L’ololiuhqui nei documenti storici

Ololiuhqui in the historical documents

 

Oltre ai moderni dati etnografici, che attestano un impiego dei semi psicoattivi di Turbina corymbosa presso diverse popolazioni messicane (si veda I semi “parlanti” del Messico), vi sono riferimenti del loro impiego nei tempi passati nei documenti dei cronisti spagnoli del XVI e XVII secolo. Di seguito sono riportati in ordine cronologico i passi più significativi.
Il padre francescano Bernardino de Sahagún, che diresse l’opera monumentale Historia general de las cosas de Nueva España, stesa nel periodo 1547-1577, tratta brevemente dell’ololiuhqui in un capitolo intitolato “Di certe erbe che ubriacano”:

V’è un’erba che si chiama cóatl xoxouhqui, e genera un seme che si chiama ololiuhqui; questo seme ubriaca e fa impazzire. La danno come bevanda per fare danno a quelli che vogliono male, e coloro che lo mangiano sembra che vedano visioni e cose spaventose; lo danno da mangiare con il cibo, o da bere con la bevanda gli stregoni, o quelli che aborriscono qualcuno per fargli del male. Quest’erba è medicinale, e il suo seme è buono per la gotta, macinandolo e ponendolo nel luogo dove sta la gotta (Sahagún, XI, VII, 1,1).

Il termine ololiuhqui sembra venisse attribuito a diverse altre piante, probabilmente non psicoattive. Sahagún cita queste altre piante omonime in IV, 21, 3, XI, 7, 121 e 138.
Il monaco benedettino Pedro Ponce e León, in un capitoletto del suo breve trattato Breve relación de los Dioses y ritos de la gentilidad, datato al 1569, dedicato a come venivano cercate le cose perdute, riferisce dell’ololiuhqui, del peyote e di un seme chiamato tlitlitzin, che Wasson (1963, p. 177) ha identificato con il seme dell’Ipomoea violacea:

Bevono l’ololiuhqui e il peyote, un seme che chiamano tlitliltzin. Sono così forti che li priva dei sensi e dicono che appare loro come un negro che gli dice tutto ciò che vogliono. Altri dicono che appare loro nostro signore, altri gli angeli, e quando fanno questo si mettono in una stanza e si chiudono e mettono una guardia che ascolti ciò che dicono, e non lo fanno parlare sino a che non è terminato il delirio perché fanno come matti, e poi domandano ciò che hanno detto e di questo possono quindi essere certi.

Francisco Hernández, botanico e “protomedico” della missione scientifica inviata dal re Filippo II per studiare le risorse vegetali e animali della “Nueva España”, scrisse l’opera monumentale Historia Natural de Nueva España, stesa negli anni 1571-6. All’ololiuhqui dedica un intero capitoletto, e ne offre anche un’immagine:

Immagine dell'ololiuhqui data da Hernández nel 1571-6

Immagine dell’ololiuhqui data da Hernández nel 1571-6

Dell’ololiuhqui o pianta dalle foglie rotonde.
L’ololiuhqui, che altri chiamano coaxíhuitl, cioè “erba dei serpenti”, è pianta volubile che da alcune radici assomiglianti a fibre getta steli cilindrici, verdi e sottili, con foglie verdi e anch’esse sottili, a forma di cuore, fiori bianchi e allungati, e seme tondo simile a quello del coriandolo, da dove viene il suo nome. E’ pianta calda di quarto grado, cura il contagio gallico, calma i dolori causati dal freddo, dissipa la flatulenza e risolve i tumori; la sua polvere mescolata con resina allevia in maniera ammirevole le ossa lussate o rotte e la cintura rilassata delle donne, rinforzandole. In medicina si impiega solamente il seme, il quale macinato, mangiato e unto sulla testa e sulla fronte con latte e chili [peperoncino], dicono che cura le malattie degli occhi; mangiata eccita l’appetito venereo. Il detto seme è di sapore acre e, come la stessa pianta, molto caldo. I sacerdoti indios, quando volevano simulare che conversavano con gli dei e ricevevano da questi delle risposte, mangiavano questa pianta per delirare e vedere mille fantasmi e figure di demoni; proprietà che si può dire simile a quella del solanum manicum di Dioscoride. Nasce in luoghi di campagna delle regioni calde (Hernández, II, XIV, 1).

