1947, p. 71). Semi e peduncoli del frutto sono stati individuati fra le rimanenze botaniche presenti nei contenitori di ceramica del sito di Cerén di El Salvador, con datazione al 590 d.C., del periodo Classico Medio della cultura maya. I reperti botanici si sono conservati in questo sito per via di un’inondazione di ceneri di cui fu vittima il villaggio di Cerén a causa di un’eruzione vulcanica (Lentz et al., 1996).

Cinque semi di cacao sono stati ritrovati fra il corredo funebre di un’inumazione nella grotta mortuaria di Bats’ub, nel Belize meridionale. L’inumazione è datata al IV o V secolo d.C. e riguardava un uomo adulto riposto in posizione supina, la cui testa era stata rimossa e collocata nell’area pelvica. Anche la ciotola contenente i semi di cacao era stata collocata rovesciata sopra alla pelvi. L’analisi mediante elettroforesi capillare ad alta risoluzione (HPCE) ha portato alla determinazione di teobromina in uno dei semi (Prufer & Hurst, 2007). Ancora, semi di cacao sono stati rinvenuti nel sito post-Classico di Cihuatán a El Salvador (Kelley, 1988, p. 150).
Altri ritrovamenti sono avvenuti in siti del periodo Classico maya: nelle grotte del Belize centrale, in una tomba del sito di Kokeal, sempre nel Belize, a Copán, in Honduras (per una rassegna si vedano Prufer & Hurst, 2007, p. 284 e Lentz et al., 1996, p. 255).

Disponiamo anche di un certo numero di analisi chimiche dei residui e delle superfici del vasellame ritrovato per lo più nei contesti funebri, volte all’individuazione dei principi attivi del cacao.

I dati più antichi si ritrovano presso le culture pre-Olmeche e Olmeca. Nel sito di Paso de la Amada, nella regione meridionale messicana della costa del Pacifico, impiegando le tecniche analitiche HPLC/APCI MS, è stata ritrovata teobromina in un recipiente di terracotta privo di collo datato al 1900-1500 a.C. e appartenente alla fase pre-olmeca Mokaya Barra; è risultato positivo alla teobromina anche un recipiente del sito El Manatí, datato al 1650-1500 a.C. e appartenente alla fase pre-olmeca Ojochi. Questi sono stati gli unici due risultati positivi su un totale di 117 reperti analizzati (Powis et al., 2008). Ancora, mediante la tecnica analitica dell’UPLC/MS-MS, sono risultati positivi alla teobromina 27 contenitori su 156 analizzati del sito di San Lorenzo (Vera Cruz), di cui i più antichi sono datati al 1800 a.C. (Powis et al., 2011). Mediante una specifica tecnica analitica – ESI-TOF MS – teobromina e caffeina sono stati ritrovati in due recipienti del sito olmeco di San Andrés, nello stato messicano di Tabasco, con una datazione al periodo Franco Antico (700-500 a.C.) (Seinfeld, 2007). Il 1900 a.C., riferentesi a reperti della cultura pre-Olmeca, è al momento la datazione più antica in assoluto che disponiamo circa la relazione umana con il cacao. Verificato che l’albero del cacao è originario dell’America del Sud e che è stato portato in Messico dall’uomo, la data originaria del rapporto umano con questa pianta è di conseguenza precedente al 1900 a.C. di alcuni o forse di molti secoli.

Nel sito di Puerto Escondido, situato nella Valle di Ulúa, nella regione settentrionale dell’Honduras, sono stati analizzati tredici recipienti di ceramica appartenenti a differenti facies culturali, undici dei quali, mediante analisi cromatografiche e di spettrometria di massa, sono risultati positivi alla teobromina. Il vaso più antico, in stile Bruno Barraca, appartiene al periodo tardo della fase Ocotillo ed è stato datato al 1150 a.C.; altri nove appartengono alla fase Chotepe e sono datati al 1050-900 a.C.; infine, un vaso appartiene alla tarda fase stilistica Playa de los Muertos, del 380 a.C. L’analisi chimica non è stata in grado di determinare se questi recipienti contenessero una bevanda non alcolica ricavata dai semi del cacao, o se contenessero una bevanda alcolica ottenuta per fermentazione della polpa del frutto del cacao. Ma la differente forma di questi contenitori ha evidenziato come il recipiente Bruno Barraca (fase Ocotillo), dalla forma di bottiglia dal collo stretto, fosse adatta per contenere bevande fermentate alcoliche, mentre i più tardi contenitori delle culture Chotepe e Playa, con una bocca larga, erano maggiormente adatti a contenere le bevande spumose di semi di cacao; ciò sarebbe una conferma della precedenza delle bevande alcoliche a base di polpa di cacao su quelle non alcoliche ricavate dai semi. Inoltre, nella bottiglia Bruno Barraca non erano presenti miele e peperoncino, tipici additivi delle bevande di semi di cacao (Henderson et al., 2007).

