Le ninfee nell’arte egizia

The waterlilies in the Egyptian art

 

Le ninfee bianca e azzurra – ma soprattutto quest’ultima – sono temi frequentemente presenti nell’iconografia egiziana, negli affreschi, nei bassorilievi e nell’arte plastica. Il fiore della ninfea azzurra, il più delle volte disegnato insieme al lungo gambo per lo più piegato per formare un nodo rotondeggiante, è spesso presente fra gli oggetti votivi per le divinità o fra le offerte per i defunti, o tenuto in mano da uomini e donne adoranti, o anche tenuto in mano davanti al naso nell’atto di odorarne il profumo. E’ ampiamente disegnato nelle scene nilotiche come pianta decorativa e nei contesti della sua raccolta. E’ anche un attributo di alcune divinità (si veda La ninfea azzurra degli antichi Egizi). Il fiore di ninfea (malamente chiamata “loto”, cfr. Samorini, 2012-13) è costantemente presente nelle cerimonie funebri per Osiride. E’ un fiore funebre simbolo della resurrezione e dell’eterna giovinezza (Spanton, 1917, p. 13).

Diversi studiosi si sono cimentati nello studio delle ninfee nell’arte religiosa egizia, e uno dei primi studi approfonditi è quello di Woenig del 1897 (pp. 17-74), in cui questo autore offrì una prima sistematizzazione della sfera iconografica che ruota attorno a tali piante. E’ il caso di citare anche lo studio di Goodyear del 1891, dove l’autore approfondì le influenze egizie in merito al fiore del “loto” presso le altre culture del Levante Mediterraneo e Vicino- e Medio-orientali. Pur potendo esser preso come simbolo della bellezza e della perfezione, alcuni studiosi hanno compreso che ciò non è sufficiente per giustificare la presenza pressoché ubiquitaria della ninfea nell’arte e nella mitologia egizia (si veda ad esempio Derchain, 1975, p. 71).

Disegni di pitture presenti in una tomba del Medio Egitto. A sinistra è raffigurata una ninfea azzurra (N. caerulea); a destra una ninfea bianca (N. lotus) (da Ryhiner, 1986, pp. 1 e 2)

Disegni di pitture presenti in una tomba del Medio Egitto. A sinistra è raffigurata una ninfea azzurra (N. caerulea); a destra una ninfea bianca (N. lotus) (da Ryhiner, 1986, pp. 1 e 2)

Secondo molti studiosi, le due specie raramente venivano distinte nell’arte egizia, ma ciò non sembra esser così vero. Pommerening (2010, p. 27) elenca diverse scene naturalistiche dell’Antico Regno dove le due ninfee appaiono ben differenziate. Vi sono indubbiamente casi, specie nell’arte plastica, dove non vengono riportate caratteristiche distintive fra le due piante. Tuttavia, nei casi di pitture policrome sono ben evidenziati i petali di color azzurro specifici della ninfea azzurra, e si presentano chiari esempi di distinzione fra le due ninfee che riportano la dentellatura del margine delle foglie e l’arrotondimento dei petali e dei sepali – caratteristiche morfologiche specifiche della ninfea bianca – e, d’altro canto, la linearità del margine delle foglie e l’acutezza della punta dei petali e dei sepali – caratteristiche specifiche della ninfea azzurra (Keimer, 1928; per la distinzione fra le due specie nei reperti archeologici, si veda Beauverie, 1935, pp. 146-151). Nel fiore delle ninfee sono presenti quattro grandi sepali che racchiudono il bocciolo e in seguito, quando questo si apre, contengono la corolla di petali. Da qualunque lato si guardi il fiore (o lo si disegni) appariranno sempre tre sepali, due laterali e uno al centro. Tale caratteristica si presenta anche nel caso della ninfea degli antichi Maya, Nymphaea ampla. Nella ninfea azzurra la corona di sepali e la corolla di petali sono disposti in maniera tale da fare apparire nettamente triangolare il profilo del suo fiore (Tait, 1963, p. 96).

