L’oppio fra gli antichi Egiziani

The opium among the ancient Egyptians

 

La presenza del papavero da oppio nell’antico Egitto è da tempo oggetto di discussione e di disaccordo fra gli studiosi. Nello specifico, una buona parte degli studiosi esclude la sua presenza durante l’Età del Bronzo, nel Nuovo Regno, ritenendo che questa droga sia stata introdotta nella valle del Nilo in tempi di molto posteriori, quelli tolemaici o addirittura quelli romani.1 Una delle prove a sostegno della sua introduzione tarda sarebbe la mancanza di resti vegetali di questa pianta nei reperti archeologici. Pur dubitando io medesimo della presenza della pianta nei periodi faraonici, tale argomentazione non appare convincente, poiché anche nell’isola di Creta non ci sono sinora pervenuti resti vegetali di papavero da oppio – semi o capsule che siano -, senza che ciò abbia mai fatto dubitare della conoscenza e della presenza della pianta durante i tempi minoici e micenei, così ben evidenziata dai reperti iconografici (si veda L’oppio nell’antico Levante Mediterraneo).

Un solo reperto materiale parrebbe contraddire la negazione, perlomeno così recisa, della presenza della pianta nei periodi faraonici. Fra il corredo della tomba 1389 di Deir-el-Medina, datata al periodo di Thuthmosi III, faraone della XVIII Dinastia salito al trono nel 1479 a.C., in una piccola borsa sarebbe stata ritrovata una capsula di papavero da oppio, la quale non mostrerebbe segni di incisioni superficiali, quelle necessarie per l’estrazione dell’oppio (Bruyère, 1937, pp. 109 e 201). Germer (1985, p. 45) mette in dubbio la determinazione botanica del reperto, ma senza apportare alcuna prova e senza aver osservato di persona il reperto. E’ del resto difficile pensare a un errore di determinazione botanica, pur ai tempi del Bruyère, in quanto la capsula del papavero da oppio è facilmente riconoscibile anche come reperto archeobotanico. Tuttavia, con questo unico reperto vegetale, Merrillees (1968, p. 155) inferisce con eccessiva sicurezza che “v’è ora una prova incontrovertibile che la pianta del papavero da oppio fu coltivata in Egitto al tempo di Thuthmosi III, sebbene la quantità e il motivo di questa coltivazione sono tutt’ora noti in maniera imperfetta”. In realtà, la singolarità del ritrovamento potrebbe indicare maggiormente un’importazione occasionale del frutto della pianta, piuttosto che indicare la presenza della pianta viva nel territorio egizio.

Un’ulteriore evidenza sarebbe stata fornita dalla missione italiana guidata da Ernesto Schiapparelli, che scoprì la tomba intatta dell’architetto reale Kha, il quale lavorò per diversi faraoni della XVIII Dinastia e che morì probabilmente attorno al 1405 a.C. Kha fu un insigne architetto e fu sepolto con tutti gli onori a Deir-el-Medina, vicino alla Valle dei Re. Oltre a diversi reperti vegetali, analizzati da Mattirolo (1925-26), nella tomba furono trovati dei vasetti di alabastro, di cui alcuni contenenti ancora dei residui oleosi. Muzio (1925) analizzò il contenuto di uno di questi vasi e fra i diversi ingredienti ritenne di avervi individuato della morfina (il principale alcaloide dell’oppio), basandosi sia su analisi chimiche – quelle disponibili agli inizi del 1900 – che su analisi farmacologiche, somministrando il residuo oleoso a cavie di laboratorio. La notizia fece un certo scalpore nell’ambiente degli Egittologi, anche perché il contenuto di quel vaso era associato alle sostanze che avrebbero dovuto “svegliare il morto” nell’aldilà, seguendo il rito funebre della “apertura della bocca” come riportato nel Libro dei Morti, e si riteneva che l’oppio non fosse adatto per siffatto “risveglio”. Ma questa opinione, espressa anche da studiosi moderni (cfr. Bisset et al., 1994) è discutibile, poiché, sebbene l’oppio difficilmente potrebbe avere un effetto di “risveglio” fra le persone vive, è plausibile che gli antichi Egiziani lo considerassero dotato di tale proprietà nel mondo dei morti. Resta il fatto che la determinazione chimio-farmacologica della Muzio, sviluppata con metodologie datate e imprecise, è dubbia. In effetti, uno studio eseguito sul medesimo materiale con strumentazioni e tecnologie micro-analitiche più moderne, non ha evidenziato la presenza di alcaloidi dell’oppio, e nemmeno di alcaloidi tropanici (quelli presenti nella mandragora, nel giusquiamo e in altre solanacee allucinogene) (Bisset et al., 1994).

