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Il Pituri delle tribù australiane
Pianta di Duboisia hopwoodii F.v. Mueller (da Haegi et al., 1982, p. 15, fig. 7)
The pituri of the Australian tribes
Fra i diversi autori che da un secolo e mezzo hanno riportato e discusso l’uso del pituri presso gli indigeni australiani è stata prodotta una notevole confusione circa l’identificazione botanica della pianta dalla quale veniva preparata questa droga psicoattiva. Ciò è stato dovuto in primo luogo alla reticenza da parte degli indigeni nel divulgare agli esploratori occidentali il luogo di crescita e il tipo di pianta coinvolta.
Pituri era il termine indigeno usato originalmente da alcune tribù dell’area dei fiumi Mulligan e Georgina (sud-est Queensland) per indicare Duboisia hopwoodii F.v. Mueller, della famiglia delle Solanaceae. Ben presto questo termine fu usato dai colonizzatori inglesi per indicare qualunque droga masticatoria, quindi anche per le specie native di tabacco (Nicotiana).
La confusione fu accresciuta dal fatto che Duboisia hopwoodii, appartenente a un genere di solanacee che solitamente producono alcaloidi tropanici allucinogeni del gruppo dell’atropina e scopolamina, produce nelle parti aeree elevate quantità di nicotina e d-nor-nicotina (quest’ultima quattro volte più potente della nicotina), principi attivi comuni alle specie di tabacco (Nicotiana). Per questo motivo la maggior parte degli antropologi ed etnografi denotano ancora oggigiorno con il termine pituri qualunque droga vegetale che viene assunta masticandola, considerandola a priori come una delle tante specie di tabacco impiegate in tal modo dagli aborigeni.
Fra gli studiosi v’è anche chi definisce il pituri come “tabacco selvatico” (wild tobacco), per distinguerlo dal tabacco portato dai colonizzatori, accrescendo ancor di più la confusione, poiché gli indigeni conoscono e utilizzano dai tempi precoloniali oltre dieci specie di Nicotiana che crescono specificatamente nel territorio australiano (ad esempio Nicotiana gossei Domin [= N. ingulba], cfr. Thomson, 1961; per una rassegna si veda Peterson, 1979).
Si deve anche tener conto che Duboisia hopwoodii, oltre a produrre nella parti aeree – quelle utilizzate nella preparazione del pituri – gli alcaloidi nicotinici, produce nella radice gli alcaloidi allucinogeni iosciamina e scopolamina (Luanratana & Griffin, 1982). E’ difficile ritenere che gli indigeni australiani, pur utilizzando da secoli le parti aeree della pianta per la preparazione di una droga psicoattiva, non avessero scoperto le proprietà fortemente allucinogene della sua radice. Ciò conferma il fatto riportato dagli antropologi che gli aborigeni hanno mantenuto segreto il cuore delle loro conoscenze in materia di droghe psicoattive.
E’ probabile che la tecnica di essiccazione adottata da questi clan – un’essiccazione artificiale delle foglie appena raccolte che interrompeva immediatamente i processi enzimatici che distruggono la nicotina, al contrario dell’essiccazione naturale che, prolungando nel tempo questi processi enzimatici, provocava una riduzione nella concentrazione della nicotina – fosse il “segreto” per produrre il miglior pituri, quello più potente e che prevalse nel commercio, ottenendone di fatto il monopolio (Watson, 1983).
Il processo di preparazione del pituri era trasmesso per via ereditaria fra i “clan del pituri” in un contesto rituale-cerimoniale: i rami fogliari venivano sepolti nella sabbia rovente sulla quale era stato acceso un fuoco e vi erano lasciati “cuocere” per un paio d’ore (Aiston, 1937).
Il pituri della regione Mulligan-Georgina veniva esportato lungo strade commerciali note come “strade del pituri”, che si dilungavano su un’asse longitudinale e che raggiungeva a nord Capo York e a sud la regione dei grandi laghi. La comunicazione delle quantità di pituri richieste dai capi tribù avveniva mediante un insieme di segni incisi su tavolette di legno che viaggiavano attraverso questa rete commerciale. Queste tavolette avevano anche la funzione di salva-condotto in territori nemici (Roth, 1897: 99-101). La pianta da cui si ricavava il pituri veniva trasportata in caratteristiche borse ricavate dall’intreccio di peli animali e di fibre vegetali.
(sinistra) Tavolette di legno con incisi i messaggi per la richiesta del pituri (da Roth, 1897, figg. 328-331); (destra) Contenitore per il pituri (da Letnik, 2000, p. 111)
Le foglie di D. hopwoodii erano mescolate con ceneri alcaline (wirra) di alcune specie di Acacia e di altre piante, una pratica universalmente nota e che permette un migliore assorbimento dei principi attivi della droga durante la sua masticazione.
La masticazione nel pituri parrebbe essere stata una prerogativa degli uomini anziani e originalmente era vietato il suo uso fra le donne.
Il bolo di pituri era cerimonialmente passato da una bocca all’altra. Il capo della tribù masticava per primo i boli di pituri e poi li passava agli altri uomini che erano gerarchicamente a lui più vicini, e questi, dopo la masticazione, li passavano agli uomini di gerarchia inferiore.
Quando il bolo non veniva masticato, era collocato dietro a un orecchio. Un comune modo di salutarsi quando due amici si incontravano era quello di prendere i rispettivi boli di pituri collocati dietro all’orecchio e di scambiarseli, masticarli per un po’ di tempo e poi riconsegnarli ai rispettivi padroni, che li ricollocavano nuovamente dietro all’orecchio.
Il pituri era un compagno obbligato dei lunghi viaggi, poiché la sua masticazione allevia la fatica e la fame. Veniva masticato in quantità prima di un combattimento.
Esistono pochi riferimenti a un utilizzo del pituri in contesti di pratiche divinatorie, per predire il futuro o individuare il responsabile di un furto. Probabilmente questo impiego era più diffuso nei tempi più antichi e forse l’unico ammesso. La decadenza dell’uso divinatorio fu causa del diffondersi del suo utilizzo in contesti maggiormente allargati, fra i membri anziani delle tribù, sebbene ancora sotto il controllo di un rigido protocollo cerimoniale. La disintegrazione sociale provocata dal contatto con gli esploratori e i religiosi protestanti occidentali portò alla diffusione dell’utilizzo del pituri fra gli altri membri della tribù, comprese le donne.
E’ stato fatto osservare che il collocamento del bolo di pituri dietro all’orecchio poteva non essere dettato da una mera esigenza di sua conservazione nei momenti in cui non era masticato, in quanto l’area della pelle su cui poggiava per sua natura facilita l’assorbimento transdermico dei principi attivi delle droghe (Watson, 1983: 27-28).
La pianta di D. hopwoodii era utilizzata da diverse tribù per la cattura di emù, canguri e volatili. Essi introducevano il succo di questa pianta nei pozzi d’acqua dove questi animali erano soliti abbeverarsi e in tal modo li narcotizzavano, rendendone più facile la cattura (Johnston & Cleland, 1933-34).
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