Particolare di un bassorilievo della Tomba di Ptahhotep a Saqqara, circa 2500 a.C., dove sono contemporaneamente raffigurati i fiori di ninfea azzurra e di ninfea bianca (quest'ultima sopra alla prima) (da Jaksch, 2012, fig. 57, p. 44)

Particolare di un bassorilievo della Tomba di Ptahhotep a Saqqara, circa 2500 a.C., dove sono contemporaneamente raffigurati i fiori di ninfea azzurra e di ninfea bianca (quest’ultima sopra alla prima) (da Jaksch, 2012, fig. 57, p. 44)

Le caratteristiche distintive macroscopiche delle foglie – l’una col margine dentellato, l’altra col margine liscio, la prima con i lembi inferiori staccati in maniera triangolare e la seconda staccati in maniera cuoriforme – potrebbero sembrare dettagli utili per la distinzione delle due specie nell’arte egizia. Ma, come ha fatto notare Keimer (1929) in uno studio approfondito sulle differenze stilistiche delle due ninfee, gli antichi artisti egiziani non distinguevano o forse non interessava loro distinguere i due tipi di foglie, non rappresentandone nell’arte le differenze morfologiche, salvo in alcuni rari casi (ad esempio quello studiato da Keimer, 1928). A riprova di ciò, Keimer riporta casi dove le foglie delle due ninfee sono dipinte scambiate. Il fiore, invece, è maggiormente raffigurato seguendo le differenze morfologiche, ed è su questa parte della pianta che va focalizzata l’attenzione nel tentativo di distinguere le due specie di ninfea nell’arte egizia.

Secondo Keimer (1929, p. 242), i frutti delle ninfee sarebbero raramente rappresentati sui monumenti egiziani, ma anche questa affermazione potrebbe non essere così veritiera. In diversi casi in cui si è voluto vedere la capsula del papavero accanto alla ninfea, si tratta in realtà di raffigurazioni del frutto della ninfea (si veda L’oppio fra gli antichi Egizi).

Disegni dei frutti di alcune ninfee: a sinistra N. odorata Aiton; al centro N. tuberosa Paine; a destra N. alba L. (sx e centro da Swindells, 1983, pp. 30 e 33; dx da Negri, 1979, tav. XXVII)

Disegni dei frutti di alcune ninfee: a sinistra N. odorata Aiton; al centro N. tuberosa Paine; a destra N. alba L. (sx e centro da Swindells, 1983, pp. 30 e 33; dx da Negri, 1979, tav. XXVII)

Fotografie delle foglie di (sinistra) ninfea azzurra e (destra) ninfea bianca (da Keimer, 1929, figg. 32, 33, p. 233)

Fotografie delle foglie di (sinistra) ninfea azzurra e (destra) ninfea bianca (da Keimer, 1929, figg. 32, 33, p. 233)

Nell’iconografia egiziana, la ninfea azzurra appare già nell’arte plastica della I Dinastia (si veda oltre), che ebbe inizio attorno al 2920 a.C., e nel corso della XVIII Dinastia (1580-1315 a.C. ca.) appare intimamente associata con la mandragora.

Interessanti sono le scene di raccolta delle ninfee, con uomini su barche che percorrono il fiume e che raccolgono fiori, boccioli, frutti e germogli di ninfea e li dispongono ordinatamente in differenti ceste all’interno della barca. In alcune scene i raccoglitori sono ornati di fiori di ninfee che tengono sulle teste e attorno al collo. In una di queste scene, presente nella tomba della regina Meresankh III (IV Dinastia), dove una barca è riempita di fiori di ninfea e uno dei barcaioli tiene un fiore davanti al naso, è presente la seguente iscrizione: “Il suo [di Meresankh] uomo delle paludi fuoriuscente dalle paludi con ninfee (bianche) portandole ogni buona cosa che viene generalmente portata a una nobile donna dai lavori nei campi”. Da ciò si evincerebbe un’associazione della ninfea con la nobiltà, con l’élite faraonica, come hanno fatto notare Pommerening et al. (2010, p. 28), ma a mio avviso si evince anche un’associazione della ninfea con il mondo femminile.

