Il culto della Jurema

The Jurema cult

 

Il termine jurema è polissemico. Indica innanzitutto e originalmente il nome di alcune piante allucinogene del genere Mimosa diffuse in Brasile; è il nome di una bevanda visionaria e anche di bevande non visionarie; può indicare una foresta sacra, o anche il luogo fisico dove avvengono determinati riti; jurema può indicare anche molte altre cose, oggetti, figure mitiche, aspetti associati per lo più a un culto imperniato sull’impiego di una bevanda visionaria: la jurema (Samorini 2016).

Il culto della Jurema è originato nell’area nord-est del Brasile, presso un gruppo di tribù native distribuite principalmente negli stati di Pernambuco, Alagoas, Bahia, fra cui si annoveravano i Pancararú, Tusha, Guegue e Pimenteira. Non disponiamo di dati che possano indicare quanto antico sia questo culto, e le prime documentazioni della sua esistenza sono presenti nei documenti inquisitoriali del XVIII secolo (si veda La jurema nei documenti storici).

E’ stato riferito da diversi studiosi che il culto della Jurema si estinse presumibilmente durante il XIX secolo, ma ciò non sembra essere vero. La pressione inquisitoriale portoghese non riuscì a estinguerlo del tutto, e fu tramandato segretamente da parte di limitati gruppi nativi, nella medesima maniera in cui l’impiego sciamanico-terapeutico dei funghi allucinogeni nel Messico meridionale sopravvisse segretamente all’Inquisizione di stampo spagnolo, sino alla sua riscoperta occidentale da parte del padre dell’etnomicologia moderna, Gordon Wasson (si veda L’uso dei funghi in Messico).

In un periodo che va dalla fine del XVII secolo agli inizi del XIX secolo, la conoscenza della bevanda della jurema fu trasmessa dalle popolazioni native a gruppi di schiavi neri che fuggivano in direzione dei quilombo, le comunità rurali in cui trovavano rifugio e protezione. Questi neri di discendenza africana introdussero l’uso della bevanda della jurema nei culti di possessione afro-brasiliani, in particolare nel Candomblé e, più tardi, nell’Umbanda. Questi medesimi culti influenzarono a loro volta i culti nativi della Jurema, i quali acquisirono e integrarono le teologie e le modalità rituali specifiche dei culti di possessione.

Agli inizi del XX secolo, le popolazioni native brasiliane, in particolare quelle del nord-est, le poche sopravvissute alla decimazione dovuta alle malattie infettive importate dagli Europei, all’Inquisizione, alle guerre fra colonizzatori (soprattutto fra Francesi e Portoghesi) durante le quali venivano più o meno forzatamente reclutati gruppi nativi, e alle numerosissime rivolte soppresse con gli immancabili massacri “risolutori”, iniziarono a ottenere protezione e riconoscimenti territoriali da parte dei nuovi governi repubblicani brasiliani, che diedero forma a decreti legislativi e a istituzioni dettate dalla nuova “politica indigenista”. A tal scopo, nel 1910 fu creato il Serviço de Proteção aos Índios (SPI), predisposto a riconoscere i gruppi sopravvissuti di nativi. Fu in questo periodo storico che si sviluppò ciò che è chiamata in ambito etnografico e antropologico “fase della ricostruzione identitaria” delle popolazioni native; una fase che vede coinvolto in diversi casi il jurema. Un esempio indicativo e sorprendente è quello degli Atikum.

Nel 1940, gli Atikum del Mato Grosso do Sul rivendicarono all’SPI il diritto al riconoscimento come comunità etnica, in modo da poter godere dei privilegi e delle protezioni stabilite da quest’istituzione governativa, fra cui la difesa del loro territorio dall’invasione degli allevatori di bestiame e l’esenzione dalle tasse per la coltivazione dei campi. Furono informati dalle etnie contigue del fatto che l’SPI stava riconoscendo le terre dei nativi superstiti. I funzionari dell’SPI comunicarono agli Atikum che avrebbero dovuto dimostrare di conoscere la danza della Toré, una danza tradizionale associata originalmente al culto del Jurema, e che rappresentava e attestava la “coscienza etnica” e l’“indianità” dei nativi. Ma gli Atikum superstiti non conoscevano più questa danza rituale, e furono aiutati dai vicini Tuxá, i quali ospitarono per sei mesi otto Atikum insegnando loro la toré. Durante l’apprendistato, fu stabilito che Atikum fu un capo vissuto realmente e inteso come “figlio di Umã”, un antenato degli Atikum che si era stabilito nella Serra di Umã, e che fu trasformato in un eroe culturale, quindi mitizzato, da parte dei moderni Atikum, e reinterpretato come un’entità spirituale del rito di possessione della toré, denominato Mestre Atikum. Dopodiché, gli Atikum ricevettero la visita dei funzionari dell’SPI, i quali osservarono il loro rito della toré, con tanto di assunzione della jurema, e attestarono la “coscienza etnica” di questa popolazione, riconoscendo quindi i loro diritti etnici (Reesink, 2000; Ulian, 2013, pp. 50-3).

