Il pulque nei periodi coloniali

The pulque during the Colonial times

Con l’arrivo degli Spagnoli il pulque (si veda Il pulque delle popolazioni messicane) perdette la sua posizione di bevanda inebriante ad uso cerimoniale e religioso e fu velocemente relegato alla posizione di bevanda profana (per gli usi nella società nahua si veda Il pulque nei tempi preispanici). Dopo neanche un secolo dalla prima visita di Cortés i danni della profanazione dell’uso di questa bevanda si fecero pesantemente sentire nei territori messicani e in ciò che rimaneva della sua popolazione autoctona. Il frate dominicano Diego Durán (Libro II, Cap. XXII), che scrisse nella seconda metà del XVII secolo, studiando le “idolatrie” degli indios e il sistema religioso dei vinti, si accorse e a suo modo si rammaricava della mancanza del rigido sistema di controllo sull’uso del pulque che avevano adottato gli Aztechi, che “non era gente barbara, bensì gente politica, esperta e avveduta”. Fatto sta che l’alcolismo da pulque dilagò fra i restanti nativi, già decimati dalla brutalità dei Conquistadores e dalle nuove malattie da questi portate nella Nueva España.

Poco dopo l’arrivo degli Spagnoli in terra messicana l’uso degli inebrianti di natura allucinogena – peyote, funghi psilocibinici, semi di Rivea corymbosa (ololihqui), ecc. – furono proibiti su tutto il territorio della Nueva España, poiché interpretati come prodotti “diabolici” e fortemente in antitesi alle idee e allo spirito religioso cristiano, seguendo in tal modo un cliché comune che dovettero subire tutte le popolazioni del mondo colonizzate dagli Europei. Un fatto curioso, per un certo periodo di tempo fu vietato il vino europeo agli indios, come dimostrano le Cedole Ecclesiastiche degli anni 1539 e 1545 (Corcuera de Mancera, 1991: 123), un divieto quasi ironico, verificato che gli indios non avrebbero potuto permettersi il lusso di comprare vino europeo.

Le bevande autoctone di natura alcolica non subirono generalmente  questo ferreo divieto; una delle eccezioni fu del pulque, per via degli additivi vegetali che vi venivano aggiunti, alcuni dei quali erano quasi certamente di natura allucinogena o comunque rafforzavano significativamente, per gli Spagnoli eccessivamente, le sue proprietà inebrianti (si veda Il problema degli additivi del pulque).

Tuttavia, come ha fatto notare nel suo attento studio Hernández Palomo (1979), le reiterate proibizioni attraverso le Cedole Reali, in particolare degli anni 1529, 1545, 1594, 1607, 1637 e 1640, vertevano sulla proibizione dei vari ingredienti vegetali che venivano aggiunti al “pulque bianco”, cioè il semplice pulque ottenuto mediante fermentazione della linfa fatta fuoriuscire dalla pianta del maguey, linfa nota nei periodi post-cortesiani con il nome spagnolo di aguamiel. Restava quindi implicito il permesso di elaborare e commercializzare il pulque bianco, che era nulla di più che una blanda bevanda alcolica, con una gradazione del 2-4 % di alcol.

Nel 1608 un’ordinanza del Viceré Luis de Velasco impose una prima normativa in fatto di commercializzazione del pulque bianco, che prevedeva l’esclusione da tale commercio di individui estranei alla pura etnia degli “indios” – spagnoli, mestizi, mulatti o negri che fossero – ed erano previste pene severe per chi non avesse rispettato questa condizione, che evidentemente era rivolta alla protezione del sistema di produzione indigeno del pulque. Questa ordinanza prevedeva che per ogni 100 indios venisse nominata una donna, una india, che doveva avere le caratteristiche di essere anziana, stimata e d’estrazione molto povera, che si sarebbe dovuta fare carico della vendita del pulque fra i nativi, con la condizione aggiuntiva che in questo commercio non poteva far coinvolgere spagnoli o indigeni appartenenti all’amministrazione locale. La vendita del pulque era comunque proibita nei giorni di domenica e in tutti i giorni festivi, compresi i giorni della Quaresima.1 E’ interessante notare come anche nei periodi successivi “nella vendita del pulque non fu fatta mai allusione agli uomini, bensì si parlò sempre di venditrici, di indias. Questa presenza della donna è una caratteristica rimasta in gran parte sino ai nostri giorni” (Hernández Palomo, 1979: 36).

