I funghi allucinogeni delle “Teste Rotonde” (Deserto del Sahara)

The hallucinogenic mushrooms of the “Round Heads” (Sahara Desert)

Un conferma della tesi dell’antichità dell’utilizzo umano dei funghi allucinogeni ci viene offerta dai risultati di uno studio etnomicologico della documentazione archeologica pertinente ad antiche popolazioni che vissero nel deserto del Sahara, in un periodo in cui questo vasto territorio era ancora coperto da un ricco manto vegetale (Samorini, 1989, 1992a,b). La documentazione consiste di pitture, che ho potuto osservare personalmente nel corso di due missioni di ricerca nel Tassili, nell’Algeria del sud, svolte rispettivamente nel settembre 1988 e nell’ottobre del 1989. Si tratterrebbe della testimonianza etnomicologica più antica sinora individuata, appartenente al periodo delle «Teste Rotonde», la cui cronologia assoluta è generalmente valutata fra i 9000 e i 7000 anni fa. Il centro di massima concentrazione di questo orizzonte stilistico è il Tassili (Algeria); è presente anche nel Tadrart Acacus (Libia), nell’Ennedi (Chad) e in minor misura nel Jebel Uweinat (Egitto) (Muzzolini, 1986, pp. 173-5).

L’arte rupestre centro-sahariana consiste, oltre che di ricche incisioni distribuite attorno ai letti degli antichi fiumi, di pitture in ripari sottoroccia, distribuiti su massicci montuosi o altopiani raggiungenti i 2000 m di altitudine. Coprono un arco cronologico di 12000 anni, che viene generalmente suddiviso in cinque periodi: il Periodo del «Bubalus antiquus», la cui opera artistica fu prodotta da popolazioni di Raccoglitori Arcaici vissuti durante la fine del Pleistocene (10000-7000 a.C.), caratterizzata da raffigurazioni di grandi animali selvatici (Mori, 1974); Periodo delle «Teste Rotonde», suddiviso in differenti fasi e stili, associato a popolazioni epipaleolitiche di Raccoglitori Arcaici (6000-5000 a.C.); il Periodo Pastorale (a partire dal 5000 a.C.), caratteristico di popolazioni di Allevatori, che produssero eleganti pitture il cui tema dominante è il bovide e il suo allevamento; seguono il Periodo del Cavallo e quello del Cammello, opera di popolazioni ad Economia Complessa, con produzioni artistiche per lo più scadenti e stereotipate.

Riguardo la cronologia delle “Teste Rotonde”, Lhote e Graziosi proposero una cronologia “bassa”, secondo la quale la fase delle «Teste Rotonde» è datata attorno al 5000 a.C. (Castelli Gattinara, 1998), mentre Muzzolini (1991) ha adottato una cronologia “bassissima”, che data le «Teste Rotonde » fra il 4000 e il 1000 a.C. Recentemente, mediante analisi dei depositi Quaternari che si trovano ai piedi delle pitture, è stata determinata la data ante quem del 7000-8000 a.C. (Mercier et al., 2012), mentre analisi di micro-prelievi delle medesime pitture hanno fornito come data più antica per la fase pittorica delle “Teste Rotonde” il 6000 a.C., con una continuità di questa fase che raggiunge il 4500 a.C. (Le Quellec, 2013).

Il contesto, o meglio le «motivazioni» dell’arte delle «Teste Rotonde», parrebbero essere di natura religiosa e, forse, iniziatica. Trattando dell’arte rupestre dell’Acacus libico, Fabrizio Mori ha evidenziato «la stretta relazione che doveva intercorrere fra l’artista delle pitture e quella figura così comune a tutte le società preistoriche, la cui caratteristica principale è il suo ruolo di mediatore fra la terra e il cielo: il sacerdote stregone.» (Mori, 1975). Per Henri Lhote (1968) «sembra chiaro che questi ripari dipinti furono dei santuari a carattere segreto».

