Il problema degli additivi del pulque

The problem of the pulque additives

Durante la preparazione del pulque (si veda Il pulque delle popolazioni messicane) venivano aggiunti degli additivi, di natura per lo più vegetale, che avevano differenti scopi e che possono essere ridotti alle seguenti quattro categorie:

1) additivi per prolungare i tempi di conservazione della bevanda;

2) additivi per rafforzare l’effetto inebriante della bevanda mediante incremento della sua concentrazione alcolica;

3) additivi per rafforzare l’effetto inebriante della bevanda mediante aggiunta di principi attivi differenti dall’alcol;

4) additivi aromatizzanti.

Oggigiorno persiste una notevole confusione ed enigmaticità nei confronti di questi additivi, per ragioni ravvisabili principalmente, nella opinione di chi scrive, nei seguenti fattori: a) durante i tempi precolombiani alcuni di questi additivi, in particolare quelli appartenenti alla terza classe sopra definita, erano mantenuti rigorosamente segreti dalla classe prelatizia ed erano utilizzati solamente dal prelato e/o dalla classe dominante della società azteca; b) i cronisti successivi alla Conquista confusero frequentemente gli scopi per i quali venivano aggiunti gli additivi, in particolare senza distinguere lo scopo di prolungare il periodo di conservazione della bevanda da quello di potenziarne gli effetti psicoattivi. Si deve tener conto che la maggior parte di questi primi cronisti apparteneva al prelato cattolico, già predisposto e acculturato sull’esistenza di piante che procurano visioni “diaboliche” associate al fenomeno della “stregoneria” dell’Europa medievale, accanitamente perseguito dalle istituzioni inquisitoriali (si veda ad es. Warren, 1979).

Questa confusione dei primi cronisti fu tramandata e reiterata nei secoli successivi e i saggi pur seri e approfonditi degli studiosi moderni della cultura nahua non fanno altro che riproporre lo stato confusionale precedente. Da notare che gli additivi di questa bevanda furono oggetto di ampie discussioni negli ambiti politici e amministrativi coloniali e influenzarono significativamente la storia del proibizionismo e la produzione del pulque, in particolare durante il XVIII secolo (si veda Il pulque nei periodi coloniali). Nel presente studio chi scrive non aspira a una soluzione di tale problematica, mediante identificazione di questi additivi, bensì si limita a focalizzare le cause e i percorsi di quel problema di carattere etnobotanico a tutt’oggi insoluto qui definito come il “problema degli additivi del pulque”.

Dalle fonti antiche è ricavabile una complessa terminologia associata alla bevanda del pulque, che viene elencata di seguito; v’è da tener conto che esiste una notevole confusione e contraddizione dell’interpretazione da dare a questi termini presso gli studiosi moderni, oltre che fra gli autori antichi. La principale fonte di informazione è l’opera di Sahagún, stesa nel trentennio 1547-1577:

uitztli, indicava la linfa o aguamiel appena fuoriuscita dalla pianta;

octli, il nome generico del pulque;

iztacoctli, “pulque bianco”, privo di qualunque additivo;

tiçaoctli, apparentemente una specie di pulque bianco o un suo sinonimo;

tlachique, il pulque di bassa qualità, ma sempre privo di additivi, ricavato da piante di maguey che producevano una linfa scadente, vuoi perché prodotta da specie botaniche di Agave differenti dalle buone specie pulqueras, vuoi perché prodotta da piante di maguey da pulque coltivate in terreni e ambienti sfavorevoli;

tecutlachique, probabile sinonimo di tlachique, riportato in Sahagún (II, XXXVII, 18);

poliuhqui, indica la bevanda nel suo stato avariato e da cui probabilmente i primi Spagnoli ricavarono per fraintendimento la parola pulque;

teoctli, “pulque divino” o “pulque degli dei”;

texcalceuia o texcalceuilo, citato in Sahagún, II, XXXVII, 10, usato nel corso delle feste dedicate al dio del fuoco Xiuhtecutli nel mese di izcalli; forse questi vocaboli erano attribuiti al pulque tlachique bevuto in occasione di queste feste del dio del fuoco;

