I semi “parlanti” messicani

The Mexican “speaking” seeds

 

 

Presso diverse popolazioni native del Messico centrale e meridionale, è diffuso l’impiego di semi psicoattivi di piante della famiglia delle Convolvulaceae nel corso di pratiche diagnostiche-curative e divinatorie, e documenti scritti e archeologici hanno attestato un tale uso anche nei periodi pre-colombiani.
Le due principali piante utilizzate sono Turbina corymbosa (L.) Raf. e Ipomoea violacea L. Sebbene nei documenti storici e nella saggistica moderna sia stata posta l’attenzione principalmente ai semi della prima pianta, noti per lo più con il termine nahuatl ololiuhqui, sia nell’antichità che oggigiorno viene fatto ampio uso anche della seconda specie, i cui semi sono addirittura più potenti di quelli della Turbina. E’ probabile che nei documenti storici, inclusi quelli inquisitoriali, il riferimento univoco all’ololiuhqui sia dovuto più all’ignoranza dei cronisti che a un’effettiva univocità d’impiego di questa singola fonte psicoattiva, e che dietro a questo termine si celassero in realtà entrambe le specie. Un certo padre Alonso Ponce scriveva negli anni 1580 che l’ololiuhqui fu fuso con la figura di Gesù Crsito, degli angeli e della Vergine Maria. Ma potrebbe trattarsi della controparte “femminile”, che sempre accompagna l’ololiuhqui nelle citazioni, e che viene chiamata atl ynan, Madre dell’Acqua. De la Serna, che scriveva nel XVII secolo, riportò che questa pianta era considerata la “sorella dell’ololiuhqui” (Beltrán, 1963, p. 133). Potrebbe essere questo uno dei rari documenti pervenutici che evidenziano la differenziazione fra Turbina e Ipomoea?

A Quintanilla & Eastmond (2012, p. 269) spetta il merito di avere criticato l’uso improprio che viene fatto del concetto di uso “divinatorio” di questi semi psicoattivi, quando in realtà si tratta per lo più di un uso diagnostico-curativo: “La parola spagnola ‘divinazione’, che è la concettualizzazione dei frati del XVI secolo che continua ad essere ripetuta senza essere messa in discussione, non è la più adatta, poiché non contiene tutto ciò che il medico fa, e inoltre lo snatura. Diego de Landa, il colonizzatore, parla di ‘divinazione’ per ingiuriare e stigmatizzare il sapere dei medici maya e in generale la cultura di chi cerca di colonizzare. Più che di ‘divinazione’, sembra che siamo di fronte a un momento che reca una forte carica di riflessione, empatia con il paziente, analisi e introspezione per giungere a una diagnosi. Tutto questo legato a una profonda religiosità compartita fra medico e paziente. … Per questo, pensiamo che sia necessario cercare un nuovo concetto, che sia veramente leale e rispettoso dei contenuti maya” (ibid.).
Secondo i nativi, questi semi “parlano” nel corso del loro effetto all’individuo che li ha assunti; una caratteristica riportata da tutte le popolazioni che ne fanno uso, e che è affine a quella dei funghi allucinogeni impiegati dalle medesime popolazioni (si veda L’uso dei funghi in Messico). Per questo motivo vengono qui denominati “semi parlanti”.

L’ololiuhqui attirò l’attenzione dei primi cronisti spagnoli, e il suo impiego tradizionale nelle pratiche curative-diagnostiche e divinatorie fu duramente osteggiato dal prelato cattolico e dall’Inquisizione. Stando a quanto riportato da Alarcón, i nativi consideravano l’ololiuhqui come una divinità, e nelle visioni da questo indotte appariva una figura antropomorfa che altro non era che lo spirito dell’ololiuhqui, il quale rispondeva a tutte le domande che gli si sarebbero state rivolte. I nativi ricorrevano a questo agente visionario soprattutto per comprendere se una certa malattia fosse frutto di stregoneria, e anche per individuare i responsabili di un furto, ritrovare oggetti o familiari perduti, scoprire infedeltà coniugali (si veda L’ololiuhqui nei documenti storici).
Nonostante l’opera inquisitoriale, l’impiego dell’ololiuhqui si conservò segretamente, e oggigiorno è diffuso presso Zapotechi, Mazatechi, Mixtechi, Chinantechi, Otomi e altri gruppi nativi del Messico centro-meridionale.

