I funghi nei documenti storici

Mushrooms in the historical documents

 

I riferimenti all’impiego dei funghi allucinogeni in Messico sono numerosi nei documenti della Conquista e in quelli coloniali, inclusi gli atti dell’Inquisizione e i vocabolari riguardanti gli idiomi delle diverse popolazioni messicane. In questa sede vengono presentati in ordine cronologico quelli più significativi, rimandando per una dissertazione più approfondita ai testi di Heim & Wasson, 1958 e Wasson, 1983.

Uno dei primissimi riferimenti ai funghi sembrerebbe presentarsi nel testo del francescano francese André Thévet,1 Histoyre Mechique, datato a prima del 1574 e basato sullo scritto dell’ecclesiasta spagnolo Andrés de Olmos, Antigüedades Méxicanas del 1543, opera andata perduta. In un passo in cui descrive l’operato del re degli Otomi, Tezcup, l’autore riferisce del fungo naucatl, che altro non è che il teonanácatl dei Mexica (si veda L’uso dei funghi in Messico):

All’inizio vestivano i loro dei con la carta, poiché non avevano altra cosa, ma non appena questo signore [Tezcup] iniziò a guadagnare dell’oro, dell’argento e delle stoffe, fece fare per loro i vestiti più belli che potesse con molte perle preziose, belle piume e altre cose fra le migliori che trovasse, spargendo il tempio di rose e di fiori e facendo sempre danzare davanti a queste [statue] sia quelli della città che i vicini, i quali il diavolo ingannava facendo mangiare qualche erba ch’essi chiamano nauacatl, la quale li rendeva matti e faceva avere loro molte visioni (Thévet, cap. IV).

Da questo passo si dedurrebbe un impiego rituale in un contesto prettamente religioso dei funghi presso gli Otomi ai tempi della Conquista.
Un secondo importante autore che offre dati più estesi è il padre francescano Bernardino de Sahagún, che diresse l’opera monumentale Historia general de las cosas de Nueva España, stesa nel periodo 1547-1577. L’opera fu scritta in bilingue, nahuatl e castigliano, e le due versioni differiscono a volte notevolmente. Gli informatori di Sahagún erano per lo più nativi battezzati e cristianizzati, e le loro informazioni non sono sempre realistiche, come è nel caso delle citazioni ai funghi embriagantes, dalle quali si dedurrebbe che gli informatori di Sahagún non li avessero conosciuti personalmente. Anche il contesto d’impiego dei funghi risulta in queste citazioni alquanto profano, tale da far sorgere dubbi di credibilità.
In un capitolo della Historia che si dilunga a descrivere le abitudini e le cerimonie dei mercanti aztechi, Sahagún si sofferma a descrivere il banchetto che veniva dato a sue spese da un mercante quando si era arricchito. In quella occasione invitava tutti gli altri mercanti, gli amici e i parenti, con lo scopo di dar lustro alla sua persona. Durante il convitto, i partecipanti mangiavano dei funghi evidentemente inebrianti, in questo passo chiamati nanácatl, che in realtà è il nome generico nahuatl che indicava tutti i tipi di funghi:

La prima cosa che si mangiavano nel convitto erano alcuni funghetti (honguillos) neri ch’essi chiamavano nanácatl, che ubriacano e fanno vedere visioni, e provocano anche lussuria; questi li mangiavano prima dell’alba, e bevevano anche cacao prima dell’alba; quei funghetti venivano mangiati con miele, e quando iniziavano a scaldarsi con quelli, cominciavano a ballare, e alcuni cantavano e alcuni piangevano, poiché erano già ubriachi con i funghetti; e alcuni non volevano cantare, bensì si sedevano nelle loro stanze e stavano li, come pensierosi, e alcuni vedevano in visione che sarebbero morti, e piangevano, altri vedevano che li divorava una qualche bestia feroce, altri vedevano che venivano catturati nella guerra, altri vedevano che diventavano ricchi, altri che avevano molti schiavi, altri che facevano adulterio e per questo la loro testa diventava di tortilla [cioè che veniva loro fracassata], altri che rubavano qualcosa e per questo venivano uccisi, e molte altre visioni che vedevano. Dopo che era passata l’ubriachezza dei funghetti, parlavano fra di loro circa le visioni che avevano avuto (Sahagún, IX, 8, 6-7).