Il riferimento agli effetti afrodisiaci dell’ololiuhqui dato da Hernández è da considerare di dubbia validità, in quanto i nativi messicani avevano e hanno tutt’ora una profonda venerazione di questo seme, che considerano divino, e non sono noti casi di un suo impiego per scopi profani nella moderna letteratura etnografica.
Juan Bautista Pomar, scrivano di Texcoco, scrisse nel 1581 una Relación de Texcoco, dove tratta delle proprietà medicinali dell’ololiuhqui, senza tuttavia accennare alle sue proprietà inebrianti:

Hanno un seme che si chiama ololiuhqui, che prendono dalla terra calda, il quale macinato e reso farina e posto nelle parti gonfie che provengono da dolori interni, toglie il dolore e il rigonfiamento; e similmente tostato e macinato e sciolto in acqua e bevuto, toglie il fastidio del corpo, poiché fa sudare (Pomar, XXVI).

Probabile raffigurazione della pianta dell'ololiuhqui nel Codice Magliabecchi (83r)

Probabile raffigurazione della pianta dell’ololiuhqui nel Codice Magliabecchi (83r) (cfr. Anders, 1996, p. 218)

L’autore antico che maggiormente si è dilungato nella descrizione dell’impiego dell’ololiuhqui, e che ha reso famosa questa fonte vegetale psicoattiva messicana fra gli studiosi moderni, è Hernando Ruiz de Alarcón, che professò la sua attività inquisitoriale nelle valli del Messico centrale e scrisse un Tratado de las supersticiones y costumbres gentílicas, pubblicato nel 1629. Alarcón cita una prima volta l’ololiuhqui presentandolo in questo modo [per la versione nell’originale di questi passi si veda qui]:

L’ololiuhqui è un genere di seme simile alle lenticchie, che lo produce un tipo di edera di questa terra, e bevuto questo seme priva del giudizio, poiché è molto veemente; e per mezzo di questo comunicano con il demonio, poiché suole parlare a loro quando sono privati del giudizio con la detta bevanda, e ingannarli con differenti apparenze, e quelli lo attribuiscono alla divinità che dicono che sta nel detto seme, chiamato ololiuhqui o cuexpalli, che è la stessa cosa (Alarcón, I, II).

Alarcón offre quindi interessanti particolari sulle modalità di conservazione dell’ololiuhqui, il quale veniva custodito in un cestello nell’oratorio domestico, e la cui cura era tramandata di generazione in generazione:

Quando qualche vecchio che è a capo di lignaggio ha preso per avvocato l’ololiuhqui o il peyote, o qualche idolo, gli fanno il cestello più curioso che possono, dove lo custodiscono, e in esso mettono ciò che gli offrono, come incenso, alcuni straccetti ricamati, vestiti di bimba, e altre cose di questo tipo, e tengono quello con così tanta cura e venerazione che nessuno si azzarda ad aprire il cestello, e molto meno l’offerta che vi sta dentro, né l’ololiuhqui, peyote o idolo, sebbene venerino gli idoli molto di più. Di questo cestello con ciò che v’è dentro sono eredi i figli e discendenti, senza che in ciò si azzardi alcuno della generazione a trascurare, ed è in questa maniera che, se accade che termina la generazione di quelli a cui competeva la custodia di tale cestello, che chiamano in messicano ytlapial, che significa “coloro che sono obbligati a custodire la tal cosa”, nessun altro si azzarda a mutarlo di luogo dove lo misero e lasciarono i padroni ed eredi, che solitamente è l’altare dei loro oratori che chiamano Santocalli, come dirò più avanti, e questo si osserva così puntualmente, che nel caso ultimo, in cui parlo dell’india di Cuetlaxxochitlan, accadde che avendo io verificato che aveva uno di questi cestelli, senza ch’ella lo immaginasse la presi nella chiesa per farle confessare il delitto, e vedendo che negava la portai a casa sua, ed entrando nell’oratorio feci cercare il cestello, e nell’oratorio stava già tutto in uno stato abbandonato da tempo, che le stuoie erano piene di terra, e le immagini quasi di tutto punto avevano perduto i colori, e nessuno si era azzardato a muovere né toccare cosa alcuna di ciò che v’era li, per stare nel detto oratorio il cestello, che trovammo su una stuoia che l’altare dell’oratorio aveva per tetto. In questo cestello stava l’ololiuhqui e alcuni degli oggetti riferiti e alcuni fazzoletti (lenzecuelos) e l’india non si azzardava a toccare con la mano l’ololiuhqui. Domandato alla suddetta india perché e per cosa aveva quello li, rispose Amo notlapial ca san ypan nehcoc, che significa “non mi appartiene per eredità, bensì lo trovai quando entrai a vivere in questa casa”. Richiestole perché aveva negato, rispose quasi la stessa cosa dicendo ypampa ca amo notlapial, come se dicesse, “perché non è cosa che io eredito”, e così se la detta avesse avuto modo di nascondere il cestello, senza dubbio lo avrebbe fatto, e così non le lasciai la mano, dopo che seppe perché era stata chiamata (Alarcón, I, II).