 

I nomi vernacolari

L’antico termine nahuatl ololiuhqui, indicante i semi psicoattivi di Turbina corymbosa, ha come radice il verbo ololoa, “arrotondare, rotolare”, ed è in relazione anche con ololtic, “una cosa rotonda come una palla”; il concetto di rotondità risulta quindi essere associato direttamente all’ololiuhqui, e ciò per la rotondità di questi semi (Marey-Thibon, 2001, p. 289). La pianta aveva il nome di coaxihuitl, “pianta serpente”, o anche di coatlxoxouhqui, “serpente verde” (da coatl, “serpente”, e xoxouhqui, “verde”), per via del suo aspetto rampicante. Ruiz de Alarcón (1629) – l’autore del XVII secolo che si è estesamente dilungato sull’uso dell’ololiuhqui – riportava che questo veniva chiamato anche cuexpalli, “lucertola”; un termine aggettivato come “esoterico e mistico” da Aguirre Beltrán (1992, pp. 127-8).
I semi di Turbina sono chiamati anche badungás, piule, e con i nomi castigliani semillas de la Virgen, dondiego de día, hierba maría, maravilla, rompeplatos, quiebraplatos (Fagetti, 2012, p. 233). Fra gli Zapotechi dello stato messicano di Oaxaca, sono attualmente chiamati badoh shnaash (regione di Mitla) e bidoh shnaash o quahn shnaash (regione di San Juan del Río Zapotec). Gli Zapotechi della regione di Mitla li chiamano anche gui réh (Fields, 1968, p. 206).
Nello stato di Oaxaca, i semi di ololiuhqui sono chiamati badoh, mentre quelli di Ipomoea sono chiamati badoh negro (sono effettivamente neri), e ciò rispecchia l’affinità delle loro proprietà visionarie affermate dalle popolazioni native.

(sx) semi di Turbina corymbosa (ololiuhqui o badoh); (dx) semi di Ipomoea violacea (badoh negro)

(sx) semi di Turbina corymbosa (ololiuhqui o badoh); (dx) semi di Ipomoea violacea (badoh negro)

I Mixe denominano i semi di Turbina ma”zhun paHk, che significa “le ossa dei bambini” (Lipp, 1990, p. 152). Nella regione di Alto Balas, nello stato di Guerrero, questa pianta viene chiamata cecectzin, che significa “la purissima” (Villaseñor, 2003, p. 8). Turbina corymbosa è diffusa anche nelle regioni messicane e dell’America centrale occupate dalle antiche e moderne popolazioni maya, dove viene chiamata con il nome di x-táabentun, “quella che sta legata alla pietra”.
Considerando che le antiche popolazioni messicane dovevano aver conosciuto anche l’Ipomoea, molto affine all’ololiuhqui come portamento e come proprietà visionarie, Wasson (1963, p. 177) ritenne di averne individuato l’antico nome, tlitlitzin, citato nel testo di Pedro Ponce de León del 1569 insieme all’ololiuhqui e al peyote (si veda L’ololiuhqui nei documenti storici). Questo termine parrebbe essere un hapax nelle fonti scritte del periodo della Conquista, e sarebbe etimologicamente associato al termine nahuatl che indica il colore nero; un dato che corrisponderebbe con il colore nero dei semi di Ipomoea, come evidenziato dai termini vernacolari moderni.
Anche nello Yucatan cresce l’Ipomoea violacea, che è chiamata dalle popolazioni maya locali yaxce’lil, che secondo Thompson (1977, p. 296) significherebbe “associato alla malaria” (yaxceel); ma non è stato riportato un suo impiego come fonte inebriante.

 

L’ololiuhqui e la sua identificazione botanica

Piante di (sx) Turbina corymbosa e (dx) Ipomoea violacea

Piante di (sx) Turbina corymbosa e (dx) Ipomoea violacea

L’identificazione della specie vegetale corrispondente alla “pianta serpente” è stata soggetta a controversie durante gli ultimi decenni dell’800 e i primi decenni del ‘900.1 Il primo autore moderno che identificò correttamente l’ololiuhqui come semi di Ipomoea sidaefolia Choissy (sinonimo di T. corymbosa) fu Manuel Urbina (1897, p. 243, 1903, p. 47). Safford (1920, pp. 550-2) lo identificò invece come il seme di Datura meteloides DC ex Dunal (= D. innoxia Mill.), e ancora nel 1937 Pardal (p. 331) avvallava la tesi di Safford, per via del fatto che dai testi antichi appariva una lunga durata dell’ebbrezza con questo seme, e che Hernández, nel lontano XVI secolo, lo aveva paragonato a una solanacea tropanica europea, il solanum manicum descritto da Dioscoride, cioè l’Atropa belladonna.2
Blas Pablo Reko (1919, 1934),3 confermando l’ipotesi di Urbina, identificò i semi di “ololuc”che aveva raccolto in Messico come appartenenti alla specie I. sidaefolia, che ridenominò Rivea corymbosa. Nel 1941, Schultes pose fine alla diatriba solanacea-convolvulacea dimostrando veridica quest’ultima identificazione.

Anche gli antichi Maya dello Yucatan conoscevano questa pianta, che chiamavano xtabentún (x-táabentun), ed è noto un suo impiego medicinale come diuretico. In Guatemala, nella regione di Tecún Umán, le sue foglie sono impiegate presso le moderne popolazioni maya nel trattamento delle piaghe e delle ulcere (Fields, 1968: 206). Recentemente, sono stati raccolti diversi indizi che fanno sospettare una conoscenza e impiego dei semi di x-táabentun per i loro effetti psicotropi fra gli antichi e attuali Maya yucatechi (García Quintanilla & Eastmond Spencer, 2012; cfr. L’uso moderno dell’ololiuhqui).