Merrilles (1968, p. 157) ha riportato alcune altre indagini chimiche eseguite sui residui di alcuni vasi funebri egizi dell’Età del Bronzo, ma la relativa documentazione è troppo scarsa o metodologicamente inadeguata perché possa essere presa in seria considerazione.

Se da un lato la presenza del papavero da oppio come pianta nei periodi faraonici rimane alquanto dubbia, per via anche della scarsa e confusa documentazione iconografica (si veda oltre), d’altro lato la conoscenza e la presenza della droga, cioè dell’oppio, probabilmente d’importazione, apparirebbe più probabile.

Per quanto riguarda i base-ring III, cioè quei piccoli contenitori di provenienza cipriota caratterizzati da una forma molto vicina a quella di una capsula di papavero da oppio, e per i quali è stato ipotizzato che contenessero oppio, si rimanda a L’oppio nell’antico Levante mediterraneo. Questi vasi conobbero un discreto commercio e ne sono stati ritrovati in discrete quantità nelle tombe egizie (Merrillees, 1968). Il periodo di maggior presenza è la prima metà della XVIII Dinastia, e si riduce notevolmente nei tempi posteriori. Secondo Merrilles (1962) e seguendo le rotte commerciali dei base-ring, l’oppio fu introdotto in Egitto da Cipro o dalla Siria durante la XVIII Dinastia, in una data attorno al XIV secolo a.C.

Il recente ritrovamento degli alcaloidi dell’oppio in un base-ring cipriota ritrovato in Egitto, datato fra il 1600 e il 1450 a.C. (Koschel, 1996), conseguito con le moderne tecniche d’analisi chimica, potrebbe essere un primo dato certo che attesterebbe la conoscenza dell’oppio durante l’Egitto faraonico.

Collana della XVIII Dinastia con perline di cornalina intercalate da pezzi di cornalina intagliati in forma di capsula di papavero (da Scandone, 2006, p. 59)

Collana della XVIII Dinastia con perline di cornalina intercalate da pezzi di cornalina intagliati in forma di capsula di papavero (da Scandone, 2006, p. 59)

Se le evidenze dirette della presenza della pianta del papavero da oppio durante il Nuovo Regno continuano ad essere scarse, l’evidenza indiretta – costituita dalla rappresentazione della pianta nell’arte e nei manufatti – risulta anch’essa debole, costellata com’è da numerose interpretazioni erronee.

Verso la fine della XVIII Dinastia inizia a diffondersi nell’arte egizia un particolare tipo di collana, di cui l tipo più comune è costituito di perline di cornalina o di vetrina intercalate da perline pendenti più grandi, la cui forma può ricordare quella della capsula di papavero, ma che in realtà potrebbe ricordare anche quella della melagrana o del fiore di fiordaliso. Queste collane di manifattura egizia sono state trovate in diverse aree del levante mediterraneo, negli scavi cretesi, siriani, ciprioti, ecc. (Merlin, 1984, pp. 265-7).

Fiore di fiordaliso

Fiore di fiordaliso (Centaurea sp.)

