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Il kava, la droga del Pacifico
Preparazione del kava alle isole Fiji. Fotografia dell'800. British Museum, Dipartimento di Etnografia (da Lebot et al., 1992, p. 2, fig. 1.2)
Kava, the drug of the Pacific
Il kava (o kavakava, ‘ava, yangona, gamoda) è una bevanda inebriante ricavata dalle radici di un arbusto della famiglia delle Piperaceae, Piper methysticum Forst, largamente impiegata come droga in Nuova Guinea e nelle isole della Melanesia, Micronesia e Polinesia.
Il kava induce uno stato di tranquillità, amicizia e socievolezza verso gli altri. È dotato di proprietà soporifiche, analgesiche, è un rilassante muscolare e innalza i livelli emotivi.
La preparazione più tradizionale del kava si basa su una premasticazione delle radici della pianta; “gli individui scelti per praticare la masticazione prima si puliscono le mani e la bocca. Sono di solito giovani o fanciulli con buoni denti: spesso vengono loro in aiuto le donne. La masticazione viene fatta lentamente e solennemente, finché ciascun pezzetto di radice è ridotto a un detrito fibroso sottile. Il succo che si accumula in bocca non deve essere inghiottito” (Lewin, 1928: 267).
Cerimonia del kava nelle Isole Samoa (da Smith, 1920)
I boli così premasticati sono collocati in un recipiente dove viene aggiunta dell’acqua; le pallottole premasticate sono pressate dentro all’acqua, in modo da farvi fuoriuscire il succo. Il tutto viene quindi filtrato per ricavarne un liquido di color giallastro, che è il prodotto finale della lavorazione, pronto ad essere ingerito. Nella bevanda del kava non si forma alcol. I principi attivi della bevanda sono i kavalattoni, presenti nelle radici della pianta.
La cerimonia del kava ha originalmente svolto un ruolo religioso e di rafforzamento dei rapporti e delle gerarchie sociali. Oggigiorno la sua funzione religiosa è mantenuta in Melanesia, mentre nelle altre regioni svolge un ruolo sociale e politico e in diverse di queste si è sviluppata una sua funzione prettamente ricreativa e ludica.
Nell’utilizzo tradizionale religioso il kava era usato per il contatto con gli spiriti degli antenati e per la divinazione ed era frequentemente offerto alle divinità; in questi contesti la bevuta del kava è interpretata come una forma di sacrificio alle divinità (Turner, 1986). Nelle isole Hawaii i guaritori tradizionali scoprivano le cause di una malattia o il sesso di un nascituro osservando i movimenti delle bolle che si formavano nelle tazze di kava.
Esiste una ricca mitologia associata al kava, in particolare numerosi miti sull’origine del kava e del suo uso umano. Si vedano:
Mito d’origine della cerimonia del kava nelle isole Samoa (da L.D. Holmes)
Mito d’origine del kava nell’isola di Tonga (da V. Lebot)
Per comprendere il ruolo dell’impiego del kava nel rafforzamento della gerarchia sociale in una tribù polinesiana, si veda:
La moderna cerimonia del kava a Samoa (L. D. Holmes)
Nelle isole del Pacifico le donne non avevano tradizionalmente diritto a bere il kava, ad eccezione delle donne polinesiane e micronesiane di alto rango di Tonga, Samoa, Tahiti, Hawai’i e Pohnpei, e altrove le donne che avevano superato il periodo della menopausa. In seguito al contatto con gli Europei, le altre donne ottennero l’accesso al kava, come nelle isole Figi e Marchesi.
Ciotola per il kava hawaiana. British Museum (da Lebot et al., 1992, p. 107, fig. 4.10)
Il kava è anche un’importante merce tradizionale di scambio e di dono e svolge un ruolo nel rafforzamento dei legami d’amicizia interpersonali e intertribali. È considerata la “droga del Pacifico”, metaforicamente intesa come “droga pacifica”, portatrice di armoniosa socievolezza e di pace, agente conciliante e di invito al dialogo, un antidoto all’ira e all’ostilità. La bevuta del kava è un atto vissuto in maniera rituale in ogni occasione di incontro e di discussione fra più persone, nei più svariati ambiti sociali, da quelli popolari sino a quelli diplomatici e politici.