Dopodiché Alarcón dedica due capitoli interi all’ololiuhqui. Il primo è intitolato De la superstición del ololiuhqui, di cui viene qui riportato un ampio stralcio. Innanzitutto descrive le modalità della consultazione divinatoria:

Il detto ololiuhqui è un seme assomigliante alla lenticchia o alla veccia, la cui bevuta priva del giudizio, e meraviglia la fede che questi infelici nativi hanno nei confronti di questo seme, poiché bevendolo, lo consultano come un oracolo, per tutte le cose di cui desiderano conoscere la causa delle malattie, perché quasi tutti quelli che fra di loro sono tisici, con camara o qualunque altra malattia delle prolijas1 lo attribuiscono a stregoneria, e per uscire da questo dubbio e cose simili, come le cose rubate e degli aggressori, consultano questo seme per mezzo di uno dei loro medici imbroglioni, che alcuni di quelli hanno per ufficio bere questo seme per simili consulte, e il tale medico si chiama Payni, per il detto ufficio, per il quale lo pagano molto bene, e lo subornano con cibi e bevande a sua preferenza. Se il tal medico, o non è dell’ufficio, o desidera evitare quella tormenta, consiglia il malato di bere egli medesimo quel seme o un’altra perona, che viene anch’essa pagato come il medico, ma il medico le indica il giorno e l’ora che lo deve bere, e le comunica per quale scopo lo beve. Alla fine, che sia il medico o altro per lui, che deve bere il detto seme o il peyote, che è altra radice piccola e per la quale hanno la medesima fede che con quest’altro seme, si chiude solo in una stanza, che solitamente è il suo oratorio, dove nessuno deve entrare per tutto il tempo della consultazione, per via del fatto che il consultante è fuori di se, che allora credono che tale ololiuhqui o peyote gli stia rivelando ciò che desiderano conoscere; quando gli è passata l’ubriachezza, o privazione del giudizio, esce raccontando due mila frottole, fra le quali il demonio suole dare alcune verità, con le quali li tiene di tutto punto ingannati o abbindolati (Alarcón, I, VI).

A questo punto Alarcón passa a descrivere alcuni casi in cui la sua attività inquisitoriale si occupò della “superstizione” dell’ololiuhqui:

