Le “mummie drogate” della Balabanova. Una revisione critica

The Balabanova’s “drugged mummies”. A critical review

 

Durante gli anni ’90 del secolo scorso, fecero scalpore gli studi dell’équipe tedesca guidata da Svetlana Balabanova – una chimica forense specializzata nella determinazione delle droghe nel corpo umano – che si cimentò in una serie di analisi sulle antiche mummie egiziane, europee, asiatiche e peruviane, alla ricerca di droghe psicoattive, con ritrovamenti eclatanti quali la presenza di cocaina nelle mummie egiziane e di THC – il principale principio attivo della Cannabis – in quelle peruviane. Queste mummie sono datate a molto tempo prima della data della “scoperta” dell’America da parte di Cristoforo Colombo, la quale è generalmente fissata come termine post quem per la presenza del genere Cannabis nelle Americhe e per la conoscenza extra-americana della pianta della coca.

Ciò che fece ancor più scalpore furono le ipotesi avanzate dall’équipe della Balabanova per cercare di spiegare questi risultati, coinvolgenti viaggi transatlantici da parte degli antichi Egizi che avrebbero raggiunto l’America del Sud e avrebbero riportato con se la pianta della coca, e la presenza e conoscenza di specie di Nicotiana nel Vecchio Continente in periodi di molto precedenti all’avventura dell’ammiraglio genovese, e che avrebbero in seguito subito una totale estinzione.

L’ipotesi di avventure transoceaniche degli antichi Egizi fu portata alla ribalta dai mezzi di comunicazione di massa, specialmente in seguito a un programma televisivo della serie Discovery, andato in onda nella US national TV nel gennaio del 1997, e nuovamente nel luglio del 1999, dedicato su questo argomento. Quest’ipotesi è stata successivamente utilizzata, e continua tuttora ad esserlo, come dato acquisito da una certa letteratura “fanta-pseudo-complotto-scientifica”, e anche da una certa letteratura scientifica acritica e marginale.
Ciò che sorprende, agli occhi di un etnobotanico, è il grado di certezza con il quale la Balabanova ha esposto le sue teorie, parallelamente al grado di incompetenza in materia di etnobotanica che trapela dai suoi scritti, fin tanto che meraviglia come i suoi articoli abbiano potuto passare il giudizio critico dei comitati scientifici editoriali delle riviste accademiche che ne ospitarono la pubblicazione.

Di seguito espongo il lavoro dell’équipe della Balabanova, seguendo perlopiù un ordine cronologico, accompagnandolo da una mia analisi critica con un taglio essenzialmente etnobotanico, che è l’argomento di mia maggiore competenza, in aggiunta alle critiche rivolte da altri studiosi, anche queste ultime sottoposte a mia attenta revisione e critica laddove si rendesse necessario.

Nel 1992, l’équipe di Svetlana Balabanova diede comunicazione dei risultati di un’indagine svolta su nove mummie egiziane mediante test radioimmunologico e cromatografia/spettrometria di massa (GC/MS), con ritrovamento di tre droghe psicoattive: cocaina, THC e nicotina. Le mummie datavano dal 1070 a.C. al 395 d.C. Le analisi furono eseguite sui capelli, sulla pelle facciale, sui muscoli della testa e dell’addome, e sull’osso della testa. Le mummie appartenevano a persone adulte, tre donne e sei maschi. A parte l’assenza della nicotina in una delle nove mummie, le tre droghe furono trovate in tutti i campioni prelevati, in concentrazioni medio-basse, per lo meno in rapporto alle concentrazioni che si trovano solitamente nei capelli dei moderni assuntori di queste droghe.
Nell’articolo non è stata riportata alcuna informazione sulla provenienza delle mummie analizzate, di cui sette erano costituite dalla sola testa, un’altra era incompleta nel corpo e solo una risultava completa. Questa mancanza totale di informazioni sulla storia biografica delle mummie analizzate sarà una caratteristica di quasi tutto l’operato dell’équipe della Balabanova. Inoltre, gli autori dello studio non hanno adottato la metodologia di accompagnare l’analisi dei campioni testati con quella di campioni di controllo, cioè con tessuti organici di cui si abbia la certezza della totale assenza degli alcaloidi che si stanno cercando; una tecnica importante per la validazione dei risultati, specie nei casi, come questo, di ottenimento di risultati positivi in tutti i campioni analizzati.
Stranamente, gli autori di questa ricerca riportano come “prova eccellente” (“in excellent agreement”) dell’impiego di queste droghe fra gli antichi Egizi un passo del Papiro di Ebers (782/93, 3-5) – uno scritto ieratico del periodo della XVIII Dinastia faraonica che tratta di materia medica – che farebbe riferimento all’impiego di semi di papavero per calmare il pianto dei bambini; un dato inconsistente, in quanto le droghe ritrovate nelle mummie non hanno nulla a che fare con quelle presenti nel genere Papaver. Inoltre, l’identificazione come papavero del termine špn presente in quel passo del Papiro di Ebers è alquanto dubbia (si veda L’oppio fra gli antichi Egizi).
Per quanto riguarda la presenza di THC, impropriamente identificato con “hashish” nell’articolo, polline di questa pianta era già stato individuato all’interno della mummia di Ramesse II, faraone che morì agli inizi del 1200 a.C. (Leroi-Gourhan, 1985), e sebbene la relazione degli Egizi dei tempi dinastici con questa pianta sia ancora poco chiara (si veda La canapa nell’antico Egitto), il ritrovamento dell’équipe della Balabanova può non sorprendere più di tanto. Semmai, sorprende il fatto che il THC sia stato ritrovato in tutte le mummie analizzate, che ricoprono un arco di tempo di ben 1400 anni, dal Terzo Periodo Intermedio sino a quello Romano tardo.
Può sorprendere maggiormente la presenza di nicotina, un alcaloide classicamente presente nelle specie di tabacco (Nicotiana) e di cui sappiamo che le specie americane si diffusero negli altri continenti dopo le avventure transoceaniche di Cristoforo Colombo; tuttavia, la nicotina è presente anche in altre piante d’origine eurasiatica, di cui alcune alimentari e altre medicinali.
Il dato più sorprendente ed enigmatico risulta la presenza della cocaina nelle mummie egizie, dato che questo alcaloide è stato finora ritrovato solamente nelle specie americane del genere Erythroxylum, di cui le piante a maggior concentrazione sono le due specie di piante di coca con le loro due varietà ciascuno, diffuse unicamente in Sud America (si veda Archeologia della coca).