Scene di raccolta delle ninfee: (sopra) Mastaba di Akhethetep (da Pommerening et al., 2010, fig. 23, p. 409); (sotto) da una pittura della tomba di Zau della VI Dinastia a Deir-el-Gebrawi (da Wilkinson, 1998, p. 21)

Scene di raccolta delle ninfee: (sopra) Mastaba di Akhethetep (da Pommerening et al., 2010, fig. 23, p. 409); (sotto) da una pittura della tomba di Zau della VI Dinastia a Deir-el-Gebrawi (da Wilkinson, 1998, p. 21)

Le scene di raccolta delle ninfee potrebbero stare a indicare anche il loro impiego come fonte di cibo, un dato attestato sia a livello archeologico che etnografico. In Egitto vi sarebbe evidenza di uso dei rizomi come cibo a partire dai periodi olocenici (sito di Nabta Playa, cfr. Hather, 2002).

Grandi quantità di fiori di ninfea venivano offerti alle divinità; Manniche (1989, p. 127) afferma che in un caso di elencazione di offerte è riportato il numero di 3410 mazzi di fiori di ninfea offerti da Ramesse III al tempio di Amon. Che cosa ne facesse il prelato del tempio di questa quantità “industriale” di fonte vegetale psicoattiva non ci è dato sapere; resta tuttavia difficile pensare al mero ottenimento di profumi in forma di unguenti e liquidi più o meno viscosi, soprattutto se si considerano le proprietà psicoattive di questo vegetale. Sappiamo che gli Egiziani pressavano i fiori di ninfea in maniera simile alla pressatura dell’uva, come sarebbe a testimoniare un frammento di rilievo in pietra della Tomba di Pa-Ir-Kap, della XIII Dinastia, ritrovato a Heliopolis e conservato al Louvre (Harer, 1985, p. 54).

Nelle scene religiose e rituali la ninfea appare in differenti e precisi contesti. Nelle scene funebri, il defunto può tenere in mano un fiore di ninfea, o essere ritratto nell’atto di riceverlo da qualcuno, o anche nell’atto di annusare il fiore. Pieke (2006) ha proposto una classificazione stilistico-cronologica di questo tipo di scene. I documenti più antichi risalgono alla V o forse alla IV Dinastia. La tipologia del defunto che annusa il fiore – il tipo 3 nella classificazione di Pieke – sarebbe originata verso la fine della V Dinastia. Ma l’atto di annusare il fiore di ninfea non è pertinente unicamente ai defunti, bensì lo praticano i personaggi intesi vivi, faraoni, regine, partecipanti ai banchetti, ecc

Personaggi nell'atto di annusare un fiore di ninfea azzurra: (sx) Tomba di Nakht; (dx) Tomba di Sennefer. Entrambi della XVIII Dinastia (da Bongioanni, 2005, pp. 254 e 280)

Personaggi nell’atto di annusare un fiore di ninfea azzurra: (sx) Tomba di Nakht; (dx) Tomba di Sennefer. Entrambi della XVIII Dinastia (da Bongioanni, 2005, pp. 254 e 280)

Il fiore di ninfea azzurra rientra come motivo decorativo nei festoni che arricchiscono le pitture tombali tebane. Un tipico tema è la ripetuta intercalazione di fiori di ninfea e grappoli d’uva (Mackay, 1921).

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Decorazioni con fiori di ninfea e grappoli d’uva in alcune tombe tebane. 1400-1300 a.C. circa (da Mackay, 1921, figg. 12, 13)

La ninfea è associata mitologicamente e iconograficamente ai Quattro Figli di Horus, divinità che assistono il defunto faraone ad ascendere al cielo, e che sono protettrici e guardiane delle quattro tipologie di organi interni (fegato, milza, polmoni e “il resto”) che venivano estratti dal corpo del defunto faraone nel corso della sua imbalsamazione; questi organi venivano collocati nei quattro vasi canopi disposti accanto al sarcofago. Nel mito di Osiride sono i quattro Figli di Horus che vanno alla ricerca degli “umori” del dio gettati in acqua nel corso del suo smembramento da parte di suo fratello Seth. E sono questi medesimi “umori” che danno origine alla feconda piena annuale del Nilo. Sono sempre alcuni dei Figli di Horus che, nel racconto mitologico della lotta fra Horus e Seth, recuperano le mani di Horus sporche dello sperma di Seth che Iside aveva tagliate e gettate in acqua. E’ pur vero che secondo alcune fonti mitologiche i quattro Figli di Horus sarebbero sorti dall’unione di Horus con Iside, ma Servajean (2001, p. 274) ha sviluppato un’interessante considerazione basata su una deduzione per analogia, proponendo una differente versione: come nel mito hermopolitano in cui la ninfea primordiale viene fecondata dallo sperma ricevuto da quattro divinità maschili dando nascita al bambino solare (si veda La ninfea azzurra degli antichi Egizi), così lo sperma di Seth presente nelle mani di Horus gettate nell’acqua avrebbero fecondato la ninfea dando nascita ai quattro Figli di Horus.

