L’uso dei funghi in Messico

The use of mushrooms in Mexico

In questa pagina viene succintamente descritto l’impiego dei funghi allucinogeni presso le odierne popolazioni del Messico centrale e meridionale. Tale uso rimase nascosto per diversi secoli durante il periodo coloniale, per via dell’ossessiva opera inquisitoriale, e fu riscoperto dai moderni studi etnografici attraverso gli studi di Wasson degli anni ’50 del XX secolo.

I nomi popolari dei funghi

Nei tempi antichi, i Mexica (Aztechi) chiamavano i funghi allucinogeni con il termine teonanácatl, che viene tradotto con “funghi degli dei” o “cibo degli dei”. Il termine nácatl significa “carne”, e la sua forma plurale nanácatl significa “fungo”, oltre che “cibo”. Teo significa “dio”, “divino”.
Questo termine, riscontrato nei documenti del periodo della Conquista e in quelli coloniali (si veda I funghi nei documenti storici), non viene più impiegato fra le odierne popolazioni messicane che usano i funghi allucinogeni.
Un unico importante riscontro, individuato da Guzmán (1960, p. 87), proviene dalla regione di Necaxa, nello stato di Puebla, dove i funghi allucinogeni (per lo più del genere Psilocybe) sono chiamati teotlaquilnanácatl, che sembra essere il termine che maggiormente si avvicina all’antico termine nahua teonanácatl. Teotlaquilnanácatl significa “funghi degli dei che dipingono o descrivono”, in quanto costituito dai termini teo = dei, tlaquilo = pittore o scrittore e nanácatl = funghi.
Molti termini vernacolari messicani riferentisi ai funghi allucinogeni evidenziano il concetto che vede questi come degli esseri antropomorfi, nella fattispecie dei bambini. Nella Valle del Messico, nella regione di Amecameca, sui pendii del vulcano Popocatepetl, i funghi sono chiamati con il termine nahua apipiltzin, “i piccoli bimbi dell’acqua” (Heim & Wasson, 1958, p. 79). A Tenango del Valle, sempre in area nahua, i funghi (P. Wassonii) sono chiamati siwatsitsíntli, “signorine, piccole donne” (ibid., p. 81). Fra gli Zapotechi, P. mexicana è chiamata piule de churís, dove churís significa “i piccoli”. Il termine piule è diffuso in Messico come indicatore di sostanze allucinogene (Wasson si domanda se piule non derivi da peyote) (ibid., p. 93).
Fra i vari nomi che i Mixe dello stato di Oaxaca danno a P. mexicana e P. cordispora v’è quello di ‘ene ti’ic, “dente del tuono”, mentre P. hoogshagensis è chiamato atka:t, “giudice” e P. caerulescens prende il nome di ko:ng, “signore, governatore” (Lipp, 1990, p. 152).
Fra i Matlatzincas i funghi sono chiamati per lo più con il termine castigliano di santitos, e nel loro idioma portano il nome di netochutáta, “signori, nonni, antenati” (Escalante & López, 1972, p. 245).
Un fungo allucinogeno è chiamato dagli Zapotechi ndotán de venado, “Signore Cervo”, e viene in special modo usato nell’aiuto alla caccia, per individuare i luoghi dove incontrare il cervo. Nel corso della seduta, vengono deposti sul suolo fiori e foglie fra delle candele, in numero di cinque, che rappresentano le cinque direzioni della cosmografia india (le quattro direzioni e lo Zenit), a mo’ di “bussola” per scoprire il luogo dove si potrà incontrare il cervo (Heim & Wasson, 1958, pp. 93 e 98). Ciò ricorda un nome nahuatl di fungo allucinogeno, maçauacan-nanácatl, che significa “fungo dei luoghi frequentati dai cervi” (ibid., p. 23).