Fra i vari oggetti in cui si sono volute vedere rappresentazioni della capsula del papavero da oppio, citiamo qui gli orecchini d’oro ritrovati nella tomba della regina Tausert, appartenente alla XIX Dinastia e datati verso la fine del XII secolo a.C. Inizialmente interpretati come frutti di melograno, Gabra (1956) ha voluto vedere  i pendagli di questi orecchini come capsule di papavero. Ma anche in questo caso nulla esclude che si tratti di raffigurazioni di fiori di fiordaliso. E’ pur vero che il corpo rotondeggiante di questi pendagli è marcato da una serie di linee incise che potrebbero ricordare le incisioni praticate sulla capsula del papavero per conseguire la fuoriuscita della resina che con l’essiccazione si trasforma nell’oppio, ma si tratterrebbe di una raffigurazione di tali incisioni un po’ anomala, sia per il loro eccessivo numero, sia per il fatto che si tratta di incisioni verticali e non radiali, come di fatto venivano praticate per l’ottenimento dell’oppio. Ziegler (2002, p. 472) ha effettivamente interpretato questi pendagli come fiori di fiordaliso. E’ il caso di ricordare che la superficie del “corpo” del fiore del fiordaliso è anch’esso segnato da “irregolarità” verticali dovute alla presenza dei sepali.

Uno dei due orecchini d'oro appartenenti alla regina Tausert. Da Ziegler, 2002, p. 472

Uno dei due orecchini d’oro appartenenti alla regina Tausert. XIX Dinastia. Da Ziegler, 2002, p. 472

Sia Edwards che Emboden, come diversi altri studiosi che hanno seguito in maniera acritica le interpretazioni di questi due autori, confondono le raffigurazioni dei frutti della ninfea con le capsule del papavero da oppio. Nell’arte egizia sono frequenti le rappresentazioni di bouquet floreali disposti in maniera allungata, con mazzi di fiori che si succedono uno sopra all’altro. In uno di questi bouquet, inciso e dipinto su un cofanetto di alabastro ritrovato nella Tomba di Tutankhamen, Edwards (1976) vi ha voluto vedere, a partire dall’alto, “un fiore di papiro fra due papaveri, petali di ninfea, papaveri, fiordalisi e mandragore”. Per “mandragore” si devono intendere ovviamente i frutti di mandragora. Ma quei due corpi rotondeggianti disposti ai lati del fiore di papiro disposto in cima al bouquet, non possono essere capsule di papavero da oppio, né di rosolaccio (Papaver rhoeas L.), sia per la mancanza del disco stigmatico che avrebbe dovuto sovrastare il corpo rotondeggiante, sia per la evidente presenza di tre sepali alla base del medesimo, caratteristica dei fiori di ninfea (le ninfee hanno quattro sepali, e da qualunque lato le si guardi l’osservatore ne vede sempre tre). Anche Emboden (1989, p. 71) interpreta erroneamente come capsule di papavero da oppio i corpi globulosi presenti in un bouquet dipinto nella Tomba di Nebamon e Ipuky di Tebe. E’ evidente che questi studiosi non conoscono appieno gli aspetti morfologici delle ninfee, in particolare dei loro frutti, che in certe specie assumono una forma sorprendente simile a quella della capsula del papavero, con tanto di “stigma” sulla loro parte superiore. L’osservazione della confusione fra frutto di ninfea e capsula di papavero era già stata sviluppata da Goodyear (1891) e da Bonavia (1894) in studi che, sebbene antiquati e caratterizzati da qualche forzatura, non sono stati più presi in considerazione dagli studiosi moderni delle ninfee egizie.

egitto bouquets

(sx) Bouquet floreale inciso e dipinto sul coperchio di un cofanetto di alabastro trovato nella Tomba di Tutankhamen. Da Edwards, 1976; (dx) bouquet floreale dipinto nella Tomba di Nebamon e Ipuky. Da Emboden, 1989, p. 71. Entrambe le Tombe appartengono alla XVIII Dinastia

A favore dell’ipotesi della mancanza della pianta del papavero da oppio durante il Nuovo Regno e ancor prima, v’è la considerazione che gli antichi Egiziani hanno letteralmente riempito le loro rappresentazioni artistiche con le droghe a loro note, in primis la mandragora, la ninfea e la lattuga, e vi avrebbero di conseguenza raffigurato abbondantemente anche la capsula del papavero in maniera realistica o stilizzata, tale comunque da permetterne una sua precisa identificazione.