Ma l’ordinanza di Velasco del 1608 rimase effettiva solamente per alcune decine di anni; gli interessi economici nei confronti di un commercio lucroso fecero si che vi si infiltrarono gradualmente spagnoli e mestizi, in particolare nella gestione delle pulquerias, le locande dove si vendeva e consumava la bevanda; inoltre, il dilagare dell’alcolismo presso la popolazione indigena, congiuntamente con il mancato rispetto, alquanto diffuso, del divieto dell’uso di additivi fortificanti la medesima bevanda, portò le amministrazioni locali e centrali a riconsiderare la normativa sul pulque; già nel 1648 si hanno notizie della nomina di un “Giudice del Pulque”, che doveva sovrintendere alle controversie e ai crimini legati al consumo della bevanda, oltre a un irrigidimento nei confronti del suo uso indigeno.

L’ordinanza di Velasco, pur redigendo una normativa del mercato del pulque, non prevedeva l’istituzione di una tassa sulla bevanda, nel rispetto della più generale regola fissata dal re di Spagna di non tassare i prodotti indigeni utilizzati dalla popolazione nativa. Tuttavia, verso la seconda metà del XVII secolo gli amministratori locali, in particolare quelli dei paesi dei dintorni di Città del Messico, principali luoghi di produzione del pulque, iniziarono illegalmente a richiedere un impuesto per tutto il pulque che veniva trasportato verso la capitale. L’illegalità di questa tassa era evidente e fu oggetto di denuncia da parte di diversi amministratori coscienziosi. Si verificarono anche situazioni di lucro “indiretto”, cioè non mediante una vera e propria tassa, bensì attraverso l’ingerenza nel commercio da parte di amministratori locali; fu il caso ad esempio del corregidor di Cuautepec, che nel 1633 obbligò gli indios della sua giurisdizione a vendergli il pulque ch’egli rivendeva in seguito a un prezzo raddoppiato. Verificato che nel commercio della bevanda rientravano sempre più individui non appartenenti alla razza nativa, le tasse e le attività lucrative venivano giustificate dal fatto che tale commercio esulava dai commerci puramente nativi, che per legge erano esenti da tasse.

Tutto ciò portò alla decisione reale di stabilire un primo asiento del pulque nel 1668, cioè una regolarizzazione della produzione della bevanda con tanto di tassa amministrativa, di cui la maggior parte era destinata alle casse reali spagnole. A parte gli indios, che avevano ben poca voce in capitolo, solo il conte di Alba de Liste e il duca di Albuquerque cercarono di opporsi a questo progetto, considerandolo una violazione del principio di esentasse dei prodotti indigeni; ma quando i profitti economici associati al pulque furono intuiti dalla Corona, le etiche rispettose nei confronti dei nativi furono da questa accantonate senza alcuna remora.

Vi fu solo una brusca interruzione di sei anni, dal 1692 al 1697, che ebbe origine da una rivolta popolare che si verificò l’8 giugno del 1692 a Città del Messico, repressa il giorno successivo dalle forze spagnole del Conte di Santiago, Juan de Velasco. La causa di questa rivolta ricadde sul pulque, quale fonte di ubriachezza, verificato che si udirono dalla parte dei rivoltosi urla del tipo “viva il pulque!” Si deve terne conto che, dal momento in cui, nel 1668, il commercio del pulque fu regolarizzato e tassato, il suo uso conobbe un notevole incremento nella capitale e, nonostante fossero permesse solamente la produzione e lo spaccio del pulque bianco, era di fatto quello adulterato dagli additivi rinforzanti, quindi maggiormente inebriante, che veniva consumato e che arricchiva di fatto l’erario reale.

Una delle conseguenze della repressione della rivolta fu il divieto della produzione, del consumo e quindi anche del commercio del pulque in tutto il territorio della Nueva España. Ma a una più attenta analisi le cause principali della rivolta non erano da ascrivere all’ubriachezza da pulque bensì a fattori di natura sociale, in primis le condizioni di estrema povertà in cui riversava la popolazione della capitale, dovuta anche alla carestia di grano e mais dell’anno precedente causata da cattive condizioni climatiche. Il diffuso alcolismo era semmai una conseguenza delle dure condizioni di vita dei nativi. Un altro motivo più concreto della proibizione del pulque si basò sulla constatazione che le pulquerias erano luoghi di associazione della popolazione, dove indios, mestizo, mulatti e negri potevano incontrarsi e produrre quelle “adunate sediziose” che in tutti i tempi furono e continuano ad essere perseguite nei contesti repressivi (Corcuera de Mancera, 1994: 195-220)..