Recipienti di ceramica dall'Honduras che sono risultati positivi alla teobromina: (sx) bottiglia in stile Bruno Barraca del 1150 a.C.; (dx) vaso della fase Playa del 380 a.C. (da Henderson et al., 2007, fig. 3, p. 18939 e fig. 2, p. 18938)

Recipienti di ceramica dall’Honduras che sono risultati positivi alla teobromina: (sx) bottiglia in stile Bruno Barraca del 1150 a.C.; (dx) vaso della fase Playa del 380 a.C. (da Henderson et al., 2007, fig. 3, p. 18939 e fig. 2, p. 18938)

Nell’area maya sono venuti alla luce dei particolari contenitori, definiti dagli archeologi “recipienti per il cioccolato”, caratterizzati dalla presenza, oltre che dell’apertura centrale, di una seconda apertura lungo una specie di manico laterale tubolare cavo. I ritrovamenti più antichi appaiono in Mesoamerica durante il Primo Periodo Preclassico Medio, 1000-600 a.C. L’analisi di 14 di questi vasi ritrovati come corredo di inumazioni nel sito maya di Colha, nel nord del Belize e datati al 600-400 a.C., ha evidenziato all’interno di tre di questi vasi la presenza di teobromina, indicativa della presenza di cacao (Powis et al., 2002: 94). L’orifizio secondario di questi vassoi non risulta adatto a versare il liquido presente dentro al contenitore, essendo queste protuberanze tubulari troppo verticali o inclinate verso il recipiente, ed è stato ipotizzato che servissero per il flusso d’aria che facilitava la formazione della schiuma nel corso della preparazione della bevanda del cacao (McAnany et al., 1999, p. 138).

Recipienti per il cioccolato ritrovati in sepolture maya dell'Honduras settentrionale: (sx) sito di Santa Rita Corozal (da Powis, 2002, fig. 7b, p. 95); (dx) sito di Colha (da Hurst, 2002, fig. 1, p. 289)

Recipienti per il cioccolato ritrovati in sepolture maya dell’Honduras settentrionale: (sx) sito di Santa Rita Corozal (da Powis, 2002, fig. 7b, p. 95); (dx) sito di Colha (da Hurst, 2002, fig. 1, p. 289)

Un famoso rinvenimento riguarda un particolare recipiente associato a una ricca sepoltura maya (Tomba 19) che giaceva sotto a una struttura piramidale del sito Río Azul, nella regione nord-orientale del Guatemala. La sepoltura riguardava un uomo di media età, con una datazione del 460-480 d.C., cioè il periodo Classico Antico. 14 manufatti di ceramica facevano parte del corredo funebre; uno di questi recipienti aveva una forma alquanto particolare, con un manico arcuato attaccato al suo coperchio. Il coperchio deve essere ruotato di un poco per aprire e chiudere il contenitore. Sulla superficie esterna è stato riconosciuto il geroglifico “ka-ka-w(a)”, che indica il cacao (Stuart, 1988; Hall et al., 1990). L’analisi con cromatografia HPCL del residuo giacente sul fondo di questo recipiente e di altri due, ha evidenziato la presenza di tutti i tre principi attivi del cacao: teobromina, caffeina e teofillina (Hurst et al., 1989).

Contenitore cerimoniale di cacao, Río Azul, Guatemala, 460-480 d.C.

Contenitore cerimoniale di cacao, Río Azul, Guatemala, 460-480 d.C.

Il cacao è coinvolto anche nell’archeologia dell’America settentrionale, per la quale si veda L’enigma dei reperti caffeinici negli Stati Uniti.

 

Aspetti iconografici

Da un punto di vista iconografico, disponiamo di una ricca documentazione nella produzione artistica maya, dove il cacao è in stretta associazione con il mais e frequentemente anche con un animale, la scimmia.