Origini mitiche dei funghi

Durante i periodi precolombiani, saranno certamente esistiti dei miti d’origine dei funghi allucinogeni, che purtroppo non ci sono pervenuti. Né Sahagún né gli altri cronisti del XVI secolo fanno menzione alcuna ad aspetti mitologici fungini. E’ probabile che nella famosa pagina 24 del Codice Vindobonensis – un codice mixteco che tratta delle origini mitologiche di vari aspetti della cultura di questa antica popolazione –, e in cui sono raffigurate diverse divinità che tengono in mano dei funghi, siano dipinti temi inerente l’origine mitica, se non dei funghi, del rapporto umano o divino con questi; aspetti di cui tuttavia non siamo in grado di comprendere la natura (si veda I funghi nei Codici messicani).
Per quanto riguarda i tempi moderni, alcune popolazioni messicane accennano a origine mitiche dei funghi allucinogeni, origini perlopiù influenzate dal sincretismo cristiano. Il dato più interessante e più genuino proviene dai Mixe, i quali ritengono che i funghi allucinogeni siano nati dalle ossa di antichi saggi e re-profeti, e credono che solo le persone con le ossa cave siano capaci di diventare indovini o di ottenere risultati positivi quando assumono i funghi. Inoltre, i medesimi funghi sono considerati degli indovini e sono equiparati al sangue di Cristo. Quando Gesù era sulla croce, il sangue fuoriuscente dal suo cuore cadde a terra, e da li nacquero molte piante e funghi eduli. Questi vegetali in seguito scomparvero, e vi rimasero solamente i funghi allucinogeni (Lipp. 1990, p. 152).
I Mazatechi a volte chiamano i funghi “sangue di Cristo”, poiché credono che crescano solamente nei luoghi dove sia caduta una goccia di sangue di Gesù (Heim & Wasson, 1958, p. 47; Munn, 1973, p. 90). Ritengono anche che un fungo nasca nel luogo dove Gesù Cristo (Nostro Signore) abbia sputato. Wasson pensava che “sputare fosse un eufemismo per ‘spandere il seme’”. Una mazateca riportò che il fungo ‘nti si tho (Psilocybe cubensis) significa “sorgente dal sangue di Cristo che Maria non ha potuto raccogliere”, mentre il piccolo fungo ‘nti ni se (P. mexicana) appariva là dove Cristo cadde sotto il peso della croce (Heim & Wasson, 1958, p. 53).
Il motivo dello sputo come fonte di funghi allucinogeni trova curiose analogie in alcuni racconti siberiani. In uno di questi, l’Amanita muscaria – chiamato wa’paq – viene fatta nascere dalla saliva dell’Essere Supremo (Wasson, 1967, p. 268). Presso i Vasyugan, popolazione siberiana di ceppo ugro, vige la credenza che il potere dell’agarico muscario derivi dal fatto che questo fungo fu creato dallo sputo del Dio infero; il fungo si mostrò così potente che il diavolo, dopo averlo mangiato “rimase privo di conoscenza per sette giorni e per sette notti; per questo gli uomini non ne devono mangiare troppo” (ibid., p. 281-2).
Un dato interessante, e in cui si potrebbe ravvedere una traccia di un antico mito d’origine dei funghi psicoattivi, risiede nell’affermazione di una donna anziana di Amatlán de los Reyes (stato di Véracruz), la quale riportava che i “bambini” che appaiono durante le visioni con i funghi, e che dialogano con colui che li ha assunti, provengono dal Tlalocan. Questo è una specie di “paradiso”, nello specifico il quarto dei tredici livelli dei Mondi Superiori della cosmografia mitica azteca. Questi bimbi sono gli abitanti del Tlalocan, e rappresentano nella visione sincretica i bambini morti senza battesimo e che sono diventati xokouomeh, cioè “raggi”, di colore azzurro, che vivono con il Padre e la Madre nel Tlalocan, la cui entrata è nelle grotte (Reyes, 1970, p. 141).

I sistemi di prescrizioni

Le diverse popolazioni messicane hanno elaborato sistemi di prescrizione per ciò che considerano l’appropriato impiego dei funghi allucinogeni, e ritengono che il mancato rispetto di questi divieti e norme comportamentali possa portare a un annullamento del “messaggio” fungino, se non a conseguenze negative per l’individuo, che possono essere anche gravi, quale il diventare folle per lungo tempo o per sempre. Le prescrizioni riguardano per lo più norme sessuali e dietetiche da rispettare nel periodo precedente l’assunzione dei funghi e anche in quello successivo.
Le norme prescrittive sono alquanto diversificate fra le varie popolazioni, ma per tutte è comune il totale digiuno – mediamente di otto ore – prima dell’assunzione dei funghi.
Fra i Mazatechi di Huautla de Jiménez – la città di Maria Sabina – è importante assumere i funghi in uno stato di purezza, indotto dall’astensione da qualunque attività sessuale cinque giorni prima sino a cinque giorni dopo l’assunzione dei funghi (Heim & Wasson, 1958, p. 47), e dai quattro giorni prima sino ai quattro giorni dopo non si deve bere alcol né mangiare uova. Le donne incinta non possono mangiare i funghi (Wasson, 1983, p. 61).
Fra i Mixe si rispetta una dieta specifica a partire da quattro giorni prima sino a quattro giorni dopo: niente rapporti sessuali e niente selvaggina, uova, grassi, carne di maiale. Dopo l’esperienza, carne e alcol restano proibiti per un mese (Heim & Wasson, 1958, p. 87-9). Lipp, che ha sviluppato degli studi approfonditi sui Mixe, riporta che viene rispettato un periodo di tre giorni, prima dell’assunzione dei funghi, durante i quali si devono evitare relazioni sessuali e una dieta alimentare priva di carne di pollo e di maiale, qualunque tipo di droghe, alcol incluso, e di pillole medicinali. Inoltre, colui che assumerà i funghi in questi tre giorni dovrà riposare ed evitare i lavori agricoli. Quando giunge il quarto giorno, quello dell’esperienza fungina, di mattina il consumatore si fa un bagno e fa una colazione a base di pane di mais e farinata, e a partire da mezzogiorno resta a digiuno completo (Lipp, 1990, p. 154: si veda anche I funghi fra i Mixe). Sempre fra i Mixe, i funghi possono essere mangiati anche secchi, ma si ritiene che la loro efficacia in questo stato possa durare 15 giorni o al massimo un mese (Miller, 1966, p. 320).
Fra gli Zapotechi, non si devono consumare alcolici né avere relazioni sessuali nei 4 giorni prima dell’assunzione dei funghi, ma si può mangiare qualunque cibo e si può anche fumare tabacco (Heim & Wasson, 1958, p. 93). Fra i Mixtechi, da uno a otto giorni si deve evitare il contatto sessuale, tanto prima quanto dopo la cerimonia (Ravicz, 1961). Fra i Matlatzinca non si devono ingerire i funghi con alcolici, e non si può fumare tabacco mentre si stanno ingerendo i funghi e nel corso dell’esperienza (Escalante & López, 1972, p. 246).
Fra i Chinantechi situati nelle regioni settentrionali dello stato di Oaxaca, presso i quali è stata registrata una forma residuale di impiego tradizione dei funghi, questi vengono assunti cerimonialmente nei giorni di mercoledì, sabato e domenica. Non viene rispettata un’astinenza sessuale ed è considerato utile mangiare uova leggermente bollite, caffè, cioccolato. Mescal (una bevanda superalcolica ottenuta da specie di agave) e caffè vengono assunti durante l’assunzione dei funghi, per “fornire la forza necessaria per far fronte ai rigori dell’esperienza” (Rubel & Gettelfinger-Krejci, 1976, p. 237).