La proibizione del pulque del 1692 sembra essere stata effettiva solamente nella capitale, mentre la bevanda continuava ad essere prodotta e consumata nel resto del paese. Ma essendo stato ufficialmente vietato, anche il reddito della sua tassazione venne meno; ciò portò dopo alcuni anni all’eliminazione del divieto, con tanto di reinserimento della relativa tassa (Hernández Palomo, 1979: 31-84). Fu tuttavia mantenuta l’obbligata differenziazione fra pulquerias per soli uomini e pulquerias per sole donne.

A parte il pulque bianco, il pulque “con radici”, cioè con additivi rinforzanti l’effetto inebriante, rimase proibito congiuntamente a numerose altre bevande alcoliche native. Ad esempio, nell’Ordinanza del Conte di Revillagigedo del 1755 vengono vietate “aguardiente di maguey, di canna, di miele, cantincota, ololinque, mistelas contraffatte, vini di cocco, sangue di coniglio, vinguies, mescali, tepache, cruacapo, vingarrote, e molte altre sebbene non siano specificate in questa ordinanza, e che si fabbricano e usano qualunque sia il loro nome, con seme dell’albero del Perù, ananas, pulque marcio o corrotto o di frutta di tutte le specie, e ingredienti velenosi con l’unico scopo di ubriacare”.2 Tale divieto perdurò fino a tutto il XVIII secolo e, nonostante venisse motivato per il dilagante alcolismo, il motivo concreto risiedeva nella concorrenza che queste bevande facevano nei confronti delle bevande alcoliche d’importazione spagnola, in particolare vini e distillati. Il problema di questa concorrenza non era un fatto nascosto e fu esplicitato da diversi autori a partire dal secolo XVII; Humboldt (1822, Libro IV, Cap. IX), nei confronti in questo caso del mezcal, ancora ai suoi tempi riferiva che “il governo spagnolo, in particolare la Real Hacienda, da molto tempo persegue con rigore il mezcal, che è severamente proibito, poiché il suo uso pregiudica il commercio delle acquaviti della Spagna.” Ai governanti coloniali non interessava la salute psichica e fisica dei nativi, che veniva sbandierata solamente in occasione dei suddetti divieti. Per i medesimi motivi era proibita nella Nueva España la coltivazione di piante del Vecchio Mondo, fra cui olivi, vite e gelso, per non intralciare il lucroso commercio intercontinentale di questi prodotti “esotici” europei.

Un’altra questione che fu reiteratamente discussa durante i secoli da parte dei simpatizzanti e dei detrattori del pulque riguardava lo stato di salute fra la popolazione indigena con o senza pulque, in particolare nel tema della loro riproduttività. Durante il XVIII secolo un certo frate Diego González dell’Ordine dei Mercedari riportava che “lo spopolamento degli indios degli inizi del secolo XVIII era dovuto all’abuso più che all’uso del pulque, assicurando che coloro che non lo bevevano si mantenevano in eccellenti condizioni di salute, e che gli indios del Messico potrebbero vivere così bene senza provare il pulque” (Guerrero, 1985: 84). Ancora ai giorni nostri Ángel María K. Garibay, il curatore dell’opera di Sahagún, riportava la seguente considerazione di valore opposto a quello del frate mercedario:

“Se vogliamo conservare la razza indigena è necessario che conserviamo questo liquore che la natura ha loro fornito con efficacia. Migliaia di osservazioni accreditano che nei villaggi dove il pulque non viene bevuto le febbri distruggono le popolazioni, mentre queste si conservano dove abbondano i maguey e dove viene estratto questo liquore molto necessario per nutrire l’indio, rinvigorirlo e preservarlo dalla febbre putrida alla quale vive esposto per le continue insolazioni di cui soffre e per i vili alimenti di cui si nutre. Experto crede magistro:  credere all’esperienza” (Garibáy, in Sahagún, 1985: 981).