Nella versione spagnola di questo passo viene aggiunto che questi funghi, oltre a causare delle allucinazioni, “eccitano il desiderio sessuale”.2 Un’aggiunta che parrebbe essere dettata dal moralismo e dalla demonizzazione cristiana occidentale.
In un altro luogo della sua opera, dove descrive i costumi dei Chichimechi, Sahagún riporta nuovamente l’uso dei nanácatl:

[I Chichimechi] avevano anche una grande conoscenza delle erbe e delle radici, e conoscevano le loro qualità e virtù: essi medesimi scoprirono e usarono per primi la radice che chiamano péyotl, e quelli che la mangiavano e bevevano l’assumevano al posto del vino, e lo stesso facevano con quelli che chiamano nanácatl, che sono i funghi cattivi che ubriacano anch’essi come il vino; e si riunivano in una pianura dopo averli bevuti e mangiati, dove ballavano e cantavano di notte e di giorno, a loro piacimento, e questo il primo giorno, poiché il giorno seguente piangevano molto tutti, e dicevano che si pulivano e lavavano gli occhi e i visi con le loro lacrime (Sahagún, X, 29, 34).

Nella versione nahua di questo passo non viene citato il termine nanácatl, ed è esplicitamente detto, citando il peyote, che “lo stimavano in luogo del vino o dei funghi” (corsivo mio; cfr. Heim & Wasson, 1958, p. 21). Per cui la descrizione della riunione festosa e danzante della frase successiva, potrebbe essere riferita all’impiego del peyote e non dei funghi.

In un capitolo dedicato alle “erbe che ubriacano”, Sahagún torna a parlare dei funghi, e questa volta cita il nome completo teonanácatl, “funghi o cibo degli dei”:

Ci sono dei piccoli funghi in questa terra che si chiamano teonanácatl che nascono sotto l’erba, nei campi o nei monti; sono rotondi e hanno il gambo alto e sottile e rotondo. Mangiati sono di cattivo sapore, danneggiano la gola e ubriacano. Sono medicinali contro le febbri e la gotta; se ne devono mangiare due o tre, non oltre, e quelli che li mangiano vedono visioni e sentono nausea nel cuore; a quelli che ne mangiano molto provocano la lussuria, anche se sono pochi (Sahagún, XI, 7, 6).

Anche in questo passo vi sono differenze sostanziali fra la versione castigliana e quella nahuatl. In quest’ultima è aggiunta una frase di significativo interesse etnomicologico: “Quando lo mangia con il miele, dice: ‘Io mangio dei funghi, io mi infungo’. Si dice del fanfarone, dello spaccone, del vanitoso: ‘Egli si infunga’” (Heim & Wasson, 1958, p. 21).
Il frate francescano Toribio de Benavente, soprannominato Motolinía, pubblicò nel 1541 una Historia de las Indias de Nueva España, in cui cita i funghi, denominandoli con il termine nahuatl teunanacalth (teonanácatl) e traducendolo con “carne di dio”:

Avevano un’altra maniera di ubriachezza che li rendeva più crudeli, ed era con alcuni funghi piccoli che in questa terra ci sono come in Castiglia; ma quelli di questa terra sono di una tale qualità, che mangiati crudi e per essere amari, bevono dietro a quelli o mangiano con quelli un poco di miele d’api; e di li a poco vedevano mille visioni, specialmente serpenti, e poiché uscivano totalmente fuori di senno, gli pareva che i piedi e il corpo fossero pieni di vermi che li mangiavano vivi, e così mezzi rabbiosi uscivano di casa, desiderando che qualcuno li uccidesse; e con questa ubriachezza bestiale e lavoro che sentivano, accadeva a volte che si impiccavano, ed erano anche più crudeli contro gli altri. Chiamano questi funghi nella loro lingua teunanacalth, che significa carne di dio, o del demonio ch’essi adoravano; e della detta maniera con quell’amaro mangiare il loro dio si comunicavano (Motolinía, I, 2).