In alcuni casi è prescritta anche una specifica dieta subito dopo il termine dell’esperienza con i funghi, che ha lo scopo di eliminare i loro effetti residui. Fra i Mixe, il giorno dopo l’assunzione dei funghi viene mangiato peperoncino in abbondanza (Lipp, 1990, p. 154). Fra i Mixtechi, il giorno seguente, di mattina, si prende un infuso di foglie di arance e poi si beve cioccolata, ma non si deve mangiare sino a mezzogiorno (Ravicz, 1961).

Finalità e modalità d’impiego

Come per i sistemi di prescrizioni, anche nelle modalità rituali esiste una grande diversità nell’approccio con l’esperienza fungina fra le differenti popolazioni messicane, pur ritrovandosi in territori limitrofi fra di loro. Le differenze più palesi riguardano il livello di coinvolgimento nel rituale della figura del curandero (ma spesso si tratta di una curandera), e la diversità di finalità d’impiego dei funghi.
Per quanto riguarda i periodi precolombiani, i dati appaiono contraddittori. I pochi documenti archeologici attesterebbero un impiego dei funghi in contesti prettamente religiosi, presentandosi tali documenti essenzialmente nei siti templari e in quelli funerari. Ma questa esclusività potrebbe essere dovuta alla povertà dei reperti archeologici (per diversi dei quali non è noto il contesto del collocamento originario) e/o alla carenza dei relativi studi.
I documenti letterari della Conquista e del primo periodo coloniale evidenzierebbero invece, oltre a un impiego rituale, anche un uso alquanto profano, stando a quanto riportato da Sahagún, Durán e altri autori (si veda I funghi nella documentazione storica). Curioso è, ad esempio, l’uso dei funghi fra i mercanti aztechi: quando uno di questi si era arricchito mediante il lucroso commercio, organizzava a sue spese un sontuoso banchetto, al quale erano invitati a partecipare tutti gli altri mercanti, gli amici e i parenti, e in quell’occasione venivano offerti funghi a tutti i partecipanti, che si abbandonavano alle visioni fungine in una maniera priva di qualunque forma di cerimonialità. Anche nel corso delle feste dell’incoronazione del nuovo re azteco, i funghi venivano consumati dall’élite cortigiana in un contesto di danze e allegria, ed è stato riportato che Montezuma II era solito indire annualmente una “festa delle rivelazioni”, a base di funghi, alla quale venivano invitati anche i re e principi nemici, i quali partecipavano essi medesimi all’esperienza fungina. Ma di Sahagún e di Durán non ci si può fidare ciecamente, come della maggior parte dei cronisti spagnoli dell’epoca, intenzionati com’erano nello svilire e barbarizzare i valori e i comportamenti tradizionali dei popoli assoggettati, con lo scopo di giustificare l’opera “civilizzatrice” della Conquista. Indicativo a questo riguardo è il fatto che nella versione spagnola di un passo di Sahagún che tratta dei funghi, è stato aggiunto che questi “eccitano il desiderio sessuale”, un particolare che non è presente nell’originale versione nahuatl e che risulta di dubbia credibilità, non essendo mai stato riscontrato un impiego a scopi afrodisiaci dei funghi nei documenti etnografici. E’ dunque plausibile ritenere che il particolare aggiunto da Sahagún avesse lo scopo di rafforzare la visione demoniaca-sabbatica delle pratiche fungine.
Sono stati tuttavia riportati anche casi di impiego religioso dei funghi, come fra gli Otomi, presso i quali un insieme di individui danzavano davanti alle statue delle loro divinità sotto effetto dei funghi visionari. I funghi venivano usati pure per attività divinatorie, e per questo assunti da specifiche figure sacerdotali. Abbiamo notizie anche di impieghi rituali dei funghi nel corso di festività che hanno tutta l’aria di essere riti di fertilità agricola. E’ il caso dei Chichimechi, i quali erano soliti radunarsi in una pianura in precisi momenti dell’anno, probabilmente al tempo della raccolta del mais, mangiare i funghi e ballare e danzare tutta la notte.
Negli atti dell’Inquisizione dei periodi successivi alla Conquista e inoltrandoci nei più tardi periodi coloniali, ritroviamo degli impieghi popolari dei funghi, con finalità apparentemente divinatorie (ma sappiamo che i documenti inquisitoriali sono distorti dall’abuso della tortura), e si incontrano quelle motivazioni che spingono ancora oggi i Mazatechi, i Mixe e le altre popolazioni tradizionali a far ricorso ai “fungi che parlano”: per conoscere il futuro, per ritrovare un oggetto o una persona smarrita, per scoprire il responsabile di una stregoneria o di un misfatto, ecc. Non parrebbe invece essere presente nella documentazione coloniale quell’impiego diagnostico-curativo dei funghi così diffuso oggigiorno. Ma è alquanto probabile che ciò non sia stato evidenziato per via della miopia dei relatori e/o della segretezza che avvolgeva queste pratiche. Sino ai primi decenni del XX secolo non era noto l’impiego tradizionale popolare dei funghi nel Messico centrale, e si dovettero attendere gli studi di Wasson per la loro rumorosa riscoperta etnografica.