La pubblicazione dell’équipe della Balabanova fu subito seguita da una serie di critiche, alcune insussistenti, altre più plausibili (Hertting et al., 1993). Fra quelle più improbabili, Th. Schäfer, che definì come “grotteschi” i risultati della Balabanova, suggerì la possibilità di un errore di scambio con materiale mummificato proveniente da tossicodipendenti moderni, mentre, come ipotesi più plausibili, fece notare come nel passato prodotti a base di nicotina venissero applicati alle mummie per la loro conservazione come potenti insetticidi, e per dimostrare la reale assunzione delle droghe intravitam individuate nelle mummie, si dovrebbero ricercare differenze nelle loro concentrazioni in differenti parti del capello, a varie distanze dallo scalpo, mentre le analisi dell’équipe della Balabanova non hanno incluso studi segmentali dei capelli, nemmeno negli studi successivi. La possibilità che le mummie fossero state trattate con prodotti conservanti a base di tabacco è una delle spiegazioni più plausibili, come si vedrà in seguito. Inoltre, sempre Schäfer ha posto l’appunto sulla possibilità di reazioni necrobiochimiche a noi ancora ignote, che potrebbero dare luogo ad almeno alcuni degli alcaloidi ritrovati dall’équipe tedesca, e questa è un’interessante possibilità avanzata da diversi studiosi nel corso del tempo. Un’altra possibilità riguarderebbe l’impiego da parte dei preti egizi che procedevano alle mummificazioni di ingredienti a base di solanacee tropaniche (pur citando erroneamente come esempio la belladonna, Atropa belladonna L., che non cresce nel territorio egizio), e che darebbero reazioni falso-positive per la cocaina, avendo anche questo alcaloide una struttura tropanica.
L.O. Björn si meravigliò del fatto che l’équipe della Balabanova, nel presentare i risultati, non abbia mostrato la benché minima sorpresa e non abbia minimamente cercato di discutere le motivazioni di ritrovamento di droghe classicamente americane nelle mummie egizie, e suggerì la possibilità di contaminazioni esterne moderne, in particolare il fumo di tabacco. N.G. Bisset e M.H. Zenk evidenziarono come, pur essendo il genere Erythroxylum presente anche in Africa e nell’Australasia, la cocaina è nota essere presente unicamente in specie americane, e aggiunse la critica metodologica che ho già suggerito del non aver impiegato alcun tipo di campione di controllo. Franz Parsche – un membro dell’équipe della Balabanova – rispose a queste critiche in maniera insufficiente, riproponendo l’impropria identificazione del THC con l’hashish (“the detection of cocaine, hashish, and nicotine”) ed escludendo la possibilità di contaminazioni o di modifiche necrochimiche, poiché le loro metodologie analitiche le escludono, senza tuttavia specificare in quale modo avverrebbe questa esclusione (Hertting et al., 1993). In un’ottica etnobotanica, l’assidua sostituzione-identificazione del THC con l’hashish in questo e nei futuri scritti dell’équipe della Balabanova non è cosa da poco, in quanto denota un pressapochismo tipico di chi sta trattando ingenuamente questa disciplina.

Nel 1993, la medesima équipe analizzò con le medesime tecniche capelli, pelle, muscolo, cervello, denti e ossa di 72 mummie peruviane datate dal 200 al 1500 a.C., 11 mummie egizie datate dal 1070 a.C. al 395 d.C., e il tessuto scheletrico di due inumazioni provenienti dal Sudan e con datazioni, l’una del 5000-4000 a.C. e l’altra del 400-1400 d.C., e, infine, i tessuti ossei di 10 individui appartenenti alla “cultura Bell” della Germania, con datazione attorno al 2500 a.C. (in realtà si tratta della “Bell-Beaker Culture”, cioè “Cultura del Vaso Campaniforme”, impropriamente chiamata “Bell culture” da questi chimici). La nicotina fu trovata in quasi tutti i reperti analizzati, mentre cocaina e “hashish” furono individuati nella maggior parte dei campioni egiziani e peruviani, ma non in quelli tedeschi e sudanesi (Parsche et al., 1993).
Il ritrovamento di “hashish” (THC), nelle mummie peruviane è nuovamente uno dei ritrovamenti “impossibili” di cui l’équipe della Balabanova sembra essersi specializzata. Come nello studio precedente, e in quelli successivi eseguiti da questa équipe, la metodologia d’indagine è carente dell’impiego di campioni di controllo e di dati più specifici circa l’origine delle mummie e degli scheletri analizzati.

Risultati delle analisi eseguite su un insieme di mummie precolombiane provenienti dal Peru, dall'Egitto, dal Sudan e dalla Germania (da Parsche et al., 1993, p. 503)

Risultati delle analisi eseguite su un insieme di mummie precolombiane provenienti dal Peru, dall’Egitto, dal Sudan e dalla Germania (da Parsche et al., 1993, p. 503)

Nel medesimo anno e sulla medesima rivista The Lancet, N. Moore espose una nota critica allo studio di Parsche et al. (1993), riportando argomentazioni prettamente di natura etnobotanica e anche con un certo sarcasmo (“che siano stati gli Egiziani a introdurre il tabacco nelle Americhe?”) (Moore et al., 1993), e alla quale Parsche rispose con una certa precauzione affermando di non avere spiegazioni per la presenza di THC nelle mummie peruviane e di cocaina in quelle egizie, e che v’era necessità di ulteriori indagini. Come si vedrà, questa precauzione nell’interpretare i loro risultati si trasformerà mano a mano in sempre più ardite certezze.

