I Jívaro, cacciatori di visioni

Giovane jívaro con decorazioni totemiche (da Naranjo, 1969: 46)

The Jívaros, hunters of visions

I Jívaro, noti anche come Shuar, abitano la parte di selva amazzonica confinante fra Ecuador e Perù, in particolare fra il Río Pastaza al nord e il Río Zamora a sud; un’area dove il sistema fluviale incontra diverse cascate e cateratte. Per questo i Jívaro sono noti anche come la “gente delle cascate”. Cascate che i medesimi considerano luoghi sacri, ingressi per il mondo sovrannaturale e degli spiriti.

I Jívaro fanno parte di un insieme residuale di tribù jivaroidi che comprende anche le etnie degli Achuara, Huambisa, Aguaruna e Mayna, tutte abitanti la foresta tropicale a cavallo fra Perù ed Ecuador.

I Jívaro sono noti per il secolare spirito di ribellione nei confronti dell’uomo Bianco, che diede molto filo da torcere ai colonizzatori spagnoli, e ancor più noti sono per la curiosa pratica di ridurre di dimensioni il teschio dei nemici vinti, come trofei chiamati tsantsa.

Ma i Jívaro sono noti anche come forti consumatori di droghe, in particolare quelle allucinogene. In ogni momento della vita, ad ogni rito di passaggio e in ogni occasione possibile, essi assumono droghe vegetali ricavate da diverse piante, in primis Banisteriopsis e Datura (Brugmansia). L’ayahuasca ricavata da Banisteriopsis e altre piante viene chiamata dai Jívaro natemä, mentre chiamano maikua la Brugmansia. Per i Jívaro, ciò che realmente determina la vita e la morte è rappresentato da forze invisibili che si possono rivelare solo con l’assunzione delle piante visionarie, e considerano e chiamano “reale” il mondo sovrannaturale.

Hanno costumi insoliti in diversi ambiti della vita quotidiana: le donne partorienti praticano la geofagia (mangiano la terra), gli uomini durante certi riti inalano dal naso liquidi a base di tabacco, puniscono i bambini gettando pepe sul fuoco e forzandoli ad inalarne i vapori sotto una coperta sino a che non perdono i sensi (Harner, 1984, pp. 89-90); quando un individuo del villaggio viene morso da un serpente, per distrarlo dal dolore gli infilano nell’ano l’intero frutto della pianta del pepe, che viene anche strofinato sulla morsicatura (De Smet, 1985, p. 35).

Non appena ha qualche giorno di vita, al neonato viene somministrato un allucinogeno di lieve potenza (chiamato tsentsemä, botanicamente non determinato). Le sue foglie vengono dapprima masticate dalla madre e poi fatte ingerire al neonato. Lo scopo, come in tanti altri momenti di uso di allucinogeni nella vita di un Jívaro, è quello di facilitare l’acquisizione di un arutam, una specifica visione, che possa proteggere e rafforzare l’individuo.

Nel caso di una bambina, oltre a questa assunzione da appena nata, alle età di 2 e 8 anni le viene nuovamente somministrato lo tsentsemä, nel corso di una festa che dura 4 giorni e dove le bambine danzano a lungo. Ogni giorno, verso metà pomeriggio, alle bambine viene dato lo tsentsemä e sono quindi accompagnate nella foresta, dove vengono fatte sdraiare per ricevere le visioni.

Durante la loro infanzia le bambine vengono sottoposte ad altre droghe, come nei riti nua tsanu (“tabacco donna”), dove bevono acqua di foglie di tabacco. Lo scopo di questi rituali è facilitare l’induzione di visioni che possano augurare e facilitare il successo nel lavoro dei raccolti agricoli e nella gestione degli animali domestici, compiti prettamente femminili nella società jívaro.

Per quanto riguarda i bambini, vengono sottoposti a periodiche assunzioni di allucinogeni sin dall’età di 6 anni, con lo scopo di acquisire un arutam, che generalmente viene acquisito all’età di 16-17 anni. Anche in caso si debba dare al bambino una punizione esemplare, ad esempio quando egli è irrispettoso nei confronti del padre, gli viene somministrata una droga allucinogena, la datura. In tal modo il bambino viene messo in uno stato di trance dove vedrà che diverse cose che gli ha detto il padre sono vere; inoltre, la datura può facilitargli l’acquisizione di un arutam.

Per ottenere un arutam si procede a un pellegrinaggio alle cascate. Il giovane viene accompagnato da suo padre nella zona delle cascate, dove si ritiene che il vento che si forma attorno alla cascata rappresenti anime e spiriti vaganti attorno all’entrata all’altro mondo, situata dentro alla cascata. Durante il giorno, il cercatore di arutam cammina nudo, infreddolito, avanti e indietro lungo lo strapiombo a fianco della cascata d’acqua. Di notte dorme vicino alla cascata e alterna digiuni con bevute di acqua di tabacco, natemä e maikua, a seconda del momento. Fa questo per 4-5 giorni. Nel caso non riesca a ottenere un arutam, torna a casa con l’intenzione di riprovarci una prossima volta.