La curandera mazateca María Sabina nel corso di una cerimonia di cura con i funghi ("velada") (da Heim & Wasson, 1958, Tav. IV,6)

La curandera mazateca María Sabina nel corso di una cerimonia di cura con i funghi (“velada”) (da Heim & Wasson, 1958, Tav. IV,6)

Per quanto riguarda i tempi attuali, l’impiego dei funghi più noto e forse il più diffuso è quello per scopi diagnostici-curativi. Esemplare a tal riguardo rimane il caso di María Sabina, la famosa curandera che operava a Huautla de Jiménez, nella Sierra Mazateca dello stato di Oaxaca (si vedano Wasson, 1974, Estrada, 1981, García Carrera, 1986). Il termine mazateco per curandero è chjota chjine, che è traducibile con “saggio” o “uomo/donna di conoscenza”; l’aggettivazione di questi individui come “sciamani”, così diffusa nella letteratura non specialistica antropologica-etnografica, è improprio, trattandosi di un’importazione forzata di un concetto estraneo alla cultura delle popolazioni messicane (Telles Brissac, 2008, p. 87).
Fra i Mazatechi la cerimonia con i funghi viene chiamata velada, termine che proviene da vela, “candela” in castigliano, poiché è svolta di notte con l’ausilio di candele. Il rito è strettamente notturno e si conoscono rarissimi casi di impiego diurno di funghi fra altre popolazioni messicane. Il luogo della cerimonia è solitamente una casa appartata, dove di notte non vi siano rumori, poiché si ritiene che il silenzio dell’ambiente sia un requisito fondamentale per una buona riuscita della consultazione fungina. Alla velada mazateca partecipano obbligatoriamente una o due persone che non assumono i funghi, e il cui compito è quello di vigilare e di assistere, in stato di sobrietà. Essi ascoltano tutto ciò che viene detto, si occupano degli eventuali intrusi e di qualunque cosa posa interrompere il rito, e si incaricano di far rispettare a tutti i presenti, curandero compreso, la regola ferrea che nessuno esca dalla casa sino a quando il primo gallo non canti alla madrugada (le prime ore del mattino precedenti l’alba). Quando sopraggiunge l’effetto dei funghi, vengono spente le candele e la cerimonia viene eseguita al buio. Si conosce un solo caso, nella regione di Necaxa (Puebla), in cui le cerimonie fungine vengono svolte di notte nel luogo di crescita dei funghi, approntando dei piccoli altari portatili (Guzmán, 1960, p. 87).

Preparazione della cerimonia con funghi di fronte all'altare domestico. A sinistra Grodon R. Wasson, al centro, seduta e voltata verso l'altare, María Sabina. Anno 1955 (da Riedlinger, 1990, tav. 4a)

Preparazione della cerimonia con funghi di fronte all’altare domestico. A sinistra Gordon R. Wasson, al centro, seduta e voltata verso l’altare, María Sabina. Huautla de Jiménez, Oaxaca, anno 1955 (da Riedlinger, 1990, tav. 4a)

Sotto effetto dei funghi, il curandero intona dei canti o dei lunghi monologhi, generalmente nella sua lingua nativa, e si ritiene che chi parla sia il fungo, attraverso la voce del curandero, e non il curandero medesimo. Questa è una credenza diffusa fra tutte le popolazioni che usano i funghi, e ciò è ritenuto verificarsi anche nel caso dell’impiego di altre fonti visionarie, quali l’ololiuhqui e il badoh negro (rispettivamente i semi di Turbina e Ipomoea), che non a caso vengono chiamati “semi parlanti”. Fra i Mazatechi, le frasi dei monologhi o i versi dei canti (che vanno intonati verso oriente e mai a occidente, cfr. Wasson, 1983, p. 62) sono soliti iniziare con il termine tso, che significa “egli dice”, sottolineando continuamente in tal modo che chi sta parlando è il fungo e non il curandero. I curandero non si soffermano troppo con l’attenzione agli effetti visionari, caleidoscopici, dei funghi, come fanno generalmente gli occidentali; i curandero ascoltano la parola del fungo, e la trasmettono ad alta voce affinché tutti i partecipanti la sentano. Il fungo “è parola”, dicono i curandero. Come ha evidenziato Munn (1973, p. 92), il monologo del curandero mazateco è un’operazione di poïesis, nel senso originale di “azione”: le parole sono medicine, diventano medicina.
Nella fase dell’apprendistato per diventare un curandero, il principale insegnante è il fungo, e l’acquisizione delle adeguate conoscenze avviene gradualmente, passando da visioni fungine terrifiche e di smembramento della propria anima – tipiche delle iniziazioni sciamaniche – a visioni celestiali e costruttive. Lo sciamano zapoteco Aristeo Matías spiegava questo processo iniziatico con le seguenti parole:

