L’antica cerimonia del kava a Samoa

The ancient kava ceremony in Samoa

 

L’etnografo Percy Smith visitò nel 1897 l’isola di Upōlu, la seconda isola per grandezza dell’arcipelago delle isole Samoa, insieme al console americano Churchill. Egli descrive qui una delle numerose cerimonie del kava a cui partecipò come invitato di riguardo nei diversi villaggi dell’isola che visitò. Il Tulafale, letteralmente “uomo parlante”, è una persona il cui ruolo è quello di trasmettere le parole dette da un capo al resto della popolazione, poiché i capi non possono pronunciarle direttamente alla popolazione. La Tau-pou è la donna nubile di maggior rango del villaggio. E’ di solito la figlia del capo del villaggio. Il suo ruolo è quello di rappresentare il villaggio, di ricevere e intrattenere gli ospiti. La Toupou è esente da qualunque lavoro e deve preoccuparsi sempre di avere una buona apparenza nel corpo, nell’acconciatura e negli abiti. E’ accompagnata da una schiera di ragazze – chiamata Aua-luma – che l’aiutano nei diversi compiti, fra cui la preparazione del kava.

 

Nel sopraggiungere, gli invitati, come noi medesimi, si avvicinano alla casa lentamente, con lo scopo di lasciare alle donne il tempo di stendere le stuoie sul pavimento ghiaioso della casa. Entriamo sempre dalla parte laterale della casa, mai dal fondo, poiché questo è il posto d’onore riservato al capo dei nostri ospiti, e in questo paese sta iniziando a sembrare modesto. Se i capi sono in casa essi avanzano e scuotono le teste dicendo “Talofa” o “Talofa-lava”, che significa “amore a te” o “tanto amore a te”. Ciascuno quindi si siede a gambe incrociate, il Tulafale alla sinistra del signor Churchill, io alla destra, e uno di noi seduto con la schiena contro uno dei doppi pali che sostengono la parte laterale della casa, poiché quella è la giusta posizione, non contro uno dei pali singoli. E’ molto scortese sedersi con le proprie gambe che puntano verso chiunque altro nella casa, perché le piante dei piedi in questo modo verrebbero mostrate. Se viene richiesto un cambiamento di posizione per via della fatica di sedere a gambe incrociate, allora la giusta cosa da fare è di sollevare una delle stuoie del pavimento sopra ai piedi.

All’arrivo di Tupuola e di qualche altro capo, venivano espressi i soliti discorsi di omaggio, che qui copio dal libro di “Fa’alupega”, gentilmente inviatomi dal mio compagno di viaggio. Ci sono molti altri “detti” applicabili a questo villaggio, ma un solo insieme è sufficiente. Questi vengono detti dal Tulafale a favore del signor Churchill, ma non ho ottenuto le risposte del nostro ospite. Un considerevole intervallo di tempo occorre fra il pronunciamento di ogni sentenza, mentre tutti i presenti sono seduti a gambe incrociate in solenne silenzio:

Tolou-na a ‘oe le Aua-luma.
(“Salvando la tua grazia, l’Aua-luma.)
Tolou-na a Lau Sūsūga a Tau-iti’iti alii tua ‘i le itu o Matua.
(Salvando la grazia del tuo Sūsūga Tau-iti’iti che è il capo che sta dritto in piedi fra gli Antenati.)
Tolou-na a alo tutusa o le Mata-‘afa.
(Salvando la grazia dei figli pari di Mata-‘afa.)
Tolou-na a Tama a pa’a.
(Salvando la grazia del bambino del granchio.)
Tolou-na a le Tama ăiga.”
(Salvando la grazia del bambino della famiglia”.)