Nei vasi e nei bassorilievi maya il Dio del Mais è spesso raffigurato come un albero di cacao antropomorfo, come nel caso di una piccola scodella di pietra del periodo Classico Arcaico (250-600 d.C.) conservata nella Collezione Dumbarton Oaks di Washington D.C., in cui dagli arti della figura divina fuoriescono dei frutti di cacao. Il Dio del Mais è ritratto seduto e nell’atto di indicare un recipiente, probabilmente un contenitore della bevanda del cacao. Uno dei glifi che accompagnano la scena è stato interpretato come iximte’, cioè “Albero Dio del Mais” (Martin, 2006, pp. 154-6). In diverse ceramiche appare la scritta iximte’el kakaw, “cacao simile all’Albero del Dio del Mais”. A volte il termine ixim (mais) viene omesso, restando quindi te’el kakaw, “albero simile al cacao”, e nelle versioni di scrittura “frettolosa”, viene escluso anche termine kakaw (cacao) e rimane la sola scritta iximte’. Siamo forse in presenza di una particolare “ricetta” dove il cacao e il mais erano i due ingredienti principali. E in effetti, sappiamo che il mais veniva comunemente aggiunto in Mesoamerica alle bevande di cacao (Martin, 2006, pp. 176-177).

Il Dio del Mais dai cui arti fuoriescono frutti dell'albero del cacao. Scodella in pietra (K4331) di provenienza ignota del periodo Maya Classico Arcaico (da Martin, 2006, fig. 8.1a, p. 155)

Il Dio del Mais dai cui arti fuoriescono frutti dell’albero del cacao. Scodella in pietra (K4331) di provenienza ignota del periodo Maya Classico Arcaico (da Martin, 2006, fig. 8.1a, p. 155)

Raffigurazione dell'albero del cacao dal cui tronco, insieme ai frutti, emerge la testa del Dio del Mais (da Martin, 2006, fig. 8.7, p. 165)

Raffigurazione dell’albero del cacao dal cui tronco, insieme ai frutti, emerge la testa del Dio del Mais (da Martin, 2006, fig. 8.7, p. 165)

Il cacao è in stretta relazione mitologica con il mais. Il ciclo biologico della pianta annuale del mais era una metafora centrale della vita e della morte, e attorno al suo ciclo mitologico si conformava gran parte della religiosità maya. Nella mitologia, il Dio del Mais subiva una morte sacrificale nel periodo della raccolta di questa pianta, seguita dalla sua inumazione in una grotta all’interno di una montagna. Almeno una parte della sua anima o spirito abbandonava il corpo e raggiungeva il mondo celeste. Dal suo corpo invece originavano diversi alberi da frutto, il primo dei quali era il cacao. La realizzazione del Dio del Mais come Albero del Mondo è l’espressione ultima della sua resurrezione (Martin, 2006, pp. 178-179). In un piccolo vaso cilindrico, conservato presso il Museo Popol Vuh di Città del Guatemala, è raffigurato un albero di cacao dal cui tronco emergono i suoi frutti; da un lato, al posto del frutto fuoriesce la testa del Dio del Mais (Martin, 2006 p. 164), a ulteriore testimonianza dello stretto legame simbolico e mitologico che sussisteva fra il cacao e la divinità del mais.

In numerose raffigurazioni artistiche mesoamericane il cacao appare insieme a un primate, la scimmia ragno. Sappiamo che in natura la scimmia è un dispersore dei semi di cacao, poiché si ciba del frutto di questa pianta, disseminandone i semi sia sputandoli che defecandoli integri, e in tal modo contribuisce al suo ciclo biologico. L’associazione iconografica fra scimmia e cacao si ritrova anche in antichi reperti sudamericani, ad esempio in un vaso d’argilla della Valle Jequetepeque, Perù, appartenente allo stile Tembladera, con datazione al 1000-700 a.C. (Najera Coronado, 2012, p. 155). Nelle rappresentazioni maya la scimmia viene rappresentata come “datrice” di cacao, e tiene il suo frutto nelle mani. In un piatto conservato presso il Museo di San Francisco è dipinta una scimmia nell’atto di danzare, con un frutto di cacao in ciascuna mano, e con un’espressione di felicità per ciò che sta facendo.

Piatto d'argilla maya con scimmia che tiene nelle mani dei frutti di cacao. 600-900 d.C. (da Najera Coronado, 2012, fig. 18, p. 158)

Piatto d’argilla maya con scimmia che tiene nelle mani dei frutti di cacao. 600-900 d.C. (da Najera Coronado, 2012, fig. 18, p. 158)

In altre raffigurazioni la scimmia è ritratta nell’atto di offrire frutti di cacao e sembra sputare e defecare dei suoi semi. Si conoscono anche rappresentazioni in cui la scimmia, adornata di frutti di cacao, parrebbe venire sacrificata mediante strangolamento (Najera Coronado, 2012, p. 156).

La pianta del cacao è raffigurata anche nella produzione artistica azteca, ad esempio sui murali di Teotihuacán (Manzanilla, 2004, p. 132).

 

Si vedano anche:

L’enigma dei reperti caffeinici negli Stati Uniti
Gli inebrianti maya e aztechi
Archeologia del mescalbean

 

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