Sempre nel 1993, l’équipe della Balabanova cercò di dare una spiegazione della presenza di nicotina nelle mummie egiziane, e questa volta senza troppe precauzioni, “dimostrando” la tesi dell’antica presenza di specie americane di tabacco nel Vecchio Continente. Pur osservando dapprima che la nicotina è presente anche in piante non appartenenti al genere Nicotiana, si cimentò di seguito in quella che risulta essere una delle sue più eclatanti “papere” che riportò continuamente nei suoi scritti, esponendo maldestramente argomenti di natura entomologica: portò a dimostrazione della presenza di tabacco nell’antico Egitto il fatto che Alfieri (1931) trovò “coleotteri del tabacco” nella tomba di Tutankhamon, e aggiunse la fantasiosa considerazione che “nei primi giorni dopo la sepoltura l’insetto divorò le foglie di tabacco e poi morì”, a giustificazione dell’assenza di Nicotiana fra le ghirlande di Tutankhamon. Ancora, riportò che “coleotteri del tabacco” (Lasioderma serricorne L., Anobiidae) furono trovati anche nella mummia di Ramesse II, citando il lavoro di Steffan (1985). Ciò di cui è sempre stata ignara la Balabanova, non avendo mai preso la precauzione di consultare un entomologo professionista, è che questo coleottero non è specifico delle piante di Nicotiana, pur avendo come nome popolare tobacco beetle; è presente come fossile nel Mediterraneo, è stato individuato in orizzonti dell’Età del Bronzo nell’isola egea di Santorini, è probabilmente una specie endemica dell’Egitto, e si ritrova con una certa frequenza come infestante nelle collezioni museali (Buckland & Panagiotakopulu, 2001, p. 552). Ancora, la Balabanova riportò il dato di Layer-Lescot (1985) del ritrovamento di frammenti minuti di foglie di Nicotiana sempre nella mummia di Ramesse II e dell’individuazione in questi di nicotina (Paris & Drapier-Laprade, 1985). Fece notare che sia i frammenti di Nicotiana che quelli del narciso ritrovati sulla mummia di Ramesse II erano impregnati di resina, e ciò sarebbe diretta evidenza del fatto che queste due piante erano state collocate sul corpo prima o durante il processo della sua imbalsamazione, e che quindi non potevano essere il risultato di una contaminazione esterna. Da ciò giunse alla conclusione che “è evidente che la pianta del tabacco era nota nell’antico Egitto molto prima del tempo di Colombo” e che “è tempo di alterare la nostra storia culturale” (Balabanova et al., 1993, p. 93). Il fatto che i frammenti di Nicotiana fossero impregnati dell’antica resina con cui venne protetta la mummia del faraone, non esclude la possibilità di una contaminazione moderna, dato che qualunque frammento vegetale che entri in contatto con la superficie della mummia rimarrebbe evidentemente impregnata di quella resina.

Nel 1994, in una comunicazione per la rivista canariense Eres, l’équipe della Balabanova (Parsche et al., 1994) diede comunicazione delle analisi eseguite su ossa, denti e capelli di 62 o 61 (i conti non tornano nella loro esposizione) resti umani mummificati d’origine peruviana, e questa volta si prodigarono nell’esporre la storia “biografica” di questi reperti: furono scoperti nel corso di tre campagne di scavo datate dal 1932 al 1954, e sono attualmente conservati nel Peruvian Mummy Collection di Monaco, in Germania. Non è chiaro se queste mummie corrispondano almeno in parte a quelle studiate in Parsche et al. (1993), e risultarono positive alla cocaina 34 su 61, alla nicotina 39 su 45 e al THC 39 su 60. Sarebbe stato utile poter mettere in correlazione i reperti risultati positivi alle droghe con quelli delle tre differenti campagne di scavo, in modo tale da individuare eventuali differenze di maneggiamento e di conservazione dei reperti scavati, ma a questi studiosi ciò non sembra essere venuto in mente.

Sempre nel 1994, membri dell’équipe della Balabanova diedero una corta comunicazione sulle indagini svolte su 11 mummie egiziane e 55 mummie peruviane, e anche in questo caso senza alcuna indicazione sulla loro provenienza, e nemmeno sulla loro cronologia. Cercarono THC, cocaina, morfina e caffeina, ma non specificarono se e in quali mummie ritrovarono questi alcaloidi, ad eccezione della comunicazione del ritrovamento di THC in mummie peruviane e cocaina in mummie egizie, senza dare più specifiche notizie sul numero di mummie che risultarono positive a queste droghe (Hobmeier & Parsche, 1994).

Ancora nel 1994, Balabanova & Schultz diedero una cortissima comunicazione su ricerche condotte sui resti scheletrici di 30 individui provenienti dal sito di Neval1 Çori, nella Turchia sud-orientale, e di 34 individui provenienti dal sito di Basta, nella Giordania meridionale, entrambi appartenenti all’orizzonte culturale del tardo PPNB (7000-6500 a.C.), e riportarono l’assenza di nicotina e del suo principale metabolita, la cotinina. Quest’ultima si forma in seguito ad assunzione interna di nicotina, e nelle analisi dei reperti biologici, ad esempio sudamericani, si preferisce generalmente cercare e trovare questo metabolita, con lo scopo di escludere la possibilità di contaminazioni esterne di nicotina (si veda Archeologia del tabacco). Ma, come si vedrà oltre, la cotinina potrebbe formarsi anche come prodotto di ossidazione della nicotina, inclusa quindi anche quella dovuta a contaminazione esterna.

La mummia egizia del 950 a.C. analizzata dall'équipe della Balabanova (da Parsche & Nerlich, 1995, fig. 1, pp. 381)

La mummia egizia del 950 a.C. analizzata dall’équipe della Balabanova (da Parsche & Nerlich, 1995, fig. 1, pp. 381)

Nel 1995, membri dell’équipe della Balabanova (Parsche & Nerlich, 1995; Nerlich et al., 1995) presentarono i risultati di un’indagine svolta su un’altra mummia egiziana della XXI Dinastia, datata mediante C14 al 950 a.C., di cui finalmente si conosceva la “biografia” post-scavo, e che fu sbendata in occasione di questi studi, evidenziando una considerevole distruzione della parete anteriore del petto. Furono nuovamente ritrovati THC, nicotina e cocaina, e le concentrazioni maggiori di nicotina e cocaina furono trovate nello stomaco della mummia, mentre quelle maggiori di THC erano localizzate nel tessuto polmonare. Questi dati suggerirebbero un’assunzione di cocaina e nicotina per via orale, e di THC mediante inalazione. Nel cercare di spiegare la presenza di tali alcaloidi in questa mummia, gli autori evidenziarono come la nicotina sia presente non solamente nel genere Nicotiana, bensì in altri vegetali, quali il cavolfiore, la melanzana e i pomodori, citando lo studio di Domino et al. (1993), e facendo notare la presenza di una specie di Nicotiana in Africa, che avrebbe potuto essere disponibile agli antichi Egiziani. In realtà, questa specie (N. africana Merxm.) è stata ritrovata in Namibia, in un luogo alquanto distante dall’Egitto, e non è nota una sua conoscenza e impiego tradizionale (Merxmüller & Buttler, 1975). Per quanto riguarda la presenza di nicotina in altre piante, gli autori citano il pomodoro, una pianta americana notoriamente diffusasi nel resto del mondo in seguito all’avventura di Colombo. I medesimi autori osservarono alcune alterazioni patologiche “che avrebbero ipoteticamente essere state associate all’impiego della droga”, osservando nelle analisi istologiche un sanguinamento intravitam del tessuto polmonare, un dato che ha fatto ipotizzare una parassitosi polmonare. In un’altra comunicazione (Nerlich et al., 1994) gli autori suggerirono che la presenza degli alcaloidi ritrovati avrebbe potuto indicare un loro impiego per motivi terapeutici.