Per quanto riguarda l’iconografia, i quattro Figli di Horus sono solitamente raffigurati come figure divine in miniatura che sorgono da un fiore aperto di ninfea azzurra. Lo stelo della ninfea nasce da una predella su cui è disegnata l’immagine di Osiride seduto nel suo trono; in alcuni casi, al posto della predella v’è una vasca d’acqua da cui sorge lo stelo della ninfea. In diverse scene è disegnata anche la radice della ninfea, che viene fatta originare dal tallone o dalla parte superiore dei piedi di Osiride. Questo motivo apparve nella seconda metà della XVIII Dinastia e perdurò sino al periodo romano.

Dipinti dei quattro figli di Horus che stanno su un fiore di ninfea azzurra: (sinistra) dal Libro dei Morti di Hunefer, XIX Dinastia (Wilkinson, 2003, p. 85); (centro) dalla tomba tebana di Kenro (Robins, 2000, fig. 215, p. 182); (destra) da un Libro dei Morti di epoca tolemaica (Scandone Matthiae, 2006, p. 101)

Dipinti dei quattro figli di Horus che stanno su un fiore di ninfea azzurra: (sinistra) dal Libro dei Morti di Hunefer, XIX Dinastia (Wilkinson, 2003, p. 85); (centro) dalla tomba tebana di Kenro (Robins, 2000, fig. 215, p. 182); (destra) da un Libro dei Morti di epoca tolemaica (Scandone Matthiae, 2006, p. 101)

Un’ulteriore associazione iconografica intercorre fra la ninfea azzurra e il cosiddetto “cono d’unguento” o “cono di toilette”, quell’appariscente protuberanza che negli affreschi, in particolare in quelli delle tombe private, diverse donne e defunti portano sul capo. L’interpretazione più comune fra gli egittologi li vede come coni di grasso impregnati di aromi. Sciogliendosi, il grasso colava sui capelli e li proteggeva e profumava. Nei dipinti sono disegnati sul cono gli effluvi di grasso che sciogliendosi colano verso il basso. In diversi casi nel cono sono raffigurati due o tre punti scuri, che sono stati interpretati come semi odoriferi. E’ stato ipotizzato che questa operazione di cosmesi provenisse dalle regioni a sud dell’Egitto, dove simili pratiche sono state attestate etnograficamente in Nubia e in Eritrea. Ma questa interpretazione “realista” non regge di fronte alle critiche di diversi autori. Cherpion (1994) ha evidenziato come l’interpretazione di questi coni come prodotti di cosmesi per capelli non riesca a spiegare i diversi casi dove sono collocati sulla testa di persone calve, o sulla testa di defunti, mummie e persino sulla testa di Osiri mummificato. Anche il fatto che non è stato individuato un termine geroglifico o ieratico specifico per questi coni, così come che non sono mai stati rinvenuti reperti archeologici associabili ai coni e ai loro ipotizzati sistemi di fissaggio sulla testa, avvalorerebbero l’ipotesi di una raffigurazione di un oggetto non reale bensì simbolico. E’ quindi più probabile che questo oggetto stesse a indicare una nozione astratta, quale l’unzione o l’unzione profumata, o un simbolo di rinascita. Kroeter (2009, p. 54) li vede come rappresentazioni metaforiche della presenza di profumo. Più recentemente, Padgham (2012, p. 103) vede il cono “come un simbolo del ba sulla terra e che riceve offerte divine”.

