Il pulque nei periodi pre-ispanici

The pulque during the pre-Hispanic times

In lingua nahua le piante di agave erano chiamate col nome generico metl (per una presentazione generale del pulque si veda Il maguey e il pulque). Il vocabolo maguey sembra essere originario delle Antille; una considerazione già presente nelle cronache del periodo della Conquista. Ad esempio, fray Toribio Motolinía (III, XIX, 440) riportava che “Metlh è un albero o cardo che nella lingua delle isole si chiama maguey”. Hermán Cortés, il conquistatore degli Aztechi, riferiva che nel mercato di Temixtitan (Tenochtitlan) aveva visto vendere “miele ricavato da certe piante che chiamano nelle altre isole maguey”.1 Probabilmente maguey deriva direttamente dai termini taino meguey e magheih che designano le piante di agave.2

Per quanto riguarda l’etimologia della parola pulque, essa è stata oggetto di controversie per via di un errore di inversione cronologica da parte di alcuni scrittori del passato, chiarito in seguito da Cecilio Robelo (1948: 451-4) e ridiscusso da Gonçalves da Lima (1986: 13-4). Clavijero (1807: 435) aveva notato come il termine pulque fosse presente anche nella lingua araucana del Cile, dove designa una bevanda fermentata ricavata dalle mele, e la ritenne quindi originaria del sud America, pur non riuscendo a spiegare come fosse poi giunta presso le popolazioni messicane di lingua nahua. In realtà furono gli Spagnoli a portare dal Messico questo termine in sud America. La parola pulque è molto probabilmente un barbarismo dei medesimi Spagnoli, derivante dal termine azteco poliuhqui, che designava la bevanda nel suo stato avariato. La bevanda del pulque, chiamata dagli Aztechi octli o iztacoctli (“vino bianco”), si conserva per poco tempo e inizia ad avariarsi dopo 24-36 ore, diventando poliuhqui; i primi Spagnoli, all’udire frequentemente quest’ultimo termine, lo avranno erroneamente considerato come la parola azteca per la bevanda, trasformandolo quindi nel barbarismo pulque.

 

Associazioni simboliche

Per quanto riguarda l’uso rituale e religioso del pulque, la principale fonte di informazioni è l’opera di Bernardino de Sahagún, Historia General de las Cosas de Nueva España, compilata nel trentennio 1547-1577, di cui qui è utilizzata principalmente la versione curata da Ángel María K. Garibay.

Il pulque era utilizzato in diverse feste religiose, nei riti battesimali, nelle feste del raccolto, così come nei numerosi sacrifici umani che si svolgevano nel corso di tutto il calendario religioso azteca. Ma non a tutti era concesso bere pulque, così come appare chiaro, pur dai dati confusi dei primi cronisti, che v’era una rigida differenziazione d’utilizzo di diversi tipi di pulque – e conseguenti differenti effetti inebrianti: dai  pulque riserbati alla casta prelatizia, a quello specifico per le vittime umane destinate ai sacrifici, ai pulque permessi al popolo in determinati momenti collettivi. I primi cronisti spagnoli riportarono scene di ubriachezza collettive che spesso sfociavano in stati di delirio, di furore e di prostrazione, probabilmente dovuti, più che all’effetto alcolico del pulque (che di per se non supera i 4 gradi), all’aggiunta alla bevanda di particolari vegetali che ne rafforzavano e ne modificavano gli effetti (si veda Il problema degli additivi del pulque).

Nella preparazione della bevanda erano impiegate diverse specie di maguey, riconosciute dai Nahua come “maguey bianco”, “maguey grande”, “maguey divino”, “maguey azzurro”, ecc. (si veda la classificazione dei maguey di Hernández), ciascuna delle quali produceva un tipo distinto di pulque e questa differenziazione era destinata ad aumentare con l’aggiunta, come detto, dei diversi additivi e rinforzanti. Una siffatta variabilità nella qualità del pulque e nelle relative proprietà psicoattive si rispecchia nella moltitudine di divinità associate a questa bevanda. Esse corrispondono alla famiglia dei centzontotochtlin, i “quattrocento conigli”, “i numerosi dei del pulque”, che possono tutti essere individualmente denominati “due-coniglio” (ome tochtli); questo era il nome generico degli dei del pulque. Il numero quattrocento era impiegato nella cultura nahua come forma aggettivale indicante “molti” o “moltitudine”.

Raffigurazione della luna nel Codice Vaticano B, p. 29

Il coniglio era strettamente associato alla luna e all’ebbrezza. Come presso altre popolazioni americane, i nahua ritenevano che le macchie scure che si vedono sulla faccia della luna piena raffigurassero un coniglio. Nei Codici la luna è simboleggiata come un vaso riempito di un qualche liquido e al suo interno è disegnato il più delle volte un coniglio o, più raramente, una piccola conchiglia o una pietra focale. Secondo la cosmogonia nahua il coniglio fu scaraventato sulla faccia della luna da Papátzac, una delle divinità del pulque (González Torres, 1972).

L’associazione fra il maguey e la luna fu osservata dai tlachiqueros, i raccoglitori di aguamiel, che avevano notato una sua maggiore affluenza nei periodi di luna crescente e quest’associazione è ben evidenziata nei Codici in alcune raffigurazioni della pianta del maguey. Nel Codice Vaticano B (originario di una regione di Puebla o Tlaxcala) all’interno di un maguey è disegnato un recipiente rovesciato – raffigurante la luna – ornato di gioielli e pieno di un liquido dove si vede un pesce che beve sul fondo del recipiente. Il liquido rappresentato è quasi certamente l’aguamiel. Anche in una famosa ed enigmatica raffigurazione nel Codice Borgia della dea del maguey, Mayáhuel, è raffigurato un pesce che succhia dal suo seno.

Raffigurazione di Mayáhuel che allatta un pesce, Codice Borgia, 16

Gonçalves da Lima (1986: 134) ha interpretato la presenza di questi pesci in associazione col maguey considerando che “nella peregrinazione nahua il maguey fu una fonte di sopravvivenza fondamentale come portatrice di linfa, assunta sia come bevanda che come alimento.” Ma quest’interpretazione sembra essere inadeguata e la relazione fra pesce e maguey è probabilmente più profonda, sebbene resti inspiegata. Guerrero (1985: 79) offre una considerazione che può risultare utile per la comprensione di questa associazione simbolica. Ancora oggigiorno “iconoscitori del pulque, quando la bevanda è di ottima qualità, dicono che ‘è latte della vergine’ o che ‘è come il latte della vergine’, senza che queste espressioni siano considerate blasfeme. Si tratta di un’espressione folclorica, popolare, vernacolare e anonima, appresa per trasmissione orale e trasmessa di generazione in generazione dall’epoca preispanica e relativa, con tutta sicurezza, alla rappresentazione della dea Mayáhuel in forma di maguey divinizzata e umanizzata, e la cui secrezione, l’aguamiel, fu chiamata ‘latte di Mayahuel’ per allattare un pesce, come è possibile vedere nel Codice Borgia”. Le piante di maguey erano viste come rappresentazioni della figura femminile di Mayáhuel (si veda il mito d’origine del maguey).