cochioctli, citato da Sahagún (II, XXVI, 20), probabilmente era l’octli non bevuto e rimasto il giorno dopo la festa che si svolgeva durante le calende del settimo mese, chiamato tecuilhuitontli, e dedicata alla dea del sale Uixtocíhuatl;

ayoctli, “pulque di acqua”, riportato sempre da Sahagún (IV, XXXVI, 11-13), sarebbe un “pulcre stregato con acqua e miele e cucinato con la radice”;

matlaloctli, “pulcre azzurro” per via del suo colore (Sahagún, II, XXXIV, 45);

macuilloctli, “quinto pulque”, la quinta tazza di pulque intesa come superamento delle quattro tazze socialmente accettate; ma può indicare anche un tipo specifico di pulque, dalla formula mantenuta segreta e riservata al prelato;

tlachiualoctli, “pulque artificiale”

La differenziazione dei tipi di pulque si evidenzia in numerosi passi degli autori antichi; valga per tutti come esempio un passo della descrizione riportata da Sahagún (IV, XXXVI, 11-13) dei riti battesimali nahua:

“Alle volte davano pulcre che si chiamava íztac octli, che significa pulque bianco, che è quello che zampilla dai maguey e altre volte davano pulcre stregato con acqua e miele e cucinato con la radice che chiamano ayoctli, che significa pulcre di acqua, che era custodito e preparato dal signore del convitto già da alcuni giorni. (13) E il servitore, quando vedeva che non si ubriacavano, tornava a dare da bere in senso contrario alla mano sinistra, iniziando dagli ultimi”.

Un semplice metodo per rinforzare l’effetto inebriante della bevanda era quello di gettare nel pulque bianco puro una pietra ardente che era chiamata tezontle; tale metodo, che aveva la chiara funzione di attivare la fermentazione, veniva usato nei pulque di qualità inferiori – ad esempio quello ricavato da piante di maguey cresciute in luoghi umidi, caratterizzati da una povertà di zuccheri – e che erano chiamati pulque tlachique.

Il pulque si mantiene per un periodo che non supera le 24-36 ore, dopodiché si decompone e non è più bevibile. Il problema della conservazione della bevanda fu quindi molto sentito sia nei tempi arcaici che in quelli coloniali. Per ritardare la sua cagliatura e decomposizione vi si gettavano delle erbe specifiche, di cui una era il popotle, rimasta botanicamente indeterminata. In base a rapporti scritti di frati e medici della fine del 1600 quest’erba era considerata “la peggiore e la più velenosa” di tutte quelle che si mettono nel pulque. Si teneva nei tini per 10 o 12 ore ed era usata esclusivamente in inverno “con lo scopo di non viziare e di non far prendere corpo al pulque”. La sua funzione era molto pratica per il trasporto in quanto bloccava la sua decomposizione. A questo scopo si usava anche la calce (Hernández Palomo, 1979: 27-8).

Francisco Hernández (1571-6), nella sua monumentale opera sulle piante e animali della “Nueva España”, cita alcune altre piante che venivano mescolate nel pulque. Una di queste era l’itlanexillo (“piede di lepre”), una pianticella simile al capelvenere, le cui foglie erano impiegate per trattare la dissenteria e di cui si mescolavano col pulque le radici col preciso scopo di “dargli forza e maggiore efficacia per stravolgere la mente” (Libro III, Cap. XL); ci troveremmo quindi nel caso 3 della nostra classificazione iniziale.1 Un’altra pianta era l’arbusto del quauhchílzotl (“legno di peperone vecchio”), “la cui radice “mescolata con metl produce vino” (Libro III, Cap. CL).2 In questo caso è probabile che l’aggiunta nella linfa della pianta del maguey (metl) avesse lo scopo di facilitare la sua fermentazione (caso 2).

