Cannabis e “veleni” nella pratica sessuale tantrica della mano sinistra

Cannabis and “venoms” in the Tantric sexual practice of the left hand

 

Da: Michael R. Aldrich, 1977, Tantric Cannabis Use in India, Journal of Psychedelic Drugs, vol. 9, pp. 227-233.

(pp. 229-233) Diamo uno sguardo alla pratica tantrica sadhana avanzata nel modo “eroico” (vira).
Le cerimonie della mano sinistra più pericolose solitamente hanno inizio a mezzanotte. Tuttavia, la cerimonia del Mahanirvana Tantra (che contiene una descrizione completa del rituale di consacrazione della Cannabis) inizia appena prima della sera.

Nella seconda metà dell’ultimo quarto della notte, il sadhaka si sveglia, agita via la sonnolenza, si siede sul letto, e si mette immediatamente a meditare sul suo guru sul loto dai mille petali nella sua mente.

[Segue un intricatissimo insieme di procedure preparatorie, fra cui il lavaggio rituale del corpo, che hanno lo scopo di concentrare il pensiero e di focalizzare le energie del sadhaka per il rito che sta per aver luogo. Il prossimo passo è quello di consacrare alla Dea il frullato di latte di cannabis, vijaya]

Il vijaya che utilizzerà è già preparato. I testi tantrici non offrono ricette per questa pozione, ma presuppongono che gli adepti sappiano come prepararla. A volte è solamente una piccola palla verde di bhang inumidito nel latte o nell’acqua; più frequentemente, almeno nell’India contemporanea, è un delizioso frullato di latte di cannabis saporito con mandorle, pepe, cardamomo, semi di papavero e altre spezie.

Il sadhaka prende una ciotola di vijaya e la colloca sulle “fondamenta”, cioè il triangolo equilatero disegnato di fronte a lui sul terreno o sul pavimento come mandala protettivo.

Per purificare la droga e consacrarla alla sua divinità prescelta (in questo caso Kali), egli recita il seguente mantra per la consacrazione del vijaya: OM, HRIM, AMRITE, AMRITODBHAVE AMRITA-VARSHINI AMRITAM AKARSHAYA-KARSHAYA: SIDDHIM DEHI: KALIKAM ME VASHAM-ANAYA: SVAHA.

In questo mantra, OM è la sillaba-germinale per il chakra in cima alla testa; HRIM è il maya-vija, una sillaba-germinale dell’universo fenomenico illusorio, la dea e tentatrice Shakti. AMRITA è il nettare degli dei, qui con il significato dello stesso vijaya; SIDDHI è il “potere occulto”, significante anche il frullato di latte di Cannabis; e SVAHA è la frase di chiusura di questo tipo di mantra, cioè “così sia”. Il mantra significa: “OM, HRIM, Nettare Immortale, che si erge dal nettare, che riversa nettare, attrai nettare ancora e ancora; conferisci su di me potere magico; porta Kali nel mio potere; così sia”.

Ripetendo in silenzio il mantra per sette volte, il sadhaka esegue poi i seguenti gesti specifici (mudras) sopra alla ciotola di vijaya: il mudra della vacca, il mudra dello yoni, il mudra della chiamata per l’invocazione e il benvenuto, il mudra della fissazione che fissa qualcosa nel luogo, il mudra dell’ipostatizzazione che mette la santità in una seduta, il mudra dell’ostruzione che respinge le forze demoniche, e il mudra del confronto che porta l’adorante e il vijaya faccia a faccia con la divinità. Questi gesti magici portano il potere della Dea nella Cannabis.

Lo sadhaka medita quindi sul guru nel loto dai mille petali in cima alla sua testa con il mantra, “AING, O Signore della Beatitudine, offro questa libagione al piedistallo del guru, obbedienza a lui”. Mentre recita mentalmente questo mantra, l’adorante solleva la ciotola di vijaya di fronte alla testa per tre volte, con un gesto specifico per offrire nel suo cuore il bhang a Devi; e di nuovo solleva la ciotola cantando il mantra alla dea della parola Sarasvati: “AING, parla, parla, O orante della parola. Tu che porti tutta la verità sotto controllo, rimani sempre sulla punta della mia lingua”.

Egli beve quindi il vijaya dalla ciotola.