La maggior parte degli isolani non beve mai il kava da solo, e nelle isole Figi “bere il kava da solo” è sinonimo di stregoneria (Lebot et al., 1992: 142).
La bevuta collettiva tradizionale del kava avviene generalmente in silenzio; i rumori e la luce intensa diminuiscono i suoi effetti. In caso di dialogo fra i bevitori, si è soliti parlare sottovoce.
Esiste una stretta relazione fra il kava e la sessualità, espressa con valenze eterogenee, che variano a seconda del gruppo tribale. In alcuni miti il kava origina dalla vagina di una donna; alcune credenze tradizionali identificano il kava con il pene umano o con lo sperma umano. Per quest’ultima associazione si veda:
Il ruolo del kava nei rapporti omosessuali fra i Gebusi della Nuova Guinea (V. Lebot et al.)
Più frequentemente il kava è in antitesi simbolica e pratica con l’attività sessuale. I bevitori cronici della bevanda perdono interesse nei rapporti sessuali e a Kiwai, in Nuova Guinea, è riportato che se un uomo intende avere un rapporto sessuale con una donna, non deve bere prima il kava.
In diverse aree d’uso del kava è presente una certa opposizione simbolica fra questa bevanda e l’alcol, ben espresso dal detto hawaiano “L’uomo che beve il kava è ancora un uomo, mentre l’uomo che beve alcol diventa una bestia” (Titcomb, 1948). I missionari presbiteriani, pentacostali e avventisti si opposero con forza all’uso del kava, riuscendo a sradicarlo solamente in alcune regioni, mentre con la loro battaglia indussero la diffusione delle bevande fermentate alcoliche, che ebbe risultati devastanti.
Attualmente l’uso del kava non è più condannato moralmente o legalmente e le tradizioni relative alla sua preparazione e consumazione tendono sempre più a essere organizzate secondo una moderna istituzione nazionale. I Cattolici Romani di Pohnpei hanno recentemente incorporato il kava nei riti di penitenza cristiani e il prete lo consuma nel corso della cerimonia (Lebot et al., 1992: 205).
Un’altra conseguenza dell’opposizione al kava da parte dei religiosi occidentali fu una modificazione del procedimento tradizionale di preparazione della bevanda; in diverse aree oggigiorno il kava non viene più preparato mediante la tecnica della masticazione, bensì la radice essiccata è ridotta in polvere e quindi mescolata con l’acqua. Con questa tecnica si ottiene una bevanda dagli effetti psicoattivi ridotti.
Si vedano i miti sul kava qui pubblicati
Si veda anche: Bibliografia su antropologia ed etnografia del kava
FAVOLE ADRIANO, 2000, Tra locale e globale. Il rito kava in Polinesia, in: P. Scarduelli (cur.), Antropologia del rito. Interpretazioni e spiegazioni, Bollati Boringhieri, Torino, pp. 190-214.
HADDON A.C., 1916, Kava-drinking in New Guinea, Man, vol. 87, pp. 145-152.
LEBOT VINCENT, MARK MERLIN, LAMONT LINDSTROM, 1992, Kava. The Pacific Drug, Yale University Press, New Haven & London.
LEWIN LOUIS, 1928, La Kawa, in:, Phantastika, Vallardi Ed., Milano, pp. 261-272.
MANTEGAZZA PAOLO, 1871, La Kawa, in: Quadri della natura umana. Feste ed ebbrezze, Brigola Ediz., Milano, vol. II, pp. 581-588.
NEVERMANN HANS, 1938, Kawa auf Neuguinea, Ethnos, vol. 3, pp. 179-192.
SINGH N. YADHU (Ed.), 2004, Kava. From Ethnology to Pharmacology, CRC Press, Boca Raton, 168 pp.
SMITH S. PERCY, 1920, Kava Drinking Ceremonies Among the Samoans and A Boat Voyage round ‘Upolu Island, Samoa, Journal of the Polynesian Society, Suppl. vol. 29, pp. 1-21.
TITCOMB M., 1948, Kava in Hawaii, Journal of Polynesian Society, 57: 105-171.
TURNER W. JAMES, 1986, The water of life: kava ritual and the logic of sacrifice, Ethnology, 25: 203-214.