In numerosi atti dei processi inquisitoriali si ritrovano riferimenti ai funghi allucinogeni. Il più antico sembra essere quello presente negli incartamenti giudiziari di un lungo processo svolto contro il cacique e i due governatori – tutti nativi – del villaggio di Yanhuitlán, localizzato nella Mixteca Alta, nella parte settentrionale dell’odierno stato di Oaxaca. Questi individui furono accusati di idolatria, avendo per molti anni continuato a svolgere riti tradizionali, incluso il sacrificio umano. Furono accusati da numerosi testimoni, e uno di questi riferì dell’impiego dei nanacates:

Altro ha visto [il testimone] che sa e che ha visto che tutti gli anni nel detto villaggio di Yanhuitlán si fanno le feste del demonio, e che si ubriacano molto, e li ha visti e che questo testimone si ricorda e sa e vide che quattordici anni fa in una festa vide ubriachi i detti don Francisco e un’altra persona e avevano mangiato nanacates, per invocare il demonio come lo facevano i loro antenati, e che è cosa pubblica e notoria, che sempre quando non piove, o quando si raccolgono i mais chiamano il diavolo, e che quando raccolgono i mais fanno le loro ubriachezze e si ubriacano pubblicamente.3

Francisco Hernández, botanico e “protomedico” della missione scientifica inviata dal re Filippo II per studiare le risorse vegetali e animali della Nueva España, scrisse l’opera monumentale Historia Natural de Nueva España, stesa negli anni 1571-6. Un capitoletto di quest’opera è dedicata ai funghi, di cui si riporta qui la parte che maggiormente ci interessa:

Del Nanácatl o genere di funghi.
Vi sono nella Nuova Spagna tante e così varie specie di funghi, che sarebbe lungo e tedioso descrivere o presentare in immagine ciascuna di queste, per cui, trattandone solamente alcune dettagliatamente, lasciamo per loro opportunità ciò che riguarda la dottrina o è complemento della storia naturale di questo Nuovo Mondo. Diremo, quindi, che certi funghi nati in queste terre e chiamati citlalnanacame, sono mortali; ve ne sono altri, chiamati teihuinti, che mangiati non causano la morte, ma producono una certa demenza momentanea che si manifesta in risa immoderate, e sono color fulvo, acri e con un forte odore non sgradevole. Ve ne sono altri che, senza produrre risa, fanno passare davanti agli occhi tutta una sorte di visioni, come guerre e figure di demonio, e altri, enormi e orrendi, preferiti dagli uomini capi e acquistati ad alto prezzo e con molta attenzione per le loro feste e banchetti, che sono bruni e con una certa agrezza (Hernández, IX, XCV).

Nel medesimo passo Hernández informa di aver eseguito alcune pitture di funghi – purtroppo andate perdute – di cui anche quelli che “poiché ubriacano, chiamano teihuinti, e che sono color fulvo tendenti al bruno, provocano risa immotivate o producono visioni”. Nel passo di Hernández viene quindi riportato un ulteriore nome nahuatl di un fungo allucinogeno, teihuinti.

Nel grosso lessico della lingua nahuatl di Fra Alonso de Molina pubblicto nel 1571, appare il termine xochinanácatl, “fungo fiore”, in quanto xochitl significa fiore. Tale nome si è conservato nel nome di un luogo, Xoxhinanacatlán, un municipio di Tlaloa, distretto di Huachinango , Stato di Puebla (Wasson, 1973, p. 305).

Gaspar de Covarrubias era Corregidor (governatore) della provincia di Tucantla (attuale Tuzantla, stato del Michoacán), presentò una relazione – richiesta dal Consiglio delle Indie – circa gli usi e costumi della popolazione nativa della sua provincia. In un passo cita i funghi inebrianti:

Erano soggetti al Signor del Messico chiamato Axayacacin, al quale successe Moctezuma, colui che incontrò il Marchese del Valle come Signore del Messico quando vi giunse. Facevano questi indios guerra con i Taraschi di Michoacán, e coloro che catturavano se li portavano per sacrificarli e servirsi di quelli come schiavi. Gli tributavano ogni volta che lo chiedeva due o tre carichi di coperte di nequen, che si fanno da un albero che si chiama maguei, e gli davano funghi con i quali si ubriacano, e ocote che è fiaccola per farsi luce e tinta fatta con il succo di ocote, che si chiama nella loro lingua ocotlibi (Heim & Wasson, 1958, p. 17).