Un’india del paese di Huitzoco aveva un cestello con il detto ololiuhqui, con il suo incenso e le altre cose che sono solite esservi dentro. Lo diede ad alcuni suoi compari, dicendo loro che lo conservassero affinché io non lo potessi trovare quando fossi tornato al detto paese; giunsi al paese e senza ch’ella potesse prevenirsi ulteriormente, presi lei e il compare separatamente, senza ch’ella potesse saperlo. Presa, le fu chiesto del detto cestello, e sempre negò, nonostante le rivolgessi molte domande e molto insistenti, e nonostante le assicurassi che confessando non avrebbe per questo sofferto, e che io già sapevo che aveva il detto cestello e dove, niente servì perché confessasse. Passai al compare, e domandandogli con astuzia del detto cestello, come di colui che già sapeva che lo aveva ricevuto in custodia, bloccato e confuso confessò la verità. Tornai dall’india e insistetti quanto potei per farla confessare, e lei non volle; le dissi come il compare avesse già confessato la verità e non confessò. Tenuti bloccati separatamente come ho detto, andai nella casa del compare indirizzandomi verso l’oratorio, dove trovai nell’altarino il cestello nascosto, lo presi e tornai dall’india, che ancora negava sino a che glielo mostrai. [….]
Per avvisare quando è il caso di indagare su questi fatti, riferirò di un altro caso: nel paese di Cuetlaxxochitla un’india aveva un cestello con questa superstizione dell’ololiuhqui, ed ella ebbe non so quale screzio con quelli della sua casa, e poco dopo giunsi io al paese. Quando giunsi ebbi notizia del cestello, che me lo comunicò uno dei famigliari; per non sbagliare, gli chiesi di guardare di nuovo il luogo, poiché volevo che lo facesse senza che nessuno si accorgesse essendo della medesima casa, e che controllasse se dentro al cestello vi fosse ancora l’ololiuhqui e le altre cose che aveva detto. Con ciò andò a casa e tornò dicendomi che il cestello non era più nel luogo dov’era prima, né in tutto l’oratorio.
Allora, con tutta diligenza, feci portare davanti a me l’india padrona del cestello, e misi delle guardie a casa di una sorella che aveva nel paese, e alla delinquente domandai così insistentemente e con così tanti particolari del cestello, che non lo poté negare, ma disse che non c’era dentro ciò che domandavo né altra cosa di considerazione, e che il cestello non era stato cambiato di posto. Inviai quindi qualcuno, e lo trovò dove ella aveva detto che fosse, ma già spogliato del tesoro, a suo intendere perché gli avevano tolto l’ololiuhqui e un fazzoletto di quelli che gli offrono, come aveva detto il denunciante; era rimasto nel cestello solamente molto poco ololiuhqui: vista la quantità dell’ololiuhqui e il fazzoletto che mancavano, feci prendere la sorella della delinquente, e sebbene insistessi con la verità e con particolari così dettagliati come quelli che mi aveva fornito il denunciante, spesi tutto il giorno in domande e risposte per scoprire ciò ch’ella aveva tirato via dal cestello, perché durante il breve tempo che mi disse di chiamare la sorella e di inviare guardie alla sua casa, ebbe possibilità di tirare via tutto l’ololiuhqui dal cestello e portarlo all’oratorio della sorella, e di dividere in molte quantità l’ololiuhqui, e così svuotò tutto il cestello e tolse anche il fazzoletto della superstizione.
Domandatole perché avesse negato così caparbiamente rispose la solita cosa: Oninomauhtiaya, che significa, “non mi azzardai per la paura”. Dove è il caso di avvertire che questo timore che dicono non l’hanno nei confronti dei ministri di giustizia per via del castigo ch’essi meritano, bensì per il timore che hanno del detto ololiuhqui, o della divinità che credono che vi risieda, e questo rispetto e venerazione l’hanno così radicato, che è bene chiedere l’aiuto di Dio per strapparglielo; quindi il timore e la paura che gli impedisce la confessione è di non incollerire quella falsa divinità che si trova nell’ololiuhqui, per non cadere nella sua ira e indignazione, e così dicono aconechtlahuelis, “che non sia che si irriti e arrabbi con me”, come osservai nel seguente caso:
Dopo che giunsi nel distretto di mia competenza di Atenanco, dove oggi risiedo, conoscendo la cecità in cui si trovavano questi infelici, per toglier loro una così grande rovina e impedimento per la loro salvezza, mi misi a fare ricorso nello sradicare dai loro cuori la loro superficiale superstizione predicando incessantemente contro quella e togliendo dai loro oratori una grande quantità e gettandola nel fuoco in presenza dei suoi proprietari e di tanti altri, e comandando di sradicare grandi quantità di cespugli che hanno questo frutto e di cui v’è in abbondanza lungo i bordi del fiume. Con ciò Nostro Signore mi diede una malattia, come d’ordinario da ai nuovi e non abituati alla terra calda, che molti pochi riescono ad evitare. Vedendomi quindi ammalato, i cechi superstiziosi, contro l’esperienza di ciò che passa a tutti i nuovi che raggiungono questa terra calda, diffusero la notizia che la malattia che io avevo me l’aveva data l’ololiouhqui, per non averlo riverito e per essersi incollerito per ciò che avevo fatto contro di esso: a tal punto arriva la cecità di questa gente. Ma a onore e grazia di Dio migliorai dal mio acciacco ed ebbi notizia di ciò che era stato detto, e per dissuaderli di nuovo, avendo insistito quanto potei nei sermoni, alla fine un giorno di festa solenne alla quale era accorsa tutta la comunità, comandai di fare un grande falò, e in quella, sotto gli occhi di tutti, feci bruciare una enormità quantità di quel seme che avevo raccolto, e comandai di sradicare e bruciare nuovamente i cespugli di quel genere che fossero stati trovati (Alarcón, I, VI).