Risultati delle analisi condotte su una mummia egiziana del 950 a.C. (da Nerlich et al., 1995, p. 428)

Risultati delle analisi condotte su una mummia egiziana del 950 a.C. (da Nerlich et al., 1995, p. 428)

Negli anni 1994 e 1995, sempre la Balabanova e la sua équipe presentarono i risultati di un’indagine alla ricerca della nicotina svolta su scheletri che manifestavano deformazioni ossee provenienti da 33 individui del cimitero austriaco di Lenthia/Linz, con datazioni al 300-400 d.C., di 31 individui provenienti dal sito austriaco di Franzhausen dell’Età del Bronzo, e da 97 individui provenienti dal sito austriaco di Gars/Thunau, con datazione all’800-1000 d.C. Il motivo della scelta di individui che manifestavano deformazioni patologiche era quello di cercare di determinare se la nicotina fosse stata impiegata come agente medicinale o meno. La nicotina fu individuata in 33 dei 97 campioni del sito di Gars/Thunau, nel 44% dei campioni del sito di Franzhausen, e in uno solo dei 33 campioni del sito di Lenthia/Linz. Non fu individuata alcuna correlazione significativa fra presenza di nicotina e patologie ossee. Inoltre, la nicotina fu trovata preponderantemente negli infanti, un fatto che secondo gli autori suggeriva “un suo impiego come rimedio domestico come analgesico, ma non come un forte agente medicinale” (Balabanova et al., 1995, Balabanova & Teschler-Nicola, 1994); un’affermazione poco chiara e apparentemente priva di grossi significati.

Continuando le indagini in territorio egiziano, l’équipe della Balabanova analizzò campioni di ossa di 134 corpi mummificatisi naturalmente provenienti dal sito di Christian Sayala, nella Nubia egiziana, datati dal 600 al 1100 d.C. Le mummie appartenevano a corpi di individui di differenti fasce d’età, da meno di un anno sino a 59 anni. Le tecniche impiegate furono nuovamente quelle radio immunologiche e confermate con gas cromatografia e spettrometria di massa (GC/MS), come in tutte le analisi eseguite dall’équipe della Balabanova. Fu determinata la presenza di nicotina in 115 tessuti ossei dei 134 analizzati, e anche in 27 campioni di capello dei 34 analizzati. Le concentrazioni di nicotina aumentavano con l’aumento dell’età degli individui, raggiungendo il massimo nella fascia d’età compresa fra i 7 e i 13 anni, e quindi diminuivano nelle restanti fasce d’età maggiori. La correlazione fra concentrazione di nicotina e fascia d’età nell’analisi dei capelli apparve differente, con un massimo nella fascia dei 23-29 anni. Non fu osservata alcuna correlazione fra i valori di nicotina delle ossa e quelli dei capelli. L’analisi GC/M evidenziò la presenza anche della cotinina. Nuovamente, gli autori giunsero all’ambigua conclusione che l’impiego di fonti di nicotina avrebbe potuto essere del tipo “rimedio domestico”, piuttosto che come “forte agente medicinale”. La presenza di nicotina nelle mummie di infanti sarebbe spiegabile con la trasmissione placentare dell’alcaloide dalla madre al feto, o mediante il latte materno, ma gli autori hanno fatto un grossolano errore di valutazione nello spiegare il dimezzamento di concentrazione di nicotina nei capelli dei giovani della fascia d’età dei 7-13 anni rispetto a quelli della fascia d’età dei 0-6 anni, chiamando in causa l’interruzione dell’allattamento: i bambini non vengono svezzati all’età di 6 anni, bensì molto prima (oggigiorno mediamente fra i 4-6 mesi sino al massimo un anno). Nel cercare di spiegare la presenza precolombiana di nicotina in mummie africane, gli autori hanno nuovamente evidenziato come questo alcaloide sia presente in piante esterne al genere Nicotiana, fra cui Urtica dioica e Prunus cerasus, sebbene non sembra queste due piante la producano (si veda Piante nicotiniche), e sorge il sospetto che la Balabanova abbia confuso l’acido nicotinico con la nicotina. Tuttavia, dato che, sempre a detta degli autori, le concentrazioni di nicotina tendono a diminuire ante e post mortem, e date le elevate concentrazioni di questo alcaloide registrate in questi reperti, le piante a quei tempi impiegate dovevano avere elevate concentrazioni di nicotina, e queste sono presenti solamente nel genere Nicotiana. Riguardo la possibilità di contaminazioni moderne, gli autori fanno notare, in un paragrafo pieno di refusi, che “una serie” dei campioni (facendo supporre quindi che solo una parte dei campioni) “fu immagazzinata a partire dallo scavo”, e più tardi trasferita al laboratorio, nel quale sussistono precise condizioni di controllo (divieto di fumo). Inoltre, la presenza di nicotina è risultata solamente per una parte dei campioni analizzati, mentre se vi fosse stata contaminazione esterna sarebbero dovuti risultare tutti positivi (Balabanova et al., 1994a, 1996a). Verrebbe da domandarsi se la parte di reperti risultata positiva alla nicotina corrispondesse a quella serie che non sembra fosse stata “immagazzinata a partire dallo scavo”; purtroppo i dati biografici dei reperti offerti dalla Balabanova sono continuamente incompleti, e il più delle volte totalmente inesistenti.