Come già detto, con l’avvento degli Spagnoli quell’insieme di rigide regole e di settorialità specifiche nell’uso del pulque adottate dagli Aztechi di colpo vennero meno. L’uso rituale e religioso si dileguò velocemente, sino ad essere dimenticato. Tuttavia, come accadde ad altre fonti vegetali psicoattive, in particolare allucinogene, quali l’ololihqui, i teonanacatl, il peyote, non mancarono casi dove l’uso rituale del pulque persistette in clandestinità, fuori dagli sguardi dell’inquisizione (Samorini, 2012). A riprova di ciò, Jacinto De la Serna (1661) riportò diversi casi di “idolatrie” dei nativi messicani perseguiti da lui medesimo o da altri inquisitori spagnoli. Nel paesino di Tenango l’inquisitore venne a sapere di un curandero che aveva tenuto in una casa privata un incontro svolto in occasione di una festa a un santo, dov’egli aveva somministrato ai partecipanti dei funghi allucinogeni (quautlan nanacatl). La statua del santo era collocata sull’altare domestico, davanti al quale v’era un fuoco. Stando a quanto riferito da De la Serna (Cap. I, 3) in quell’occasione oltre ai funghi fu assunto dai presenti anche una buona quantità di pulque. Il curandero riuscì a fuggire prima di cadere nelle mani del braccio secolare inquisitoriale.

In un altro passo (Cap. XV, 2) il medesimo autore riferisce del costume di spargere un poco di pulque come offerta alle divinità prima di iniziare la bevuta collettiva. Lo spargimento del pulque viene chiamato da De la Serna col nome nahua tlatotoiahua, che ricorda lo tlatoyaualiztli riferito da Sahagún (I, XIII, 10) e già menzionato in Il pulque nei periodi preispanici. L’assunzione di pulque si svolgeva solitamente in maniera segreta all’interno di case private e di fronte all’altare domestico, in occasione di feste religiose che ricalcavano quelle antiche azteche. Si riporta qui per esteso il passo di De la Serna, in quanto è un’importante testimonianza di sopravvivenza di una celebrazione con il pulque che si era conservata durante la prima fase del periodo coloniale:

“Hanno anche le loro idolatrie con dei semi, e uno di questi è l’Huatli, che è un seme molto precoce a loro disposizione; poiché si semina prima del mais e quando inizia a spigare da questo seme fanno una bevanda a mo’ di poleada [bevanda a base di latte e farina] e alcune tortilla che chiamano Tzoally; questo seme è ciò che è richiesto dal Demonio, che gliela offrono come primizia e di cui fa menzione Padre Fray Martin di León nel mese tredicesimo del suo Calendario quando facevano festa ai monti più alti, che si chiama Tepeilhuitl e corrispondente ai primi di ottobre; e nell’altro Calendario è questo il mese dodicesimo, che si chiamava Quecholli, corrispondente al mese di novembre, dal cinque al ventiquattro del detto mese. L’idolatria e l’abuso di questo seme consiste nel fatto che nell’azione di grazia che si sia maturato, del primo che raccolgono ben macinato e impastato, fanno alcuni piccoli idoli con del fango, dall’aspetto umano e della dimensione più o meno di un palmo e li ricoprono con quell’impasto [di semi], e per il giorno che li preparano hanno preparato molto del loro vino, che è il pulque, ed essendo gli idoli preparati, e conosciuti [sic, conocidos, in realtà cocidos, cotti] li mettono nei loro oratori [altari], come se collocassero qualche immagine e vi pongono candele, incensi e profumi e offrono fra i loro mazzolini [di fiori] del vino preparato per la dedica nei bicchieri e nei piccoli tecomate [specie di vaso semisferico a bocca larga, di argilla o ricavato da una zucca] e che hanno per queste azioni superstiziose, come riportai più sopra (cap. III, 5) e che custodiscono con gran cura, e se no in altri scelti per questo scopo riunendosi tutti quelli di quella faziosità e convitati per questa azione di grazie al Demonio, si siedono tutti in cerchio: posti i tecomate e mazzolini di fronte agli idoli, con grande plauso inizia in suo onore e lode, e il Demonio, che tutto è uno, il canto, o musica del Teponaztli, accompagnando questa musica col canto degli anziani secondo il costume, e in seguito arrivano i padroni dell’offerta e i capi della festa in segnale di sacrificio spargono di quel vino, che avevano preso dai tecomate, o tutto o parte di quello davanti agli idoli di Huatli: chiamano quest’azione Tlatotoiahua, che è azione di spargimento, e poi iniziano a bere tutto ciò che è rimasto nei tecomate, come prima cosa, e poi bevono dalle pentole di pulque sino a terminarle e da ciò seguono tutte le cose che sono solite accadere nelle ubriachezze; e i proprietari dei piccoli idoli li custodivano con attenzione sino al giorno seguente affinché tutti i partecipanti alla festa se li mangino a pezzetti come fossero delle reliquie” (De la Serna, 1661, Cap. XV, 2).