Alarcón prosegue la sua trattazione inquisitoriale sull’ololiuhqui per tutto il capitolo successivo, intitolato “Dell’uso e degli inconvenienti conseguenti alla superstizione dell’ololiuhqui”, nel quale si sofferma a descrivere le modalità dell’impiego di questo seme:

Descritto il modo che hanno di usare questa bevanda, resta da specificare per quali motivi la bevono, e i grandi inconvenienti che da ciò susseguono. Per il quale si noti che, come dissi sopra, i sofferenti di malattie prolijas1 e di quelle per le quali i medici confermano che non v’è cura, come sono i tisici, ecc., vedendo che con le medicine ordinarie non migliorano, attribuiscono la loro malattia e sofferenza a stregoneria, e ritengono con certezza che non guariranno mai se colui che li stregò non li cura o non vuole guarirli. Questo è il caso più comune per il quale si avvalgono o si dannano con l’infernale superstizione dell’ololiuhqui, perché consultato per primo colui che fra di loro fa ufficio di medico che chiamano tícitl (e d’ora in poi si avverte che questo nome per ciò che dico è sempre da considerare sospetto), il detto medico, per accreditare i suoi imbrogli e anche per non confessare che non sa bene curare quella malattia, l’attribuisce alla stregoneria, ed è lo stesso che il malato crede quando lo chiamò, e per convenire del tutto il paziente racconta i suoi sospetti, e il perché questo è il processo; poi il falso medico ordina che si usi l’ololiuhqui per uscire dal dubbio, per il quale si segue del tutto l’ordine del tale medico, come parole di profeta o risposta d’oracolo; con questo il medico o il malato prende l’ololiuhqui, o altro individuo chiamato per questo, che istruiscono nel modo e nel sospetto con le loro circostanze.
Dopo di ciò segue l’ubriachezza della bevanda, e in quella, o che la fantasia del beone indirizza su colui che era stato sospettato, o che il demone gli parli per il patto che in esso si include per lo meno tacito in questa occasione, dopo condanna l’indiziato per il sospetto, che rende pubblico dopo essere uscito dall’ubriachezza, che di solito è di uno o due giorni, sebbene a volte rimanga stordito per molto tempo, e ancora matto di tutto punto; con questa sentenza iniziano le guerre pubbliche fra la parentela del malato con il sospettato della stregoneria e la sua parentela, e sopra questo rimane l’odio e il rancore così assestato, che d’esperienza mi pare posso giudicare che solo Dio o i suoi particolarissimi aiuti basteranno a sradicare, e ciò che è peggio, passa e lo ereditano i figli e nipoti, e un inconveniente maggiore per la salvezza di questi miserabili. […]
Inoltre, se nel luogo del malato si dice che qualcuno è stregone, e il malato non ha particolari motivi per incolpare un altro della sua malattia, senza ulteriori prove accusa il presunto stregone, e prima di tutto lo accusa e lo considera malfattore, e poi gli chiede di placare la sua ira e collera, e che lo curi; se l’accusato del delitto nega, allora il malato ricorre all’ololiuhqui nel modo che ho detto sopra. Così accadde di fatto nel paese di Tlatiçapan con un’india che li si ammalò, e non avendo opportunità di incolpare di questo qualcuno in particolare, per dicerie del paese sospettò un certo Juan Bautista con il quale ella non aveva mai avuto inimicizia né lo aveva mai incontrato, e confermando il suo sospetto con l’infernale superstizione dell’ololiuhqui, si successero grandi inimicizie, odi e rancori che durano a tutt’oggi e che dureranno ancora con molti altri inconvenienti che sempre accompagnano simili conflitti.