Rock shelter Tassili

Uno dei numerosi ripari rocciosi del Tassili, Algeria. La sua parete interna è affrescata con pitture preistoriche

Immagini di giganteschi esseri mitologici, a sembianze umane e animali, accanto a una miriade di piccoli esseri dotati di corna e piume, per lo più in posizioni danzanti, ricoprono i ripari sotto roccia, numerosissimi sugli alto piani sahariani, che in certi luoghi si intrecciano in un gioco di rocce tali da costituire vere e proprie «cittadelle», con strade, piazze e terrazzi. Una delle scene più significative è quella presente in un riparo di Tin Tazarift, nel Tassili, che mostra una serie di individui mascherati, allineati e in assetto ieratico/danzante, contornati da lunghi e movimentati festoni di disegni geometrici di varia natura. Ciascun danzatore tiene nella mano destra un probabile fungo; fatto ancor più sorprendente, dal fungo si dipartono due linee parallele tratteggiate raggiungenti la zona centrale della testa, dove hanno origine le due corna: una doppia linea che potrebbe significare un’associazione indiretta o un fluido immateriale passante fra l’oggetto tenuto in mano e la mente umana. Un’associazione che ben si adatta all’interpretazione micologica, se si tiene conto dell’universale valore mentale, spesso di natura mistico-spirituale, dell’esperienza indotta da funghi e piante psicoattive. Parrebbe come se quelle linee tratteggiate, ideogramma già di per se rappresentante qualche cosa di immateriale negli orizzonti artistici arcaici, intendesse rappresentare l’effetto che il fungo ha sulla mente. In un mio precedente lavoro avevo sottolineato come il grafema «sequenza lineare di punti» sembra avere mantenuto costante il significato dal paleolitico sino ai nostri giorni ed è da considerare per questo un «fossile-guida» nell’approccio semiotico all’arte rupestre (Samorini 1995).

Tin-Tazarift

(a sinistra) Rilievo della pittura del sito di Tin-Tazarift, Tassili, Algeria. (a destra) Particolare della medesima pittura

Nelle scene delle pitture rupestri del Tassili si rivela una ricchezza di costanti figurative tale da far intravedere una definita struttura concettuale associata al culto a carattere etnomicologico qui evidenziato. Ne sono evidenti esempi i due singolari personaggi del Tassili meridionale (località di In-Aouanrhat, o I-n-Aouanghad, e Ti-n-Tarin, apparentemente erroneamente citato come Matalem-Amazar da Lajoux, 1964; cfr. Fouilleux & Mouchet, 2010, p. 132), entrambi alti circa 0.8 m, portanti la maschera tipica di questa fase pittorica e con portamento affine (gambe inflesse e braccia piegate verso il basso); un’altra caratteristica comune consiste nella presenza di simboli fungini che si dipartono dagli avambracci e dalle cosce, mentre altri vengono impugnati fra le mani. Nel personaggio di Matalem-Amazar questi oggetti cospargono interamente il contorno esterno del corpo.

“Divinità dei funghi” di In-Aouanrhat, Tassili (Algeria)

“Divinità dei funghi” – Ti-n-Tarin, Tassili (Algeria). Foto a sinistra da Lajoux, 2006, p. 143, fig. 26)

Personaggi più o meno antropomorfi con la testa a forma di fungo sono numerosi nell’arte delle “Teste Rotonde”, alcuni con la «testa-cappello» in forma appuntita o «papillata» (in un paio di casi con una tonalità bluastra), altri recanti nelle mani una foglia o un rametto vegetale.

Fra le incisioni rupestri sahariane – e non sempre in relazione con la fase delle «Teste Rotonde» – si osservano antropomorfi definiti dagli archeologi «con la testa a forma di fungo» (tête-champignon), senza tuttavia attribuire a questa somiglianza di forma un valore simbolico di carattere etnomicologico, cioè senza pensare a dei veri e propri funghi. E’ il caso, ad esempio, delle pitture ritrovate nella regione algerina dell’Immidir, a nord del massiccio montuoso dell’Hoggar. E’ possibile che queste pitture appartengano alla fase delle «Teste Rotonde». Nel sito di Ifarlal sono state riconosciute figure antropomorfe con la testa a forma di fungo, alcune delle quali dotate di una lunga tunica bianca (Muzzolini et al., 1991). O ancora, nel massiccio montuoso dell’Aïr, nel Niger settentrionale, nei siti di Anov Maqqaren, Tarazit e Taguei. In quest’ultimo sono state descritte «raffigurazioni di guerrieri di taglia molteplice, alcuni armati, con teste di forma diverse – tipi classici dell’Aïr a testa tondeggiante e tipi di Aruh, già descritti da Rodd, con testa ‘a fungo’, tutti sempre ornati di piume» (Beltrami, 1981, p. 285). Anche nello Uadi Zigza, in Libia, sono state individuate incisioni di «guerrieri a testa fungiforme» (Baistrocchi, 1986, p. 236).