La medesima équipe eseguì delle indagini sulle medesime mummie naturali di Sayala alla ricerca della cocaina. Il campione testato era costituito da 71 individui, sempre con datazioni fra il 600 e il 1100 d.C., e in 34 di questi furono analizzati anche i capelli, che si erano conservati sullo scalpo, e non solamente il tessuto osseo. La cocaina fu individuata in 56 individui, e anche in questo caso, come in quello per la nicotina, la concentrazione maggiore fu ritrovata nella fascia d’età fra 1 e 6 anni. Gli autori non si posero il minimo dubbio sul fatto che questa presenza di cocaina fosse stata causata dall’uso della pianta della coca, e sembrano arrampicarsi sugli specchi nel cercare di fare quadrare i loro risultati, in particolare le variazioni di concentrazione di cocaina nelle varie fasce d’età: per spiegare le concentrazioni massime negli infanti, giunsero a ipotizzare che saliva ricca di coca venisse data ai bambini come tranquillizzante, pur aggiungendo che la sua presenza potrebbe essere stata d’origine materna, senza dare alcun riferimento etnografico di supporto all’improbabile effetto calmante della cocaina nei bimbi. Il calo di concentrazione della cocaina negli individui oltre i 6 anni d’età venne spiegata con l’interruzione dell’allattamento, senza considerare che lo svezzamento materno, come già riportato, avviene molto tempo prima dei sei anni d’età del bambino. Ancora, l’aumento della cocaina nella fascia d’età dei 23-39 anni corrisponderebbe al periodo di maggior produttività lavorativa, per cui la cocaina sarebbe stata impiegata come agente rinforzante, e la sua diminuzione registrata negli individui con un’età maggiore di 40 anni indicherebbe una riduzione dell’attività lavorativa. In diversi individui fu registrata la presenza di cocaina nelle ossa ma non nei capelli, e ciò è stato spiegato con il taglio ripetuto dei capelli, che avrebbe evitato l’accumulo dell’alcaloide; una considerazione debole e che non si è basata sulla tecnica dell’analisi segmentale del capello, nella quale gli autori non si sono mai cimentati (Balabanova et al., 1997a).

In un’ulteriore indagine, l’équipe dalla Balabanova ha analizzato tessuti ossei provenienti da 4 mummie artificiali e 7 mummie naturali egiziane, con datazione fra il 1070 a.C. e il 395 d.C., e da scheletri provenienti dal sito austriaco di Franzhausen, datati al 2000-1500 a.C, e nuovamente senza offrire alcuna indicazione circa la loro origine, né da quale museo o altra istituzione fossero stati prelevati. Il più elevato contenuto di nicotina fu ritrovato nei corpi egizi mummificati artificialmente. Le concentrazioni di cotinina sono risultate molto basse, e secondo gli autori ciò potrebbe essere indicazione di un’assunzione di nicotina poco prima del decesso dell’individuo, senza lasciare dunque il tempo di una sua metabolizzazione e trasformazione in cotinina; oppure, con maggiore plausibilità, le piante di Nicotiana furono impiegate post mortem durante il processo dell’imbalsamazione, e in questo caso le basse quantità di cotinina registrate potrebbero essersi formate in seguito per ossidazione. Questa considerazione è importante per un’eventuale spiegazione della presenza di cotinina, che dunque può formarsi non solamente come prodotto metabolico in seguito ad assunzione intravitam di nicotina, bensì anche come prodotto di degradazione della nicotina, inclusa quella eventualmente dovuta a contaminazione esterna. Nuovamente, la Balabanova si ostinò a dare per certa la presenza di specie di Nicotiana in Africa settentrionale e in Europa durante i tempi antichi (Balabanova et al., 1997b).

L’équipe della Balabanova ricercò la nicotina anche in antichi resti scheletrici d’origine cinese, nuovamente senza dare alcuna informazione circa la loro provenienza istituzionale e museale. In una prima comunicazione furono riportate le analisi sviluppate su 8 resti provenienti da siti neolitici dell’area di Chongton, nello Guangzi, in Cina, con datazioni attorno al 3700 a.C., alla ricerca di nicotina, morfina, cocaina e THC. Fu trovata solamente la nicotina in 5 individui, con concentrazioni fra i 17,7 e i 113, 7 ng/g. Seguendo la “tradizione” di contraddizioni e confusioni dei loro rapporti, l’équipe riportò che “le ricerche GC/MS hanno mostrato la presenza della sola nicotina, senza metaboliti, ma anche la presenza del principale metabolita della nicotina, la cotinina” (?). Inoltre, elencando alcune piante contenenti nicotina, viene menzionato il narciso, senza apporre alcuna indicazione bibliografica (Balabanova et al., 1995a), un dato che non sembra essere vero (si veda Piante nicotiniche).
In una seconda comunicazione, la medesima équipe riportò i risultati delle analisi eseguite su 81 campioni d’origine cinese, nuovamente senza alcuna indicazione della loro provenienza, con datazioni presupposte da 10.000 a 100 anni fa. Nicotina e il suo metabolita cotinina furono individuati in 21 campioni. Le quantità di nicotina risultarono per lo più basse (13-50 ng/g), e il suo riscontro nelle clavicole di alcuni scheletri del sito di Guilin datati fra 7000 e 10.000 anni fa rappresenterebbe il documento più antico della relazione umana, causale o meno, con questo alcaloide (Balabanova et al., 1996b).

In un’altra indagine, sempre volta all’individuazione di nicotina, l’équipe della Balabanova ha esposto ipotesi interpretative che hanno del surreale. L’analisi è stata eseguita sui tessuti ossei di 123 scheletri provenienti dal cimitero di Im Rauner, nell’area di Kirchheim unter Teck, Land di Baden-Württemberg, in Germania, appartenenti all’orizzonte culturale merovingio, con datazioni al 450-700 d.C. La nicotina è stata individuata in 18 individui, mentre in altri 49 la sua concentrazione era in tracce, comunque confermate mediante GC/MS. Osservando il fatto che concentrazioni misurabili di nicotina sono state ritrovate in resti umani secoli dopo la loro morte, e che generalmente le concentrazioni di nicotina diminuiscono sia ante che post mortem, gli autori propendono per l’impiego di fonti vegetali ad alto contenuto di questo alcaloide per gli individui soggetti a questo studio. E dato che elevate concentrazioni di nicotina sono presenti solamente nel genere Nicotiana, gli autori giungono alla conclusione che non poteva essersi trattato altro che di una specie di Nicotiana presente in Europa nei tempi precolombiani. Che la presupposta Nicotiana fosse impiegata come cibo viene esclusa, poiché altrimenti sarebbe stata trovata in un maggior numero di corpi, e anche perché l’analisi delle latrine archeologiche tedesche non ha rivelato mai la presenza di Nicotiana. Anche l’impiego per scopi medicinali viene escluso, poiché in altre analisi sulla presenza di nicotina in scheletri tardo antichi e medievali austriaci non è stata osservata alcuna correlazione fra presenza dell’alcaloide e malattie individuate in questi resti, e anche perché Ildegarda di Bingen – la nota religiosa e naturalista tedesca vissuta a cavallo fra il XI e il XII secolo – non menziona nei suoi trattati medici alcuna specie di Nicotiana. Un’altra possibilità è l’impiego della presupposta specie di Nicotiana per scopi religiosi, e un’altra ancora come bene di lusso quotidiano (Balabanova et al., 2001). Queste argomentazioni sono prive di senso logico, e denotano la totale arrampicata sugli specchi di un’équipe ormai allo sbando nei suoi tentativi di far quadrare l’impossibile. Circa l’esclusione dell’impiego di Nicotiana come mera fonte alimentare, non sono noti utilizzi di questo tipo, in quanto la pianta assunta oralmente è fortemente tossica, per cui è fuori luogo l’argomentazione riportata da questi autori, coinvolgendo latrine tedesche, quando eventualmente avrebbero dovuto cercare in primis fra gli studi delle latrine archeologiche e dei coproliti americani, in cui non sembra siano stati per ora individuati elementi ascrivibili al genere Nicotiana, pur con il noto antico uso di questo genere in questi territori (si vedano ad esempio Miranda Chaves & Reinhard, 2006; Reinhard et al., 1991); l’esclusione dell’impiego della supposta specie europea di Nicotiana come medicinale per mancanza di correlazione fra nicotina e patologie individuate negli scheletri tedeschi non tiene conto del fatto che nei resti umani è possibile individuare solamente una piccola parte delle malattie cui erano soggetti gli individui durante la loro vita, e tirare in ballo l’assenza della pianta di Nicotiana negli scritti di Ildegarda come “prova” è puro delirio deduttivo. Semmai, tale assenza negli scritti di Ildegarda, ma anche in tutti gli scritti classici e gli erbari medievali europei, sarebbe una testimonianza a favore dell’assenza di questa fantomatica specie di Nicotiana nel Vecchio Continente. E’ alquanto improbabile che una siffatta specie, se fosse esistita e conosciuta dagli Europei antichi, vista l’importanza che avrebbe comunque ricoperto indipendentemente dalle motivazioni del suo impiego, fosse stata così sistematicamente ignorata dagli autori antichi, così come sarebbe stata alquanto improbabile una sua estinzione.