Usano questa bevanda anche per trovare cose rubate, perdute o che non sanno dove siano, e per sapere chi le prese o rubò, si rivolgono all’ololiuhqui come nel primo caso, e affermano per certissimo ed evidente ciò che durante l’ubriachezza rivoltano nella loro immaginazione, o il demonio, padre e principio di tutti gli inganni fa loro credere e intendere, e sebbene dopo l’esperienza riveli loro l’inganno, ciò non è sufficiente per uscire da quella cecità, prigionieri del fatto che una sola volta, fra mille, il demonio fece loro accertare il pronostico, e questo lo sperimentiamo quasi ogni giorno, poiché la vile custodia delle case e fattorie di questi miserabili, e la grande inclinazione che sempre persone vili hanno verso il furto, e il molto che incita la poca custodia con l’occasione, poiché moltissime volte le case rimangono deserte di tutto punto, accadono molti furti, e quelli sono così sventurati che per vili che siano le cose che rubano, dopo consultano l’ololiuhqui, ed essendo tanti i furti si trovano pochissime volte e senza dubbio sono caparbi e ciechi nel loro errore.
Anche quando si assenta la moglie dal marito o il marito dalla moglie ricorrono all’ololiuhqui […] Nel modo che ho riferito dei cosiddetti medici, fra gli indios v’è un altro tipo che chiamano tlachixqui, che in castigliano suona lo stesso che profeta o indovino, e a questo si rivolgono con le loro afflizioni coloro ai quali mancò la moglie o il marito, o che gli hanno rubato la fattoria, per sapere dove sta e chi prese l’uno o l’altro.
Questi profeti per questa divinazione ricorrono all’ololiuhqui o al peyote, nel modo che è stato detto; poi dicono che appare loro un vecchio venerabile che dice loro di essere l’ololiuhqui o il peyote, e che viene alla loro chiamata per aiutarli in ciò di cui hanno bisogno; domandatogli del furto o della moglie assente, risponde dove e come la troveranno.
Così accadde nella provincia di Chietla, del vescovado di Tlaxcala, che essendo fuggita la moglie da un indio di Nauituchco e stanco di cercarla, si rivolse come ultimo rifugio all’ololiuhqui, e secondo quanto dichiarò poi davanti al padre frate Agustín Guerra, religioso agostiniano e buona lingua, avendo bevuto quella cattiva bevanda, gli apparve quel vecchio che disse di essere l’ololiuhqui e che veniva a soccorrerlo; l’indio disse: “che la sua pena era di non sapere di sua moglie né dove avrebbe potuto trovarla”; rispose il vecchio: “non ti preoccupare che presto la troverai: va domani al paese di Ocuylucan e mettiti di fronte al convento alla tal ora, e quando vedi entrare nel convento un religioso con un cavallo di tale colore, vai dopo alla tal casa e senza passare dall’ingresso, cerca tra le porte che li si trovano”; uscito l’indio dalla consulenza e dall’ubriachezza, si recò al paese che distava dieci leghe di cammino, si mise di fronte al convento e accadde ciò che il demonio gli aveva detto, trovò la moglie dietro la porta indicata, la trascinò a casa, dove la miserabile quella notte si impiccò. […]
Accadde similmente a un altro che per il medesimo motivo si era rivolto all’ololiuhqui e alla verità del demonio, e che gli rispose che nel tale paese e nel periodo della fiera che qui chiamano tiangues, si mettesse nel tal paraggio e guardasse continuamente la strada, che vi avrebbe visto la moglie; e così accadde, e di questo modo sono le risposte giuste o errate, e se sbagliano, gli infelici attribuiscono l’errore ai loro errori, dicendo che per questo o per quest’altro motivo irritarono l’ololiuhqui, e che non spazzarono o non fumigarono bene la stanza dove bevvero, o che entrò o abbaiò qualche cane, o altro motivo per il quale lo sbaglio veniva giustificato (Alarcón, I, VII).