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img Donna che porta sul capo il cosiddetto “cono d’unguento”, insieme a un fiore di ninfea azzurra e una ghirlanda di petali della medesima ninfea. Dalla necropoli tebana, XVIII Dinastia

Oggetto reale o meramente simbolico che sia, ciò che qui interessa è l’associazione del cono con il fiore della ninfea. Il cono d’unguento appare nell’arte egizia a partire dal Nuovo Regno e ha subito diverse evoluzioni stilistiche, al punto che può essere usato come un marker per l’identificazione del periodo a cui appartiene il reperto archeologico (Maraite, 1992). A partire da una fase precoce della presenza del cono d’unguento, cioè dai tempi di Amenhotep III della XVIII Dinastia, il cono è regolarmente decorato con una ghirlanda di fiori di ninfea e di frequente un fiore di ninfea è tenuto sulla fronte come un diadema. In fasi più tarde, il cono è attraversato da un bocciolo di fiore di ninfea con il suo stelo.

Cherpion (1994) riporta che durante il periodo ramesside il cono fu a volte sostituito da un grande fiore di ninfea, offrendo come esempio un frammento di una placca di faience rinvenuta a Qantir. Ma in questo reperto il fiore di ninfea non è raffigurato direttamente sulla testa femminile, bensì è intenzionalmente evidenziato il fatto che il fiore non tocca la testa; un dettaglio stilistico che porterebbe a interpretare la scena come una donna che è sotto l’effetto (mentale) della ninfea (si veda La ninfea e la mandragora nell’erotismo egiziano antico).

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Fiore di ninfea sopra a una testa femminile. Frammento di una placca di faience da Qantir. Periodo ramesside. Museo del Cairo (da James, 2002, p. 168)

Per quanto riguarda l’arte plastica, vanno innanzitutto citati i vasetti e i calici modellati in forma di ninfea che appaiono in due distinti periodi dei tempi faraonici: piccoli contenitori in pietra o in faience durante i primi periodi dinastici, e calici di eccezionale fattezza, di un bel colore blu cobalto, i cui primi reperti appartengono alla XVIII Dinastia. Ciò che accomuna questi due tipi di oggetti, prodotti a più di 1500 anni di distanza fra di loro, non è unicamente la forma di fiore di ninfea, bensì il fatto che non erano oggetti per l’uso umano, bensì ricoprivano un ruolo simbolico, votivo o funebre. Gli archeologi sono soliti denominare questi calici come “lotiformi”, ma verranno qui ridenominati calici “ninfeiformi”, seguendo la convenzione terminologica adottata nel presente lavoro

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Vasetto che faceva parte del corredo funebre del dignitario Hemaka, vissuto durante i regno di Den, I Dinastia, 2920-2770 a.C. Saqqara (da Amenta, 2005, p. 27)

Vasetti scolpiti in pietra o di faience in forma di fiore di ninfea fanno la loro apparizione durante la I Dinastia, ai tempi del re Den (2920-2770 a.C.), e rappresentano quindi la primissima testimonianza iconorafica di un rapporto causale – simbolico e/o utilitaristico – di questi vegetali con gli antichi Egizi. Questi piccoli vasetti in buona parte dei casi raffigurano la ninfea azzurra. I vasi ninfeiformi in faience provengono da Abydos e Hierakonpolis e sono databili all’interno del periodo Dinastico Antico o gli inizi del’Antico Regno. I vasi ninfeiformi in pietra provengono per lo più da tombe e sono datati fra la I e la II Dinastia. I campioni in faience possono essere considerati imitazioni dei manufatti in pietra. Alcuni vasetti (se ne conoscono quattro reperti) sono di materiale composito, con i sepali costruiti in argilla-grovacca e i petali in alabastro, rappresentante approssimativamente i colori della ninfea bianca. Nel resto dei casi, sui sepali appaiono dipinte delle macchie scure, corrispondenti in maniera un poco grossolana alle maculazioni dei sepali di ninfea azzurra. Entrambi i tipi sarebbero oggetti votivi e non avevano una funzione come contenitore di sostanze. Nella parte superiore di tutti questi vasetti emerge un anello che circonda la cavità centrale, che poteva avere o scopi funzionali-pratici – non chiari, dato che sono considerati oggetti votivi privi di funzioni pratiche -, oppure rappresentare una stilizzazione del circolo di stami e stigmi del fiore della ninfea (Pommerening et al., 2010).