Purtroppo, sinora poche altre équipe hanno sviluppato indagini su mummie e scheletri precolombiani affini a quelle dell’équipe della Balabanova, e comunque quelle poche sviluppate hanno tutte dato risultati negativi rispetto alla presenza di THC nei reperti americani e di cocaina in quelli del Vecchio Mondo.

Un’indagine degna di nota, più metodologicamente corretta di tutte quelle sviluppate dalla Balabanova, è stata eseguita dall’équipe cilena di Baéz sui capelli di 19 mummie provenienti dai cimiteri del Periodo Formativo di Topater (100 a.C.) e di Chiu-Chiu 273 (10 a.C.–140 d.C.), insieme a due campioni di controllo costituiti da capelli di individui moderni viventi nella medesima regione del Cile settentrionale. La ricerca di THC, cocaina e oppiacei mediante tecnica GC-MS è risultata negativa per tutti i campioni. Gli autori hanno inoltre avuto l’accortezza di fare eseguire le indagini sui medesimi campioni anche a colleghi francesi dell’Istituto di Medicina Legale di Strasburgo, i quali hanno ottenuto i medesimi risultati negativi (Baéz et al., 2000). L’unica carenza metodologica di questo studio riguarda la mancanza di informazioni più specifiche sulla storia biografica post-scavo dei reperti; una storia che, come si vedrà poco sotto, è fondamentale per una corretta valutazione dei risultati di questo tipo d’indagini biochimiche, e che è molto probabilmente una chiave importante per la spiegazione dei risultati ottenuti dall’équipe della Balabanova.

Risultati negativi per la cocaina sono stati riportati anche da Cartmell & Weems (2001) per 18 mummie provenienti dal sito di Kellis dell’oasi egiziana di Dakhleh, localizzata nel Sahara occidentale. Le analisi sono state eseguite sui capelli delle mummie. La nicotina è stata individuata in 14 dei 18 individui analizzati, sebbene in concentrazioni corrispondenti a un’assunzione maggiormente ascrivibile a una qualche fonte alimentare contenente nicotina che a una fonte ad elevato contenuto di questo alcaloide. Il rapporto di questa ricerca è tuttavia carente e confuso. Ad esempio, pur affermando di aver eseguito datazioni al radiocarbonio, non viene riportata alcuna data delle mummie analizzate. Inoltre, dapprima gli autori riportano di aver raccolto campioni di capelli da 18 mummie, e subito dopo affermano che “10 dei 13 individui” evidenziavano la presenza di nicotina, e poco dopo ribadiscono che “14 dei 18 individui, cioè il 78%, era positivo alla nicotina”. A contribuire alla confusione, gli autori riportano una tabella dei risultati sulla nicotina riguardanti 17 individui, quindi né 18 né 13. E per quanto riguarda le metodologie analitiche impiegate, non le descrivono, limitandosi alla scarna affermazione “in base alle tecniche precedentemente riportate”. Ancora, pure in questo studio non vengono usati campioni di controllo.

Più recentemente, un’équipe tedesca differente da quella della Balabanova ha svolto indagini sui capelli di otto mummie precolombiane provenienti dall’Egitto, dal Sud America e dall’Asia, ricercando cannabinoidi, oppiacei e cocaina. I risultati sono stati negativi, ad eccezione dell’individuazione di nicotina in tre campioni d’origine sudamericana. Inoltre, in questi tre casi non è stata individuata la presenza di cotinina, e gli autori hanno espresso dubbi sul fatto che la presenza di nicotina individuata non fosse da ascrivere a contaminazione esterna (Musshoff et al., 2009)

Mummia di un infante peruviano precolombiano in cui non sono stati ritrovati cannabinoidi, cocaina né oppiacei, bensì solamente nicotina (da Musshoff et al., 2009, fig. 2, p. 85)

Mummia di un infante peruviano precolombiano in cui non sono stati ritrovati cannabinoidi, cocaina né oppiacei, bensì solamente nicotina (da Musshoff et al., 2009, fig. 2, p. 85)

Sarebbe opportuno che équipe differenti da quella della Balabanova potessero eseguire nuove indagini sui medesimi reperti da questi analizzati; purtroppo tali mummie e scheletri non sono individuabili, a causa della cronica e quasi metodica mancanza di informazioni circa la loro provenienza riportata negli scritti dell’équipe tedesca.