Mangiando il fungo per la prima volta, il fungo si presenta al novizio: “Così mi chiamo io”. In seguito accadono cose terribili, ma non ci si deve spaventare. Uno corre verso il mare, uno ci si tuffa, uno ascende in cielo, lì dove sta Gesù Cristo, e va poi all’inferno dove si trovano i malfattori. Uno vede il mondo intero spaventato in mezzo al mare, ma non ci si deve spaventare. La seconda volta che uno prende i funghi viene precipitato nel mare, ma non ci si deve spaventare. Allora uno vede due donne e due uomini che stanno raccogliendo il sangue dove Cristo nacque [ma forse intendeva dire dove Cristo morì]. La terza volta tutto cambia, e ora uno è pieno di vigore e le voci iniziano ad arrivare. Allora, la quarta volta, uno arriva dove è la Vergine Maria e il signor Gesù Cristo, e allora questi spiegano cose buone. Allora arrivano tutti gli Spiriti, tutte le Vergini, tutti i Santi. Allora uno sa, uno è menjak [curandero]. A partire da questo momento il fungo insegna a uno tutte le cose (Wasson, 1983, pp. 76-7).

La curandera mazateca María Sabina diceva che i funghi le diedero un Libro, che consulta sempre nelle sue visioni e per mezzo del quale cura i malati che ricorrono alle sue cure:

I segreti che i funghi mi rivelarono sono racchiusi in un grande libro ch’essi mi mostrarono. Una volta mia sorella Ana María si ammalò. Io volevo molto bene a mia sorella e presi molti funghi, molto di più di quelli che avevo preso in precedenza. Il mio spirito stava entrando nel mondo dei funghi e io stavo vedendo i paesaggi nelle più recondite profondità del loro mondo. A un certo punto un’apparizione mi si avvicinò. Mi rivolse una strana domanda: “cosa vuoi diventare María Sabina?” Le risposi senza pensare che avrei voluto diventare una santa. Allora lo spirito sorrise e subito ebbe nelle sue mani qualcosa che non c’era prima li, un grande Libro con molte pagine scritte. “Qui – mi disse – ti sto dando questo libro in modo che tu possa lavorare meglio e aiutare chi ha bisogno di aiuto e conoscere i segreti del mondo dove si conosce tutto”. Io diedi uno sguardo al libro, alle sue molte e molte pagine scritte, e allora mi lamentai che non sapevo leggere. E subito mi resi conto che stavo leggendo e che capivo tutto ciò che stava scritto in questo libro, e fu come se fossi diventata più ricca, più saggia e in un momento appresi milioni di cose” (Wasson, 1983, pp. 78-9).

La consegna di un “libro” da parte di entità superiori sembra essere un elemento che si presenta con una certa frequenza nel corso delle visioni di carattere iniziatico presso i Mazatechi. A un certo punto della visione del curandero Melésio, del villaggio di San José Tenango, apparve una casa che brillava di luce bianca: “li stava un tavolo e una sedia. E sopra alla tavola una bibbia. Ma non era una bibbia di quelle che leggono i sacerdoti, bensì era un libro scritto nella nostra lingua. E il vecchio mi disse: ‘Apri il libro!’ Lo aprii. Egli mi chiese ‘Riesci a leggere ciò che c’è scritto?’ Era scritto in mazateco. Risposi ‘Si, posso leggere. Voi funghi mi spiegherete cosa c’è scritto?’ E iniziai a capire” (Telles Brissac, 2008, p. 113).

Un momento drammatico in una sessione di cura con i funghi allucinogeni: la curandera María Sabina ha appena saputo dai funghi che il ragazzo malato è destinato a morire e che non c'è possibilità di curarlo, e glielo ha appena comunicato. Il ragazzo si accascia disperato, e María Sabina lo accarezza consolandolo. Il ragazzo effettivamente morì dopo alcuni giorni. Huautla de Jiménez, Oaxaca, Messico, 1958 (da Riedlinger, 1990. tav. 18a)

Un momento drammatico in una sessione di cura con i funghi allucinogeni: la curandera María Sabina ha appena saputo dai funghi che il ragazzo malato è destinato a morire e che non c’è possibilità di curarlo, e glielo ha appena comunicato. Il ragazzo si accascia disperato, e María Sabina lo accarezza consolandolo. Il ragazzo effettivamente morì dopo alcuni giorni. Huautla de Jiménez, Oaxaca, Messico, 1958 (da Riedlinger, 1990. tav. 18a)

Sia fra i Mazatechi che fra i Mixe si ritiene che nel “monologo-dialogo” indotto dall’effetto dei funghi, durante il quale questi “parlano” al consultante, vi sia un cambio di tonalità di voce quando sono i funghi a “parlare”, rispetto a quando è il consultante che parla (Miller, 1966, p. 324).

Nell’impiego diagnostico-curativo, l’esperienza visionaria fungina “mostra” i motivi per cui una persona si è ammalata, se è stato stregato, se si tratta di una “malattia di paura” (espanto), o se è una malattia che può essere guarita con dei medicinali, e in tal caso si ricevono suggerimenti su quali medicinali impiegare. Vi sono casi dove i funghi comunicano l’impossibilità della guarigione e quindi la morte del paziente. Per quanto riguarda l’espanto (letteralmente “spavento”), si tratta di un’affezione psico-fisica causata generalmente da una forte emozione o da uno choc, per la quale – come inteso dai nativi mesoamericani – l’anima di stacca dal corpo, provocando un logorio del fisico che può raggiungere casi estremi di dimagrimento. Fra i Totonachi in questo caso i funghi vengono dati da assumere al malato, e se nel corso della conseguente visione egli vede apparire dei bambini, ciò viene ritenuto un segno favorevole: “sotto effetto dei funghi, alcuni sognano, altri si spaventano (reazioni euforica e disforica). Le parole pronunciate sotto l’ispirazione dei funghi, annotate da un assistente, orienteranno il malato verso le misure necessarie alla reintegrazione della sua anima nel suo corpo e al ristabilimento dell’equilibrio precedentemente rotto” (Heim et al., 1965-6, p. 121).
Accanto all’impiego come diagnostico per fini curativi, i nativi ricorrono ai funghi anche per motivi prettamente divinatori, per conoscere qualche cosa – ritenuta importante – che non si è in grado altrimenti di conoscere: sapere chi ha rubato il denaro che il proprietario teneva nascosto nel tetto della sua casa, sapere chi ha rubato il proprio asino e in quale mercato il ladro lo andrà a rivendere, avere notizie di un figlio che se ne è andato di casa, ad esempio per studiare nella capitale (sino a pochi decenni fa non c’erano i telefonini), ecc. (cfr. Wasson, 1983, p. 60).