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Vasetti di pietra raffiguranti fiori di ninfea. Primi periodi dinastici. Quello di sinistra proveniente da Abydos, quello al centro da Hierakonpolis e quello di destra dalla tomba 429 di Qaw (da Pommerening et al., 2010, figg. 6,7,9, p. 37)

Il secondo gruppo di manufatti egizi che riproducono il fiore della ninfea è costituito dai “calici ninfeiformi”, Si tratta di calici con decorazione a rilievo fabbricati in faience, alabastro, oro o argento, oggetti certamente considerati preziosi dagli Egiziani. Non sono mai stati ritrovati in un contesto di scavo archeologico controllato, e ciascuno di essi ha una variegata storia di passaggi di mano e di intrecci nel mondo per lo più ottocentesco dei collezionisti e dei musei. Per questo motivo si tratta di oggetti di difficile datazione. Si distinguono due generali tipologie di calici: quelli dove è scolpito esplicitamente il fiore della ninfea, e quelli in cui, pur riprendendo il tema floreale, vi sono scolpite in registri multipli scene complesse con animali e antropomorfi. Quelli che qui ci interessano sono i calici del primo gruppo, probabilmente i più antichi e che sono stati datati alla XVIII Dinastia, mentre quelli del secondo gruppo sarebbero presenti solo a partire dalla XXII Dinastia (Tait, 1963).1

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Calice ninfeiforme in faience azzurra. La bocca del calice è di forma quadrata. XIX-XX Dinastia. Altezza 14 cm. Museo Egizio di Firenze (da Ziegler, 2002, p. 283)

Come ha osservato Tait (1963) nel suo studio su questi calici, la ninfea raffigurata è quasi sempre la ninfea azzurra, e v’è una significativa differenza d’impiego fra i calici con la ninfea azzurra e quelli con la ninfea bianca; questi ultimi, molto meno numerosi, costruiti in alabastro, erano calici realmente usati per bere liquidi, come si può osservare da alcune scene in cui il faraone è raffigurato mentre beve da questo tipo di coppe. I calici con ninfea azzurra raffigurano il suo fiore in maniera alquanto realista, semi-aperto, come quando si sta per aprire sull’acqua. Questo calice è raffigurato in diverse pitture e bassorilievi – ad esempio fra i doni ricevuti dal faraone – e non sembra venisse impiegato per bere, bensì si trattasse probabilmente di un oggetto di culto usato per scopi rituali. Negli affreschi questi calici non sono mai nelle mani di qualche uomo, nemmeno del faraone, bensì sono dipinti fra gli altri oggetti sui tavoli delle offerte. Nelle scene funebri sono presenti come recipienti di culto. Questo tipo di calice sembra essersi affermato durante il regno di Tuthmosis III e appare con una certa frequenza nelle scene delle tombe tebane del regno di Amenophis II (entrambi faraoni della XVIII Dinastia). Wilkinson (1998, p. 126) ha suggerito l’interessante ipotesi che servissero al defunto per bere nell’aldilà. Viene da domandarsi per bere quale bevanda, ed è lecito ipotizzare che si trattasse di una bevanda alcolica in cui rientrava come ingrediente il petalo psicoattivo della ninfea azzurra.

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Calice di tipo ninfeiforme maggiormente elaborato e di epoca più tarda rispetto ai calici dalla pura forma ninfeiforme. Metropolitan Museum, New York (da Tait, 1963, tav. XIVa)

Nei calici ninfeiformi dei periodi successivi – quelli che si presentano a partire dalla XXII Dinastia – l’elemento vegetale del fiore di ninfea è ancora visibile nella parte inferiore del calice, dove sono evidenziati i quattro sepali con le vene incise e i petali, nella forma che porta a identificare il fiore con la ninfea azzurra. La rappresentazione botanica in questi calici non è sempre precisa, potendosi presentare nei manufatti sei o anche sette sepali (le ninfee ne hanno quattro). Nelle parti superiori del calice trovano posto in uno o più registri scene animali, umane e divine di diversa natura, da naturalistiche a mitologiche, in ambienti scenici frequentemente acquatici. In un caso, un calice pervenutoci frammentato, è riprodotto il tema del dio solare infante che nasce da un fiore di ninfea. La forma ninfeiforme e la colorazione blu turchese non fa sorgere dubbi sul fatto che questi calici siano gli immediati successori, da un punto di vista dell’evoluzione stilistica, dei calici ninfeiformi della XVIII Dinastia che riportavano la sola e pura forma del fiore di ninfea.