L’insieme di differenti dati fa pensare che siamo in presenza di un antichissimo culto di funghi allucinogeni, complessamente differenziato fra specie botaniche e relative rappresentazioni mitologiche. Di non facile determinazione sono le specie di funghi rappresentati nell’arte delle «Teste Rotonde» – dalle cui caratteristiche biochimiche dipende in parte il tipo di esperienza indotta sulla mente umana -, appartenendo a una flora scomparsa o ritiratasi dal bacino sahariano oggi desertificato. Dalle pitture sembra deducibile la presenza di almeno due specie, una di piccola taglia, spesso dotata di una «papilla» all’estremità superiore del cappello, caratteristica della maggior parte delle Psilocybe allucinogene; un’altra di maggiori dimensioni, tipo Boletus o Amanita. I colori utilizzati sono il bianco e diverse tonalità di ocra, in rari casi il blu (quest’ultimo probabilmente frutto di ossidazioni del colore originale).

L’ipotesi interpretativa etnomicologica che ho proposto per la fase delle «Teste Rotonde» è stata ben accolta fra gli esperti di quest’arte rupestre. Umberto Sansoni (1994, p. 154) – uno dei maggiori esperti italiani delle «Teste Rotonde» – ha commentato: «La tesi è stimolante, e considerando la presenza dell’elemento ‘surreale’ e sacrale in tanta produzione delle Teste Rotonde non è certo da escludere a priori». In una lettera datata il 18 febbraio 1995, l’archeologo François Soleilhavoup commentava l’ipotesi come segue: «Si può trovare in questo tipo di approccio il grande interesse di un dibattito aperto su un tema dove i dati comparativi possono essere estratti dallo studio degli effetti neuro-biologici, psichici e comportamentali indotti dalle sostanze allucinogene su individui o su gruppi socio- culturali tradizionali o moderni. La sua ipotesi merita la più grande attenzione: essa apre una strada di ricerche appassionante e nuova per la paleo-etnologia sahariana». Pure Le Quellec (2006) si è dimostrato aperto nei confronti dell’interpretazione micologica.

 

Si vedano anche:

Funghi preistorici

Bibliografia sulle “Teste Rotonde” del Sahara

Immagini delle pitture del Tassili (sito di Jabbaren)
Immagini delle pitture del Tassili (sito di Sefar)
Immagini delle pitture del Tassili (sito di In-Aouanrhat e altri siti)

 

ri_bib

BELTRAMI V., 1981, Repertorio delle incisioni, pitture ed iscrizioni rupestri presenti nel territorio dell’Aïr ed aree limitrofe, Africa, vol. 36, pp. 253-305.

CASTELLI GATTINARA G., 1998, Libia. Arte rupestre del Sahara, Polaris, Firenze.

FOUILLEUX BERNARD & ANNIE MOUCHET, 2010, Un trait culturel du style des “Têtes Rondes” de la Tassili-n-Ajjer (Algérie): les masques dans leur environnement, Les Cahiers de l’AARS, vol. 14, pp. 131-142.

LAJOUX JEAN-DOMINIQUE, 1964, Le meraviglie del Tassili, Istituto Arti Grafiche, Bergamo.

LE QUELLEC JEAN-LOÏC, 2006, The sense in question: some Saharan examples, Rock Art Research, vol. 23(2), pp. 165-170.

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LHOTE HENRY, 1968, Données récentes sur les gravures et le peintures rupestres du Sahara, in: E. Ripoll Perellò (cur.), Simposio de arte rupestre, Barcelona, pp. 273-290.

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SANSONI UMBERTO, 1994, Le più antiche pitture del Sahara. L’arte delle Teste Rotonde, Jaca Book, Milano.

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