Nel caso dei Mazatechi, i funghi vengono assunti sempre dal curandero, che funge da mediatore fra la “parola” dei funghi e i malati e gli altri individui presenti alla sessione di cura. Spesso il curandero da da mangiare i funghi anche ai malati, affinché essi medesimi possano ascoltare i messaggi fungini. Presso le altre popolazioni messicane si incontra una certa variabilità riguardo chi assume i funghi, o il solo curandero, o anche gli interlocutori, o solo gli interlocutori. Presso i Chinantechi è il solo curandero a consumare i funghi per diagnosticare le malattie e i problemi altrui. Durante la seduta sorseggia piccole quantità di mescal per contrapporre l’effetto “freddo” che avrebbero i funghi (Rubel & Gettelfinger-Krejci, 1976, p. 237).

Si presentano casi dove gli interlocutori non fanno ricorso al servizio del curandero. Dopo le ricerche di Wasson, e in seguito all’invasione degli occidentali a Huautla de Jiménez (si vedano a tal riguardo Tibón, 1985 ed Estrada, 1996), fra i Mazatechi si è verificato un cambiamento di modalità d’impiego dei funghi. Si è verificata in un certo qual modo una fusione fra l’uso tradizionale sciamanico-terapeutico e l’uso occidentale inividuale, privo di mediazione con la figura del curandero: “Prima, quando erano ammalati, i Mazatechi si recavano dal curandero e con questo, e solo con questo, partecipavano alle veladas, durante le quali si faceva uso di funghi con dosi e modalità ben controllati dal medesimo curandero. A ben pochi sarebbe venuta in mente l’idea di usare i funghi per i fatti propri, senza la sua mediazione. Questa idea, caratteristica dell’uso occidentale dei funghi, forse inizialmente fonte di scandalo fra i Mazatechi (da cui il concetto di desacralizzazione insediatosi nella mente di Maria Sabina), mano a mano è stata da loro accettata e fatta propria. Durante il soggiorno a Huautla mi sono accorto di come attualmente i Mazatechi, famiglie intere, pratichino periodicamente delle “autoveladas”, con uso di funghi, ove il capofamiglia svolge quei ruoli di coordinatore e controllore propri dei curandero. Un poliziotto del paese mi raccontava di come una volta ogni due mesi lui e tutta la sua famiglia, bambini compresi, erano soliti consumare i funghi. Domandandogliene il motivo, mi rispose in tono meravigliato: “Come perché! Per pulire (limpiar) il nostro corpo e la nostra vita!” (Samorini, 1992, p. 13). Anche Munn (1973, p. 86) ha evidenziato questo cambiamento: “Solitamente numerosi membri di una famiglia mangiano i funghi insieme: non è infrequente per un padre, madre, bimbi, zii e zie partecipare tutti in queste trasformazioni della mente che elevano la coscienza su piani più elevati. La relazione di parentela è così la base della soggettività trascendentale che Husserl ha detto essere inter-soggettività”.

Questo impiego “familiare” e personale dei funghi non si è tuttavia presentato unicamente in seguito all’invasione dei micofili occidentali degli anni ’60 e ’70, bensì si era già instaurato presso alcune popolazioni tradizionali ancor prima del contatto con i moderni etnografi e antropologi.
A Tenango del Valle (Toluca, stato del Messico) i funghi vengono assunti senza la mediazione di un curandero; fanno ricorso ai funghi sia le donne – specie dopo il parto – sia gli uomini che necessitano di dormire o di calmare i dolori. Si tratta di un trattamento individuale, dove l’individuo si apparta in una stanza tranquilla e di notte. I funghi, preferibilmente secchi, possono essere pestati con un metate (macina) o polverizzati, mescolati nel pulque o in altra bevanda alcolica. Il liquido viene anche frizionato sul corpo, alle tempia, polsi e nei punti doloranti. Ne vengono assunti pochi e l’effetto è comunque debole. Ai bambini viene solamente frizionato il liquido sul corpo (Heim & Wasson, 1958, p. 84).