Continuando a osservare l’arte plastica, Pommerening et al. (2010) hanno posto in evidenza un gruppo di sonagli di terracotta appartenenti ai primi periodi dinastici, in cui è stata riconosciuta la forma di boccioli di ninfea azzurra. Vi sono evidenziati i quattro sepali punteggiati e in alcuni di loro v’è raffigurata una doppia linea meridiana che indicherebbe la superficie dell’acqua. Questi oggetti avrebbero avuto una funzione votiva, essendo stati ritrovati per lo più in depositi di oggetti votivi, e porrebbero in una qualche associazione la ninfea con la musica.

Sonagli di terracotta ritrovati in un deposito di offerte votive a Tell el-Farkha (Ghazala, nel delta del Nilo), raffiguranti boccioli di ninfea azzurra. Primo Periodo Dinastico (foto di K. Ciałowicz, da Pommerening et al., 2010, fig. 22, p. 40)

Sonagli di terracotta ritrovati in un deposito di offerte votive a Tell el-Farkha (Ghazala, nel delta del Nilo), raffiguranti boccioli di ninfea azzurra. Primo Periodo Dinastico (foto di K. Ciałowicz, da Pommerening et al., 2010, fig. 22, p. 40)

Diversi oggetti possono avere connotazioni vegetali associabili alle ninfee; ad esempio, gli specchi erano di frequente lavorati in forma di foglia di ninfea (Germer, 1985, p. 40). Le due ninfee decorano spesso anche delle piccole statuine di ippopotamo, costruite in pietra, faience, terracotta o in legno; oggetti che venivano deposti nelle tombe, presenti sin dagli albori dell’arte egiziana e che sono state attentamente studiate da Keimer (1929). La loro funzione non è chiara. Si è pensato ad oggetti in relazione alla caccia reale all’ippopotamo. Durante questa caccia, il faraone uccideva un ippopotamo come simbolo della vittoria di Horus su Seth (Capart, 1939). Tuttavia, Bothmer (1951) ha fatto notare che non è nota la caccia all’ippopotamo durante il Medio Regno, cioè durante le Dinastie XI e XII, che è il periodo di produzione degli ippopotami in faience, e per questo tali statuette potrebbero raffigurare un idolo. Durante il Medio Regno, queste statuine appaiono in grande quantità ed erano originalmente colorate di blu, che con l’ossidazione dovuta al tempo è diventato verde o verde-blu. La superficie del corpo di queste statuine di ippopotami – ritratti dritti sulle quattro zampe o nell’atto di camminare e con la bocca chiusa, o seduti sulle due zampe posteriori e con la bocca aperta – è cosparsa di raffigurazioni di piante e uccelli e altri animali acquatici. Fra le piante, quelle maggiormente rappresentate sono le due ninfee, bianca e azzurra, e la loro costante presenza sul corpo di questi ippopotami parrebbe essere indicativo di un’associazione simbolica molto stretta, quasi identitaria, con questo quadrupede.

Statuetta di un ippopotamo in faience, con raffigurazioni di foglie, fiori e boccioli di ninfea azzurra. Kunsthisgtorisches Museum, Vienna

Statuetta di un ippopotamo in faience, con raffigurazioni di foglie, fiori e boccioli di ninfea azzurra, e di un uccello. Medio Regno, ca. 2000 a.C. Lunghezza 20,5 cm. Kunsthistorisches Museum, Vienna