Come osservato da Ruiz de Alarcón (1629, Tratt. III, Cap. I), i contadini dediti alla coltivazione del maguey e alla raccolta del pulque seguivano diverse “superstizioni” durante le varie operazioni agricole. Dopo aver praticato la “castrazione” per la raccolta dell’aguamiel, rivolgevano la seguente orazione al cucchiaio di rame che serviva per raschiare la cavità appena ricavata al centro della pianta:

“Forza, che è già tempo, fai il tuo lavoro, chichimeco vermiglio. Forza, ora raschia e pulisci la tua opera, devi entrare nel luogo del cuore della donna una di otto in filare, fai in modo che abbia la carnagione molto pulita e lascia che pianga, che diventi melanconica e faccia molte lacrime e suda in maniera che esca un ruscello dalla femmina una di otto in filare”.

L’aguamiel che fuoriesce dalla cavità è considerato il pianto della donna-pianta, di Mayáhuel, per via della sua “uccisione” causata dall’asportazione del suo “cuore”. Secondo Alarcón “una di otto in filare” si riferisce alla maniera di disporre il campo di coltivazione in filari di otto piante. Tuttavia Johansson (1996: 82) analizza un canto nahua dedicato al dio del pulque Tezcatzoncátl in cui questa divinità viene aggettivata come “filare di venti”; “una di otto in filare” e “filare di venti” hanno entrambi la radice nahua tecpantli, che è un aggettivo neutro per contare le persone (o le divinità) di venti in venti sino ad arrivare a quattrocento, un numero che riporta direttamente alle 400 divinità del pulque. Quindi queste forme aggettivali numeriche, lungi dal rappresentare disposizioni delle piante del pulque nei campi, sarebbero associate a modalità di enumerazione delle divinità del pulque che ci risultano comunque criptiche.

Come già anticipato, il coniglio era strettamente associato anche con l’ebbrezza indotta dalle piante e dalle bevande psicoattive e, di conseguenza, con il pulque. Nello stato messicano di Hidalgo odiernamente si tramanda la credenza popolare che il primo ubriaco fu un coniglio che si avvicinò a una pianta di maguey, “saziò la sua sete, si sedette sul suo corpo raccolto, si dondolò e rimase disteso, scena che da quel giorno anche molti uomini rappresentarono, rappresentano e continueranno a rappresentare” nel bere il pulque (Guerrero, 1985: 33). Fra i Totonachi vi sono riferimenti ad un uso rituale di pulque miscelato con sangue di coniglio (ibid., :58). Presso gli Aztechi v’era la maniera di dire “quel tale si inconigliò”, per riferire di una persona che aveva subito un grave incidente, come cadere da un dirupo o addirittura uccidersi a causa sua ubriachezza. V’era anche il modo di dire che “quell’ubriacatura è il suo coniglio”, per intendere che a quel tale la bevanda inebriante fa in quello specifico modo (Sahagún,  IV, IV, 8).

Sahagún (in buona parte in I, XXII, 3) riporta diversi nomi di dei del pulque: Tezcatzóncatl, Izquitécatl, Yiauhtécatl, Acolhoa, Tlilhoa, Pantécatl, Yzquitécatl, Toltécatl, Papáztac, Tlaltecaiooa, Ometochtli, Tepoztécatl,  Chilmalpanécatl, Colhoatzíncatl. Nell’iconografia queste divinità si riconoscono per l’insieme congiunto dei seguenti caratteri: tengono in mano un’ascia di ossidiana, sul naso portano un monile a forma di mezza luna crescente (yacameztli) e sul capo un pennacchio di piume di airone e di quetzal, hanno orecchie rettangolari, portano un ventaglio sulla schiena, delle campanelle nei piedi e indossano sandali di gomma. Ognuno di questi caratteri rappresentato isolatamente non è indicativo degli dei del pulque (Maher, 1997).

Due divinità del pulque: (sx) Tepoztécatl; (dx) Papáztac. Dal Codice Magliabecchi, 49r e 50r

Due divinità del pulque: (sx) Tepoztécatl; (dx) Papáztac. Dal Codice Magliabecchi, 49r e 50r

Ome Tochtli, 2 Coniglio, è il nome calendarico degli dei del Pulque, con il caratteristico monile da naso in forma di mezza luna (yacameztli). Dal Codice Magliabecchi, IVv

Ome Tochtli, 2 Coniglio, è il nome calendarico degli dei del Pulque, con il caratteristico monile da naso in forma di mezza luna (yacameztli). Dal Codice Magliabecchi, 4v

Il monile indossato al naso di queste divinità rappresenta un grafema chiamato yacametztli (Naso-Luna); è un glifo dalle origini arcaiche e comuni per le culture azteca e maya ed è indicativo della luna crescente. Nelle sue varie evoluzioni grafiche lo si ritrova anche nell’iconografia maya per indicare la bevanda del balché. Lo yacametztli era originalmente associato all’idromele, sia presso i Maya che presso gli Aztechi, un fatto che dimostra una connessione concettuale fra la primissima bevanda alcolica ricavata dal miele d’api e le bevande alcoliche maggiormente elaborate del balché e del pulque, dove venivano aggiunti ingredienti rinforzanti l’effetto psicoattivo: per il balché la corteccia del Lonchocarpus (si veda Il balché delle popolazioni Maya) e per il pulque le radici di ocpatli e altri ingredienti tutt’ora indeterminati dal punto di vista botanico (si veda Il problema degli additivi del pulque). Gonçalves da Lima (1986: 39) ha inferito che “prima della scoperta dell’ocpatli il pulque era una bevanda che quasi non si distingueva molto dal vecchio idromele, ottenuto dalla diluizione del miele di api e ci fu una fase in cui le due bevande si confusero molto probabilmente in una medesima designazione, quella molto antica di quauhnecutli, miele d’albero, il miele fluido delle api.”

Pagina 25 del Codice Vindobonensis, dedicata al pulque

Pagina 25 del Codice Vindobonensis, dedicata al pulque

Nel Codice Vindobonensis la pagina 25 è interamente dedicata al pulque. Sul lato destro della pagina, alla sua altezza mediana, è disegnato un ripiano su cui sono presenti due piante di maguey “castrate”, cioè nelle quali è stato praticato il foro necessario per farvi fuoriuscire la linfa (agua miel). Sulla destra del medesimo piano è presente una pentola dalla quale fuoriesce il liquido spumoso e una testa di una dea, identificabile come Mayahuel, la dea del maguey. Nel registro superiore, sempre dal lato destro, si vedono la medesima Mayahuel e alla sua sinistra un’altra dea, 3 Lucertola, che porta al naso lo yacametztli e che tiene fra le mani un vaso ricolmo di pulque con in cima una spatola che serve per togliere la spuma. Questa dea sta offrendo il vaso di pulque a 12 divinità, 10 maschili e due femminili, disegnati nella parte sinistra della pagina, che tengono tutti in mano un bicchiere ricolmo di pulque. Caso (1963, p. 31) interpreta la scena come un banchetto divino a base di pulque.

 

Modalità d’uso

La preparazione del pulque da parte di personale specializzato, che Sahagún per lo più riunisce sotto il generico nome di “osti”, doveva rispettare un insieme di precetti e tabù. Ad esempio, “gli osti si cimentavano nel fare un buon vino, e per questo si astenevano dalle donne per quattro giorni, poiché ritenevano che se si fossero avvicinati a una donna in quei giorni il vino si sarebbe acetato e danneggiato; si astenevano anche durante quei quattro giorni dal bere pulcre, né il miele da cui si fa, nemmeno bagnando il dito in esso portandolo alla bocca sino a che non si fosse dato inizio il quarto giorno alla cerimonia detta sopra. Avevano come auspicio che, se qualcuno beveva il vino, anche solo poco, prima che si eseguisse la cerimonia di apertura degli orci come sopra detto, che gli si sarebbe storta la bocca da un lato, per colpa del suo peccato.” (Sahagún, I, XXI, 21-22).