Il 2001 fu l’anno “di svolta” dell’“affaire Balabanova”, quando due studiosi inglesi, Buckland & Panagiotakopulu, il primo un archeologo e il secondo un naturalista, presentarono un’approfondita critica ai risultati e soprattutto alle deduzioni delle ricerche dell’équipe della Balabanova, e inclusero nella loro disanima i ritrovamenti di frammenti di Nicotiana e di nicotina nella mummia di Ramesse II, e del famoso “coleottero del tabacco”, che la Balabanova aveva continuamente impiegati a supporto della sua tesi della presenza di Nicotiana durante l’Egitto faraonico.
Partendo dalla mummia di Ramesse II, i due studiosi inglesi hanno evidenziato come questa sia stata soggetta a una sofferta storia di spostamenti sia durante i periodi faraonici che dopo la sua scoperta nel 1871, avvenuta per opera di un ladro di tombe. Per dieci anni il tombarolo spogliò il sepolcro dei suoi oggetti per rivenderli ai mercati antiquari, e solo in seguito la mummia di Ramesse II fu trasportata lungo il Nilo verso Il Cairo, dove subì ulteriori spostamenti e rimaneggiamenti, fra cui una parziale sfasciatura. Nel 1975 fu portata a Parigi, dove venne studiata, e fu in questa occasione che furono ritrovati i frammenti di tabacco.

La mummia di Ramesse II

La mummia di Ramesse II

Gli studiosi inglesi hanno quindi osservato come nel XIX secolo, fra le pratiche di conservazione delle mummie fosse costume cospargerle di polvere di tabacco, oltre che di piretro, quest’ultimo un composto ricavato da specie di Tanacetum e anch’esso individuato nella mummia di Ramesse II; e questa pratica non si limitava alle mummie egiziane, bensì a numerose altre mummie europee e asiatiche, ed è plausibilmente questa tecnica di conservazione ad aver dato luogo al ritrovamento di frammenti di tabacco e di nicotina nella mummia di Ramesse II e di nicotina nelle “mummie drogate” dell’équipe della Balabanova.
Riguardo il ritrovamento di “coleotteri del tabacco”, valgono le critiche di Buckland & Panagiotakopulu già riportate, in particolare il fatto che il Lasioderma serricorne L., pur venendo comunemente chiamato tobacco beetle, non è ecologicamente legato unicamente alle piante di Nicotiana, e fu quest’errore interpretativo a essere stato ripetutamente impiegato dalla Balabanova come “prova” della presenza di Nicotiana nell’antico Egitto. Sarebbe stato sufficiente che la chimica forense tedesca, cimentandosi in argomentazioni di natura entomologica, così lontani dal suo campo di competenze, avesse avuto l’accortezza di consultare degli entomologi.
Riguardo la presenza di cocaina, Buckland & Panagiotakopulu la ritengono frutto di contaminazioni moderne, verificata la sua ampia diffusione come droga legale verso la fine del XIX secolo, che avrebbe potuto coinvolgere, oltre a Sherlock Holmes, gli studiosi di quell’epoca. Le contaminazioni dei reperti archeologici rappresentano un grosso problema per le analisi odierne, che impiegano tecniche e strumentazioni atte a captare sostanze in concentrazioni sempre più infinitesimali, e questo problema è ancor più sentito nel caso di reperti venuti alla luce prima di questi ultimissimi decenni, cioè prima dell’adozione delle tecniche asettiche di maneggiamento e di conservazione dei reperti. Cito come esempio il caso del ritrovamento degli alcaloidi caffeina, teobromina e teofillina nella polvere degli scaffali museali in cui sono state immagazzinate ceramiche preistoriche nordamericane (si veda L’enigma dei reperti caffeinici negli USA).
Per quanto riguarda la presenza di THC in diverse mummie egizie e peruviane, i due studiosi inglesi hanno evidenziato come anche gli estratti di Cannabis in passato fossero stati usati come pesticidi, apportando relativa documentazione bibliografica.
In definitiva, Buckland e Panagiotakopulu pongono l’attenzione sull’importanza di associare gli studi dei reperti con la loro “biografia”, cioè con la storia successiva ai loro ritrovamenti: “le tecniche scientifiche prive di contesto non producono risposte valide …. la mancanza di informazione produce storie inaccettabili, che spesso rientrano nella letteratura come fatti accertati. Gli artefatti e la loro storia devono essere visti come una singola entità, e l’applicazione delle tecniche scientifiche non può essere sviluppata in maniera frammentaria; ogni intervento deve essere visto come un dialogo con il medesimo artefatto” (Buckland & Panagiotakopulu, 2001, p. 354).

L’équipe della Balabanova ha trovato droghe ovunque, nelle antiche inumazioni di ben quattro continenti, e diversi risultati appartengono al tipo di ritrovamenti “impossibili” dal punto di vista etnobotanico. E’ evidente che qualcosa non quadra. Purtuttavia, è possibile che fra l’ammasso di risultati dubbi si sia presentato qualche risultato più plausibile, in particolare nei casi di ritrovamento di nicotina. Questo alcaloide è presente in grandi quantità in piante del genere Nicotiana, ma in minori quantità è presente in piante di altri generi, diverse delle quali sono originarie del Vecchio Mondo (si veda Piante nicotiniche). E’ quindi possibile che la nicotina possa essere presente nei tessuti organici archeologici a causa dell’impiego alimentare o medicinale di alcune di queste piante, o di piante nicotiniche che ancora non conosciamo.
Riguardo la presenza di cocaina nelle antiche mummie egizie, a parte la più che plausibile possibilità di contaminazioni esterne moderne, l’équipe della Balabanova non ha mai preso in considerazione un’altra possibilità, d’obbligo dal punto di vista metodologico, e cioè l’esistenza di piante nordafricane e più in generale non americane producenti questo alcaloide e che ancora non conosciamo. Nonostante la mole di studi biochimici nel mondo vegetale, esiste un numero infinitamente grande di piante che non sono ancora state analizzate, per cui la deduzione che la cocaina può essere presente solamente nelle specie americane di Erythroxylum è metodologicamente errata.