Il padre dominicano Diego Durán scrisse negli anni 1579-81 una voluminosa Historia de las Indias de Nueva España y islas de Tierra Firme (nota anche come Codice Durán). In quest’opera appaiono diversi riferimenti all’uso dei funghi presso i Mexica. Una prima citazione è presente nella descrizione delle sontuose feste condotte in occasione dell’incoronazione del settimo re, Tizozicatzin:

Poi giunsero i grandi della corte con ricche rose molto elegantemente lavorate e collane di rose e humaços4 belli e dorati e li diedero ai due re delle due province, e tutti i signori e i grandi delle province si alzarono, e per rendere ancor più solenne la festa mangiarono tutti alcuni funghi del monte, che dicono che fanno perdere i sensi, e così uscirono tutti molto abbigliati al ballo (Durán, I, 54).

Anche nella descrizione di un’altra cerimonia di investitura, quella del re Auitzotl, riappaiono i funghi. In questo passo Durán riporta ciò che viene scritto nel testo di un altro autore, a lui precedente, che non ci è pervenuto, chiamata dagli studiosi Cronaca X:

E ho notato una cosa in tutta questa storia, che mai si fa memoria del fatto che non bevessero vino di alcun tipo per ubriacarsi, bensì solamente i funghi del monte, che li mangiavano così crudi, con i quali, dice la storia, che si rallegravano e si festeggiavano e uscivano di senno, e del vino mai fa memoria, seno è per i sacrifici o i funerali, solo fa memoria dell’abbondanza di cacao che si beveva in queste solennità (Durán, I, XLII).

Ancora una volta appaiono riferimenti ai funghi nella descrizione dell’incoronazione di Montezuma II. Le feste approntate per questo evento furono spettacolari, e furono invitati dignitari provenienti dalle regioni più remote del Messico. Fra questi si intrufolarono, mascherati, anche dei nemici di Montezuma, i quali furono scoperti. Ma il re li trattò con benignità, e li invitò a partecipare alle feste e a prendere i funghi:

Terminato il sacrificio, e restando i gradini del tempio e il cortile bagnati di sangue umano, da li tutti andavano a mangiare funghi crudi, con il cui cibo uscivano tutti di senno e restavano peggio di come se avessero bevuto molto vino; così ubriachi e fuori di se, che molti di loro si uccidevano di propria mano, e con la forza di quei funghi, avevano visioni e avevano rivelazioni sul futuro, parlando loro il demonio in quell’ubriachezza. (…) Da questo giorno, racconta la storia, tre volte all’anno Montezuma invitava i re e signori nemici e faceva loro grande festa; una era nella festa ch’essi chiamavano dei Signori, e l’altra nella grande festa delle uanderas (?), e l’altra quando mangiavano tutti i funghi, che chiamavano la festa delle rivelazioni (Durán, I, LIV).

Un ultimo riferimento nello scritto di Durán riguarda un impiego divinatorio dei funghi, sempre sotto il regno di Montezuma; prima di iniziare una guerra, questo re saliva su un tempio e:

faceva mangiare ai vecchi e ai sacerdoti antichi funghi verdi e altre bevande superstiziose, che faceva loro bere affinché sapessero sotto quell’ubriachezza che quei cibi e bevande causava loro, se ci fosse stata vittoria o no; e infelici quelli che annunciavano l’insuccesso, poiché dopo li faceva uccidere, senza alcun rimedio, e così, castigati e timorosi i vecchi e i sacerdoti e indovini, non dicevano mai la verità di ciò che il demonio gli dichiarava e mostrava nei circoli e sogni che avevano, timorosi di essere uccisi (Durán, I, LXV).