 

Farmacologia e biochimica dei semi “parlanti”

Per quanto riguarda gli studi farmacologici e le sperimentazioni di questi semi su soggetti occidentali, si è presentata una certa discordanza circa gli effetti dell’ololiuhqui. Ad esempio, non fu ottenuto alcun effetto psicotropo da Marsh e da Reko (rip. in Reko, 1934), e da parte di otto soggetti volontari in seguito all’ingestione di notevoli quantità di semi (sino a 125; cfr. Kinross-Wright, 1959). Con un paio di assunzioni di 60 e 100 semi, Osmond (1955) ottenne solamente uno stato di apatia e di bassa energia “combinato con un certo grado di aumentata percezione visiva e un aumento dei fenomeni ipnagogici … Dopo circa quattro ore questo stato è sostituito da un periodo di allerta, calma, benessere rilassante, che dura molte ore”; pur non essendo effetti totalmente negativi, non corrispondono con quelli riportati dai nativi e da altri ricercatori. Isbell & Gorodetzky (1965) ottennero effetti di tipo sedativo e non “psicotomimetico” amministrando estratti crudi dei semi di ololiuhqui a soggetti ex-tossicodipendenti da morfina. Santesson (1937a,b) cercò di spiegare la differenza d’effetto dei semi di ololiuhqui presso gli sperimentatori di cultura occidentale appellandosi alle “differenze razziali”, un concetto figlio del periodo storico in cui stava vivendo
Secondo Wasson (1963, p. 178), questi risultati negativi erano dovuti all’impropria tecnica d’assunzione dei semi, i quali devono essere macinati prima dell’assunzione, in quanto la loro deglutizione allo stato intero o anche masticati non permette l’assorbimento dei principi attivi. E in effetti i nativi macinano in una mola i semi, sia di badoh che di badoh negro, sino a ridurli a una fine farina. Quindi viene versata dell’acqua fredda, viene fatto passare un certo periodo di tempo, e il liquido è in seguito filtrato e bevuto. Dai verbali di un processo inquisitoriale del 1712 veniamo a sapere che l’ololiuhqui macinato veniva anche disciolto nel latte o nel brodo; ma era applicato anche come unguento topico, mescolato con dell’olio di rosa o con del grasso, che veniva applicato sul corpo del malato.4

Per quanto riguarda i principi attivi presenti in queste due convolvulacee, vanno ricordati i primi tentativi di determinazione da parte di Santesson (1937a,b), il quale non giunse a risultati concreti, pur verificando un’attività farmacologica degli estratti dei semi sugli animali di laboratorio. Studi successivi eseguiti da Albert Hofmann, lo scopritore dell’LSD, portarono alla sorprendente individuazione di alcaloidi lisergici affini all’LSD in entrambi i semi di Turbina corymbosa e Ipomoea violacea, con una maggior potenza per questi ultimi, come del resto riportato dai medesimi nativi messicani (Hofmann, 1963).

Recentemente, è stato scoperto che questi alcaloidi ergolinici non vengono direttamente prodotti dall’Ipomoea violacea e dalle altre convolvulacee, bensì sono prodotti da funghi microscopici che infettano la pianta del genere Periglandula, della famiglia delle Clavicipitaceae. Nello specifico, Periglandula turbinae sarebbe responsabile della presenza degli alcaloidi ergolinici nei semi di Turbina corymbosa (Steiner et al., 2011).5

I risultati della prima analisi chimica eseguita da Albert Hofmann sui semi delle due specie “divinatorie” di convolvulacee messicane (da Hofmann, 1963, p. 206)

I risultati della prima analisi chimica eseguita da Albert Hofmann sui semi delle due specie “divinatorie” di convolvulacee messicane (da Hofmann, 1963, p. 206)

 

Note

1 – Per una presentazione generale dell’ololiuhqui in lingua italiana, si veda Furst, 1981, pp. 93-110.

2 – William A. Safford, un botanico statunitense, si sbagliò anche nel sostenere che il teonanácatl – fungo allucinogeno degli Aztechi – fosse il peyote, contraddicendo quanto affermato dai cronisti spagnoli, in primis da Sahagún. Del resto, Peter Furst (1981, p. 93) riporta che Safford “non aveva fiducia nelle conoscenze botaniche degli Aztechi, né in quelle dei primi ricercatori spagnoli, e non si fidava neppure delle nozioni acquisite dai suoi colleghi messicani”, in primis da Blas Pablo Reko.

3 – Da non confondere con suo cugino Victor A. Reko, autore di un testo intitolato Magische Gift, 1936, e che fece ampio plagio del lavoro di Blas Pablo; cfr. Ott, 1996.

4 – Archivo General de la Nación. Inquisición, vol. 745, doc. 1, fol. 17v°, 3, 29r°,v°, 7v° rispettivamente; cfr. Marey-Thibon, 2001, p. 291-2.

5 – Non si può escludere che possa trattarsi di un caso di simbiosi non ancora chiarito.

 

Si vedano anche:

L’uso moderno dell’ololiuhqui (Turbina)

L’uso moderno del badoh negro (Ipomoea)

L’ololiuhqui nei documenti storici

Archeologia delle convolvulacee psicoattive

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