Con l’ultimo mantra l’adorante trae l’energia della Kundalini, la dea in forma di serpente avvolto nel centro più basso del corpo, verso il regno di Sarasvati, la punta della sua lingua, per ricevere l’offerta di vijaya. Bevendo il frullato di latte, lo sacrifica alla dea e, come ha fatto in precedenza con acqua purificatrice, versa simbolicamente l’offerta particolare nel ricettacolo che permea cosmicamente e da cui è venuto.

Dopo aver bevuto, il vijaya si inchina al guru, ponendo i palmi piegati sopra all’orecchio sinistro; quindi a Ganesha, ponendo i palmi piegati sull’orecchio destro; e infine all’Eterna Dea Primeva, ponendo i palmi piegati nel mezzo della fronte, meditando nel frattempo sulla Dea.

Ciò conclude la consacrazione e l’offerta della Cannabis alla Dea, e lo sadhaka resta occupato sistemando gli articoli convenzionali dell’adorazione (latte, fiori, ecc.) alla sua destra e gli articoli tantrici (vino, ecc.) alla sua sinistra, e purificandoli con spruzzi di acqua e con mantra appropriati.

Egli quindi “recinta i punti cardinali”, proteggendo quest’area con gesti e canti in modo tale che nessuna ostruzione possa introdursi.

Quindi svolge un rito chiamato Bhuta-shuddhi, la pulizia (shuddhi) degli elementi di cui il corpo è costituito (bhuta). Questo è una rapida salita immaginaria, mentale, della forza della Kundalini dentro se stesso, guidandola progressivamente in alto, verso i centri di energia del corpo, dissolvendo gli elementi di ogni chakra verso il successivo centro di energia superiore.

Egli pensa a “un uomo nero arrabbiato nel lato sinistro della cavità del suo addome della dimensione del suo pollice, con barba ed occhi rossi, portante una spada e uno scudo, con la testa tenuta in basso, l’immagine precisa di tutti i peccati”. Questa immagine di diavolo viene bruciata via con esercizi di respirazione, inalando attraverso la narice sinistra per 16 volte e tenendo il respiro per 64 volte. Quindi il corpo bruciato del diavolo è purificato o “bagnato nel nettare”, mentre l’adorante respira per 32 volte. “Avendo così bagnato l’intero corpo dai piedi alla testa, egli immagina che un corpo di Deva è entrato in lui”, cioè il suo corpo è stato purificato ed egli è sulla strada di diventare un uomo divino.

Quando la Cannabis è assunta oralmente in alte dosi, impiega circa un’ora prima che i suoi effetti siano completamente percepiti. Ma in questo rito mentale del Bhuta-shuddhi si presentano i primi effetti dell’esperienza. Questo rituale certamente aiuta nella salita degli effetti e viceversa: bere bhang facilita la meditazione. Lo sadhaka non ha mangiato per 24 ore prima della cerimonia, e la “immagine del peccato” nell’addome può avere qualcosa a che vedere con i borbottii interni che spesso si presentano quando uno ha mangiato una grande quantità di bhang a stomaco vuoto.

Se si immagina lo sadhaka che inizia a percepire gli effetti della Cannabis, il resto dei riti purificatori sono più comprensibili. Questi consistono di numerosi tipi di Nyasa, cioè mettere le punta delle dita e il palmo della mano destra su diverse parti del corpo per infonderle di vita divina.

La descrizione della seconda (o “superiore”) parte del rito sarà meno dettagliata. Essa consiste della formazione del chakra o del cerchio degli adoranti maschio e femmina, i Shiva e le Shakti, ciascuna donna alla sinistra del suo partner maschile.

Viene adorato il luogo e lo stesso circolo, dopo di che vengono consacrati i cinque “M”, gli articoli dell’adorazione. I vassoi contenenti ciascun elemento sono purificati e il vino, il pesce, la carne e il cereale secco sono posti nel centro del cerchio alla portata dei partecipanti.

Anche il capo della cerimonia e la sua shakti solitamente siedono al centro, rappresentando la coppia divina paradigmatica nel centro del chakra superiore della testa in ogni testa di partecipante (il guru personale di ciascun partecipante non è in grado di essere presente in tutte le occasioni, e così i più autorevoli sadhaka e sadhaki devono prendere il loro posto).

Gli ingredienti dell’adorazione sono meditati e consumati uno per uno, con il potere divino invocato in essi con cerimonie simili a quelle per la consacrazione del bhang.

Quando lo sadhaka porta il vino alle labbra, ripete il rito trascendentalizzante che abbiamo già visto con la bevuta del vijaya: egli porta mentalmente l’energia della Kundalini sino alla punta della lingua, e offre la libagione alla Dea in quel luogo.

