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L’uso divinatorio dell’ololiuhqui fra i Zapotechi del Messico centrale
The divinatory use of ololiuhqui among the Zapotecs of the Central Mexico
I semi allucinogeni della Turbina (Rivea) corymbosa, contenenti ergina e altri derivati dell’acido lisergico (Hofmann, 1963), erano chiamati ololiuhqui in nahuatl, l’antica lingua azteca. Fra i Zapotechi dello stato messicano di Oaxaca sono attualmente chiamati badoh shnaash (regione di Mitla) e bidoh shnaash o quahn shnaash (regione di San Juan del Río Zapotec).
I Zapotechi continuano ad utilizzare questi semi per scopi divinatori come facevano i loro antenati (si veda Ruiz de Alarcon, 1629). Vengono impiegati nel contesto di divinazione oggettiva, cioè quando si intende localizzare il luogo in cui si ritrova un oggetto perduto o il motivo per cui è stato perduto un oggetto, o anche il motivo del decesso di un animale domestico o le origini di un ammaliamento; ma possono essere usati pure nel contesto di divinazione diagnostica, in particolare per scoprire la causa e individuare la cura di una malattia.
La persona che intende effettuare la consultazione divinatoria “compra” i semi lasciando alcune piccole pietre (centavos) alla base della pianta di Turbina. Di frequente il numero di centavos è di 13, o 5 (Fields, 1968), a volte un multiplo di 7 (MacDougall, 1960). Mentre i semi vengono raccolti, viene rivolta una preghiera alla pianta.
L’atto divinatorio è effettuato in un luogo isolato e molto tranquillo. Il dosaggio dei semi ricalca solitamente il numero di pietre-centavos con cui sono stati “acquistati”, spesso 13 o 13 coppie di semi.
La macinazione dei semi viene solitamente fatta eseguire da una bambina (Wasson, 1963), e sono quindi mescolati in una tazza d’acqua e in seguito filtrati. La bambina presenta il liquido al consultante, il quale lo beve e quindi si sdraia e attende, sonnecchiando.
In alcuni casi, come osservato a San Baltazar Guelavila (Fields, 1968: 207), la pasta dei semi rimasta come residuo della bevanda viene spalmata sulle vene delle braccia e in cima alla testa.
Nel giro di un paio d’ore sopraggiungono gli effetti onirico-divinatori. La visione più comune riguarda l’apparizione di due bambine (niñas) o della medesima pianta di Turbina, che rispondono alla richiesta divinatoria rivelando il responsabile di quel dato furto, dove si trova un oggetto perduto, quali siano le cause di una malattia, ecc.
L’atto divinatorio con l’assunzione dell’allucinogeno è effettuato dal diretto interessato, ma sotto la supervisione di una figura specialista, una curandera. Il più delle volte il soggetto che ha assunto i semi riesce solo a balbettare parole e discorsi difficilmente comprensibili, che vengono tuttavia attentamente ascoltati e in seguito interpretati dalla curandera.
L’atto finale della pratica divinatoria consiste nel liberare la persona dagli effetti dei semi. Si tratta di un’azione apparentemente magica – denominata se chupa – considerata indispensabile al fine di evitare la pazzia dell’assuntore dei semi allucinogeni, in quanto i Zapotechi ritengono che gli effetti non si dileguano da soli dopo un certo periodo di tempo, come diversamente ritenuto presso la cultura occidentale moderna.
La pratica del se chupa rientra nel più ampio insieme di pratiche magico-terapeutiche delle chupadas (“succhiate”) finalizzate all’estrazione di malanni o elementi negativi dal corpo umano (Beltrán, 1963).
“La curandera, imitando l’azione del baciare mentre succhia, con acqua e a volte mezcal (liquore di agave) nella sua bocca, copre il corpo del paziente nel seguente modo: inizia con la punta del mignolo e successivamente copre le punte di tutte le altre dita. Quindi procede all’insù seguendo un lato di un braccio sino a raggiungere la spalla e poi continuando dal lato interno del braccio partendo dal polso sino alla spalla. Quindi tratta l’altro braccio allo stesso modo, dopodiché “succhia” la parte centrale della fronte, quindi le parti laterali della fronte, e poi alternativamente un lato della testa dietro all’orecchio in direzione della spalla, ecc. Questa operazione può essere ripetuta altre due volte, ad esempio 4 ore più tardi e infine circa 12 ore dopo la seconda volta” (Fields, 1968: 207).
ALARCÓN HERNANDO RUIZ DE, 1629, Tratado de las supersticiones y costumbres gentílicas que hoy viven entre los indios naturales desta Nueva España, México.
BELTRÁN AGUIRRE GONZALO, 1963, Medicina y magía, el proceso de aculturación en la estructura colonial, Instituto Nacional Indigenista, México D.F.
FIELDS F. HERBERT, 1968, Rivea corymbosa: Notes on Some Zapotecan Customs, Economic Botany, vol. 23, pp. 206-209.
HOFMANN ALBERT, 1963, The active principles of the seeds of Rivea corymbosa and Ipomoea violacea, Harvard University Botanical Leaflets, vol. 20, pp. 194-212.
MACDOUGALL THOMAS, 1960, Ipomoea tricolor, a hallucinogenic plant of the Zapotecs, Boletín Centro Investigaciónes Antropológicas México, vol. 6(6), pp. 6-8.
WASSON R. GORDON, 1963, Notes on the present status of ololiuhqui and the other hallucinogens of Mexico, Harvard University Botanical Leaflets, vol. 20, pp. 161-193.