Sahagún è stranamente parco di dati circa gli additivi del pulque e sembra riferire di non meglio precisate radici aggiunte nella bevanda in un solo passo fra i numerosissimi che dedica al pulque, e precisamente dove descrive il lavoro di colui che prepara e vende il pulque: “il miele [aguamiel] cuocendolo o bollendolo prima di tutto, e riempe cantari o cuoi per custodirlo, e questo dopo che ha radici” (Sahagún, X, XX, 4). E che questa radice fosse probabilmente la fonte inebriante principale del pulque parrebbe essere stata una consapevolezza di molti. Ad esempio, nel 1579 un certo Gaspar de Covarrubias, Corregidor (governatore) della provincia di Tucantla [attuale Tuzantla, stato i Michoacán], descrive il pulque come “un vino di cattivo sapore e odore che fanno con una radice forte e si ubriacano per andare in guerra senza timore”, senza quindi nemmeno citare il maguey come fonte del liquido madre in cui venivano aggiunte queste radici.

Ma la pianta maggiormente citata dagli autori antichi e la più enigmatica dal punto di vista della sua determinazione botanica e delle sue funzioni in relazione alla preparazione del pulque è l’ocpatli o quapatli. Motolinía (I, II, 55) riportava che “prima che il loro vino lo cuociano con alcune radici che vi gettano, è chiaro e dolce come idromele. Dopo cotto si fa spesso ed ha un cattivo odore, e coloro che con quello si ubriacano, molto peggio.” In un altro passo (III, XIX, 440) aggiunge che dall’aguamiel “cotto e bollito al fuoco, si ricava un vino dolciastro limpido, che bevono gli spagnoli e dicono che è molto buono, sostanzioso e salubre. Cotto questo liquore in orci come si cuoce il vino e gettandovi delle radici che gli indios chiamano ocpatl, che significa medicina o condimento del vino, si ricava un vino così forte che a coloro che ne bevono in quantità ubriaca fortemente”. Se ne dedurrebbe quindi che la funzione dell’ocaptl era di rinforzante degli effetti inebrianti del pulque. Nel Codice Magliabecchi (85r) è dipinta una cerimonia del pulque, dove uno degli dei del pulque prepara la bevanda dentro a una pentola. Sul lato sinistro della scena sono disegnati tre specie di corde arrotolate e legate, con accanto la scritta: “Questi mazzi sono di una radice con la quale facevano il vino che si chiama ocpatli”. Questa è l’unica raffigurazione che ci è pervenuta, alquanto schematica, delle radici dell’ocpatli. Nel registro inferiore della medesima scena, una donna inginocchiata serve una tazza di pulque ad altre tre figure umane, e la didascalia associata a questa donna dice: “Questa era quella che serviva il vino agli altri sino a che li ubriacava”.

Scena di cerimonia del pulque dipinta nel Codice Magliabecchi (85r). Si notino i tre mazzi di radice di ocpatli in alto a destra.

Scena di cerimonia del pulque dipinta nel Codice Magliabecchi (85r). Si notino i tre mazzi di radice di ocpatli in alto a destra.

Nel Codice Telleriano Remense (fol. 15) viene riportato che “questo Patécatl è signore di questi tre giorni e di alcune radici ch’essi gettavano nel vino, poiché senza queste radici non si potevano ubriacare pur quanto ne bevessero”. Va ricordato che il nome Patécatl deriva dalla radice nahuatl pátli, che significa “medicina”. Secondo Gonçalves da Lima (1986: 136) il significato etimologico di oc.patli è “medicina del pulque” e sarebbe questa la ragione per cui al nome di Patécatl fu attribuito il significato etimologico di “quello della terra della medicina”. Ciò apparirebbe come un’ulteriore conferma del fatto che Patécatl fu lo scopritore dell’effetto inebriante “completo” del pulque, dove le radici dell’ocpatli svolgevano un ruolo significativo se non addirittura imprenscindibile. Nel Codice Magliabecchi (53r) appare una riproduzione pittorica di Patécatl, alla quale è associata la frase (in castigliano): “Questo era altro dei quattrocento che gli indios chiamavano dei del vino e degli ubriachi, Poctegatl [Patécatl], perché era come medicina a quelli questo vino” (52v).

