La ninfea e la mandragora nell’erotismo egiziano antico

The waterlily and the mandrake in the ancient Egyptian erotism

 

La ninfea azzurra che cresceva sul Nilo durante i periodi dinastici ha ricoperto un importante ruolo nella religiosità e nella mitologia dell’antico Egitto, e le sue accertate proprietà psicoattive sono probabilmente state fra i promotori principali di tale ruolo (si veda La ninfea azzurra degli antichi Egizi). Oltre che nella letteratura sacrale e mitologica, la ninfea azzurra è presente nella letteratura e nell’iconografia amorosa ed erotica egizia, come induttore farmacologico di esperienze psico-fisicihe impiegate con scopi afrodisiaci e come simbolo della sensualità. In questo contesto la ninfea è di frequente in associazione con la mandragora, ed entrambe le piante avevano una forte valenza erotica. Per la precisione, come parti di queste piante che avevano tale valenza si intendevano i petali della ninfea azzurra e i frutti della mandragora.

A sinistra frutto di mandragora; a destra fiore di ninfea azzurra

A sinistra frutto di mandragora; a destra fiore di ninfea azzurra

Presso l’antica cultura egizia v’era una stretta associazione fra la morte e la sessualità, come del resto presso diverse altre culture antiche e moderne, ma con un sistema interpretativo particolare. Si riteneva che il defunto (inizialmente solo il faraone) potesse entrare nell’altro mondo solamente mediante una nuova nascita, indotta da una copulazione “astrale” con sua moglie o comunque con una donna che rimaneva di conseguenza fecondata e “partoriva” il defunto nell’aldilà. Questa concezione filosofico-religiosa spiega la frequente presenza di scene erotiche e sensuali raffigurate nelle tombe, in particolare in quelle private della XVIII Dinastia.

Nella tomba di Tutankhamen è stata ritrovata una piccola costruzione dorata in miniatura dall’aspetto di un piccolo tempio, con porte e stanza interna, sulle cui pareti esterne il faraone e la regina sono raffigurati in scene alquanto intime e corredate di simbolismi nettamente erotici; ciò ha fatto ipotizzare che questo oggetto intendesse rappresentare la “Stanza della Rinascita” dove, nell’aldilà, avveniva l’accoppiamento “astrale” della coppia reale che avrebbe permesso la rinascita del faraone nel nuovo mondo dell’oltretomba (Westendorf, 1967).

Edicola dorata in miniatura trovata nella tomba di Tutankhamen (da Edwards, 1976)

Edicola dorata in miniatura trovata nella tomba di Tutankhamen (da Edwards, 1976)

Nel corso della XVIII Dinastia si verificarono notevoli cambiamenti sociali, che videro la costituzione di una classe dirigente abbiente di privati cittadini e non di stirpe reale. Ciò portò a un cambiamento anche nel sistema dei privilegi funebri, e accanto alle monumentali tombe che i faraoni si faceva costruire per se medesimi e per le loro famiglie, iniziarono ad apparire tombe di ricchi privati, adornati con un sistema iconografico e testuale che ci offre un’interessante visione della vita quotidiana e dei riti funebri dei privati cittadini. Le tombe più rappresentative, in numero di oltre 400, sono state scavate nella necropoli di Tebe, sono tutte datate alla XVIII Dinastia a partire dal regno di Tuthmosis III, (1479-1424 a.C.), e sono accomunate da uno specifico stile pittorico, dove i temi più frequenti sono quelli della pesca, della caccia agli uccelli, dei “banchetti”. Fra le scene più note, presenti in una sessantina di queste tombe, sono quelle che raffigurano dei “banchetti”, con frequenti riferimenti a quelli che si tenevano realmente nel corso della Bella Festa della Valle, una festività che si svolgeva annualmente e che prevedeva una processione che accompagnava la statua di Amon passando per la necropoli tebana, dove i parenti dei defunti si radunavano per diversi giorni attorno alle tombe per i riti commemorativi. Ho collocato fra virgolette la parola banchetti, comunemente impiegata dagli Egittologi per designare questo tipo di scene delle tombe tebane, poiché, come ha giustamente fatto notare Manniche (2003), in queste scene non sono mai raffigurati individui nell’atto di cibarsi, bensì solamente nell’atto di bere, per cui il concetto di banchetto in questo contesto sembrerebbe inappropriato. Anche il fatto di considerare queste scene come raffigurazioni di eventi reali potrebbe essere sviante; le persone sono dipinte come fossero in uno stato di perpetua giovinezza, non sono presenti individui maturi o anziani, e ciò fa sorgere il sospetto che si tratti di rappresentazioni di eventi dell’aldilà (Manniche, 1997).