In questo passo viene quindi testimoniato un impiego divinatorio dei funghi, ed è interessante la colorazione riferita di questi medesimi, “verde”; un particolare che potrebbe alludere alle proprietà bluificanti dei funghi psilocibinici.
Un interessante documento appare fra gli atti di un processo inquisitoriale datato al 1630, dove è coinvolto un certo Gonzalo, il quale sembra essere stato di origine spagnola, e ciò ne fa il primo e unico caso, sinora individuato, d’impiego di funghi da parte di una persona non indigena di questi primi periodi coloniali. La vicenda è localizzata in un villaggio della regione di Michoacan, dove vivevano i Taraschi, e vede coinvolto un uomo – questo Gonzalo – che fu abbandonato dalla moglie. Addolorato, incontrò un altro uomo – tale Joseph, servo del padre di Gonzalo – che gli suggerì di mangiare i nanacates, mediante i quali avrebbe potuto vedere dove si trovava sua moglie. E in effetti i funghi gli rivelarono il luogo in cui si era nascosta sua moglie. Nessuna delle persone coinvolte nell’indagine inquisitoriale, Gonzalo e i diversi testimoni dell’evento, così come i medesimi inquisitori, si pose il minimo dubbio sulla validità della visione “diabolica” data dai funghi:

Nel villaggio di Taximaroa l’11 maggio del 1630 davanti al nostro padre Frate Cristoval de Vaz, Commissario del Santo Offizio in questa giurisdizione per i signori inquisitori di questa Nuova Spagna, alle ore quattro del pomeriggio, senza essere chiamato giurò di dire la verità, un uomo che disse di chiamarsi Gonzalo Pérez, sposato con Inés Martín, abitanti entrambi di questo villaggio, e che come professione fa il contadino insieme a suo padre; il quale, per pulirsi la coscienza si accusa e denuncia se medesimo che circa due anni prima, essendogli fuggita la detta moglie ed essendo il primo amore che aveva avuto, ne risentiva molto della sua assenza e cercandola per un monte incontrò un indio chiamato Joseph, servo di suo padre, e disse a questo denunciante che gli avrebbe dato un’erba che chiamano nanacates, con la quale avrebbe visto dove stava [la moglie], e avendogli dato due radici piccole non vide nulla, e l’indio gli disse di mangiare cinque di quelle radici e l’avrebbe vista, e questo denunciante, senza sapere quello che faceva, con il desiderio che aveva di vedere la suddetta moglie, li prese nell’ora del vespro e li mangiò, e nel giro di due ore essendosi avvolto (arropado) nel monte vide un serpente che gli disse: “volta gli occhi e vedrai tua moglie”, e girandosi la vide che era in una casa di una cugina sorella di questo denunciante chiamata Petrona Gutiérrez, che la stava spulciando, e che stava questa dimora mezza lega senza che potesse scorgere questa casa, e che questo denunciante la vide realmente, e da li se ne tornò a casa dei suoi genitori, e disse a sua madre come aveva visto la detta moglie, e le confessò che aveva mangiato la detta erba, che già lo sapeva la detta sua madre, la quale gli mise un rosario al collo, e fu la detta madre alla ricerca della detta moglie, e la trovò nella parte e nel luogo che questo denunciante l’aveva vista e la portò a casa. Gli fu domandato se dopo questa occasione fosse tornato a mangiare la detta erba, e disse che non si avvicinò più a quella. Gli fu domandato se avesse creduto fermamente che l’erba gli avesse indicato la detta sua moglie e che fosse da parte del demonio, e disse di si.5

Jacinto de la Serna, vissuto nel XVII secolo, fu un teologo e rettore dell’Università del Messico, che svolse una forte attività inquisitoriale. Nel 1661 pubblicò un Manual de ministros de dios para el conocimiento de sus idolatrías y extirpación de ellas, dove appaiono numerosi riferimenti al pulque, al peyote e all’ololiuhqui, e in un passo appaiono anche dei funghi denominati quautlan nanacatl (“funghi di bosco”). In questo passo egli descrive un evento verificatosi nel villaggio di Tenantzinco, dove in quell’anno De la Serna risiedeva in ruolo di beneficiado (inquisitore):