Raffigurazione di Patécatl nel Codice Magliabecchi (53r)

Raffigurazione di Patécatl nel Codice Magliabecchi (53r)

Pedro Sanchez de Aguilar (1639), in una Cedula contra el Pulque, riferiva: “Io sono informato che gli Indios nativi di questa Nueva España fanno un certo vino che si chiama Pulque, nel quale dicono che nei periodi che fanno le loro feste e per tutto il resto dell’anno vi gettano una radice, ch’essi seminano con lo scopo di gettarla nel suddetto vino, per fortificarlo e fargli prendere maggior sapore, con il quale si ubriacano” (p. 37). In un’altra Cedula dell’anno 1545 in cui si vieta il vino agli Indios, il medesimo autore riferiva del “vino della terra con radici” (ibid., p. 38). Da notare che questo autore riferiva che la pianta che dava queste radici veniva coltivata dai nativi.

Durán (Libro II, Cap. XXII) offre ulteriori dati interessanti: in un primo passo riferisce dei tavernieri che nel momento in cui “gettavano la radice” nel pulque e questo iniziava a bollire mettevano incenso nei bracieri e offrivano cibo alla divinità. In un passo successivo fa notare come “quello che chiamano pulque che fanno gli Spagnoli di miele nero e acqua con la radice, quelli [gli Aztechi] mai l’ebbero né seppero fare sino a che i negri e gli Spagnoli lo inventarono e così questo vocabolo pulque non è vocabolo messicano bensì delle isole, come mais e nagua e altri vocaboli che portarono da Española. Il vero vino di questi [gli Aztechi] era di aguamiel del maguey dove vi gettano dentro la radice e che usavano non solo per le loro feste e ubriachezze ma anche per le loro medicine, come usano oggigiorno poiché realmente medicinale”. Nonostante Durán non sia sempre attendibile, in quanto contamina frequentemente i dati ricevuti dai suoi informatori con sue deduzioni personali, la possibilità espressa in questo suo passo, cioè che si siano presentate variazioni di tecniche di preparazione e di nuovi additivi dopo la Conquista, magari importate dalle Antille, non è da scartare a priori. Durán fa notare la differenza fra “pulque bianco con radice”, di schietta origine azteca o comunque tradizionale, e pulque di “miele nero con radice”, che sarebbe stato inventato altrove e importato in seguito ai flussi migratori inter-mesoamericani conseguenti all’arrivo degli Europei. Egli prosegue affermando che “Il suo [del pulque azteco] nome era iztac-octli, che significa vino bianco e comprendo che gli hanno aggiunto il bianco per differenziarlo da quello che si fa da miele nero perché è indemoniato e puzzolente e nero forte e aspro, senza gusto né sapore, come essi medesimi confessano, e con tutto questo come lo bevono più frequentemente e li rende più irragionevoli e furiosi per via della forza che ha rispetto al loro proprio essendo il loro più leggero e medicinale”. E’ evidente l’apporto dell’interpretatio cattolica nell’associare il colore nero del “miele” non tradizionale (cioè non azteco) al demonio, quel medesimo “demonio” che lo steso Durán non esita in altri numerosi passi del suo trattato ad associare a divinità e pratiche religiose azteche.

Un riferimento a delle radici aggiunte al pulque lo troviamo in un mito d’origine del maguey, di stampo tezcocoano,  che ci è pervenuto attraverso la Histoire du Mechique, opera di un anonimo autore del XVI secolo. Nella parte finale del racconto è riportato: “questo [il maguey] gli indios fanno il vino che bevono e con il quale si ubriacano, sebbene non è a causa del vino, bensì per via di alcune radici che chiamano ucpatlich’essi mescolano con quello”.