Nel medesimo capitolo Alarcón riferisce di un caso di impiego di ololiuhqui in cui si evincono interessanti informazioni sulle modalità iniziatiche di colui che diventa “medico” dell’ololiuhqui; questa professione non viene trasmessa mediante un apprendistato da un curandero professionista, bensì è il medesimo ololiuhqui che sceglie e insegna il mestiere al novizio:

Nel paese di Iguala, facendo io ricerche di questi delitti per ordine e mandato dell’illustrissimo signor Juan de la Serna, arcivescovo di Città del Messico, l’anno passato del 1617, presi un’india chiamata Mariana, indovina, imbrogliona, curandera di quelle che chiamano tícitl; questa Mariana dichiarò che ciò ch’ella sapeva e usava nei suoi sortilegi e imbrogli, lo aveva appreso da un’altra india, sorella di Mariana, e che la detta sorella non l’aveva appreso da alcuna persona, bensì le era stato rivelato, perché consultando la detta sorella l’ololiuhqui sulla cura di una vecchia piaga, essendosi ubriacata con la forza della bevanda chiamò il malato, e su alcune braci gli soffiò la piaga, e con ciò curò la piaga, e dopo il soffio gli apparve immediatamente un ragazzo che giudicò essere un angelo e la consolò dicendole: “non aver pena, guarda qui, ti da Dio una grazia e un dono perché vivi povera e con tanta miseria, affinché con questa grazia tu abbia peperoncino e sale, che significa, sostentamento; curerai le piaghe, con il solo leccarle, e la volatica e il vaiolo, e se non farai questo, morirai”; e che dopo di ciò il detto ragazzo stette tutta la notte dandole una croce, e crocifiggendola su questa e inchiodandola con chiodi nelle mani, e che stando la detta india nella croce, il ragazzo le insegnò i modi che conosceva di curare, che erano sette o più esorcismi e invocazioni, e che passarono quindici giorni continui di luce dove stava il malato della detta piaga: dovette essere in venerazione della cura e del portento (Alarcón, I, VII).

Verso la fine della sua opera Alarcón torna a dare ulteriori informazioni riguardo l’impiego dell’ololiuhqui, in questo caso nel contesto di cura delle febbri (calenturas):

Altri usano il superstizioso ololiuhqui, e non solo per le febbri, bensì per tutti i tipi di malattie. […] fra gli altri usava questo rimedio Isabel Luisa, di nazione mazateca, e lo applicava sciolto come bevanda, e lo scongiuro che lo accompagnava è per mezzo della deprecazione fatta all’ololiuhqui, che dice così:
“Vieni qua, spiritato freddo che devi togliere questa febbre, e devi consolare il tuo servo, che forse un giorno, o forse due giorni, ti servirà e spazzerà il luogo dove ti venerano.”
Tutto questo scongiuro va fondato nell’opinione così radicata fra gli indios, che quasi tutti credono che l’ololiuhqui sia cosa divina, nella cui conseguenza in questo scongiuro adduce il costume della venerazione che gli fanno gli indios, che è tenerlo nei loro altari nelle migliori cassette o cestelli che possono ottenere, e gli offrono incenso e rametti di fiori, e spazzare e lavare la stanza con molta attenzione, e per questo dice lo scongiuro: forse ti servirà o spazzerà uno o due giorni in più, e con la medesima venerazione bevono il detto seme chiudendosi nei suddetti luoghi come chi stesse nel sancta sanctorum, con molte altre superstizioni, ed è così d’eccesso il modo in cui questi barbari venerano questo seme, che ancora usano come per devozione spazzare e lavare i luoghi dove si trovano i cespugli che lo producono, che sono alcune edere molto fitte, e questo nonostante stiano nei deserti e fra le erbacce.
Per accreditare il suo imbroglio, questa india Lucía, mazateca di nazione, riferiva che avendo lei dato l’ololiuhqui a un malato, gli era apparsa una persona straniera che diceva essere l’ololiuhqui e l’aveva consolato dicendogli: “non soffrire che ora migliorerai; che mi hai cercato: ieri né ieri l’altro mi cercavi” (Alarcón, VI, XXIX).