E il caso fu che in questo [villaggio di Tenantzinco] era giunto un indio nativo del villaggio di Tenango, gran Maestro di superstizioni, e si chiamava Giovanni [Iuan] Chichiton, che significa Cagnolino [Perrillo], quello che aveva portato i funghi colorati, che si raccolgono in montagna, e con quelli aveva fatto una grande idolatria; e prima di dirla voglio spiegare la qualità dei detti funghi, che si chiamano in lingua messicana Quautlan nanacatl. E avendo consultato il laureato (licenciado) Don Pedro Ponze de Leon il grande Ministro, e Maestro dei Ministri, di cui parlai nel capitolo secondo, mi disse che questi funghi erano piccoli e colorati, e che per raccoglierli andavano sul monte i Sacerdoti e Vecchi Ministri deputati per questi imbrogli, e stavano per quasi tutta la notte in preghiera e deprecazioni superstiziose, e all’alba, quando cominciava un certo venticello, ch’essi conoscono, li raccoglievano attribuendogli Divinità, e avendo lo stesso effetto dell’Ololiuhqui e del Peyote, poiché mangiati o bevuti li ubriaca e li priva dei sensi, e fa credere loro mille spropositi. Quindi questo Giovanni Chichiton, avendo raccolto i funghi, una notte nella casa dove si riunirono in occasione di una festa di un Santo, il Santo stava sull’altare insieme ai funghi e al pulque, e con il fuoco sotto l’altare, andò tutta la notte il teponastli [una specie di tamburo], e il canto, ed essendo passata la maggior parte della notte il detto Giovanni Chichiton, che era il Sacerdote di quella solennità, diede a tutti i partecipanti che si erano riuniti alla festa da mangiare i funghi in maniera di comunione, e da bere il pulque, e completare la festa con abbondante quantità di pulque: che i funghi da una parte e il pulque dall’altra tolse loro il giudizio, che fu un peccato: il detto Giovanni Chichiton poi fuggì, e non ho mai potuto più avere notizie da altri per castigarlo (Serna, VI, 4, 3).

In questo passo si incontra un interessante dato inerente la raccolta di questo “fungo del monte”, e cioè l’attesa di un “certo venticello” che giungeva all’alba, e che parrebbe essere stato il momento più propizio per la raccolta, per motivi simbolici o mitologici che ci sfuggono.
Si riporta infine un documento più tardo, datato al 1726 e riferito alla regione settentrionale huasteca, occupata a quei tempi da gente di lingua nahuatl. Si tratta di un’epistola scritta dal prete José Lanciego e indirizzata agli altri missionari, in cui viene descritto, in veste “diabolica”, un rito agrario associato alla raccolta dei prodotti della terra coltivati:

Figli miei. Con lacrime del mio cuore scrivo questa notizia a tutti i missionari, Beneficiati, Ministri di Dottrina, come in queste regioni della Sierra alta e bassa e la Guasteca perseverano della gentilità [nativi] in questi miei figli gli indios la Idolatria e adorazione che danno al Demonio con il nome di Dio delle raccolte, la cui abominevole celebrazione sono soliti fare ogni anno nel mese di agosto, poco dopo la calata del sole, sino all’alba, su certi bastoni, uno a mo’ di diadema e sopra quello un tamburo e fra i bastoni fabbricati un tavolino e in cima una ciotola di miele vergine, e attorno delle giade con funghi e incenso e cereali dei più teneri, tortilla di mais, e dipinte varie figure e stoffe, nel cui circolo danzano uomini e donne vestiti di bianco, cantando il Demonio e facendo altre cerimonie tutte con lo scopo di avere delle visioni, inganni e invenzioni del Demonio, con lo scopo questo ballo di ringraziare il dio delle raccolte, e attendere la felicità nei suoi frutti, e con l’animo di farsi stregoni, indovini e medici, terminando tutta questa valle e il suo banchetto in una penosa ubriachezza.6

 

Note

1 – André Thévet è maggiormente noto per un’altro scritto d’importanza americanistica, scritta questa volta di suo pugno, Singularité de la France Antarctique del 1557.

2 – Cfr. Heim & Wasson, 1958, p. 20.

3 – Archivo General de la Nación, Ramo de la Inquisición, vol. 37, 19 giugno 1545, Appendice 3. Incartamento 8, pubblicato in Sepúlveda y Herrera, 1999, p. 198.

4 – Non mi è stato possibile incontrare una traduzione di questa parola.

5 – Archivo General de la Nación, Ramo de la Inquisición, vol. 340, fol. 354-359v, rip. in Heim & Wasson, 1958, p. 42.

6 – Lettera scritta al clero diocesano da Don José Lanciego, 1726, rip. in Heim & Wasson, 1958, pp. 43-4.

Si vedano anche:

L’uso dei funghi in Messico

I funghi fra i Mixtechi

I funghi nei Codici messicani

Le pietre-fungo maya

Mitologia dei funghi psicoattivi

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