Un’attenzione particolare deve essere data al lavoro di Francisco Hernández, il botanico e proto-medico che negli anni ’70 del 1500 per volontà del re di Spagna Filippo II diresse una spedizione scientifica nei nuovi territori americani conquistati dagli Spagnoli e che fu autore di un’importante opera di classificazione delle piante e degli animali della Nueva España. Questo autore (Libro XVI, Cap. LII) identifica l’ocpatli (“condimento del vino”) con il quapatli (“medicina del monte”) o tlapatli (“medicina piccola”) e riporta che questa pianta mescolata con il “vino di metl” ne aumenta la forza inebriante. Tuttavia, a differenza degli altri autori, riferisce che la parte utilizzata era la sua corteccia e non la radice. Inoltre, riporta che anche quando viene aggiunta ad altre bevande liquorose ne aumenta gli effetti inebrianti. Da notare che nella descrizione Hernández riferisce che questa pianta ha dei baccelli, un fatto che fa sospettare che appartenga alla famiglia delle Leguminosae.3 Un’ulteriore notizia utile per l’identificazione dell’ocpatli/quapatli Hernández la offre nel trattare un suo sinonimo, lo tzotzocolxóchitl e una pianta affine, “anch’essa appartenente alle specie di acacia” (Libro XXIV, Cap. X):

“Lo tzotzocolxóchitl è un arbusto che i messicani chiamano quapatli, nome sotto cui lo abbiamo descritto in altro luogo. Dicono i panucenses che è utile in maniera ammirevole contro la tosse. Nasce nella sua terra un’altra specie chiamata tziquáhuitl, quasi del medesimo aspetto, di temperamento freddo, astringente e secco, anch’esso appartenente alle specie di acacia e il cui decotto dice la medesima gente che cura le ulcere della bocca, pulisce e consolida i denti, e sana le ulcere putride dovuta alla consumazione di carne corrotta”.

Questi dati fanno quindi ipotizzare che il quapatli od ocpatli fosse una leguminosa, nella cui famiglia rientrano numerose piante dalle accertate proprietà psicoattive, presenti anche nelle Americhe. In effetti, in diverse Relazioni Geografiche nel centro del Messico e in Oaxaca l’ocpatl o quapatle è identificato con la corteccia di Acacia angustissima (Mill.) Kuntze (Corcuera de Mancera, 1991: 122).

In un altro passo della sua opera (Libro XVI, Cap. LIII) il medesimo autore cita un’altra pianta dal medesimo nome quapatli, caratterizzata dall’essere un’erba piccola con foglie simili a quelle del susino ma più grandi e il cui decotto applicato sulla testa calma i dolori alle orecchie. Ma si tratta evidentemente di una pianta differente da quella precedente, nonostante sia chiamata con lo stesso nome di “medicina del monte”.

Ricapitolando,  Hernández considerava quapatli, ocpatli, tlapatli e tzotzocolxóchitl sinonimi di una medesima pianta utilizzata come additivo del pulque; altri autori invece consideravano come due distinte piante il quapatli e l’ocpatli. Il quapatli (o cuapatle) fu oggetto di diverse controverse nel corso del XVIII secolo, considerato demoniaco o ingrediente positivo e necessario per la preparazione del pulque a seconda dell’ignoranza, del pregiudizio o della convenienza – anche economica – del vescovo, dell’alcade o dell’asentista di turno.

Clavijero (1780-1: Libro VII, p. 435), che può essere considerato l’ultimo in ordine cronologico fra gli autori antichi, riportò che l’ocpatli o “rimedio del vino” serviva “per facilitare la fermentazione e dar più forza alla bevanda”. In questa frase sembra essere assorbito uno stereotipo interpretativo delle funzioni dell’ocpatli elaborato nel corso del XVIII secolo e dovuto alla probabile confusione fra diversi ingredienti vegetali, confusione forse addirittura indotta intenzionalmente per nascondere proprietà inebrianti di un determinato additivo, un tempo ritenute segrete.