Il pulque era bevuto in un bicchiere caratteristico, chiamato ometochtecomatl (Vaso-Due-Coniglio) o più semplicemente octecómatl, fabbricato per lo più in pietra o, più raramente, in argilla. Il recipiente aveva una forma grezzamente rotondeggiante che si innestava sopra tre piedi ed era dotato di due manici opposti con una caratteristica forma di ali di farfalla.

Octecómatl, bicchiere per il pulque. Conservato presso il Museum für Völkerkunde di Basilea (catalogo IV b 707) (in Bankmann, 1984, fig. 1, p. 314)

Octecómatl, bicchiere per il pulque. Conservato presso il Museum für Völkerkunde di Berlino (catalogo IV Ca 3364) (in Bankmann, 1984, fig. 3, p. 315)

L’immagine di questo recipiente è presente in numerosi contesti iconografici; sugli scudi dei guerrieri così come nello stemma degli dei del pulque – l’ometochtlauiztli – al cui centro è ben riconoscibile anche il simbolo della mezza luna crescente, lo yacametztli.

Lo stemma (divisa) degli dei del Pulque. Da Sahagún, Manoscritto della Biblioteca de la Academia de la Historia, Madrid, Folio 74r.

Il medesimo vaso octecómatl è pure presente in un tipo di mantello indossato dai principi e dai gerarchi guerrieri, come disegnato nei Codici e descritto con minuzia di particolari nel presente passo di Sahagún (VIII, VIII, 5):

“Usavano anche alcuni mantelli che si chiamavano ome tochtecomayo tilmatli; erano decorati con alcune chicchere molto elaborate e molto belle, che avevano tre piedi e due ali come di farfalla; il bicchiere era rotondo, colorato e nero, le ali verdi, bordate di giallo, con tre sferule gialle in ciascuna; il collo di questa chicchera era fatto come una marquesota di camicia [collo alto di tela bianca che usavano gli uomini come indumento ornamentale], con quattro canne che uscivano da sopra, lavorate di penna azzurra e rossa; e queste chicchere erano disseminate in un campo bianco. Avevano nei due orli anteriori due strisce rosse, con alcune strisce trasversali bianche, di due in due.”

Mantelli con disegno di bicchiere per il pulque. Dettaglio del Foglio 46r del Codice Mendoza (in Backmann, 1984, fig. 9, p. 318)

Tiçocyahuacatl, capo guerriero, Codice Mendoza, dettaglio foglio 65r (in Bankmann, 1984, fig. 12, p. 318)

In un differente passo, II, XXXVIII, 8, il medesimo autore riporta l’utilizzo di un bicchiere per il pulque simile al precedente, chiamato tzicuiltecómatl, anch’esso di pietra, che aveva quattro lati e tre piedi.

Ogni volta che veniva preparato il pulque, la prima produzione, chiamata uitztli, era offerta come primizia a Huitzilpopochtli ed era versato negli octecómatl, da dove i vecchi a cui era permesso bevevano con delle canne (Sahagún, IV, XXI, 5). Gonçalves da Lima (1986: 39-40) ha fatto notare come in una fase arcaica dell’uso del pulque non esisteva ancora l’octecómatl, bensì erano usati contenitori per il miele d’api, un fatto che conferma l’associazione precedentemente indicata fra il pulque primitivo e il più antico idromele.

Sempre Sahagún (I, XXI, 13), nel descrivere le immagini fabbricate per le divinità, riporta lo strano uso di contenitori per il pulque fatti con certe zucche e che erano poi ritualmente considerati di pietra:

“Offrivano anche a queste immagini del vino, o octli o pulcre, che è il vino della terra; e i vasi in cui lo offrivano erano fatti in questa maniera: ci sono alcune zucche lisce, rotonde, lentigginose (maculate), fra il verde e il bianco o maculate, che si chiamano tzilacayotli, che sono della grandezza di un grande melone; ciascuna di queste veniva tagliata a metà e vi estraevano ciò che v’era dentro e ne risultava una specie di tazza, e vi versavano il suddetto vino e la mettevano davanti a quella immagine o a quelle immagini, e dicevano che quelle erano vasi di pietre preziose che chiamano chalchíhuitl.”

In diversi casi il pulque non veniva bevuto direttamente dai bicchieri, bensì mediante una cannuccia (piaztli). Ad esempio, durante la festa dedicata agli dei del pulque, in particolare a Izquitécatl, che avveniva nel segno ce mázatl nella seconda casa ome tochtli (Due Coniglio), nel patio del templo veniva collocato un grosso orcio che era mantenuto sempre pieno di pulque e chiunque, durante questa festa, poteva berne mediante delle cannucce (Sahagún, II, XIX, 4). E’ anche il caso dei prigionieri che erano costretti a bere un particolare tipo di pulque, il teoctli, con delle cannucce poco prima di essere sacrificati. La motivazione dell’uso delle cannucce non è compresa, ma è possibile avanzare un’ipotesi in base ai numerosi dati aneddotici moderni per i quali l’assunzione di bevande alcoliche mediante cannucce induce un’ebbrezza più veloce e più potente di quella indotta bevendo direttamente dal bicchiere.3 E’ quindi possibile che nel mondo azteco ai prigionieri in procinto di essere sacrificati venisse dato da bere con le cannucce per velocizzare il sopraggiungere dell’effetto inebriante, che è come dire il sopraggiungere della possessione divina, e ciò vale anche nel caso degli altri bevitori di pulque appartenenti al prelato o al popolo.

Sahagún ha descritto una cerimonia dei cantori dei templi, durante la quale venivano distribuite 203 cannucce, che erano tutte piene, ad eccezione di una sola che era internamente cava, quindi utilizzabile per succhiare un tipo di pulque specifico per questa occasione; il fortunato che aveva in mano la cannuccia cava era il solo a godere quel giorno degli effetti della bevanda:

“Questo Ome tochtzin era come maestro di tutti i cantanti che avevano il compito di cantare nei cu; badava che tutti venissero a fare il loro compito nei cu. Facevano una certa cerimonia con il vino che chiamano teooctli, nel tempo che dovevano fare il loro compito; questa cerimonia era guidata dal pachtécatl; questi faceva attenzione ai bicchieri in cui bevevano i cantanti, di portarli, darli e raccoglierli, e di riempirli di quel vino che chiamavano teooctli o macuiloctli, e metteva duecentotre cannucce delle quali solo una era perforata, e quando lo bevevano quello che azzeccava la canna perforata solo lui beveva e nessun altro; questo veniva fatto dopo aver cantato” (Sahagún, II, Apendice IV, 3).