La Bella Festa della Valle era offerta ad Hathor, la dea dell’amore, del sesso, dell’ebbrezza, della nascita. Durante questa festa i partecipanti si lasciavano andare a comportamenti lascivi ed ebbri, e si hanno testimonianze scritte che questi comportamenti erano il generale preludio per le attività sessuali. Bevevano sicuramente delle bevande inebrianti, vino e birra con miscelati dentro, per quell’occasione, additivi rinforzanti o sinergici con gli effetti di quelle bevande alcoliche. Un canto che si intonava in occasione della Bella Festa della Valle così descriveva la dea Hathor: “La dea è come una donna / che siede ubriaca fuori dalla sua stanza / con ciocche di capelli cadenti sul suo seno” (dalla Tomba Tebana n. 82, cfr. Manniche, 1997, p. 32). In un altro canto, la dea Mut partecipa alla festa “per porre cibo sulla tavola / per agitare i suoi sistri / e per miscelare la sua bevanda” (dalla Tomba Tebana n. 78, cfr. id., p. 32), a conferma che le bevande erano miscelate con degli additivi.

Manniche (2003, p. 44) ha suggerito l’oppio come possibile additivo, e anche la mandragora e la ninfea, facendo notare come in alcuni casi nelle medesime scene è dipinta una donna o un uomo nell’atto di vomitare, un dato che potrebbe indicare le concrete proprietà emetiche delle overdose di mandragora. E’ alquanto probabile che nel contesto della Bella Festa della Valle, così incentrata nella sfera sessuale umana e divina, i principali additivi fossero proprio quei fiori di ninfea azzurra e frutti di mandragora così insistentemente riportati nelle scene che raffigurano questa ricorrenza celebrativa. Dubbia, invece, la presenza di oppio, sia per la sua assenza iconografica (si veda L’oppio presso gli antichi Egizi), sia per motivi farmacologici: l’assunzione contemporanea di bevande alcoliche e di oppiacei risulta estremamente pericolosa, difficilmente dosabile, e con forti rischi di arresti cardio-respiratori.

Particolare di un affresco della Tomba di Nakht, Tebe, XVIII Dinastia, con raffigurazione di una donna che tiene in mano e che riceve frutti di mandragora (da Bongioanni, 2005, p. 254)

Particolare di un affresco della Tomba di Nakht, Tebe, XVIII Dinastia, con raffigurazione di una donna che tiene in mano e che riceve frutti di mandragora (da Bongioanni, 2005, p. 254)

Secondo Szpakowska (2003, p. 227), l’associazione iconografica fra ninfea azzurra e mandragora potrebbe suggerire una consapevolezza da parte degli antichi Egizi delle proprietà psicoattive delle due piante, ma queste potrebbero anche rappresentare meri simboli erotici. Resta tuttavia difficile ritenere che due accertati vegetali psicoattivi possano giungere a rappresentare “meri simboli erotici” senza partire da precedenti conoscenze delle loro proprietà psicoattive e afrodisiache. Piuttosto, è il caso di considerare che riguardo il frutto della mandragora, certamente psicoattivo per os, non tutto è stato chiarito dal punto di vista psicofarmacologico, come hanno fatto giustamente notare Fleisher & Fleisher (1994) in una loro attenta analisi del valore semantico dato a questo frutto e al suo aroma (e non alla sua radice) nella letteratura testamentaria. In una certa fase della sua maturazione, il frutto della mandragora produce un complesso insieme di composti volatili, fra cui diversi sono sospettati possedere proprietà inebrianti (quali eugenolo e metil-eugenolo); un dato che porrebbe nuova luce sulle acclamate (anche dalla Bibbia) proprietà afrodisiache dell’aroma emanato da tale frutto.

Nelle scene di “banchetto” della necropoli di Tebe, gruppi di donne sono rappresentate nell’atto di accarezzarsi e di scambiarsi oggetti dalle specifiche connotazioni sensuali-sessuali, i fiori di ninfea azzurra e i frutti rotondi della mandragora. E’ riconosciuta una certa libertà di comportamenti omosessuali, sia maschili che femminili, presso la cultura egizia, un’evidenza che traspare anche dalle tendenze bisessuali del dio Seth (Manniche, 1987, pp. 22-7). A partire dalla seconda metà della XVIII Dinastia, vengono raffigurate anche delle adolescenti nude che servono o danzano. E’ un dato probabilmente significativo il fatto che gli ospiti di questi “banchetti” non mangino bensì bevano solamente, e alcuni studiosi (ad es. Kroeter, 2009, p. 53; Manniche, 2003, p. 44) ritengono che l’ebbrezza fosse lo specifico scopo dei partecipanti a siffatte congregazioni, poiché questo era il modo di onorare Hathor e Amon. Sulle tombe tebane si leggono testi geroglifici che riferiscono dell’origine divina delle bevande inebrianti: “Al tuo ka! / Bevi la potente bevanda / Passa un giorno felice / con ciò che il tuo signore Amon ti ha dato / il dio che ti ama” (dalla Tomba Tebana n. 21, cfr. Manniche, 1997, p. 32).