V’è divergenza d’opinioni fra gli studiosi anche riguardo la presenza del papavero da oppio negli antichi papiri medici egizi. Secondo alcuni (fra cui Gabra, 1956, p. 48 e Charpentier, 1981, e ancor prima Lüring, 1888, pp. 45 e 163, quest’ultimo criticato da Loret, 1892, p. 110 e da Keimer, 1925) questa droga sarebbe indicata con i nomi ieratici špn (shepen) e špnn (shepnen o shepenn), dove il primo indicherebbe la pianta, mentre il secondo indicherebbe i suoi semi. Ma è probabile che invece dei semi, si intendesse il suo frutto (cioè la “capsula”). Per Gabra (1956, pp. 51-2) la parola špn indicava originalmente il rosolaccio (Papaver rhoeas), e in seguito indicò il Papaver somniferum. Pur privo delle potenti proprietà narcotiche del papavero da oppio, il rosolaccio è dotato di lievi proprietà sedative, conosciute dagli antichi Egiziani. Resti di rosolaccio sono stati ritrovati in diverse tombe reali e i suoi fiori sono dipinti negli affreschi dei palazzi egizi (Merlin, 1984, pp. 270-2). Nel Papiro di Ebers, datato alla XVIII Dinastia, lo špn è l’ingrediente principale di una ricetta per far sedare il pianto dei bambini, un utilizzo del papavero da oppio che si è tramandato nel folclore di diverse parti del Mediterraneo, incluso il medesimo Egitto e la Puglia (per la Puglia si veda Grassano, 1999). Ma si deve considerare che per il medesimo scopo venivano impiegate anche altre piante, ad esempio la lattuga selvatica (si veda Il dio itifallico Min e la lattuga).

Nunn (1986, p. 156), dubitando dell’identificazione di špn con il papavero da oppio, fa notare come questa parola sia presente nel Papiro di Ebers e raramente in altri papiri medici, mentre non è più presente nei papiri più recenti; ad esempio non si trova nella lista delle 200 droghe riportate nel Papiro di Vindob o di Crocodilopilis. Ma una droga così importante dal punto vista medicinale come il papavero da oppio, non avrebbe potuto essere dimenticata nei periodi successivi, una considerazione che giustifica il dubbio di tale identificazione. Per Kramer & Merlin (1983) potrebbe essere la pianta djaret (dƷr.t) presente nei papiri a rappresentare il papavero da oppio; una supposizione che è stata messa in dubbio da Bisset e coll. (1994), basandosi sulla considerazione che questo ingrediente rientra con eccessiva frequenza nelle ricette degli antichi papiri medici egizi prescritte per un insieme troppo ampio di affezioni, non riconducibili ai concreti effetti farmacologici dell’oppio.2

Anche per quanto riguarda le raffigurazioni del rosolaccio vi sono interpretazioni a mio avviso discutibili, quali quella offerta da Manniche (1989, p. 130) per un dipinto presente nella Tomba n. 1 di Tebe. Gli steli dei fiori di rosolaccio sono nudi, privi di foglie, mentre nel dipinto gli steli sono corredati di numerose coppie di foglioline.