Quando un jívaro sta per conseguire un arutam, “si sveglierà verso mezzanotte per vedere le stelle che se ne sono andate via dal cielo, la terra che trema e un grande vento con tuoni e fulmini. Per non essere gettato a terra dal vento, egli si aggrappa al tronco di un albero e attende l’arutam. In poco tempo l’arutam appare dalle profondità della foresta, spesso sotto forma di un paio di grandi creature. Le forme animali possono variare notevolmente, ma le più comuni sono un paio di giaguari giganti che lottano l’uno contro l’altro, o due anaconda che fanno lo stesso. Di frequente la visione è la testa disincarnata gigante umana o una palla di fuoco che vaga per la foresta nella direzione del cercatore di arutam. Ci vuole coraggio, ma se egli corre verso la visione e la tocca, questa istantaneamente esplode come dinamite e scompare” (Harner, 1984, p. 138).

Una volta acquisito l’arutam, il fortunato torna al villaggio facendo ben attenzione a non dire ad alcuno della buona riuscita del suo pellegrinaggio alle cascate, pena la perdita del medesimo arutam. Di notte lo spirito dell’arutam che ha visto e toccato, gli si accosta in sogno sotto le spoglie di un vecchio jívaro che gli dice: “Sono il tuo antenato. Come ho vissuto a lungo io, così vivrai tu. Come ho ucciso molte volte, così farai tu” (Naranjo, 1979, p. 127). Con questo sogno lo spirito dell’arutam entra definitivamente nel corpo del sognatore, dove risiede nel torace. Lo spirito dell’arutam è in questo caso l’anima di un antenato, e l’antropologo Plutarco Naranjo (id.: 124) interpreta gli arutam come gli spiriti ancestrali della tribù.

Disegno di un jívaro con rappresentazione del suo arutam (visione): due anelli brillanti come il sole che si avvicinano fra loro sino a che non si scontrano, producendo una intensa luminescenza; da alcuni dei raggi luminosi escono anaconde (da Naranjo, 1969, p. 44)

Alcune droghe vegetali vengono utilizzate durante la caccia. I giovani cacciatori cercano il successo nella caccia con la cerbottana riunendosi sotto la supervisione di un anziano per inalare fumo di tabacco; essi procedono alternando le fumate con battute di caccia. Non inalano il fumo ciascuno per proprio conto, bensì ognuno soffia in un tubo di bambù il fumo direttamente nei polmoni di un altro, ed essi ritengono che per un buon successo dell’operazione magica si deve ingerire tutto il fumo ricevuto in questo modo. Anche ai cani viene data da bere il natemä, con lo scopo di aiutarli ad ottenere potere sovrannaturale.

L’utilizzatore per eccellenza di droghe allucinogene è lo sciamano. Fra i Jívaro ve ne sono di due tipi – gli stregoni e i curatori – e sono numerosissimi, con una media di uno sciamano ogni 4 jívaro, venendo a costituire una porzione significativa della popolazione maschile. Entrambi i tipi di sciamani fanno ampio uso di droghe allucinogene, in particolare il natemä.

Gli sciamani stregoni ammaliano e colpiscono le vittime mediante le frecce magiche (tsentsak), rappresentazioni invisibili di spiriti protettori che risiedono generalmente nel corpo dello sciamano. Ma egli può rigurgitarne bevendo acqua di tabacco e “spararle” con la bocca a mo’ di cerbottana contro la vittima prescelta. Colpito in tal modo da una freccia magica, è previsto che la vittima si ammali e addirittura muoia nel giro di alcuni giorni o settimane. Gli sciamani curatori di frequente devono estrarre dal corpo dei loro pazienti queste frecce, mediante pratiche magiche in cui è ancora una volta coinvolto l’uso di allucinogeni.

Gli sciamani stregoni e curatori sono in continua lotta fra di loro, a lanciare o a difendersi dalle frecce magiche. Per questo motivo devono essere sempre pronti a utilizzare le proprie frecce magiche per attacco o per difesa, e dato che l’unico modo per tenerle pronte al lancio è bere acqua di tabacco, ne bevono di continuo, giorno e notte, e ne consegue ch’essi vivono perennemente in uno stato narcotizzato nicotinico (nell’assunzione orale gli effetti sono più forti).

Un individuo può acquisire un secondo arutam ottenendolo nella foresta, bevendo maikua (datura), o anche rubandolo ad altri. Per rubarlo, il ladro beve il natemä e suona il tamburo con un determinato ritmo, ripetendo ad alta voce il nome della vittima. Lo spirito dell’arutam potrebbe in tal modo venire attratto nel corpo del ladro e non insediarsi più in quello del derubato.