Esistono alcuni riferimenti alla pratica di introduzione del pulque nel corpo per via rettale mediante clistere. Tale pratica, apparentemente insolita, era diffusa fra le popolazioni americane precolombiane ed era impiegata per l’assunzione di diversi inebrianti, non solo le pozioni alcoliche quali il pulque nahua e il balché maya bensì vegetali quali il tabacco, il peyote, le dature, l’ayahuasca, ecc. (si veda Clisteri psicoattivi precolombiani e De Smet, 1985). Díaz del Castillo (1575, Cap. CCVIII), il principale storiografo e testimone della Conquista, riportò: “Riguardo agli ubriachi, non so che dire, tante sono le immondezze che fra loro [i nativi] accadevano; ne dico solamente una qui, che incontrammo nella provincia di Pánuco, che si riempivano il retto mediante alcune cannucce e si riempivano i ventri di vino di quello che si faceva presso di loro, nel medesimo modo in cui da noi si versa una medicina”.4 La cittadina di Pánuco si trova nella regione degli Huastechi (nell’attuale stato messicano di Veracruz), una popolazione che era considerata particolarmente dedita all’ubriachezza – come scrisse Sahagún (X, XXIX, 125) – e alle pratiche di introduzione rettale delle droghe psicoattive (De Smet, 1985: 20). Anche un autore anonimo che scrisse attorno al 1530 (AA.VV., 1963: 326-7) riportò per la regione di Pánuco che “hanno le loro bevande per ubriacarsi: hanno una grande quantità di pulque ricavato dai maguey … usano il peccato nefando gli indios: quando sono nelle loro ubriachezze e feste, quello che non possono bere per bocca, se lo fanno versare dal basso con un imbuto”.5 In questo passo viene quindi aggiunta l’informazione che l’assunzione rettale del pulque veniva eseguita quando i nativi non riuscivano più a berne oralmente.6

Alcuni esempi maya e aztechi del motivo del “bevitore notturno” (da Barthel, 1963, fig. 3)

A tale proposito, nell’arte e nei codici aztechi e maya è presente un motivo iconografico denominato “il bevitore notturno”, intendendo il bevitore di pulque, per gli Aztechi, e il bevitore di balché per i Maya. Si tratta di una figura sdraiata con gambe flesse( Barthel, 1963: 168-170). Von Winning (1972) ha formulato l’ipotesi che la posizione delle gambe flesse sia indicativo della pratica di somministrazione rettale del pulque mediante clisteri. Con una più attenta osservazione, si potrebbe aggiungere la constatazione che le gambe del “bevitore notturno” non sono solamente flesse, bensì incrociate l’una sull’altra; una posizione che faciliterebbe ulteriormente l’applicazione, compresa l’auto-applicazione, di un clistere.

 

Aspetti mitologici ed etnostorici

Volgiamo ora lo sguardo sugli aspetti mitologici ed etnostorici inerenti il maguey e il pulque. Nella maggior parte dei casi gli dei del pulque sono considerati degli esseri umani divinizzati, degli eroi, sebbene nel mito siano tutti considerati figli di un’unica divinità femminile, Mayáhuel, la dea della pianta del maguey. Nell’aspetto etimologico questo nome sarebbe costituito da me e yaualli, “maguey perforato” (Lehman, 1938: 108, cit. in Gonçalves da Lima, 1986: 14), indicativo dell’attribuzione della scoperta della perforazione del maguey per la fuoriuscita dell’aguamiel a questa figura femminile, anch’essa in seguito divinizzata. La sua storia si intreccia con quella della peregrinazione storica che il popolo dei Méxica intraprese, guidata da un sacerdote chiamato Mécitli, dalle terre settentrionali verso sud, sino a raggiungere la Valle del Messico. Qui i Méxica si stanziarono fondando Tenochtitlan, sulle cui rovine è sorta la moderna Città del Messico.

Mayáhuel – Codice Frjévári-Mayer, 28

Mayáhuel – Codice Borbonico, 8

Mayáhuel – Codice Laud, 9

Nel racconto della peregrinazione (ad es. Sahagún, X, XXIX, 12, 106) è riportato che, quando nacque colui che sarebbe divenuto il sacerdote-guida del popolo Méxica, fu chiamato citli (“coniglio”) e lo si depose sopra una foglia di maguey. In tal modo egli si irrobustì e gli fu attribuito il nome di Mécitli (da me, forma abbreviativa di metl, “maguey” e citli, “coniglio”). Quando divenne il condottiero del suo popolo, i suoi vassalli lo chiamarono Méxica (con sostituzione della c con la x), cioè “Maguey-Lepre”. La complessa relazione simbolico-mitologica che i Méxica intrecciarono fra maguey, pulque e coniglio è dunque presente già agli albori dell’etnostoria della civiltà azteca.

Seguendo il racconto, ad un certo punto della peregrinazione, quando i Méxica raggiunsero il territorio dei Mixtechi, la donna di nome Mayáhuel scoprì il procedimento della perforazione del maguey con lo scopo di farne fuoriuscire la linfa; successivamente, un uomo di nome Patécatl scoprì i germogli e le radici delle piante che rafforzano gli effetti del pulque, mentre l’elaborazione e il perfezionamento della bevanda furono attribuiti ad altri quattro uomini: Teputzécatl, Quatlapanqui, Tliloa e Papaztactzocaca (Quatlapanqui è anche il nome di uno dei quattrocento dei del pulque). Questi elaborarono il primo pulque sul monte chiamato Chichinauhia, che da quel momento fu ridenominato Popozonaltépetl, che significa “monte spumoso”, in riferimento all’abbondante spuma prodotta dal pulque (Sahagún, X, XXIX, 12, 120-1). Tutti questi personaggi furono in seguito divinizzati e Patécatl fu identificato con lo sposo divino di Mayáhuel.

Austin (1973: 73) ha evidenziato la contrapposizione simbolico-religiosa fra Mayáhuel, dea del pulque giovane pre-fermentato, in pratica dea dell’aguamiel, e Pathécatl, divinità del pantheon azteca responsabile del processo di fermentazione: sarebbe quindi quest’ultimo il vero dio dell’ebbrezza associata alla bevanda.

Tornando al racconto nahua della peregrinazione del popolo Mexica, la scoperta del pulque sarebbe stata invenzione alquanto recente. Ma la leggenda di Xóchitl, d’origini tolteche, farebbe retrocedere questa scoperta ai tempi del regnodi Tecpancaltzin, cioè fra il 990 e il 1042 d.C. In realtà il pulque sembra essere stato conosciuto dagli Otomi sin dalla più remota antichità e v’è da sospettare che siano stati questi i veri scopritori della bevanda. gli Otomi della Valle del Mezquital la divinità del pulque era chiamata Yudó (Guerrero, 1985: 25). gli attuali discendenti di questa antica popolazione dell’altopiano centrale del Messico si tramanda un racconto sulle origini del pulque in cui è descritto come fu un piccolo roditore, una tuza, a raspare il tronco di un maguey mediante la sua “proboscide” fungente da cucchiaio e a farne di conseguenza fuoriuscire l’aguamiel. La tuza tornava periodicamente alla pianta per berne la linfa così raccoltasi nella cavità raspata. Osservando il comportamento di questo animale gli Otomi scoprirono come produrre il pulque (Martín del Campo, 1938: 13). Un siffatto mito d’origine di un inebriante, in cui nella sua scoperta umana è coinvolto un animale, è credibilmente più antico dei racconti etnostorici nahua e toltechi, in cui nella scoperta sono coinvolti personaggi umani (cf. Samorini, 1995). Del resto, i ritrovamenti archeologici farebbero retrodatare la scoperta del pulque ad almeno il I secolo a.C. In diversi giacimenti nella valle di Tulancingo sono ritrovati pezzi di ossidiana e di altri minerali che gli archeologi hanno riconosciuto come raschiatori utilizzati per scavare le piante di agave, insieme a cenere bianca di queste specie vegetali, frammiste a spine diqueste medesime piante (Guerrero, 1985: 24-5). Ancora, in giacimenti antropici delle grotte di Tehuacán, nello stato messicano di Puebla, sono stati rinvenuti frammenti di foglie di agave arrostite datate al 6000 a.C. (Wolters, 1996: 28), che dimostrano, se non una siffatta antichità per la bevanda del pulque, un rapporto molto antico con la pianta “pulquera”. Nei territori più settentrionali gli Indiani Apache sapevano ricavare una bevanda fermentata da piante di agave, chiamata tizwin(Barrows, 1967: 75); questa scoperta poteva essere originata da interscambi culturali con popolazioni meridionali oppure essere frutto di inventiva autonoma.

