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L’Amanita muscaria in Siberia
Sciamano Koriako che suona il tamburo dentro a una yurta (tenda). Da Jochelson, 1905
The fly-agaric in Siberia
L’uso del fungo allucinogeno Amanita muscaria (agarico muscario) nelle regioni siberiane è attestato nelle immagini di incisioni rupestri preistoriche di diversi siti archeologici dell’Asia centrale e settentrionale, inclusi quelli del fiume Pegtymel, in Siberia. I rapporti etnografici dei secoli scorsi ne documentarono l’impiego come inebriante presso diverse popolazioni.
Il suo uso è attestato in due vaste regioni della Siberia. La prima riguarda i territori della Siberia nord-occidentale compresi far i fiumi Dvina e Kotuj, inclusa la penisola di Taymir. In questa regione le popolazioni coinvolte nell’uso del fungo appartengono alla famiglia linguistica degli Uralici, e sono: Khanty (Ostiaki), Mansi (Vogul), Nenets della foresta, Selkup (gruppo dei Samoidei), Nganasan, Ket (Ostiaki dello Yenisei). Secondo le recenti osservazioni di Saar (1991), presso queste popolazioni oggigiorno l’uso del fungo si è estinto.
La seconda regione riguarda la parte orientale della Siberia a partire dal fiume Kolyma, inclusa la penisola della Kamchatka e le popolazioni coinvolte sono: Chukci, Koriaki, Itelmen, Eschimesi, Chuvanian (una delle tribù Yukagir), Yukagir, Even e i Russi stanziatisi da secoli lungo il fiume Kolyma.
L’uso del fungo è stato riportato dagli etnografi del XIX secolo anche fra i Lapponi Inari delle regioni settentrionali della penisola scandinava (Wasson, 1968) e presso i Komi che abitano negli Urali settentrionali (Dunn, 1973).
Gli antropologi russi del periodo post-rivoluzionario riportarono che, con l’avvento del potere sovietico, le popolazioni siberiane cessarono l’antica pratica di ingestione dell’agarico muscario, “raggiungendo presto la fase socialista dello sviluppo sociale” (rip. in Wasson, 1968: 151). In seguito al cambiamento politico post-sovietico degli anni 1990, gli antropologi, maggiormente liberi dalla censura, tornarono a riportare l’uso del fungo presso quelle popolazioni, dimostrando che questo utilizzo non era in realtà mai stato interrotto (si veda Saar, 1991).
A seconda delle popolazioni l’agarico muscario era ed è usato collettivamente, in occasione di cerimonie e di feste, oppure impiegato dagli sciamani per favorire la trance durante le pratiche curative o per contattare gli spiriti dei morti, nelle pratiche divinatorie e nell’interpretazione dei sogni. E’ impiegato anche come fortificante nel corso dei lunghi spostamenti e della caccia. E’ assai probabile che originalmente l’uso fosse esclusivamente sciamanico e che in seguito all’affievolimento dell’istituzione e del potere sciamanico l’impiego del fungo si sia diffuso presso altri membri della società tribale.
Nel corso delle visioni indotte dall’agarico muscario si presentano allo sperimentatore siberiano delle figure antropomorfe prive di braccia e di gambe, considerati gli spiriti del fungo e chiamati “uomini-amanita” o “manichini”, che comunicano con lo sperimentatore e lo conducono per mano nel viaggio ultraterreno. Questi “uomini-amanita” ricoprono un ruolo importante nell’interpretazione dell’esperienza con il fungo, sono raffigurati nelle incisioni rupestri preistoriche degli antichi popoli siberiani e sono un motivo ricorrente nella mitologia e nei racconti degli Yakuti, Chukchee e di altre tribù attuali.
Si veda: L’Amanita muscaria fra i Chukchi (V. Bogoraz)
Le popolazioni siberiane hanno scoperto che l’urina di chi ha mangiato l’agarico muscario è anch’essa dotata di proprietà psicoattive e sono note per il bizzarro costume di bere la propria urina o quella di altri individui per prolungare gli effetti del fungo. È assai probabile che queste popolazioni abbiano scoperto le proprietà psicoattive dell’urina di chi ha mangiato il fungo e dello stesso fungo osservando il comportamento delle renne, che vanno ghiotte e si inebriano intenzionalmente sia con l’agarico muscario che con l’urina delle altre renne che l’hanno consumato.
Si vedano:
L’Amanita muscaria fra i Koriaki (W. Jochelson)
L’uso dell’Amanita muscaria fra i Koriaki della Siberia (J. Enderli)
L’Amanita muscaria fra gli Ugri (Ostiaki e Vogul) (K. F. Karjalainen)
L’Amanita muscaria fra i Kamchadal (Erman)
L’esperienza col fungo di Joseph Kopec
DUNN ETHEL, 1973, Russian Use of Amanita muscaria: A Footnote to Wasson’s Soma, Current Anthropology, vol. 14, pp. 488-492.
GEERKEN HARTMUT, 1992, Fliegen Pilze? Merkungen und Anmerkungen zum Schamanismus in Sibirien und Andechs, Integration, vol. 2/3, pp. 109-114.
JOCHELSON WALDEMAR, 1905-1908, The Koryak, Memoir of the American Museum of Natural History, New York.
LANGSDORF G. H., 1809, Einige Bemerkungen die Eigenschaften des Kamtschadalischen Fliegenschwammes betreffend, Annalen Wetterauischen Gesellschraft für die gesammte Naturkunde, vol. 1(2), pp. 249-256.
ROSENBHOM ALEXANDRA, 1991, Der Fliegenpilz in Nordasien, in: W. Bauer, E. Klapp & A. Rosenbhom (Ergs.), Der Fliegenpilz, Wienand-Verlag, Köln, pp. 121-164.
SAAR MARET, 1991, Ethnomycological data from Siberia and North-East Asia on the effect of Amanita muscaria, Journal of Ethnopharmacology, vol. 31, pp. 157-173.
WASSON R. GORDON, 1967, Fly Agaric and Man, in: Daniel H. Efron, Bo Holmstedt & Nathan S. Kline (Eds.), Ethnopharmacologic Search for Psychoactive Drugs, U.S. Department of Health, Education and Walfare, Washington, pp. 405-414.
WASSON P. VALENTINA & R. GORDON WASSON, 1957, Mushrooms, Russia and History, Pantheon Books, New York, 2 vol.
WASSON R. GORDON, 1968, Soma. Divine Mushroom of Immortality, HBJ, New York.