Nel corso dei riti iniziatici di passaggio all’età adulta, al novizio viene dato da bere la maikua (decotto di datura); in caso non riesca a berla, gli viene somministrata per clistere. L’etnografo Karsten (1935) riportò che durante il rito iniziatico la persona più anziana dispone in due fila parallele gli uomini del villaggio, uno di fronte all’altro, con ciascuno in mano una tazza con un poco di maikua. Il novizio deve passare da tutti gli uomini e bere un sorso di maikua dalla tazza di ciascuno. Nel caso, frequente, che la fila di uomini sia lunga, può accadere che il novizio non riesca più a ingerire sorsi di pozione, e in tal caso si procede alla somministrazione per clistere dei rimanenti sorsi, poiché è considerato indispensabile che il novizio prenda la maikua da tutti i partecipanti al rito.

Dipinto jívaro su corteccia di albero raffigurante un arutam, in questo caso una rappresentazione geometrica di due anaconde con teste multiple lungo il corpo (da Naranjo, 1969, p. 51).

Un’altra droga stimolante utilizzata dai Jívaro è la guayusa (Ilex guayusa), le cui foglie sono ricche di caffeina. Il loro decotto è bevuto da entrambi i sessi e di frequente anche dai bambini. Viene dato perfino ai cani prima delle battute di caccia (Patiño, 1968, p. 312). Oltre che come stimolante, la guayusa viene usata come emetico, per purificare le vie gastro-intestinali, una pratica mattutina a cui tutti i Jívaro si attengono. Verso la metà dell’800, Villavicencio (1858, pp. 373-4) riportava che questa pratica “è così diffusa fra di loro, che persino ai bambini è data dalla madre una piccola quantità del decotto di guayusa, e viene usata una piuma per promuovere il vomito e per abituarli a questa pratica sin dai primi anni”.

Per quanto riguarda l’alcol,  presso i Jívaro la birra di manioca è un nutrimento basilare della dieta. La preferiscono all’acqua, che bevono solo in casi di emergenza o durante le lunghe battute di caccia. La birra viene preparata dalle donne; queste, dopo aver ammorbidito i tuberi bollendoli nell’acqua in una pentola, ne prendono dei pezzi, li masticano e li risputano dentro alla pentola. In tal modo viene indotto il processo di fermentazione che da luogo alla birra di manioca. E’ opinione comune fra i Jívaro che la birra è migliore se la manioca è stata masticata da una giovane fanciulla piuttosto che da una donna anziana. La birra di manioca è da considerare pronta, al suo massimo grado alcolico, dopo 4-5 giorni di fermentazione; in tal modo può raggiungere una gradazione di 4 o 5°. Ma per via della continua richiesta, difficilmente si lascia passare tutto questo tempo, per cui per lo più tutti bevono una birra di manioca con 2 gradi alcolici o poco di più. La bassa gradazione e la tolleranza che i Jívaro avranno fisiologicamente instaurato, fa si che le grandi quantità di birra di manioca non li ubriachi. Un adulto maschio consuma giornalmente sino a oltre 10 litri di birra di manioca, mentre la donna ne consuma 4-5 litri e i bambini di 9-10 anni ne consumano circa due litri (Harner, 1984, pp. 55-6).

 

Si vedano anche:

 

ri_bib

DE SMET A.G.M.PETER, 1985, Ritual enemas and snuffs in the Americas, CEDLA, Amsterdam

HARNER J. MICHAEL, 1984, The Jívaro. People of the sacred waterfalls, 2nd edition, University of California press, Berkeley.

KARSTEN R., 1935, The Head-Hunters of Western Amazonas, Societas Scientiarum Fennica, Helsingfors.

NARANJO PLUTARCO, 1969, Etnobotánica de la ayahuasca (Banisteriopsis sp.). Religión y magia, Ciencia y Naturaleza (Quito), vol. 10(2), pp. 3-92.

NARANJO PLUTARCO, 1979, Hallucinogenic plant use and related indigenous belief systems in the Ecuadorian Amazon, Journal of Ethnopharmacology, vol. 1, pp. 121-145.

PLATIÑO V. MANUEL, 1968, Guayusa, a neglected stimulant from the eastern Andean foothills, Economic Botany, vol. 22, pp. 311-317.

VILLAVICENCIO MANUEL, 1858, Geografía de la República del Ecuador, Imprenta de Robert Craihead, New York.

2 Commenti

  1. t_vianello
    Pubblicato giugno 18, 2011 alle 12:55 pm | Link Permanente

    salve, per caso sa dove posso trovare descrizioni e interpretazioni di significato di uno dei riti sciamanici jivaro?devo fare un lavoro per l’universita’!
    grazie

  2. Pubblicato giugno 18, 2011 alle 9:56 pm | Link Permanente

    Il testo di HARNER J. MICHAEL, 1984, The Jívaro. People of the sacred waterfalls, 2nd edition, University of California press, Berkeley è certamente utile. E’ possibile trovare dati utili anche nel grossoarticolo da poco messo on-line in questo sito, di NARANJO PLUTARCO, 1969, Etnobotánica de la ayahuasca. Religión y medicina, Ciencia y Naturaleza (Quito, Ecuador), vol. 10(2), pp. 3-92, di cui qui v’è il link: http://www.samorini.it/doc1/alt_aut/lr/plutarco.pdf

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