Il pulque non fu quindi prerogativa degli Aztechi e nemmeno fu scoperto da questa popolazione del Messico centrale. Era noto ad esempio anche ai Taraschi (Purepechi), come riportato nella Relación de Michoacán, opera anonima del XVI secolo che tratta della storia di questo popolo e del loro regno coevo quello azteco. Una delle divinità del panteon purepecha era Taras Upeme (Tharés Úpeme), dio dell’ebbrezza indotta dal pulque; egli era zoppo, poiché in un tempo mitologico gli altri dei, mentre erano ubriachi, lo gettarono giù sulla terra ed egli cadendo si azzoppò. Guerrero (1985: 53-4) lo relaziona con la divinità azteca Tezcatlipoca, per via del piede sacrificato. Nella Relación de Michoacán(Anonimo, 1541, Libro II, Cap. XIX) sono riferiti due tipi di “vino” di maguey, uno rosso e l’altro bianco, evidenziando in tal modo una differenziazione nella preparazione della bevanda anche presso i Purepechi.

Pagina 25 del Codice Vindobonensis, dedicata al pulque

Pagina 25 del Codice Vindobonensis, dedicata al pulque

Sempre per quanto riguarda gli aspetti mitologici, ci è pervenuto un mito d’origine del maguey, di stampo tezcocoano, dove la pianta viene fatta originare dalle ossa interrate della dea vergine Mayáhuel, che era stata divorata dalle tzitzimine, spiriti tenebrosi dell’aria che scendevano sulla terra per terrorizzare gli uomini e per mangiarli. Le tzitzimine la divorarono poiché la vergine si era accoppiata con il dio dell’aria Ehécatl, dopo che entrambi si erano trasformati in due rami di un medesimo albero. Tutto ciò accadde ai tempi cosmogonici subito dopo la creazione dell’uomo da parte degli dei ed Ehécatl programmò tutto ciò con lo specifico scopo di rallegrare l’uomo donandogli una bevanda inebriante, il pulque (Samorini, 2012). Altri aspetti mitologici ed etnostorici sono presenti in L’ubriachezza di Quetzalcoátl.

 

Usi rituali

Il pulque non poteva essere bevuto all’infuori del ristretto ambito rituale o cerimoniale in cui era concesso, pena il castigo severo che di frequente risultava nell’uccisione istantanea e pubblica di chi si era permesso di infrangere la regola. Sahagún (II, XXVII, 56) riportava che a coloro che venivano colti in fragrante nel bere pulque quando non era loro concesso, i giudici (petlacalco) sentenziavano la pena di morte, procedevano alla loro uccisione pubblica e ne tagliavano le mani, che portavano poi al mercato per esibirle in segno di monito. In un altro passo (III, VI, 1) viene specificato che, nel corso dell’educazione dei giovani che avveniva nel telpochcalli (casa degli dei), questi

“avevano il compito di spazzare e pulire la casa; e nessuno beveva vino, a parte solamente coloro che erano già vecchi bevevano il vino molto segretamente e bevevano poco, non si ubriacavano; e se appariva un ragazzo ubriaco pubblicamente o se lo incontravano con il vino, o lo vedevano caduto nella strada o che andava cantando, o era accompagnato con altri ubriachi, questo, se era macegual [di origine povera] lo castigavano bastonandolo fino ad ucciderlo, o gli davano di garrotta davanti a tutti i ragazzi riuniti, perché prendessero esempio e paura di ubriacarsi; e se era nobile colui che si ubriacava gli davano di garrotta segretamente.”

Il pulque poteva essere liberamente bevuto in ogni momento solo dalle persone anziane e nei contesti rituali dai sacerdoti e dai guerrieri. Il Codice Mendoza riporta l’età di 70 anni per iniziare a bere senza restrizioni, mentre il francescano Juan de Torquemada riportava l’età di 50 anni (Corcuera de Mancera, 1991: 30). In alcune cerimonie il pulque poteva essere bevuto anche da adulti già sposati e in alcune altre da tutta la comunità, compreso il caso dove veniva fatto assumere ai bambini. Nei contesti rituali l’ebbrezza indotta dal dosaggio socialmente accettabile di pulque (non più di quattro tazze; cfr. Il quinto pulque) era nota col termine specifico di tlauana (ibid.: 17). Oltre alle cerimonie pubbliche che si svolgevano nei templi, alcune cerimonie erano private e di natura più profana, dove una famiglia invitava nella sua casa un gruppo di amici per celebrare determinati eventi quali ad esempio un matrimonio. Durán (Libro II, Cap. XXII), che scriveva tuttavia circa 80 anni dopo la Conquista, riportò che durante i tempi precolombiani il pulque poteva essere bevuto dagli individui sposati e con figli già grandi con lo scopo che i figli, che non potevano assolutamente bere, avrebbero così potuto accompagnare a casa i genitori ubriachi. Il medesimo autore aggiunse un’ulteriore considerazione, di dubbio valore, come la precedente, anche perché non si trova menzione di ciò in Sahagún e altri attenti cronisti:

“V’era anche un’altra legge, non di gente barbara bensì di gente politica, lungimirante e consapevole, che colui che non avesse avuto vino [pulque] del proprio raccolto non poteva ubriacarsi sino a cadere a terra, e a ciò davano due motivazioni: una era affinché tutti si dessero a coltivare e seminare maguey e l’altra era perché in caso non avessero avuto figli che li potevano accudire quando bevevano in casa altrui, lo avrebbero dovuto berlo nella loro casa e questo avrebbe evitato gli inconvenienti del non trovare la via di ritorno a casa o di cadere nel cammino o di uccidersi o di litigare con qualcuno o di commettere un qualche delitto che bevendo nella propria casa non avrebbero commesso” (Durán, Libro II, Cap. XXII, p. 209).

Sebbene l’ubriachezza da pulque fosse deplorata e venisse duramente perseguito il suo utilizzo all’infuori dei contesti istituzionalmente stabiliti, la figura dell’ubriaco doveva in un qualche modo essere rispettata dagli altri, poiché considerata impossessata dalla divinità: “inoltre ritenevano che colui che parlava male di questo vino o mormorava contro di questo, gli sarebbe capitato qualche disgrazia; lo stesso di qualunque ubriaco, che se qualcuno mormorava contro di lui o gli faceva degli affronti, qualunque cosa folle questo dicesse o facesse, dicevano che doveva per questo essere castigato, poiché dicevano che quello non lo faceva lui, bensì il dio, o meglio il diavolo che era in lui, che era questo Tezcatzóncatl, o qualcuno degli altri (dei del vino)” (Sahagún, I, XXII, 2); e in un passo successivo (4): “Si deduce chiaramente che non avevano peccato coloro che erano ubriachi, quantunque fossero gravissimi peccati; e si congettura ancora con pieno fondamento che si ubriacavano per fare ciò che avevano nella loro volontà e che non gli venisse imputato a colpa e che ne venissero fuori senza castigo.”

Del resto la società azteca non poteva essere totalmente priva di ubriaconi, poiché si riteneva che le persone nate in determinati giorni considerati funesti, della casa ome tochtli del segno ce mazatl, fossero inevitabilmente dediti nella loro vita al bere; Sahagún (IV, IV, 1-8) offre una particolareggiata descrizione della figura dell’ubriacone “per natura”, condannata dalla sorte astrologica a fungere da mentore di quanto sia insana una vita dedita all’alcol. Si diceva che gli ubriaconi nascevano in questi giorni del 2-Coniglio ed è probabile che il condizionamento culturale di questa credenza guidasse il destino degli individui nati in queste date.