In uno dei suoi ultimi scritti, pubblicato nel 2000 nella rivista elettronica Migration & Diffusion, la Balabanova si cimentò nuovamente in una girandola di confuse “informazioni” a favore delle sue tesi dell’antica presenza sia di Nicotiana che di piante di coca nel Vecchio Mondo. Per quanto riguarda le considerazioni di natura etnobotanica, evidenzia una profonda incompetenza in questa disciplina, parlando ad esempio di “famiglia solanum” (Solanum è un genere di piante della famiglia delle Solanaceae). Come testimonianze della presenza precolombiana di Nicotiana in Eurasia, riporta in maniera assolutamente acritica dei dati antiquati e per lo più inattendibili. Ad esempio, riporta un passo dell’opera di Jean Chardin del 1711, Voyages de Monsieur le Chevalier Chardin, en Perse, et autres lieux de l’Orient, citando tra l’altro in maniera errata la locazione (non è il vol. III, pp. 301-307, bensì il vol. II, p. 13 dell’edizione del 1811), in cui il viaggiatore francese, parlando dell’uso del tabacco in Persia, riportava del ritrovamento di un’urna di terracotta contenente delle pipe e del tabacco nel corso della “ricostruzione” dell’antica città di Sultania, e che la pratica di fumare il tabacco “era già nota nel 1200 d.C.” (Balabanova 2000, p. 118). Oltre al fatto che la cronologia di questo reperto non è riportata e che comunque sarebbe totalmente inaffidabile per quei tempi, ciò che riportò Chardin è un poco differente. Egli si domandò se il tabacco fosse originario dell’Asia, e pur cercando non riuscì a ottenere informazioni utili, e proseguì affermando che un uomo di Ispahan gli comunicò di aver letto in una Géographie della Partide del ritrovamento dell’urna con dentro le pipe e il tabacco, e che ciò aveva fatto pensare a quest’uomo che il tabacco fosse stato importato dall’Egitto, e che non poteva essere nativo in Persia che da 400 anni: speculazioni di personaggi del XVIII secolo che non possono essere prese come “prova” di alcunché. Non possono essere prese in seria considerazione nemmeno certe pipe d’argilla “simili a quelle di oggigiorno” che sarebbero state ritrovate nei dintorni delle Piramidi di Giza, e di cui la Balabanova non offre alcun riferimento cronologico e citando appena un libro generico sulle pipe. Similmente, non ha alcun valore di “prova” un passo di un Dizionario universale del Commercio del 1723, in cui fu scritto che “il tabacco importato dall’Egitto era noto e usato in Persia molto prima di Colombo”. Inconsistente è anche referenziare che in un oscuro libercolo sul tabacco del 1875 di un certo L. Becker, fu scritto che la pianta fu menzionata da Marco Polo secondo una delle prime traduzioni del suo Il Milione, e che solo più tardi la pianta fu “erroneamente” considerata un colorante.

Riguardo l’ipotesi di un trasporto transcontinentale della pianta della coca per opera degli antichi Egizi, è un’idea che fa acqua da tutte le parti. Oggigiorno la ricerca archeologica vede tesi alquanto contrastanti riguardo il popolamento delle Americhe, da quelle che si basano su uno, due o tre flussi migratori attraverso la fascia di terra che univa l’Alaska con la Siberia (Beringia), in un periodo attorno al 13000-11000 a.C.(Marangoni et al., 2014), a quella che vede un primo popolamento del Sud America in tempi precedenti, attorno al 50.000-20.000 a.C. (Lahaye et al., 2013). Queste forti divergenze non hanno tuttavia nulla a che vedere con l’idea che gli antichi Egizi avrebbero attraversato l’Oceano Atlantico in tempi di gran lunga posteriori. Diversi autori, inclusa la Balabanova (2000, p. 120), hanno riportato come “prova” l’esperienza di Thor Heyerdahl, che nel 1970 attraversò l’Atlantico mediante un’imbarcazione di papiro. Ma se è per questo, le indagini paleontologiche e archeologiche di questi ultimi decenni hanno evidenziato come gli ominidi – nello specifico Homo erectus – avessero acquisito l’abilità di navigare i mari già a partire da 800.000 anni fa, colonizzando le isole indonesiane e austral-oceaniche (Bednarik, 1997), e più tardi la Sardegna (Martini, 2009). Si deve tuttavia tenere conto che la cocaina è stata ritrovata nelle mummie egizie datate in un arco di tempo di oltre 2000 anni, per cui nell’eventualità di un trasporto della pianta dall’America del Sud all’Egitto, si presenterebbero due possibilità: o gli Egizi intrapresero un millenario commercio con continui viaggi transatlantici, oppure i semi della pianta della coca furono importati in Egitto e qui seminati, dando luogo a una coltivazione in loco. Entrambe le possibilità sono fortemente improbabili. Riguardo la prima, non esiste alcuna testimonianza nell’archeologia e nella letteratura antica egiziana, e non è cosa da poco. Erodoto, in un passo del quarto libro delle sue Storie, riportò l’avventura fenicia della circumnavigazione dell’Africa, voluta dal faraone Necao II (610-595 a.C.), per la quale furono impiegati due interi anni. Indipendentemente dalla realtà storica di questa circumnavigazione tutt’ora oggetto di discussione (Garcia Moreno, 1993; contra Bresciani, 2004), se gli antichi Egizi avessero effettuato ripetuti viaggi in Sud America, ne sarebbe certamente rimasta eco nella letteratura antica. Per quanto riguarda la seconda possibilità, si deve tenere conto dell’impossibilità di crescita della pianta della coca – sia la specie andina che quella amazzonica – nel territorio egiziano. Se la pianta della coca potesse crescere al di fuori del suo areale sudamericano, si sarebbe certamente diffusa anche in Mesoamerica, in Africa, in Asia, ancor prima che nel più improbabile Egitto, come è effettivamente accaduto per piante quali la Nicotiana, il pomodoro, il mais e la patata.

Piuttosto che argomentare seriamente e con metodologie scientifiche, la Balabanova sembra fare della “fanta-pseudo-complotto-scienza”. Parallelamente con il riempire le sue pagine di “prove” inconsistenti, la Balabanova non ha mai referenziato i seri studi, ad esempio sulla storia del tabacco, quelli accademici, nemmeno uno (Laufer, 1924 e Wilbert, 1993, citandone solo alcuni), non se ne è mai preoccupata, quando, nell’ottica di una corretta metodologia, avrebbe dovuto partire dall’attento studio di questi studi per avanzare contro-proposte credibili. Come per il caso dei “coleotteri del tabacco”, per i quali sarebbe stato meglio che la chimica forense avesse consultato degli entomologi professionisti, anche nel trattare di etnobotanica sarebbe stato meglio che avesse consultato degli etnobotanici professionisti. Ma per un qualche motivo alla Balabanova ciò non interessava.
Il fatto è che la Balabanova non è una studiosa credibile, lo ha dimostrato in tanti modi, già a partire dal suo primo articolo scritto con la sua équipe nel 1992, dove come “prova” dell’impiego di “hashish”, cocaina e nicotina fra gli antichi Egizi, riportò il passo del Papiro di Ebers che trattava dell’uso di un ipotetico papavero. E verificata l’ampia eco massmediatica che ebbero le sue fantasiose interpretazioni, che riportò in maniera sempre più sicura e ostinata di pari passo con l’aumento della sua notorietà, sorge il sospetto che dietro a questo suo comportamento ci sia stato un certo grado di mitomania.

 

Si vedano anche:

 

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