Già da tempo i Mixe non ricorrono generalmente al curandero per usare i funghi, bensì è diffuso un loro impiego personale. Essi ritengono che i curandero non abbiano maggiori conoscenze degli altri individui riguardo i funghi e poiché “i processi mentali e di pensiero di ciascun individuo sono considerati distinti”, non ritengono necessaria la mediazione rituale e conoscitiva dei curandero. E in effetti molti curandero non sono soliti fare uso dei funghi nelle loro pratiche di cura (Lipp, 1990, p. 154). Nello spiegare il loro impiego “secolare” dei funghi, i Mixe di Coatlán si tramandano un racconto: “In precedenza, solamente i curandero conoscevano i segreti dei funghi, ma questa tradizione cambiò nel 1943, quando Don Feliciano ebbe a che fare con un famoso curandero del paese vicino, Santa Margarita Huitepec, che si chiamava Pe:t Mu:nt, cioè Pedro Mundo in castigliano. Un giorno, attorno alle 3 del pomeriggio, Don Feliciano, con l’aiuto del mescal, mise Pedro Mundo in un tal stato d’ubriachezza, che questi svelò tutti i segreti dei funghi e, incontinente, tutta Coatlán apprese la storia. A partire da quel giorno, l’impiego dei funghi divinatori divenne generale a Coatlán, ciascuno invocante l’aiuto dei funghi quando sono utili e necessari” (Heim & Wasson, 1958, p. 90).

L’impiego “secolare” dei funghi viene anch’esso svolto in maniera rituale, rispettando certe prescrizioni e le specifiche modalità d’approccio volte a ridurre il rischio di reazioni avverse, e pure le finalità d’uso seguono ad essere le medesime che si presentano nei casi in cui si fa ricorso al curandero. Non sembra essersi instaurato un impiego ludico, né cognitivo-psiconautico o altro impiego specifico della cultura occidentale moderna. E’ possibile che l’uso “secolare”, cioè al di fuori della mediazione dello specialista – il curandero -, si sia instaurato con l’influenza del contatto con gli occidentali e della sua società individualista, ma, come detto, non tanto nel contesto dell’invasione dei micofili occidentali del XX secolo, bensì in conseguenza alla precedente invasione occidentale iniziata con la Conquista del XVI secolo. Si tratta di un’ipotesi che potrebbe essere confermata solo in seguito ad approfonditi studi sociologici, storici e antropologici.

Fra i Mazatechi i funghi vengono mangiati in coppie, quindi in numero pari. Prima di essere mangiati, il curandero passa con la mano i funghi sopra al fumo di copale. Un angolo della stanza, a sinistra dell’altare, è il luogo dove si ritiene che scenda lo Spirito-Santo, e non deve essere occupato da persone (Heim & Wasson, 1958, p. 67). Nel corso della seduta il curandero sfrega con le dita le articolazioni delle braccia e dei piedi, il petto e la nuca del paziente con una mistura di tabacco e calce, con lo scopo di proteggerlo dal male (Telles Brissac, 2008, p. 149).
Anche fra i Mixe, a San Juan Mazatlán, i funghi vengono mangiati in coppia, e si considera che la coppia sia casada, cioè che si tratti di maschio e femmina, e si tratta di due specie di funghi differenti. I Mixe staccano i cappelli dai gambi e si cibano solamente dei cappelli, mentre mettono i gambi in una jícara (zucca). Se i cappelli non hanno effetto, viene rivolta una preghiera ai gambi e vengono mangiati altri cappelli. Prima di mangiarli, si portano i funghi in chiesa e li si depone sull’altare mettendo su un braciere della copale o dell’incenso e una o tre candele (Heim & Wasson, 1958, p. 87-9). I Mixe conoscerebbero una specie di fungo che provoca un sogno in modo particolare, nel corso del quale appaiono al consumatore due spiriti (duendes), uno maschile e l’altro femminile, che gli parlano (ibid., p. 91). I funghi parlano normalmente in lingua mixe, ma a volte in lingua zapoteca, e nel qual caso non vengono compresi. Questa differenza di idioma sarebbe causato dalla differenza di specie di fungo assunto, e la lingue zapoteca si presenterebbe quando viene assunto P. caerulescens. Per raccogliere i funghi – che si ritiene nascano solamente in terreni sacri – vengono accese tre candele infisse nel terreno, ci si inginocchia e si recita una preghiera. Il dosaggio dei funghi è calcolato in base alla quantità di alcol che un individuo può bere senza ubriacarsi. Le prime visioni ad apparire sono serpenti e giaguari. Quando questi animali spariscono, possono apparire le seguenti visioni: un ragazzo e una ragazza; piccoli adulti che sono i “bambini dei venti”; una donna matura; un parente o un vicino deceduto. Alcuni prendono i funghi e poi vanno a dormire; dopodiché una giovane ragazza o qualcun altro ascolta cosa l’individuo dice durante il sonno. Ma questo metodo non è molto usato, sia per timore che generi follia, sia perché non si è sicuri che la persona si metta a parlare durante il sonno (Lipp, 1990).
Anche fra gli Zapotechi i funghi vengono assunti a coppie, e anch’essi mangiano solamente i cappelli. I gambi, il giorno dopo la seduta con i funghi, vengono sparpagliati fuori dalle strade battute (Heim & Wasson, 1958, p. 96).
Fra i Chinantechi si ritiene che se uno mangia solo funghi “femmina” appariranno unicamente delle bimbe, mentre se si mangiano solo funghi “maschio”, appariranno unicamente dei bimbi. Se si mangiano entrambi, appariranno bimbi e bimbe. Non v’è necessità di mangiare i funghi in coppie. I “bimbi” che appaiono sono della statura di un pollice (circa 2,5 cm) o dell’altezza di un reale fungo di P. hoogshagenii. Parlano sia in spagnolo che in chinanteco, sia quando si rivolgono all’interlocutore, sia quando parlano fra di loro. Appaiono come persone povere, come lo è generalmente il curandero o l’interlocutore. Arrivano nel campo visivo a due o tre alla volta, danzando, saltellando e suonando (Rubel & Gettelfinger-Krejci, 1976, pp. 237-8).
Ad Amatlán de los Reyes, nello stato di Véracruz, si ritiene che il giorno più adatto per assumere i funghi sia quello della festa di yehwatsin, che nel Cristianesimo corrisponde alla Trasfigurazione del Signore, il 6 di agosto. In questa data si commemora il contatto di Gesù con esseri celestiali (Reyes, 1970, p. 141).
Fra i Mixe e gli Zapotechi si ritiene che se, nel corso di una seduta con funghi, nelle vicinanze un cane abbai o un gallo canti, i funghi “non funzioneranno”, cioè non svolgeranno il loro compito diagnostico, similmente a quanto si ritiene quando si assumono i semi di Turbina e di Ipomoea. Lo scoppio di risa sotto effetto di funghi, per il curandero zapoteco Don Aristeo avviene negli individui deboli o timorosi (Heim & Wasson, 1958, p. 93)
I Mixe ritengono che la medicina occidentale sia in grado di alleviare solamente i sintomi di una malattia, poiché agisce sulla carne e sul sangue, mentre i funghi e le piante psicoattive sono in grado di raggiungere la fonte della malattia, cioè le ossa (Lipp, 1990, p. 154).