Un’altra categoria che poteva, anzi era obbligata a bere il pulque era rappresentata dalle vittime destinate ad essere immolate durante i riti religiosi. Il motivo di questo apparente “riguardo” nei confronti delle persone sacrificate – spesso in maniera terribilmente dolorosa, con lo squarciamento del petto per estrarne il cuore ancora palpitante, o cotti sulle braci, o scorticati vivi, ecc. – era associato direttamente al concetto che l’ebbrezza indotta dal pulque, così come da qualsiasi altro inebriante, era interpretata come una possessione divina, cioè la divinità scendeva e si stabiliva nel corpo della persona ebbra. Verificato che i sacrifici umani erano intesi come offerte alle divinità, era ritenuto opportuno che l’immolato fosse già posseduto dalla divinità nel momento della sua morte. La relazione fra sacrificio umano ed ebbrezza del sacrificato, presente non solo fra gli Aztechi bensì diffusa presso numerose culture di tutti i continenti, non sembra sia stata sinora oggetto di studi specifici.

E’ stato evidenziato che uno dei motivi per cui si drogava la vittima umana destinata al sacrificio era perché in tal modo avrebbe evitato di proferire lamenti nel momento del sacrificio (Heyder, 1995).

Nei riti che prevedevano il sacrificio dei guerrieri catturati in battaglia, poco prima di essere immolati veniva loro dato da bere uno speciale tipo di pulque, il teoctli (“pulque degli dei”, come riportato da Sahagún, IX, XIV, 1). Nelle feste in onore di Xipe Totec e di Uitzilopochtli celebrate nel secondo mese del calendario azteca:

“arrivava uno di quelli che aveva prigionieri da uccidere e trascinava il suo prigioniero per i capelli sino alla pietra dove lo dovevano accoltellare; lì gli davano da bere il vino della terra o pulcre, e quando il prigioniero riceveva la chicchera di pulcre, la alzava in direzione dell’oriente e in direzione del settentrione, e in direzione dell’occidente e in direzione del mezzogiorno, come per offrirla verso le quattro parti del mondo; dopodiché beveva, non con la chicchera, bensì con una canna cava, succhiando” (Sahagún, II, XXI, 20-21).

In diverse occasioni i prigionieri, prima di essere sacrificati, dovevano cimentarsi in una lotta con i guerrieri aztechi, sebbene si trattasse di lotte impari, più cerimoniali che reali, poiché i prigionieri venivano armati di scudo e di una mazza ornata di piume in luogo delle punte di ossidiana come nelle reali armi da guerra. Anche in queste occasioni ai prigionieri, prima della “lotta”, veniva dato da bere il teoctli. Nel caso in cui venivano sacrificati gli schiavi, poco prima che il sole tramontasse questi venivano portati al tempio di Huitzilopochtli, dove era dato loro da bere il teoctli e “dopo averlo bevuto tornavano indietro: erano già molto ubriachi, come se avessero bevuto molto pulcre, e non li riportavano a casa bensì li portavano in una delle parrocchie che si chiamavano Pochtlan o Acxotlan; lì li facevano vegliare per tutta la notte cantando e ballando” prima di essere sacrificati (Sahagún, IX, XIV, 1-2).

Anche presso i Taraschi (Purepechi), che similmente praticavano il sacrificio umano, parrebbe essere stato presente il costume di inebriare con il pulque le persone destinate al sacrifico. Lo si può dedurre da un passo della Relación de Michoacán (Anonimo, 1541). Nel capitolo XXXIII, Parte II, viene riportata la cattura di uno dei figli del re (cazonci) da parte dei suoi nemici. Quando i nemici si rendono conto di aver catturato il figlio del re, di nome Tamapu-checa, si impauriscono e decidono di liberarlo. Ma questi si oppone, preferendo il destino di tutti i prigionieri, cioè quello di essere sacrificato, poiché era credenza presso i Purepechi che una persona veniva fatta prigioniera perché era stata scelta dagli dei per il sacrificio ed era quindi cosa inutile cercare di sfuggire al proprio destino. Nel cercare di convincere coloro che lo avevano catturato di non liberarlo, Tamapu-checa disse: “Gli dei del cielo sanno già come sono catturato e mi hanno già mangiato. Datemi del vino [pulque], che voglio ubriacarmi”; tale intenzione di “bere vino”, rientrando nell’esortazione a non liberarlo e a sacrificarlo, troverebbe spiegazione nel costume di ubriacare col pulque i destinati al sacrificio.

Ogni quattro anni si svolgeva una festa particolare in onore del dio del fuoco, Xiuhtecutli o Ixcozauhqui; la festa era chiamata pillaoano o pillauano, che significa “ubriachezza dei bambini”, dove veniva dato da bere pulque ai giovani ragazzi e anche ai puerperi; in questa occasione veniva praticato il rito della perforazione delle orecchie dei bambini e delle bambine:

“In questo atto di ubriachezza tutti bevevano il pulcre, uomini e donne, bimbi e bimbe, vecchi e ragazzi, tutti si ubriacavano pubblicamente e tutti portavano pulcre con sé e gli uni davano da bere agli altri, e gli altri agli altri; scorreva il pulcre come acqua in abbondanza, e tutti portavano alcuni bicchieri che avevano tre piedi e quattro angoli, che chiamavano tzicuiltecómatl, con questi bevevano e davano da bere; tutti andavano molto con gli altri, e si prendevano a pugni e cadevano a terra ubriachi uno sull’altro e altri andavano abbracciati gli uni con gli altri verso casa; e questo lo consideravano buono perché la festa richiedeva ciò.” (Sahagún, II, XXXVIII, 8; riferimenti anche in I, XIII, 11).

In un altro passo (II, XXXVII, 33-36) Sahagún offre maggiori dettagli di questa festa: la bevuta del pulque avveniva dopo la perforazione delle orecchie, che veniva praticata ai bambini che erano nati durante gli anni precedente la festa che, come detto, si svolgeva ogni quattro anni. In occasione della perforazione delle orecchie i genitori sceglievano i padrini dei loro bambini (detti “zii”, tetla). Terminata l’operazione:

“tornavano a casa e là i padrini e le madrine mangiavano, tutti insieme, e cantavano e ballavano, e a mezzogiorno i padrini e le madrine tornavano nuovamente al cu [il tempio del dio] e si portavano i loro figliocci e figliocce e portavano anche il pulcre nelle loro brocche. Poi cominciavano un areito [canto con danza] e ballando si portavano sulle spalle i loro figliocci e figliocce e davano loro da bere del pulcre che portavano con alcune piccole tazze e per questo chiamavano questa festa l’ubriachezza dei bimbi e delle bimbe; questo ballo durava sino alla sera. (37) Quindi tornavano alle loro case e nel patio delle loro case facevano nuovamente il medesimo areito e tutti quelli della casa e i vicini bevevano pulcre”.

E’ probabile che il pulque dato da bere ai bambini avesse qualità inebrianti blande; resta il fatto che presso le popolazioni tradizionali è un luogo comune di una certa frequenza fare assumere gli inebrianti ai bambini in certe occasioni ben controllate. Per quanto riguarda il pulque, Guerrero (1985: 71) ha osservato ancora oggigiorno il costume di dare da bere questa bevanda ai neonati per motivi di carenza di risorse idriche: “in alcuni villaggi della Valle del Mezquital, dove le piogge sono scarse, l’unica bevanda è il pulque. Così, molte donne dissetano i loro bambini con il pulque, mettendo in ammollo il dito mignolo nel pulque e dandolo poi da succhiare al bimbo”.