Nel Papiro Harris 500 (primo ciclo, r. I I-IV I) è presente un canto amoroso, intitolato “La stanza degli amanti”, dove la donna viene elogiata attraverso paragoni vegetali, purtroppo non giuntici completi:1

“Intrecciate sono le piante dello specchio d’acqua [..] / [..] della sorella è un bocciolo di ninfea, / il suo seno è una mandragola, / le sue braccia sono [..]” (Ciampini, 2005, p. 50).

Una parte del corpo della donna, probabilmente la bocca,2 è assimilata al bocciolo del fiore di ninfea, e il suo seno alla mandragora. Quest’associazione della ninfea con la sfera erotica femminile ha accompagnato la migrazione del termine egizio sšn che sta per ninfea verso il copto e l’ebraico, con il cambio di significato in “giglio” (cfr. Defosse, 1992), sino a ritrovarsi nell’Antico Testamento, dove in un passo del Cantico dei Cantici (5,13) le labbra della sposa sono paragonate a dei gigli.

Anche l’ambiente acquatico, quello delle acque ferme quali stagni o paludi, aveva implicazioni sessuali per gli antichi Egizi, probabilmente di natura seduttiva, e per questo motivo è lo stereotipo ambientale usato nella poesia amorosa (Kroeter, 2009, p. 49).

Nelle scene dei “banchetti” tebani è frequente la raffigurazione del sistro, un noto strumento musicale. Il sistro era per gli antichi Egiziani un simbolo del piacere sessuale, oltre ad essere simbolo del membro maschile. Yoo (2012, p. 187) afferma che “la ninfea appare insieme al sistro in numerose scene raffiguranti la rinascita/resurrezione attraverso la sessualità”. Il sistro è presente anche in diverse scene religiose, dove appare un’offerta del sistro o di una coppia di sistri rivolta alle divinità femminili (Bresciani, 1992, p. 19).

E’ stato fatto notare da diversi studiosi che il termine geroglifico che sta per “versare” si presta a un gioco di parole nell’antica lingua egizia, poiché il verbo stj (o sti) può significare sia “versare” che “eiaculare” (Cherpion, 1994, p. 87). In una delle scene della “Stanza della Rinascita”, il tempietto dorato in miniatura ritrovato nella tomba di Tutankhamen e più sopra citato, è rappresentato il faraone nell’atto di versare da una fiala un liquido sulla mano della regina; per via del doppio significato associato a tale azione, v’è chi ha voluto vedere in questa intima scena regale un’allegoria dell’atto copulatorio (Westendorf, 1967). In questa medesima scena, il faraone tiene nell’altra mano un mazzo vegetale costituito da fiori di ninfea azzurra e frutti di mandragora, che come si è detto è un tema comune nei contesti scenici, e probabilmente anche in quelli reali, di natura sensuale-erotica. Ciò che sorprende in questo caso è vedere questi due vegetali afrodisiaci nelle mani di un uomo, il faraone, e non di una donna, come più frequentemente riprodotto. In un’altra scena che decora il medesimo reperto, si osservano il re e la regina con ruoli opposti a quelli della scena precedente, e cioè questa volta è la regina che versa da una fiala un liquido sulla mano del faraone, mentre con l’altra mano tiene un mazzo dei medesimi vegetali afrodisiaci

Una scena intima della coppia reale raffigurata sulla “Stanza della Rinascita”, un'edicola in miniatura ritrovato nella tomba di Tutankhamen (Da Edward, 1976)

Una scena intima della coppia reale raffigurata sulla “Stanza della Rinascita”, un’edicola in miniatura ritrovato nella tomba di Tutankhamen (Da Edward, 1976)