Probabile raffigurazione di fiori di rosolaccio (Papaver rhoeas) in un dipinto murale della tomba n. 1 a Tebe appartenente alla XIX Dinastia (1292-1186 a.C.) (da Manniche, 1989, p. 130)

Raffigurazione floreale. Non si tratta, come erroneamente interpretato, di rosolaccio (Papaver rhoeas). Dipinto murale della tomba n. 1 a Tebe appartenente alla XIX Dinastia (1292-1186 a.C.) (da Manniche, 1989, p. 130)

Note

1- Ad esempio Germer, 1985, p. 45; Becerra Romero, 2006, pp. 9-10; per una rassegna di queste opinioni si veda Merlin, 1984, pp. 277-8.

2 – Manniche (1989, p. 131) riporta che Dioscoride, al passo IV, 64 del suo De Materia Medica, afferma che il rosolaccio e il papavero da oppio avevano il medesimo nome egiziano nanti; ma da una mia lettura di quel passo dioscorideo non ho ritrovato quanto riportato dalla Manniche.

 

Si vedano anche:

 

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BECERRA ROMERO DANIEL, 2006, La adormidera en el Mediterráneo oriental: planta sagrada, planta profana, Habis, vol. 37, pp. 7-16.

BISSET G. NORMAN  et al., 1994, Was opium known in 18th dynasty ancient Egypt? An examination of materials from the tomb of the chief royal architect Kha, Journal of Ethnopharmacology, vol. 41, pp. 99-114.

BONAVIA EMMANUEL, 1894, The flora of the Assyrians monuments and its outcomes, Archibald Constable and Co., Westminster.

BRUYÈRE BERNARD, 1937, Rapport sur les Fouilles de Deir el Medineh (1934-1935). Deuxieme Partie: La Nécropole de l’Est. Imprimerie de l’Institut Français d’Archéologie Orientale, Le Caire.

CHARPENTIER G., 1981, Recueil de matériaux épigraphique relatifs à la botanique de l’Égypte antique, Trismégiste, Paris.

EDWARDS I.E.S., 1976, Tutankhamun: His Tomb and Treasures, The Metropolitan Museum of Art & Alfred A. Knopf inc., New York.

EMBODEN WILLIAM, 1989, The Sacred Journey in Dynastic Egypt: Shamanistic Trance in the Context of the Narcotic Watrr Lily and the Mandrake, Journal of Psychoactive Drug, vol. 21, pp. 61-75.

GABRA SABER, 1956, Papaver Species and Opium Through the Ages, Bulletin de l’Institut d’Égypt, vol. 37, pp. 39-56.

GERMER RENATE, 1985, Flora des pharaonischen Ägypten, Verlag Philipp von Zabern, Mainz am Rhein.

GOODYEAR H.M.A., 1891, The Grammar of Lotus. A new history of classic ornament as a development of sun worship, Sampson Low, Marston & Co., London.

GRASSANO CARLA, 1999, Un infuso tra mistero e realtà che si chiamava “Papagna”, Personalità/Dipendenze, vol. 5(2), pp. 23-26.

KEIMER LUDWIG, 1984 (1925), Die Gartenpflanzen im alten Ägypten. Band II, Verlag Philipp von Zabern, Mainz am Rhein.

KOSCHEL KLAUS, 1996, Opium alkaloids in a Cypriote Base Ring I Vessel (Bilbil) of the Middle Bronze Age from Egypt, Ägypten und Levante, vol. 6, pp. 159-166.

KRAMER C. JOHN & MARK D. MERLIN, 1983, The use of psychoactive drugs in the ancient world, in: M.J. Parnham & J. Bruinvels (Eds.), Discoveries in Pharmacology, Elsevier, Amsterdam, vol. 1, pp. 23-47.

KRIKITOS G. PAN & STELLA P. PAPADAKI, 1965 (1963), Mekonos kai opioü istoria kai ecsaplosis en te, perioche, tes Anatolikes mesogeioü kata ten arcaioteta, (History and spread of the poppy and opium in the region of the Anatolian Mainland in Antiquity), Arxaiologiskh Ephemeris, vol. 32, pp. 80-150.

LORET VICTOR, 1892, La flore pharaonique d’après les documents hiéroglyphiques et les spécimens découverts dans les tombes, Ernest Leroux, Paris.