Il nostro Tulafale ora esibisce un pezzo di radice di kava, e scorrendo fuori dai limiti della casa, lo presenta al Tulafale del nostro ospite, facendo allo stesso tempo molte osservazioni dispregiative riguardo la qualità della radice. Egli dice: “Presento questa radice con molte scuse, poiché è di tipo così esecrabile che non è meritevole di questa compagnia di capi”. Il Tulafale del nostro ospite prende la radice, la esamina attentamente, e dice: “Perché, certamente questo è il campione più bello di radice di kava ch’io abbia mai visto; molte, molte grazie”. Se i visitatori non hanno radici con loro, il Tulafale dell’ospite va tranquillamente dietro al Tulafale degli invitati e gli da una radice. La radice viene ora passata di mano all’Aua-luma, o gruppo di giovani vergini, che sempre accompagnano la Taupou e l’aiutano nel fare il kava, nell’intrattenere gli ospiti, ecc. Tre o quattro di queste donne sono sedute in una fila sul lato della casa opposto a quello occupato dalla nostra gente, con la scodella del kava, o tanoa, di fronte a loro. Le ragazze ora procedono a lavarsi le mani in ciotole di cocco che sono legate insieme due a due, l’acqua essendo versata nelle mani aperte da una delle altre ragazze. Dopo di che le ragazze molto attentamente risciacquano le loro bocche, e le riempiono con frammenti di radice di kava che è stata schiacciata su una pietra per l’uopo. Esse procedono nel masticare questi frammenti sino a ridurli a una polpa, che viene quindi gettata nella scodella. Questo è il giusto e antico metodo di preparare la radice, ma questa viene ora più generalmente triturata per mezzo di una pietra. La scodella, o tanoa, è fatta di legno, di forma circolare e generalmente di circa diciotto pollici di diametro e profonda sei pollici; è tenuta dritta su sei gambe e solitamente è notevolmente lucida; l’interno è di un colore porpora chiaro per via della tinta del kava; e questo è il caso anche delle tazze fatte di ciotole di metà cocco molto lucide e spesso intagliate.

La ragazza capo (ma non la Taupou) ora prende un piccolo fascio di corteccia di ibisco bianco (Fau o Purau) e con questo lavora la polpa avanti e indietro nella scodella per un poco di tempo; quindi raccoglie la fibra in un rotolo e lo attorciglia in maniera gentile, sempre nella stessa direzione, per filtrar via il liquore nella scodella, avendo preventivamente aggiunto acqua alla polpa. Quindi passa di mano il piccolo fascio a una delle ragazze partecipanti, la quale toglie tutto il materiale insolubile della radice del kava. Questa operazione è ripetuta numerose volte sino a che nulla rimane nella scodella se non un liquido colorato saponato, che è ora pronto per essere servito.

Nel frattempo la Taupou ha preso posizione di fronte alle ragazze, e prendendo una delle tazze la riempie con il kava preparato nella scodella, immergendovi un fascio di fibra e girandolo versa il liquido nella tazza. Ma prima di fare questo dice:

“Ava taute i le afiafi, ‘Ava taute i le taeao.”
(“Kava preparato per la sera, kava preparato per il mattino”)
Il capo che presiede dice:
“La faasoasoa ma sue foi”.
(“Rendilo pronto e diluiscilo”)
Egli aggiunge:
“Toe sue”
(“Diluiscilo ulteriormente”)
La Taupou dice:
“Silasila ma le manū, ‘ua tonu ma le manū.”
(“Questo è pronto e ora benedicilo”)
Con ciò tutti i presenti battono le mani. Il Tulafale degli ospiti quindi dice:
“Au mai le ipu a le ali’i … Lau ‘ava a Tuisamau”.
(“Dai la tazza al capo così e così. Kava a Tui-samau (il nostro Tulafale))

Si fa molta attenzione per assicurare che la tazza venga data per prima alla persona di rango principale nella compagnia; è compito del Tulafale chiamare i nomi nell’appropriato ordine, e sventure gli accadono se fa un errore. Alla bevuta del kava ciascuno ha un nome speciale per quell’occasione. Ho già affermato che il mio era Le Alii sue-fanua. Questi nomi sono chiamati “Se ingoa ipu”, o nomi delle tazze. Nel nostro caso la regola è che il nome del signor Churchill fosse il primo chiamato sotto il nome nativo Vanivania (credo), quindi me medesimo, quindi il principale capo presente, o la Taupou, quindi il nostro Tulafale, il cui nome di tazza è Tui-saman, e così via attraverso i nomi di quelli presenti. Nel nominare la persona alla quale la coppa è indirizzata, tutti i presenti battono le mani.