Nello stato di esaltazione indotto dalla Cannabis e dai riti di concentrazione, l'”eroe” tantrico non vede se medesimo separato dall’oggetto dell’adorazione o dalla divinità che lo media; piuttosto, diventa quest’ultima. In ultima analisi, lo sadhaka è mero veicolo mediante il quale la dea nel vino, ad esempio, si riunisce con la dea Kundalini in se medesimo. Questo è il senso tantrico molto speciale in cui sacrificare vino, pesce, carne o cereale alla Dea è mangiarli. Questo rituale è ripetuto per la consumazione dei sacramenti tantrici.

Così pure con il maithuna, la copulazione rituale. Se la donna partner è ella medesima una sadhaki, è passata attraverso le medesime purificazioni preparatorie svolte dall’uomo. Altrimenti, essa deve essere preparata in modo speciale con certe procedure: lo sadhaka le fa il bagno, scioglie e pettina i suoi capelli, l’adorna con profumi e la fa sedere su un letto o su un divano purificato. Egli svolge dei Nyasa sul corpo di lei, toccandole la fronte, gli occhi, le narici, la bocca, le braccia e le cosce, mentre pronuncia le lettere sanscrite. Se essa non ha mai partecipato ai cinque “M”, egli si ciba della noce di betel di lei, tocca il suo pube per un istante ed emette la più intima sillaba-germinale della Dea, AING, per un centinaio di volte.

Durante l’atto sessuale, l’adorante recita questo verso: “OM, Tu Dea risplendente per l’offerta del dharma e del non-dharma, nel fuoco del se, usando la mente come mestolo sacrificale, lungo la via del sushumma (il dotto centrale del corpo yogico), io che sto ingaggiando nel bardare gli organi di senso, costantemente offro (questa oblazione)”.

Meditando continuamente sull’unicità di Shiva e Shakti, e ripetendo (mentalmente) le lettere dell’alfabeto, lo sadhaka continua. Alla fine, il maschio “abbandona il suo sperma” con il mantra “OM, con luce ed etere come le mie due mani, io, esultante, faccio affidamento sul mestolo, io, che prendo dharma e non-dharma come ingredienti sacrificali, offro (questa oblazione) amorevolmente nel fuoco, Svaha”.

In effetti i testi differiscono sul fatto se l’uomo debba “abbandonare il suo sperma”. I Buddisti istruiscono l’adorante a trattenerlo, mentre alcuni testi induisti richiedono la eiaculazione. Ciò dipende in parte dalla via che lo sadhaka segue e dalla sua capacità yogica. Il punto, in entrambi i casi, è di prolungare il rapporto il più possibile – di qui la recitazione continua dei caratteri sanscriti – per costruire la tremenda energia sessuale così generata, sino a che la coppia è circondata da un’aurea dorata infuocata, un “venire” molto prolungato e non specificatamente genitale, un senso di unità divina. Sprizzano scintille per ore in questa danza cosmica, il cervello si scioglie e viene esperienziata la liberazione, la mahanirvana.

La maggior parte dei libri sul Tantrismo sono schivi sul ruolo della Cannabis in questa cerimonia. Solo Bharati (1970),1 fra dozzine di scrittori, ha sottolineato il tempo che trascorre fra la bevuta del vijaya nella prima metà del rito e il culmine della cerimonia nella seconda metà. E’ di circa un’ora e mezza, “lungo a sufficienza per ottenere realmente un effetto … Ciò è molto importante nella scena indiana, dove il postulante spirituale deve superare enormi inibizioni culturali” (id., p. 251). Ecco dunque un aspetto dell’uso del bhang: è un disinibitore. Ma vi sono ragioni più profonde per il suo uso.

Quando l’adorante si sente sotto l’effetto della Cannabis, sviluppando attentamente attraverso riti selezionati la consacrazione dei cinque “M”, il vijaya agisce come intensificatore dei sensi, un rafforzante euforico della consapevolezza. In questo scopo è essenziale alla cerimonia. L’intera cerimonia (sakhana) può essere svolta senza la Cannabis, naturalmente, ma in tal caso non si tratterebbe affatto di questo rito: sarebbe qualcos’altro, forse la via della “mano destra” o via simbolica, come svolgere una cerimonia del peyote senza il peyote.

Note

1) Bharati A., 1970, The Tantric Tradition, Doubleday, Garden City, N.Y.

 

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