Una significativa evidenza della relazione che intercorreva fra la ninfea azzurra e la sfera sessuale femminile, ci è data dal Papiro 55001 conservato presso il Museo Egizio di Torino. Datato attorno al 1150 a.C., prodotto quindi nel corso della XX Dinastia, questo papiro è stato attentamente studiato da Omlin (1973). Vi sono dipinte diverse scene erotiche, si potrebbe quasi dire di natura “pornografica”, dove uomini e donne sono ritratti nudi in svariate posizioni copulatorie, con falli in più casi esageratamente grandi. Senza offrire specifici riferimenti bibliografici, Manniche (1987, p. 107) afferma che “è stato suggerito che le scene rappresentino l’avventura amorosa di un prete di Amon e una prostituta tebana, o che erano intese come un’imitazione di eventi a un livello superiore, nel mondo degli dei. Qualcuno ha cercato di identificare il principale personaggio maschile come il re durante il cui regno fu scritto il papiro”. Ciò che qui ci interessa è il fatto che quasi tutte,3 le donne recano poco sopra la loro testa un fiore di ninfea, e la constatazione che questi fiori non siano disegnati a diretto contatto con la testa, è un dettaglio che rivelerebbe il vero significato di questi fiori, non come reali vegetali che adornano le teste di queste donne, bensì come simboli indicanti che esse sono sotto l’effetto mentale della ninfea psicoattiva. Ciò suggerisce come la ninfea azzurra venisse impiegata come afrodisiaco femminile, ad uso esclusivo delle donne; un dato confermato dall’osservazione che gli uomini in tali scene non hanno questo fiore sopra la loro testa. Essi assumevano probabilmente altre droghe come afrodisiaci; e in effetti, uno di questi, mentre sta copulando, tiene in mano una giara, che Manniche (1987, p. 108) sospetta contenesse un unguento, ma che riguardava più probabilmente una bevanda inebriante. Riguardo le proprietà afrodisiache della ninfea azzurra, sin dal periodo greco-romano, e in seguito nei periodi medievali, in Europa la ninfea era considerata anafrodisiaca per l’uomo, la cui virilità si riduceva notevolmente in seguito ad assunzioni prolungate di medicine a base di questa pianta, e per tale motivo veniva raccomandata nei casi di polluzioni notturne o in tutti i casi si dovesse ridurre l’estro maschile (si veda Etnobotanica delle ninfee psicoattive). Probabilmente gli antichi Egizi si erano accorti di ciò, ed è forse questo il motivo per cui la ninfea azzurra, con i suoi effetti comunque disinibenti, veniva usato unicamente dalle donne.

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Immagini di donne prese dal Papiro erotico 55001 conservato presso il Museo Egizio di Torino (da Omlin, 1973)

Nel medesimo papiro è dipinto ciò che parrebbe essere una conseguenza nefasta dell’abuso di droghe nelle attività sessuali: in due scene consequenziali (che nel papiro si leggono da destra verso sinistra) si osserva un uomo che cade dal letto, probabilmente per l’eccesso di droghe assunte, indicate forse dalle due brocche disegnate sotto al letto, e la donna con cui stava svolgendo attività sessuale che cerca di aiutarlo o, forse, che lo manda via; nella scena successiva, la medesima donna, aiutata da altre due, trasporta l’uomo in apparente stato comatoso e con il suo lungo pene flaccido. Tutte le tre donne recano sopra la testa il fiore di ninfea, e può essere utile osservare come colei che regge il fallo dell’uomo – la donna al centro della scena – non rechi il fiore poco sopra la testa, poiché lo spazio è occupato dal disegno del corpo e del lungo pene dell’uomo, e il vegetale è stato di conseguenza dipinto ancor più sopra; un dettaglio che conferma il valore simbolico e non reale del fiore. Le scene del papiro sono corredate di scritte ieratiche malamente leggibili. Nella scena dell’uomo che cade dal letto si legge: (lei) “Lascia il mio letto solo, e io … seme(?) a me (?)” / (lui) “Il mio grosso fallo … che soffre … dentro”.

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Due scene consequenziali del Papiro erotico 55001 conservato presso il Museo Egizio di Torino. Le scene si leggono da destra verso sinistra (da Omlin, 1973)

 

Note

1 – Ho intenzionalmente sostituito il termine “loto” del testo con “ninfea”, seguendo la nuova convenzione terminologica proposta nel presente studio. Cfr. Samorini, 2012-13.

2 – In un altro testo Bresciani (1999, p. 460) sostituisce la parte lacunosa con “bocca”.

3 – E non “a volte”, come scritto da Manniche, 1987, p. 107.

 

Si vedano anche:

La ninfea azzurra degli antichi Egizi

Le ninfee nell’arte egizia

Etnobotanica delle ninfee psicoattive

Le droghe degli antichi Egiziani

Miti sulla mandragora

 

ri_bib

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