Non sono mancate durante i tempi coloniali, così come in quelli moderni, forme sincretiche fra le antiche credenze e i culti cristiani nei riguardi delle pratiche, della mitologia e della filosofia associata all’uso del pulque. Durante la preparazione del pulque ancora al giorno d’oggi sono praticati alcuni riti, ora cristianizzati: prima di iniziare il lavoro i partecipanti si fanno il segno della croce davanti all’altare del tinacal e la persona che dirige i lavori esclama a voce alta “Ave Maria Purissima!”, mentre gli altri rispondono “Senza peccato concepita!”. Vi sono casi i cui queste esclamazioni sono fatte con una certa modulazione della voce, a mo’ di canto (Guerrero, 1985: 59). Fra i Totonachi dei tempi coloniali e moderni  ha un culto importante San Giovanni Battista, chiamato familiarmente San Juanito; egli è considerato un grande bevitore di pulque, e anche Gesù è considerato un gran bevitore di questa bevanda (ibid., :52). Presso gli Otomi attuali il pulque è chiamato juaseí, da jua, “dio” e sei, “vino”, da cui “bevanda divina”, oppure è chiamato semplicemente seí, mentre le pulquerie sono chiamate seingú, da sei, “vino”, ngu, “casa” (ibid., :25).

Oggigiorno le grande aziende magueyere e pulquere sono concentrate per lo più negli stati del México, Tlaxcala e Hidalgo e il pulque è considerata una bevanda volgare, usata dal popolino. Ma fino al secolo XIX fu bevanda gustata anche dalle classi abbienti e dagli spagnoli. Si ha notizia che l’imperatore Massimiliano, quando ancora sul trono del pericolante Regno del Messico, partecipò a un banchetto che gli fu offerto e dove il pulque era la bevanda principale (Guerrero, 1985: 110).

 

Note

1 Ordinanza sul pulque di Luis de Velasco, datata al 16 agosto 1608, riprodotta integralmente in Hernández Palomo, 1979, pp. 433-5.

2 Ordinanza del Conte di Revillagigedo, 1755, riportata per esteso in Hernández Palomo, 1979: 438-446.

 

Si vedano anche:

Il maguey e il pulque

– Il pulque nei periodi preispanici

– Il quinto pulque

– Il problema degli additivi del pulque

– La classificazione dei maguey di Hernández

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CORCUERA DE MANCERA SONIA, 1991, El fraile, el indio y el pulque. Evangelización y embriaguez en la Nueva España (1523-1548), Fondo de Cultura Económica, México D.F.

CORCUERA DE MANCERA SONIA, 1994, Del amor al temor. Borrachez, catequesis y control en la Nueva España (1555-1771), Fondo de Cultura Economica, México D.F.

DURÁN DIEGO, 2002 (1570-1581), Historia de las Indias de Nueva España e islas de tierra firme, Consejo Nacional para la Cultura y las Artes, México D.F., 2 voll., cur. Rosa Camelo & José Rubén Romero.

GUERRERO RAÚL, 1985, El pulque, Editorial Joaquín Mortiz, México D.F.

HERNÁNDEZ PALOMO JOSÉ JESÚS, 1979, La Renta del Pulque en Nueva España (1663-1810), Escuela de Estudios Hispano-Americanos, Sevilla.

HUMBOLDT de ALEJANDRO, 1978 (1822), Ensayo politico sobre el Reino de la Nueva España, Editorial Porrúa, México D.F.

SAMORINI GIORGIO, 2012, Il pulque delle popolazioni messicane. Dalle origini ai periodi coloniali, Triana Ediciones, Sevilla.

SERNA (de la) JACINTO, 1892 (1661), Manual de ministros de Indios para el conocimiento de sus idolatrias y extirpación de ellas, Imprenta del Museo Nacional, México.

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