L’Amanita muscaria presso i Kamchadal (Erman)

The fly-agaric among the Kamchadal (Erman)

Da: Adolph Erman, 1833-48, Reise um die Erde durch Nord-Asien und die beiden Oceane in den Jahren 1828, 1829 und 1830 ausgeführt (Un viaggio intorno al Mondo attraverso il Nord Asia e i due Oceani negli anni 1828, 1829 e 1830), Berlino, pp. 233-235; pubblicato in italiano in: Daniel S. Worthon, 1980, Conoscere le piante allucinogene, Savelli, Milano, pp. 155-157.

I miei compagni raccolsero con grande desiderio dei fly-agaric [Amanita muscaria Esenb; in russo mukhomor, fly pest] sia nei boschi che avevamo attraversato la mattina e sia adesso ai piedi delle montagne Baidar del Nord. Per il loro brillante colore rosso, attrassero lo sguardo di tutti da lontano, e questo causava sempre una sosta improvvisa nella nostra carovana, che in un primo momento mi sorprese. Essi ora confermavano ciò che già mi era stato detto nel Tigilsk intorno alle proprietà intossicanti di questo fungo, dicendo che non veniva mangiato nel Sedanka ma solo raccolto dai Koriaki, che in inverno pagavano spesso con una renna un solo pezzo seccato. Il mukhomor, dicevano, era più raro nel Nord della Kamciatka, e i Koriaki avevano imparato le sue proprietà solo perché la carne di renna che veniva mangiata aveva un effetto intossicante come quello dello stesso fungo. Era questa esperienza che li aveva portati a usarlo con molta parsimonia e col massimo vantaggio, ed ecco perché raccoglievano sempre l’urina di quelli che erano riusciti a farsi per mezzo di un mukhomor, e la mischiavano con la loro bevanda come fosse un inebriante ancora molto effettivo. […]

Nel medesimo giorno assaggiai per la prima volta una pianta mangiata da tutti i Kamciadali, imparando nei giorni che seguirono ad apprezzarla – oltre ad altre belle qualità – per la facilità con cui poteva essere trasportata, per la sua insolita leggerezza e comodità con cui poteva essere usata, dato che non richiedeva alcuna preparazione. Mi riferisco ad una sostanza fatta dagli steli del cosiddetto kiprei (Epilobium angustifolium). Numerosi steli sono stesi uno sull’altro e spremuti e battuti in strati da due a tre pollici, in modo che il dolce succo che c’è dentro penetri la verde corteccia interna e i pezzi di corteccia legnosa; dopo di che si trasforma in solide strisce color verde scuro dal piacevole aroma, lunghe dai quattro ai sei piedi e larghe come ho già detto prima. Vengono mangiate crude ma sempre spalmate di burro o grasso di foca, e con questa aggiunta, anch’io li trovai gustosi, facilmente digeribili e nutrienti.

L’esempio dei Russi (dell’estremo Sud della Kamciatka) ha indotto i nativi del Yelovka a tentare un esperimento agricolo durante lo stesso anno, poiché essi piantarono delle patate in un piccolo appezzamento di terra tra le loro case. Le piante sembravano tuttavia molto malate, dovuto senza dubbio alla scorretta coltivazione, e su una parte del terreno essi l’avevano già rimpiazzata con funghi molto più curati. Questi appartenevano alla moglie del Toyon, che li aveva colti nei boschi in primavera e trapiantati quando erano ancora minuscoli, ed ora ella mi indicava con particolare lode la grande misura dei loro cappelli scarlatti e le numerose macchie bianche, considerate presagio di un potente effetto. Parlò con il più sfrenato entusiasmo del suo amore per questo inebriante, e notai che aveva uno sguardo vitreo negli occhi e le guance rosso rame, che senza dubbio provenivano dalla eccessiva indulgenza, sebbene non avessi visto gli stessi sintomi in molti altri mangiatori di funghi che incontrai più tardi. […]

Più tardi, in uno di questi luoghi aperti nei boschi raccogliemmo venti funghi, con l’immensa gioia del più vecchio dei miei compagni che, come un entusiasta devoto a questo inebriante, di nuovo lodò i suoi poteri e benefici. Riportò, per sua propria esperienza, i più svariati effetti di questo fungo sugli animali erbivori; le renne selvagge che ne hanno mangiato vengono trovate così stupefatte che possono essere legate con funi e poi lasciate libere; la loro carne inebria coloro che la mangiano, ma solo se la renna viene uccisa appena presa; da ciò appare che la comunicabilità della sostanza narcotica dura circa il tempo che colpisce i nervi degli animali. Disse anche che questa intossicazione da funghi ha un effetto ben differente dall’ubriachezza da alcool; pochi funghi pongono i nativi della Kamciatka in uno stato d’animo pieno di pace e gentile (skromno), ed essi avevano visto come i Russi fossero differentemente influenzati dagli spiriti.1 […]

Non c’è dubbio, tuttavia, su un “meraviglioso incremento della forza fisica”, che l’uomo del Yelovka lodava quale ulteriore effetto dell’intossicazione da fungo. “Nel raccolto del fieno – diceva – posso fare il lavoro di tre uomini dal mattino fino al far della notte senza alcun problema, se ho mangiato un fungo”. Tra i vari modi di usare il mukhomor disse che il migliore era il più semplice, cioè, seccandolo, ingoiandolo crudo e mandandolo giù con dell’acqua. D’altra parte, i russi del Klynchevsk, d’accordo con lui che con questa preziosa pianta si può fare un carico intero da cavallo da soma, preparano un decotto con l’acqua e tentano di toglier via il suo gusto estremamente disgustoso mischiando l’estratto con succhi di bacche varie. […]

Il nostro vecchio cacciatore tuttavia si sentiva in diritto di essere ricompensato con i piaceri dell’ebbrezza. Immediatamente dopo il nostro arrivo, egli scambiò alcuni dei funghi che avevano raccolto con dei funghi secchi, di cui subito inghiottì tre piccoli pezzi (un fungo e mezzo) mandandoli giù con l’acqua. Quando è fresco, il mukhomor è così viscoso e di una tale molle consistenza, che è difficile da inghiottire senza masticare.

1 A proposito degli effetti del mukhomor sui russi che ne mangiano sempre tantissimi (fino a 10 funghi, laddove io non vidi mai un Kamciadale usarne più di due), Krashennininikov dice di alcuni casi in cui la più intensa eccitazione termina nella furia dell’uomo inebriato contro se stesso. Anche un giovane Cosacco del Bolsheretsk, dopo aver mangiato molti funghi, si tratteneva con difficoltà dal mettersi un coltello nell’addome, mentre un altro si era ucciso da poco con l’autocastrazione.

 

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