LÜRING HENRICH, 1888, Die über die medicinischen Kenntnisse der alten Ägypter berichtenden Papyri: verglichen mit den medicinischen Schriften griechischer und römischer Autoren, Druck von Breitkopf & Härtel, Leipzig.

MANNICHE LISE, 1989, An Ancient Egyptian Herbal, University of Texas Press, Austin.

MATTIROLO ORESTE, 1925-26, I vegetali scoperti nella Tomba dell’Architetto Khà e di sua moglie Mirit nella Necropoli di Tebe, dalla Missione Archeologica italiana diretta dal Senatore E. Schiaparelli, Atti dell’Accademia di Scienze di Torino, vol. 61, pp. 545-568.

MERLIN D. MARK, 1984, On the Trail of the Ancient Opium Poppy, Associated University Press, London.

MERRILLEES S. ROBERT, 1968, The Cypriote Bronze Age Pottery Found in Egypt, Studies in Mediterranean Archaeology, P. Aström, Lund (Svezia).

MUZIO IRENE, 1925, Su di un olio medicato della tomba di Cha, Atti della Società Ligustica di Scienze e Lettere, vol. 4, pp. 249-253.

NUNN F. JOHN, 1996, Ancient Egyptian Medicine, The British Museum Press, London.

SCANDONE M. GABRIELLA, 2006, Una pietra per amica, Pharaon Magazine, Anno II, n. 2, pp. 54-60.

ZIEGLER CHRISTIANE (cur.), 2002, I Faraoni, Bompiani, Milano.

4 Commenti

  1. manuele
    Pubblicato gennaio 10, 2014 alle 6:38 pm | Link Permanente

    In questo rilievo da Tel el Amarna riportano che sono papaveri , può essere corretto ?
    http://farm8.staticflickr.com/7027/6733300975_f53b708ac5_o.jpg

  2. Pubblicato gennaio 10, 2014 alle 7:19 pm | Link Permanente

    No, non sono capsule di papavero, bensì si tratta di una tipica schematizzazione triangolare egizia delle cime di papiro (Cyperus papyrus L.)

  3. Antonio Fornaciari
    Pubblicato novembre 10, 2016 alle 1:23 pm | Link Permanente

    Gent..smo dott. Samorini, sto trovando di estremo interesse la lettura dei suoi saggi presenti su questo sito. Uno strumento veramente eccezionale per me, che non ho conoscenze botaniche specialistiche, per la chiarezza e per la mole di dati raccolti. Le volevo chiedere come poter citare le pagine web in vista di un lavoro che sto svolgendo sulla terapia del dolore dal punto di vista storico-medico e paleopatologico. Ad esempio, questo contributo sulla conoscenza dell’oppio fra gli antichi Egizi, come posso citarlo in bibliografia? la ringrazio, Antonio F.

  4. Pubblicato novembre 11, 2016 alle 8:20 am | Link Permanente

    Salve dott. Fornaciari,
    prima di citare una mia pagina, le consiglio di osservare se nella bibliografia posta in fondo alla pagina c’è un riferimento a un mio scritto pubblicato su qualche rivista e che tratti il medesimo argomento della pagina. Nel qual caso è meglio citare quel riferimento.
    Altrimenti – come è (per ora) il caso di questa pagina sull’oppio fra gli Egiziani, il modo migliore per citarla è scrivere il titolo della pagina, mettendo l’anno in cui la si è consultata (2016), e di seguito mettere il relativo url, come segue:

    Samorini G., 2016, L’oppio fra gli antichi Egiziani (http://samorini.it/site/archeologia/africa/droghe-antichi-egiziani/oppio-egiziani/).

    Tenga conto che queste pagine non sono fisse, bensì vengono continuamente aggiornate, con inserimento di nuovi dati e commenti, ed è per questo motivo che nel citarle va messo l’anno in cui vengono lette. Cordiali saluti

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