La complessità degli additivi del pulque aumenta considerando il cosiddetto “quinto pulque”, il macuiloctli. Come esposto ne Il quinto pulque, il macuiloctli era considerata la dose di pulque che eccedeva le quattro tazze socialmente accettate; dalla quinta tazza in poi regnava la violenza e la follia. Tuttavia, vi sono riferimenti a un macuiloctli come un tipo specifico di pulque. In un passo della sua opera (II, Appendice IV, 3) Sahagún sembra considerarlo un sinonimo del teoctli (“festa del macuilloctli, ‘Il Quinto Pulque’, ch’essi chiamavano di teucotli, ‘Pulque-degli-Dei’”). Il teoctli – da teo, “dio” e octli, “pulque”, quindi “pulque degli dei” – era uno speciale tipo di pulque che veniva dato da bere ai prigionieri in procinto di essere sacrificati (si veda Il pulque nei tempi preispanici). Anche al successivo paragrafo 17 v’è una chiara identificazione fra macuiloctli e teoctli;  la traduzione di Garibay fornisce: “Questo Ometochtli pantécatl [un tipo di sacerdote] aveva il compito di procurare il vino che si chiamava macuiloctli, o teooctli, che era usato nella festa di panquetzaliztli”. Tuttavia, Gonçalves da Lima (1986: 116-7) traduce questo passo in un modo significativamente differente: “Il sacerdote di Ometochtli Patécatl preparava il macuilloctli e lo passava al sacerdote degli dei del pulque Toltécatl. Questo lo doveva fare [trasformare nel] teucotli, il vino degli dei; il macuilloctli si consumava nella festa di Panquetzaliztli”. Da ciò si inferisce che macuiloctli e teoctli non sono nomi della medesima bevanda, come apparirebbe dalla versione di questo passo data da Garibay e dal primo passo citato di Sahagún, bensì “erano pulque preparati specificatamente per i sacerdoti, essendo il teoctli un macuilloctli modificato” (ibid. :117). Al paragrafo 33 della medesima Appendice IV del testo di Sahagún è descritta la funzione del sacerdote Yzquitlan, che aveva il compito di curare il vestiario dell’officiante e anche “il pulque degli dei, teuoctli, e riceveva la linfa dolce del maguey, necutil, che terminava di uscire [dal maguey] e che ancora non era piccante” (seguendo la traduzione di Gonçalves da Lima, 1986: 117); questo studioso ne deduce che l’aguamiel ottenuta dallo Yzquitlan serviva per l’elaborazione del teoctli, impiegando forse un ingrediente vegetale specifico, “un ocpatli personale dei dirigenti religiosi”.

Per Christian Rätsch (2005: 28 e 46) l’ocpatli questa pianta è probabilmente identificabile con Acacia angustifolia (Mill.) Kuntze. Il vocabolo ocpatl significherebbe “droga del pulque” e nello spagnolo messicano contemporaneo il nome vernacolare di questa acacia sarebbe palo de pulque (“albero del pulque”). Un’altra specie, Acacia albicans Kunth sarebbe stata usata come additivo del pulque.

Resta il fatto che durante i periodi coloniali si diffuse un insistente proibizionismo nei confronti degli additivi del pulque, poiché fra di questi v’erano ingredienti che ne potenziavano gli effetti in maniera significativa e che furono prontamente classificati come prodotti demoniaci da parte del clero, in quanto riconosciuti da questi affini alle piante “stregoniche” europee. Ma essendosi diffusa anche la confusione fra additivi rinforzanti l’effetto inebriante e additivi necessari per la fermentazione del pulque o per la sua conservazione, si giunse in diversi casi a proibire tutti gli additivi di natura vegetale, creando ciò non pochi problemi nella sua produzione. In diversi casi si giunse a decreti contraddittori fra le diverse istituzioni coloniali e mentre il cuapatle veniva venduto sotto licenza nei mercati delle principali città, compresa Città del Messico, governanti di aree agricole ne proibivano il commercio e l’utilizzo come ingrediente del pulque. Nel 1720 nella giurisdizione di Huejotzingo il viceré marchese di Valero dovette imporsi con un decreto specifico in favore del libero utilizzo del cuapatle e contro la decisione ritenuta arbitraria dell’asentista locale (Hernández Palomo, 1979: 29).

Secondo Hernández Palomo (1979: 29) la funzione principale del cuapatle era di preservare ed evitare la corruzione del pulque, ma questo studioso, nel suo pur brillante studio sul proibizionismo del pulque durante i periodi coloniali, non ha valutato la possibilità che le fonti antiche di cui si è avvalso recassero già confusioni di determinazione per ciò che intendevano come cuapatle.