Rappresentazione dell'ololiuhqui nel Codice Fiorentino, Libro 11, disegno 581

Rappresentazione dell’ololiuhqui nel Codice Fiorentino, Libro 11, disegno 581

Jacinto de la Serna, vissuto nel XVII secolo, fu un teologo e rettore dell’Università del Messico, che svolse una forte attività inquisitoriale. Nel 1661 pubblicò un Manual de ministros de dios para el conocimiento de sus idolatrías y extirpación de ellas, dove, nel trattare dell’ololiuhqui, si avvalse principalmente delle informazioni date da Alarcón. In un passo De la Serna descrive un caso di “idolatria” di cui si occupò personalmente e che accadde nel 1646, e in cui fu coinvolto un curandero di nome Juan de la Cruz, che professava nel paese di Zacualpa, che fu sospettato di stregoneria da parte di un certo “Ioseph Velazques del paese di Malinaltepec, il quale essendo malato di una dissenteria, e con grande angoscia nel cuore, convinto che stava morendo, ed avendo sospetto di essere stato stregato, e che fosse stato questo Iuan de la Cruz a procurargli il danno”, lo chiamò, insieme ad altri abitanti del paese. Cruz cercò di convincere il malato a prendere l’ololiuhqui, ma questi rifiutò, ritenendo che non gli sarebbe stato di giovamento:

Alla fine il tale curandero Iuan de la Cruz accese una candela nell’oratorio e persuase tutti gli abitanti della casa, li riunitisi, a prendere l’ololiuhqui, affinché ne giovasse il malato, e con lo scopo di berlo, accesero le candele, e fu dato anche al malato, e tutti furono privati del giudizio, che è l’effetto di questa bevanda, e quando tornarono in se, il malato cominciò, quasi agonizzante, a infuriarsi contro il detto Iuan de la Cruz, chiamandolo “stregone traditore, che mi hai ucciso, e passato un inguine con una freccia, che mi uscì dal cervello”, e con questo il detto malato morì persuaso della stregoneria, e dopo aver bevuto una bevanda così superstiziosa come quella dell’ololiuhqui (de la Serna, VI, 4, 5).

 

Note

1 – Non sono stato in grado di trovare una traduzione soddisfacente di questi termini medici antichi.

Si vedano anche:

I semi “parlanti” messicani

L’uso moderno dell’ololiuhqui (Turbina)

L’uso moderno del badoh negro (Ipomoea)

Archeologia delle convolvulacee psicoattive

 

 ri_bib1

 

ALARCÓN RUIZ de, 1988 (1629), Tratado de las supersticiones y costumbres gentílicas que hoy viven entre los indios naturales desta Nueva España, Secretaría de Educación Pública, México D.F.

ANDERS FERDINAND et al., 1996, Libro de la Vida. Texto explicativo del llamado Códice Magliabecchiano, Akademische Druckun-und Verlagsanstalt, Graz & Fondo de Cultura Económica, México D.F.

HERNÁNDEZ FRANCISCO, 1959 (1571-6), Historia Natural de Nueva España, 2 voll., Universidad Nacional de México, Mexico D.F.

POMAR JUAN BATISTA, 1991 (1581), Relación de Tezcoco, in: G. Vázquez (cur.), Relaciones de la Nueva España, Historia 16, Madrid, pp. 21-99.

PONCE PEDRO, 1892 (1569), Breve relación de los Dioses y ritos de la gentilidad, Museo Nacional, México D.F.

SAHAGÚN BERNARDINO, 1985 (1547-1577), Historia General de las Cosas de Nueva España, Editorial Porrúa, México D.F., cur. Ángel María K. Garibay.

SERNA (DE LA) JACINTO, 1892 (1661), Manual de ministros de dios para el conocimiento de sus idolatrías y extirpación de ellas, Imprenta Museo Nacional, México.

WASSON R.GORDON, 1963, Notes on the present status of ololiuhqui and the other hallucinogens of Mexico, Botanical Museum Leaflets Harvard University, vol. 20(6), pp. 161-193.

Scrivi un Commento

Il tuo indirizzo Email non verra' mai pubblicato e/o condiviso. I Campi obbligatori sono contrassegnati con *

*
*

  • Search