La Taupou ora si alza, e prendendo la tazza di cocco nella sua mano, si avvicina alla persona che è stata chiamata, che batte le mani, e nell’avvicinarsi tiene la tazza sopra la sua fronte e a due passi dal recipiente, con un movimento grazioso prende la coppa con un curva verso l’esterno per avvicinare i suoi piedi, e con un’altra curva consegna la tazza al recipiente, rovesciando alcune gocce sul terreno o sulla sua spalla sinistra come libazione agli dei, dicendo nello stesso tempo:

“La taumafa ‘ava le aitu ia matangofie le fesilasila lenei”.
(“Facciamo bere al dio il kava che questo raduno (lett. questo vedere l’un l’altro) possa essere piacevole”)

La ragazza nel frattempo si è ritirata nei pali centrali della casa, e sta lì mentre il destinatario beve, dopo di che egli da una piroettata alla tazza e la direziona piroettante verso le stuoie vicino ai piedi della ragazza. E così va sino a che tutti hanno bevuto. Generalmente la Taupou non partecipa alla bevuta, ma solo da un colpetto al fondo della tazza con il suo dito, dopo di che alcune gocce del liquido vengono aggiunte ai contenuti della tazza prima che vada alla successiva chiamata di nome.

Dopo che è stato fatto il giro tutt’intorno, colui che ha chiamato i nomi riceve l’ultima tazza, dicendo allo stesso tempo:

“Le ‘ava ‘ua motu, ‘ua matefa le fau, ‘ua pa’u le alofi”.
(“Il kava è interrotto, il colino è povero, la compagnia di capi è caduta giù”)

Così termina questa cerimonia, che è molto piacevole da presenziare. Il decoro di tutti i presenti la rende in un qualche modo una cerimonia solenne, mentre i movimenti graziosi delle ragazze con le loro braccia scoperte sono tutti molto piacevoli. Il kava è solitamente considerato un liquore inebriante, ma non intacca affatto la testa, sebbene si dica che la frequente indulgenza in esso porti a un vacillamento delle gambe, ed eventualmente il berne in eccesso produca un’apparenza scagliosa della pelle. E’ una bevanda rinfrescante, molto lievemente esilarante. L’arbusto dal quale vengono ricavate le radici è così simile al Kawakawa della Nuova Zelanda, che è difficile dire la differenza durante lo sviluppo; ma i botanici trovano una distinzione come testimoniato dai nomi, quello della Nuova Zelanda essendo il Piper excelsum, mentre la varietà isolana è chiamata Piper methysticum.

Dopo il kava, viene il dialogo, sempre condotto in toni così bassi di voce che ci si meraviglia di come coloro distanti dalla casa possano udire tutto; ma è la cosa corretta per i capi parlare in un tono basso in modo che la voce non strazi le orecchie – un fatto dal quale le nostre assemblee civilizzate dovrebbero prendere una lezione. Per tutto il tempo che dura la conversazione le ragazze preparano selue, o sigarette native, che accendono e quindi passano in giro, quando ciascuno prende qualche tiro e poi la passa. La sigaretta nativa è fatta di un pezzo di tabacco indigeno coltivato arrotolato in una foglia secca. E’ un fumare piacevole sebbene alquanto forte. Ho omesso di dire, in precedenza, che mentre viene preparato il kava alcune ragazze portano in giro ghirlande di foglie di odore gradevole, o i segmenti duri rossi del frutto di pandano e le appendono attorno ai colli degli invitati.

Si vedono spesso, prima della cerimonia del kava, una o più persone presenti, quando sedute a gambe incrociate, con i piedi coperti con una stuoia. Questa è una maniera educata per indicare che si è li solo per l’indulgenza dei capi nella cui compagnia non si addice sedersi sino a che il kava non venga bevuto.

Quando la conversazione è terminata, qualcuno dei nostri invitati dice “Ce ne andiamo” e tutti lasciano la casa, a parte la Taupau e la sua Aua-luma, o gruppo di ragazze che l’accompagnano, che rimangono per intrattenere gli invitati conversando e cantando.

Da: S. Percy Smith, 1920, Kava Drinking Ceremonies Among the Samoans and a Boat Voyage Around ‘Upolu Island, Samoa, The Journal of Polynesian Society, Suppl. vol. 29, pp. 1-21, pp. 10-13.

 

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