Reazioni avverse

Fra le popolazioni tradizionali messicane possono presentarsi reazioni avverse in conseguenza dell’assunzione dei funghi allucinogeni; reazioni che vengono sempre interpretate come mancanza di rispetto di qualche prescrizione. La reazione avversa più temuta e citata è uno stato di “follia”, che può durare a lungo, a volte per tutta la vita. Nell’interpretazione psichiatrica occidentale, osservando i racconti dati dai nativi circa i casi di reazione avversa, si tratterebbe del cosiddetto “bad trip”, cioè di uno stato fortemente dissociativo di natura psicotica.
Ogni villaggio della valle del Messico si tramanda la “voce” di qualche caso di follia causata – non dai funghi stessi – bensì da comportamenti inappropriati di chi li ha assunti, e questi casi vengono presi come monito a rispettare rigorosamente il sistema di prescrizioni da adottare nell’approccio con l’esperienza fungina (e con gli altri allucinogeni quali l’ololiuhqui, la Salvia divinorum, il peyote, ecc.). Anche la mancanza di fede nei funghi è considerata essere causa di reazioni psichiche avverse.
Possono presentarsi reazioni psichiche negative di natura più benigna, come il conseguimento di visoni terrificanti e poco piacevoli, che tuttavia si dileguano con lo svanire dell’effetto del fungo.
La principale causa di reazioni avverse è considerata fra i Chinantechi la mancanza di buona fede da parte del cliente. La caratteristica della reazione negativa consiste nel vedere – invece dei piccoli bimbi che giungono con il suono di una bella musica che sono soliti presentarsi nelle visioni benigne – animali quali coyote, tigri, octopus, serpenti, che camminando davanti agli occhi dell’individuo e circondano il suo viso e la sua testa, spesso baciandolo sulle labbra e sugli occhi (Rubel & Gettelfinger-Krejci, 1976, p. 237).
Fra i Mixe, in una reazione avversa l’individuo può avere visioni infernali, vedere fantasmi o serpenti che gli strisciano addosso, dentro e che gli fuoriescono dai suoi orifizi. Come antidoto viene lavata la testa dell’individuo con del sapone, gli viene fatto mangiare peperoncino e sale, quindi lo si mette a letto a dormire (Lipp. 1990, p. 57).
Fra i Mixe viene tramandato un curioso caso di reazione avversa “a lungo termine”, che vide coinvolta una donna di nome Rosa che viveva a Camotlán e che ebbe una relazione incestuosa con suo padre; questa parrebbe aver vissuto una crisi psichica di tipo mistico:

Ella ebbe una relazione maritale con suo padre, il quale poi morì a Huitepec. Allora Rosa si diede alla pratica dei funghi e si mise ad annunciare ai paesani la fine del mondo, poi a pretendere di essere la Vergine Maria. Finì per incantare notevolmente la popolazione. Molte persone si recavano presso di lei ogni giorno, gemendo e piangendo per i loro peccati. Dei giovani uomini che avevano frequentato la scuola misero al corrente di quest’affare le autorità del paese, affinché la minacciassero di metterla in prigione se non avesse cessato quelle pratiche. Le autorità la minacciarono di espellerla se avesse continuato a mangiare i funghi. Poiché la gente le faceva delle offerte e le domandava di pregare per loro. Ciò accadde nel 1945. Ella allora smise la sua pratica, ma sembrava avere perduto la testa ed errava per i boschi. Morì qualche anno più tardi (Heim & Wasson, 1958, p. 91).

Si vedano anche:

I funghi fra i Mixtechi

I funghi nei documenti storici

I funghi nei Codici messicani

Le pietre-fungo maya

Mitologia dei funghi psicoattivi

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ESTRADA ÁLVARO, 1981, María Sabina. Her Life and Chants, Ross-Erickson Inc., Santa Barbara. [traduzione italiana, 1981, Vita di Maria Sabina, la sciamana dei funghi allucinogeni, Savelli Editori, Milano]

ESTRADA ÁLVARO, 1996, Huautla en tiempo de hippies, Editorial Grijalbo, México D.F.

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