Al pulque venivano aggiunti diversi altri ingredienti, molti dei quali con lo scopo di aromatizzarlo. Nel 1791  il naturalista Antonio Pineda estese un rapporto sulle diverse bevande in uso in Messico, di cui numerose a base di pulque dove venivano aggiunti anice, arance, ananas, mandorle, ecc. La maggior parte di queste bevande furono elaborate nei tempi coloniali e influenzate dalla cultura spagnola. Interessanti le bevande copalotile4 e tolonze, preparate con l’aggiunta nel pulque di semi e frutti dell’albero del Perù, cioè Schinus molle L., della famiglia delle Anacardiaceae, originario del Sud America e che gli Spagnoli diffusero in Messico (Wilson, 1963). Presso le popolazioni andine il frutto di questo albero è tradizionalmente usato come ingrediente nella preparazione della chicha (bevanda fermentata a base di mais), per facilitare la sua fermentazione (Rätsch, 2005: 740). I Messicani l’adottarono con il probabile scopo di facilitare la fermentazione in quei pulque, come il tlachique, ricavati da linfa di maguey povera in contenuti zuccherini. Ancora, dentro ai tini di fermentazione del pulque venivano inseriti i più disparati oggetti, con probabili scopi magici. Ad esempio, nel 1692 un inquisitore scoprì in un tino un cannello chiuso con una lucertola viva (Hernández Palomo, 1979: 30).

Un’ulteriore associazione di natura etnobotanica della sfera simbolica del pulque è il malinalli, al contempo pianta e simbolo ad essa associato. La pianta è per lo più riconosciuta fra gli autori come una piccola graminacea, alquanto effimera, che nasce improvvisamente subito dopo le piogge estive dopodiché avvizzisce velocemente. Fra gli Aztechi era il simbolo dell’effimero, del transitorio, del superfluo, della vanità e anche della fugace allegria causata dal pulque e dallo stato di ubriachezza. Il grafema del malinalli era costituito da un teschio ornato (Corcuera de Mancera, 1991: 23). Kuehne Heyder (1995) ha avanzato dei dubbi circa l’identificazione generalmente accettata del malinalli come una specie di Muhlenbergia, della famiglia delle graminacee,chiamata popolarmente in  zacate del carbonero,e ha proposto di identificare invece il malinallicon l’ocpatli; inoltre, vede per il malinalliuna certa relazione con una specie di Datura. Il simbolo del teschio non si addice a una erbetta così effimera e poco importante quale il zacate del carboneroe sono riferite al malinalliproprietà medicinali che non si addicono a questa graminacea. In particolare, De La Cruz (1552), pur raffigurando il malinallicome una evidente graminacea, indica proprietà medicinali nelle affezioni oculari (F. 12 v), nelle flemme gastriche (F 20 r) e nel parto (F 58 v).

Considerando il complesso degli additivi del pulque nel suo insieme, si evidenzia l’utilizzo di speciali ingredienti vegetali di natura psicoattiva, di cui alcuni probabilmente allucinogeni, per la preparazione di bevande in cui il pulque svolgeva il ruolo di liquido madre. Siamo cioè qui in presenza di un “Complesso Psicofarmacologico del Pulque”, similmente ad altri conglomerati di conoscenze psicoattive quali il Complesso Dionisiaco, dove il vino aveva valenze di liquido madre per miscelarvi le più disparate erbe psicoattive, o il Complesso Psicofarmacologico dell’Ayahuasca, dove alla bevanda “maestro”, l’ayahuasca, vengono aggiunte le più disparate piante psicoattive, tale da aver dato adito all’elaborazione tribale di un complesso sistema gerarchico di effetti allucinogeni. In diversi casi questi Complessi Psicofarmacologici sono imperniati su una bevanda inebriante di natura alcolica, in quanto le bevande alcoliche sono ottimi liquidi estrattori dei principi attivi delle varie fonti vegetali: essendo questi principi attivi estraibili in acqua (idrosolubili) o estraibili in alcol, le bevande alcoliche, per loro natura idro-alcoliche, cioè contenenti sia alcol che acqua, risultano degli ottimi liquidi dentro cui far procedere, con riscaldamento o meno, al passaggio dei principi attivi da foglie, radici, cortecce al liquido in seguito da bere. Ecco quindi che l’articolata soluzione al problema degli additivi del pulque è da ricercare internamente al Complesso Psicofarmacologico strutturatosi attorno a questa bevanda (Samorini, 2012).