Anche al bambino la madre fa assaggiare un poco di pulque bagnando il mignolo e mettendolo fra le sue labbra (da Guerrero, 1985, p. 117)

In diverse occasioni, prima della bevuta del pulque da parte di chi in quelle occasioni era autorizzato a bere, veniva sparso un poco della bevanda come offerta alle divinità. Era il caso, ad esempio, della festa che si volgeva ogni anno alla fine del mese diciottesimo, chiamato izcalli, dedicata al dio del fuoco Xiuhtecutli: gli anziani, prima di bere, versavano un poco di pulque nei quattro angoli della casa dove si svolgeva la festa, affinché il dio lo potesse bere e gustare (Sahagún, I, XIII, 10). Era rigore che nessuno bevesse pulque prima di fare l’offerta alla divinità. Questa offerta era chiamata tlatoyaualiztli, che significa libatio o gustamiento e consisteva, sia nelle case private che nei templi, nel versare nei quattro angoli del focolare un bicchiere di pulque. Anche Durán (Libro II, Cap. XXII) riporta il costume di offrire il pulque agli dei, in particolare al dio del fuoco: “a volte lo offrivano in vasi posti davanti [al fuoco], altre volte spruzzandolo sul fuoco con una specie di isopo [utensile liturgico usato nelle chiese per spargere l’acqua benedetta] e altre volte spargendolo attorno al fuoco”.

Una festa importante era quella che cadeva il giorno 2 tochtli (2-Coniglio), dedicata al dio Itzquitécatl ma in realtà a tutti gli dei del pulque. Seguiamo la traduzione di Zeler del testo di Sahagún (VII, Libro V, cap. 5 dell’edizione facsimile di Paso y Troncoso, rip. in Gonçalves da Lima, 1986: 199-200):

“Ed essi dicono che quando giungeva nella serie il segno giornaliero di 2 tochtli, iniziava una festa al signore dei conigli, che si chiama Itzquitécatl. E sebbene si nomini solo questo, sono tuttavia inclusi tutti gli dei conigli del vino. Itzquitécatl era così molto venerato. Essi collocavano la sua immagine nel suo tempio, gli portavano le offerte, cantavano in suo onore e suonavano musica di flauto, così iniziavano. E di fronte alla sua immagine gli ponevano una olla di pietra chiamata ometochtecómatl [la-Olla-due-Coniglio]; è piena sino a che non si sparge, e risplende il pulque. In questa c’è un piaztli [canna per succhiare], una zucca perforata, un mamazço[canna di piuma vuota] con il quale bevono sempre coloro che entrano lì, per fare frequentemente una visita. Ma, i veri bevitori erano gli anziani, le anziane, gli avventurieri, gli audaci, quelli che mai cedono per timore, quelli che mettono in gioco le loro teste e i loro petti, cioè, che loro, arrivando alla guerra, potessero qualche volta essere condotti come prigionieri; o allora che, se fossero tornati in patria, potessero portare con loro prigionieri, che comprendessero che erano in errore, che dovevano morire. E il pulque ch’essi bevevano non finiva mai, non spariva mai: sempre lo versavano i sacerdoti del pulque, i Signori del Pulque, tutti i preparatori del pulque di tutte le parti apparivano lì dove si preparava il pulque, nel suo tempio. Dove allora si formava il pulque nuovo, uitztli,  quando qualcuno aveva aperto nuovo [maguey], poi riempiva quello in primo luogo con il tlachique. “Spargere liquido” (tlatoyaua) si chiamava questo, si offriva il tlatoyahuaa Itzquitécatl, gli si spargeva il tlachiquein suo onore. non solo nel tempo di questa festa si sparpagliava il pulque, bensì continuamente, come un’offerta per lui nel tempio.”

Particolare del bassorilievo di una parete del complesso monumentale di El Tajín (Corte della Pelota Sud), con rappresentazione di una cerimonia del pulque. Nel centro della scena v’è raffigurata una persona con le gambe inflesse e legata a una piattaforma. Alla sua destra vi sono delle piante di maguey, alcune con il fusto fiorifero con rami orizzontali in fiore. L’attendente che si trova alla sinistra dell’individuo legato porta una grande giara di pulque (da Winning, 1972, p. 128, fig. 3)

Tornando alle feste dedicate al dio del fuoco Xiuhtecutli nel mese di izcalli, al decimo giorno di questo mese si svolgeva una prima festa, dove veniva costruita una statua del dio alla quale venivano presentate diverse offerte, fra cui la cacciagione che i giovani avevano appena catturato, che veniva gettata nel fuoco presente davanti alla statua. In questa occasione gli anziani bevevano un tipo di pulque chiamato texcalceuia (Sahagún, II, XXXVII, 10). Al ventesimo giorno del medesimo mese si svolgeva una seconda festa dedicata al medesimo dio, dove veniva costruita un’altra statua, chiamata Milíntoc. Anche in questa occasione gli anziani bevevano il medesimo tipo di pulque:

“Terminato di mangiare questi piccoli pani e l’altro cibo, i vecchi bevevano poi il pulcre; questa bevanda la chiamavano texcalceuilo e la bevevano lì, nel medesimo oratorio, dov’era la statua del Milíntoc, che chiamano calpulco [una specie di tempio di quartiere], e coloro che facevano vino di maguey che chiamavano tlachique o tecutlachique, avevano il compito di portare il pulcre da bere a loro volontà; lo portavano nelle giare o chicchere e lo versavano in un lebrillo [un contenitore per liquidi] che era lì, davanti alla statua. Coloro che bevevano questo pulcre non si ubriacavano” (ibid., II, XXXVII, 18).

Il pulque tlachique era un pulque di bassa qualità ed è forse per ciò che gli anziani in questa occasione non si ubriacavano. Il nome texcalceuia o texcalceuilo era attribuito al pulque tlachique bevuto in occasione di queste feste del dio del fuoco. Da ciò si deduce una certa complessità non solo nei tipi di pulque bensì anche nella terminologia ad essi associata, che sembra si differenziasse pure in base ai diversi momenti rituali in cui venivano bevuti. E’ forse questo il caso anche della festa che si svolgeva durante le calende del settimo mese, chiamato tecuilhuitontli, e dedicata alla dea del sale Uixtocíhuatl. Terminati i sacrifici umani, alla mattina tutti tornavano a casa, mangiavano e si divertivano e “la gente che lavorava col sale beveva copiosamente il pulcre, sebbene non si ubriacasse” (ibid., II, XXVI, 19). Il fatto che non si ubriacassero poteva essere dovuto al tipo di pulque bevuto o forse badavano a berne in maniera da non ubriacarsi. Ma nel passo successivo Sahagún riferisce di alcuni che in realtà in quell’occasione si ubriacavano e diventavano litigiosi e infine si gettavano a terra a dormire dove capitava. Dopodiché:

“Il giorno dopo bevevano il pulcre che era rimasto; lo chiamavano cochioctli. E coloro che la notte precedente, essendo ubriachi, avevano litigato o si erano presi a pugni con gli altri, che lo riconoscevano stando già con la mente lucida e dopo aver dormito, invitavano a bere coloro che avevano maltrattato coi fatti o con le parole, affinché gli perdonassero ciò che avevano fatto e detto di male, e agli offesi nel bere gli si svaniva la rabbia e perdonavano volentieri le loro offese” (ibid., II, XXVI, 20).

Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un differente termine con cui viene chiamato il pulque, quello non bevuto e rimasto il giorno dopo, il cochioctli. Altri tipo di pulque venivano usati in occasione dei riti battesimali, dove potevano bere la bevanda solamente le persone anziane. Sempre Sahagún ci fornisce dati eloquenti:

“E di notte i vecchi e le vecchie si riunivano e bevevano pulcre e si ubriacavano. Per realizzare questa ubriacatura mettevano davanti a loro un cantaro di pulcre, e colui che serviva versava in un orcio e dava a ciascuno da bere, a suo ordine, sino a conclusione. Alle volte davano pulcre che si chiamava íztac octli, che significa pulque bianco, che è quello che zampilla dai maguey e altre volte davano pulcre stregato con acqua e miele e cucinato con la radice che chiamano ayoctli, che significa pulcre di acqua, che era custodito e preparato dal signore del convitto già da alcuni giorni. (13) E il servitore, quando vedeva che non si ubriacavano, tornava a dare da bere in senso contrario alla mano sinistra, iniziando dagli ultimi” (ibid., IV, XXXVI, 11-13).

Ancora, nel corso delle feste e dei sacrifici che si svolgevano durante le calende del mese quindicesimo, che si chiamava panquetzaliztli, dopo il sacrificio dei prigionieri e degli schiavi, oltre che agli anziani era concesso bere il pulque anche alle persone sposate e ai principi; ma in questa occasione si trattava di matlaloctli, “che significa pulcre azzurro, perché aveva un colore azzurro” (ibid., II, XXXIV, 45).

 

Note

1 Nella II° Carta datata al 1520, cfr. Cortés, 2009, p. 138.

2 Palmer, 1933: 101, cit. in Gonçalves da Lima, 1986, p. 14.

3 Si veda ad esempio un articoletto della Domenica del Corriere, vol. 23 del 17 aprile 1921, p. 5 titolato “La paglia che inebria”, così come le numerose discussioni in merito in diversi forum in Internet. L’articoletto della Domenica del Corriere riporta: “Quando ordinate una bevanda ghiacciata, il cameriere vi porta delle lunghe paglie per succhiarla. Il motivo è semplicissimo: succhiato in questo modo, il liquido può filtrare lentamente giù per la gola, in modo da raggiungere la temperatura del corpo prima di arrivare allo stomaco; in tal modo è di molto diminuito il pericolo di crampi prodotti dal freddo. Coi vini ghiacciati, invece, le paglie non sono mai adoperate. Se lo fossero sarebbero assai frequenti i casi di solenni ubriacature anche tra le persone per bene. Una bevanda alcolica, assorbita attraverso la paglia, provoca una rapida ebbrezza. Quando la birra o il vino sono bevuti col bicchiere, essi raggiungono rapidamente lo stomaco e, purché siano bevuti in quantitativi moderati ledono difficilmente il cervello. Se invece il bevitore si provasse a succhiarli colla paglia, il sottile filo d’alcol ha la possibilità massima di annebbiare il suo cervello e presto lo riduce in uno stato di completa sbornia. A un bevitore indurito fu dichiarato un gioro ch’egli non sarebbe riuscito a bere colla paglia nemmeno due litri di birra. Siccome tale misura era di molto inferiore al quantitativo che di solito tracannava, egli rise alla proposta e subito accettò la scommessa. La prima bottiglia fu portata ed egli la succhiò colla paglia com’era inteso. Poi disse: ‘E una, portatemi l’altra’. Non aveva finito di parlare che cadde a terra ubriaco fradicio”. Un medico a cui ho esposto la questione ha risposto come segue: “Il fenomeno può avere a che fare con la modalità di transito del liquido all’interno della cavità orale.Se si prova a suggere da una cannuccia un liquido qualunque ci si accorge che non vi e’ modo di deglutirlo in maniera fluida cosi’ come accade bevendolo da un bicchiere o a collo da una bottiglia, bensì giunge alle prime vie digestive in tre tempi, cioè aspirazione, immagazinamento all’interno della bocca e infine deglutizione. La soluzione del problema è durante il secondo tempo, cioè nell’immagazinamento all’interno della bocca: la mucosa della bocca e della lingua nonché il palato sono ricche di vascolarizzazione capillare per via della presenza delle papille gustative. Gia’ a questo livello l’alcool viene assorbito in grande quantità per arrivare direttamente al cervello bypassando la digestione enzimatica gastroepatica, accorciando cosi’ i tempi e rafforzandone il potere inebriante”.

4 Il passo si trova nel vol. 2, p. 370 dell’edizione del 2009 curata da León-Portilla: “Pues de borrachos, no lo sé decir, tantas suciedades que entre ellos pasaban; sólo una quiero aquí poner, que hallamos en la provincia de Pánuco, que se embudaban por el sieso con unos cañutos, y se henchían los vientres de vino de lo que entre ellos se hacía, como cuando entre nosotros se echa una medicina”. Il termine embudaban proviene da embudo, “imbuto”, ed evidenzia l’atto di introduzione di un liquido; il termine sieso indica in spagnolo l’ano insieme alla parte finale dell’intestino e viene quindi qui tradotto con “retto”.

5 Passo riportato nella “Relación de la Conquista que hizo Nuño Beltrán de Guzmán. Anonima Segunda”, datato attorno al 1530, pubblicata in AA.VV., 1963: 315-327.

6 Questa notizia doveva risultare come una singolare curiosità, appetibile per quegli europei letterati che erano assetati di notizie sul nuovo mondo da poco scoperto dagli Spagnoli. Probabilmente per questo motivo fu riportata in diversi scritti fiction che furono prodotti nel XVI secolo da autori che non erano mai stati nel nuovo mondo e che si basarono, oltre che sulla loro fantasia, sugli scritti di Cortés, Díaz del Castillo e altri veri testimoni della Conquista. Una certa fortuna ebbe la Relación de la Nueva España, scritta da un autore chiamato Conquistador Anónimo, che si fece passare per un uomo al seguito della spedizione di Cortés, e di cui ci è pervenuta una traduzione italiana (da un originale spagnolo, forse da Siviglia) datata al 1556, edita a Venezia dalla casa editrice Giunti, inserita all’interno della raccolta di viaggi Delle Navigatione et viaggi curata da Giovanni Battista Ramusio. Il Conquistador Anónimo riportò il tema dell’assunzione rettale del pulque presso le genti native di Pánuco, aggiungendo considerazioni di cui non sono chiare le origini, se puramente fantasiose o se basate su fonti orali ascoltate a quei tempi dall’autore: “particolarmente in quella di Panuco adorano il membro che portano gli huomini fra le gambe, & lo tengono nella meschita [moschea, maniera arabizzante per indicare il tempio], & posto similmente sopra la piazza insieme con le imagini de rilievo di tutti modi di piaceri che possono essere fra l’huomo & la donna, & gli hanno di ritratto con le gambe alzate di diversi modi. In questa provincia di Panuco sono gran sodomiti gli huomini et gran poltroni & imbriachi, in tanto che stanchi di non poter bere più vino per bocca, si colcano [si sdraiano a pancia in su] & alzando le gambe se lo fanno metter con una cannella per le parti di sotto fin tanto che il corpo ne puo tenere.”  (Conquistador Anónimo, 1986, par. 27, pp. 128-130).

Si vedano anche:

Il maguey e il pulque

– Il quinto pulque

– Il problema degli additivi del pulque

– Il pulque nei periodi coloniali

– La classificazione dei maguey di Hernández

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