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Le droghe degli antichi Egiziani
The drugs of the ancient Egyptians
Gli studi archeoetnobotanici hanno rivelato che il prelato dell’antico Egitto utilizzava i seguenti vegetali psicoattivi per effettuare “viaggi nell’al di la”: ninfea, mandragora e, forse, una specie di datura (Emboden, 1995). Altre droghe psicoattive erano costituite da cannabis, giusquiamo (Hyoscyamus muticus L.), birra di dattero, di orzo e di melagrana, vino di palma e d’uva, semi di ruta siriaca (Peganum harmala), e una specie di lattuga (per il vino si vedano James, 1996; Lesko, 1996; Marchiori, 1993; Scandone, 1995; Simon, 1992).
La ninfea egiziana (Nymphaea caerulea) è dotata di proprietà narcotiche, la mandragora (Mandragora sp.) è caratterizzata da proprietà allucinogene. La mandragora era associata alle divinità Ra e Hator (Heinrich, 1918).
Scena di lutto. Una vedova addolorata si cosparge il capo con della cenere, mentre si accovaccia di fronte a un "albero" di fiori di ninfea e possibili capsule di papavero da oppio. In queste ultime sono dipinte le caratteristiche incisioni che si effettuano per farne uscire la resina. Tomba di Nebanum e Ipuky, Tebe, 1350-1300 a.C. (da Emboden, 1989)
La presenza di papavero da oppio (Papaver somniferum L.) nella cultura egizia è oggetto di forte discussione. In particolare, studi critici confermerebbero la sicura presenza di questa droga solo a partire dall’età ellenistica (III° secolo a.C.), nonostante la moltitudine di studiosi che, in maniera un po’ acritica, riportano la sua presenza a partire dalla XVIII Dinastia (cfr. Nencini 2004).
Nell’arte egizia le raffigurazioni di ninfea e mandragora iniziarono nella Quinta Dinastia (2560-2420 a.C. circa) e continuarono sino al Periodo Tolemaico (330-323 a.C.). Queste due piante appaiono intimamente associate fra di loro nella documentazione archeologica. Per quanto riguarda la mandragora si veda il racconto mitologico sulle piante didit (mandragore).
Scena di rituale di cura. L'uomo ammalato è un faraone (Semenkhara o Akhenaton), che è assistito dalla regina (Meritone o Nefertiti), che tiene in una mano due frutti di mandragora e nell'altra un mazzo di ninfee (cfr. Emboden 1989). Rilievo policromo del 1350 a.C. circa. Museo Egizio di Berlino.
E’ stato ipotizzato che il prelato egiziano mescolava insieme le droghe – mandragora, ninfea e, forse, oppio – per ottenere un potente veicolo, chiamato didi, per raggiungere profondi stati di coscienza in uno stato di coma apparente (Emboden, 1989). Queste esperienze ad interpretazione religiosa erano molto probabilmente esclusive per la casta prelatizia.
Numerosi “unguentari” ritrovati nelle tombe reali, ritenuti in precedenza contenitori per profumi, stanno ora rivelando una funzione più realistica, e cioè quella di flaconcini di “elisir per trasformarsi in dei”, dai potenti effetti psicotropi.
Una specie di lattuga selvatica (L. serriola L.), dalle ritenute proprietà afrodisiache, era associata al dio itifallico Min (Germer, 1980; Harlan, 1986; Keimer, 1924). Da questa specie gli antichi Egiziani ottennero per assidua selezione la lattuga da orto, che fu in seguito diffusa in tutto il Mediterraneo. Il lattice essicato della lattuga selvatica, noto nella cultura classica e medievale come lattucario, era la droga psicoattiva. A basse dosi fu impiegata in Europa come droga simil-oppiacea, mentre a dosaggi maggiori fu impiegata nell’antico Egitto come stimolante e associata al culto del dio Min (Samorini 2003-4, 2006).
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