Molto probabilmente esistevano differenti tipi di pulque, da quelli permessi al popolo a quelli permessi solo alla casta prelatizia o ai guerrieri, prodotti con formule quasi certamente mantenute segrete. Ed è nei pulque “prelatizi” che dobbiamo principalmente rivolgere lo sguardo nella ricerca delle fonti puramente enteogene, quali gli additivi di natura allucinogena. Il contatto più profondo con le divinità era mantenuto riserbato a principi e sacerdoti, gli unici che avevano accesso alla spettro completo di conoscenze per modificare lo stato della coscienza umana, come ha fatto notare in un interessante studio sul pulque Corcuera de Mancera (1991: 17):

“Fra gli antichi messicani era proibito un rapporto popolare, non controllato dall’autorità religiosa, dell’uomo con la divinità. Il pulque era depositario dell’insieme (conjunto) degli dei coniglio, e nell’ingerirlo la persona si abbandonava in modo volontario a una possessione divina. Per questo i sacerdoti, gelosi del loro ruolo di mediatori e desiderosi di conservare l’autorità e il potere che questo dava loro, vedevano come un pericolo che l’uomo comune uscisse dal loro controllo per ingerire una sostanza che era corpo divino”.

 

Note

1 “Il itlanexillo, che altri chiamano teatlapallio ala di pietra, ha radici assomiglianti a dei capelli da dove nascono steli purpurei, cilindrici e sottili, e in questi foglie piccole a forma di cuore; non ha né fiore né frutto. Le foglie sono di natura , secca e astringente, di sapore dolce e con proprietà per arrestare la dissenteria. Anche la radice è fredda, secca e dolce, ma non astringente; si mescola con l’octlio vino di maguey che chiamano pulquecon lo scopo di dargli forza e maggiore efficacia per stravolgere la mente. Alcuni la classificano fra le specie di capelvenere di pozzo. Nasce nella regione calda di Xicotépec” (Hernández, Libro III, Cap. XL).

2 “E’ lo quauhchílzotlun piccolo arbusto simile allo spino cervino, con foglie bianchicce come di leguminosa o di mumularia e fiori gialli. La radice mescolata con metlproduce vino. La corteccia, che è simile a quella dell’alcornoquecura le ulceri; tostata e macinata cura le bruciature. E’ di natura fredda e umida, o un poco calda. E’ dolce. Nasce in luoghi montuosi e caldi, come sono i quauhnahuacenses e i teucaltzincenses” (Hernández, III, Cap. CL).

3 “Il quapatli, che alcuni chiamano tlapatli ossia medicina piccola, e altri ocpatli ossia condimento del vino, è un arbusto che getta, da alcune radici ramificate, steli fulvi pieni di foglie come di mízquitl, piccole ed esili, e baccelli di dimensione media. La corteccia è rossa, secca e astringente, con amaro un poco dolce, e la sua cottura cura le dissenterie, in particolare se gli si aggiunge chichicpatli. La medesima corteccia pulisce perfettamente i denti e li consolida, allevia la tosse, fa crescere la carne e mescolata al vino di metl o a qualche altro liquore provoca l’urina in maniera ammirevole, un fatto che è stato comprovato per esperienza quotidiana, aumentando inoltre la forza inebriante del vino” (Hernández, Libro XVI, Cap. LII).

4Copalotile: è un liquore molto usato dagli Indios, molto caldo e dannoso. Si prepara con il seme dell’Albero del Peru, quando è colorato, fermentato con Pulque tlachique per uno o due giorni” (Wilson, 1963: 506).

Si vedano anche:

Il maguey e il pulque

– Il pulque nei periodi preispanici

– Il quinto pulque

– Il pulque nei periodi coloniali

– La classificazione dei maguey di Hernández

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CLAVIJERO FRANCISCO JAVIER, 1807 (1780-81), The History of Mexico, 2°. Ed., London; ristampa 1974, Ediciones Porrúa, México D.F.

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