Altri manufatti in cui è raffigurato il fiore della ninfea insieme al frutto della mandragora sono dei grandi cucchiai che fanno la loro apparizione durante la XVIII Dinastia, considerati per lo più come “unguentari”, ma la cui più probabile funzione sembra sinora essere sfuggita. Per Wilkinson (1998, p. 126) servivano per contenere l’incenso prima che venisse bruciato nelle cerimonie templari, ma diversi studiosi ritengono che i “cucchiai d’offerta”, o “cucchiai da trucco” o, forse meglio, “cucchiai decorati”, come vengono chiamati questi oggetti dagli archeologi, non espletassero finalità utilitarie, tantomeno come strumenti di toilette, in quanto non sono mai state rinvenute tracce di alcun prodotto cosmetico. Per Delange (1993, pp. 6-8) si tratterrebbe di oggetti di offerta o di lusso utilizzati come doni porta fortuna che si sarebbero scambiati i membri della classe elitaria in determinate occasioni.2

Fra i diversi tipi di cucchiai decorati ve ne sono alcuni alquanto enigmatici, come quelli a forma di mano destra nella cui parte concava è riprodotto il motivo di una figura femminile nuda in associazione con un pesce e con fiori di ninfea. La ninfea è raffigurata con lunghi steli e in alcuni casi lo stelo fuoriesce dalla bocca del pesce. La testa della donna veniva collocata a incastro e in numerosi reperti non c’è più. Sempre internamente al cucchiaio, dalla parte della testa della figura femminile è presente una specie di coppella o di piccola tazza raffigurante un fiore aperto di ninfea. Questo tipo di cucchiai, generalmente in avorio, fanno la loro apparizione durante il Terzo Periodo Intermedio. La figura femminile riproduce un tema iconografico già noto in altri tipi di cucchiai d’offerta, quello della cosiddetta “nuotatrice”. Sono noti cucchiai con il manico plasmati nella forma della “nuotatrice” che tiene fra le braccia il contenitore del cucchiaio (Bulté, 2008). In certi casi il cucchiaio in forma di “nuotatrice” riporta raffigurazioni di ninfea (come nel reperto P35 riportato da Wallert, 1965, tav. 11).

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Cucchiai in forma di mano in avorio del Terzo Periodo Intermedio. (sx) Museo Pouchkine, Mosca; (dx) Museo del Louvre, Parigi. La mano è raffigurata nella parte inferiore dell’oggetto (da Bulté, 2008, fig. 1, p. 3 e tav. Ib)

Il fiore della ninfea appare nell’arte di diverse popolazioni pre-romane mediterranee, ma si tratta per lo più di influenze egizie. E’ il caso di una stele ritrovata nel tofet fenicio di Mozia e datata fra il VI e il V secoli a.C., in cui è inciso in bassorilievo il motivo del fiore di ninfea che sostiene una divinità o un simbolo divino. Tale motivo è presente anche nell’oreficeria e nei bronzi punici, e in alcune stele puniche dei III-II secoli a.C. il fiore della ninfea sostiene il simbolo di Tanit (Uberti, 1974).

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Stele puniche, quella di sinistra proveniente da Sousse, quella di destra da Cartagine, con raffigurazione di fiore di ninfea che sostiene il simbolo di Tanit. III-II secoli a.C. (da Uberti, 1974, fig. 1, p. 188)

Un altro esempio è osservabile in un paio di sigilli siriani datati fra il 1700 e il 1350 a.C. Delle figure probabilmente divine, con connotati stilistici nettamente egizianizzanti, tengono in mano a mo’ di scettro un lungo bastone, in cima al quale v’è un grande fiore di ninfea; un oggetto non noto nell’arte egizia e che parrebbe essere frutto di elaborazioni simboliche e rituali specifiche di quell’antica cultura siriana (Meek, 1943).

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Sigilli siriani del 1700-1350 a.C. con forti influenze egizie. Si noti il lungo scettro divino con in cima il fiore della ninfea. Museum of Fine Arts di Montreal, Canada (da Meek, 1943, figg. 2,3 p. 25)

 

Note

1 – Si conosce un solo oggetto di questo tipo datato al Vecchio Regno e ritrovato nella mastaba di Niuty a Gîza (cfr. Tait, 1963, p. 96, n. 6).

2 -Uno studio approfondito di questi cucchiai è stato svolto da Wallert, 1967.

 

Si vedano anche:

La ninfea azzurra degli antichi Egizi

La ninfea e la mandragora nell’erotismo egiziano antico

Etnobotanica delle ninfee psicoattive

Le droghe degli antichi Egiziani

 

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