L’etimologia del termine jurema più ampiamente accettata la vede derivare dal tupi “Yur-ema” o “ju-r-ema”, che significa esphinheiro suculento (pianta spinosa succulenta) o espinheiro fétido (pianta spinosa maleodorante), sebbene l’uso della jurema non sembri avere la sua origine fra le popolazioni di lingua tupi, bensì presso quelle del tronco linguistico Macro-Jê, inclusi i Kariri, che sono stati storicamente chiamati tapuia (Medeiros, 2006, p. 9).

I principali riti nativi associati al culto della Jurema sono la Toré, il Praiá e l’Ouricurí, mentre quelli dei culti afro-brasiliani in cui è rientrato l’impiego di una bevanda denominata jurema, non sempre corrispondente alla jurema visionaria originale, sono: Jarê, Pigi, Candomblé de Caboclo, Xangô, Umbanda, Catimbó, Torés misturados.

Il culto della Jurema è frequentemente associato dai suoi partecipanti al concetto di ciência do índio, un termine quasi certamente preso in prestito dai culti di possessione afro-brasiliani. Per Laila Rosa (2009) il termine ciência ha diversi significati, che possono corrispondere alla conoscenza del culto, alla musica, alla manipolazione delle erbe della jurema, sino a oggetti sacri associati al culto, come i tamburi, i canti, le preghiere, le cure, ecc. Grünewald (1993, p. 73) la definisce come “un corpo di saperi dinamici sul quale si fonda il segreto della tribù. Sono saperi di carattere sacro, di accesso ristretto e proibiti ai non-nativi e anche ai nativi di altri gruppi etnici”. Un Mestre (officiante) dell’etnia degli Atikum – i quali professano un culto della jurema alquanto sincretico con il cattolicesimo – riportò che quando Dio stava appeso alla croce, giunse Maria Maddalena per pulirgli le ferite con un panno, e questa gli chiese: “Signore, dove butto il sangue?” Egli rispose: “buttalo ai piedi della pianta della jurema, per servire da ciência per gli indio” (Nieto & Grünewald, 2012, p. 56).

La ciência do índio riflette una caratteristica peculiare del culto della Jurema, in particolare quello dei nativi, e cioè la sua segretezza. Nessun antropologo è mai riuscito a partecipare e nemmeno a farsi descrivere dai nativi cosa avviene nei riti più intimi del culto, e i nativi fanno ben attenzione a non divulgarne i segreti, né agli altri nativi non appartenenti al loro gruppo etnico, né tanto meno ai Bianchi. In questo senso il culto della Jurema è a tutti gli effetti un culto misterico, cioè un culto di cui i partecipanti non devono parlare a chi non ne è direttamente partecipe. Qualcosa di simile accadde al culto millenario dei Misteri Eleusini della Grecia antica. Il nucleo più importante dei suoi riti era tenuto segreto fra gli iniziati e il divieto di divulgare i Misteri, sotto pena capitale, è stato così rigorosamente rispettato durante i secoli, che ancora oggi, nonostante lo spessore degli studi dedicati, l’interno del tempio eleusino (il Telesterion, la “Sala delle Visioni”) ci appare riempito da un grande punto interrogativo (Samorini, 2000).

Questo studio sul culto della Jurema è suddiviso nelle seguenti sezioni:

La jurema fra i nativi brasiliani

La jurema nei culti afro-brasiliani

La jurema nei documenti storici

Etnobotanica della jurema

Mitologia della jurema

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MEDEIROS GUILHERME, 2006, L’usage rituel de la Jurema chez les Indigènes du Brésil colonial et le dynamiques des frontières territoriales du Nord-Est au XVIII siècle, in: Colloque Internationale “Las sociedades fronteirizas del Mediterráneo al Atlántico (ss. XVI-XVII)”, Madrid, pp. 1-20.

NETO LÉO A. NIVALDO & RODRIGO DE AZEREDO GRÜNEWALD, 2012, “Lá no meu reinado eu só como é mel”: dinâmica cosmológica entre os índios Atikum, PE, Tellus, 12(22): 49-80.

REESINK EDWIN, 2000, O segredo do sagrado: o Toré entre os índios no Nordeste, en: Almeida Sávio Luiz et al. (orgs.), 2000, Índios do Nordeste: temas e problemas. 500 anos, Edufal, Maceió, vol. II, pp. 359-406.

ROSA LAILA, 2009, Juremeiras e bruxas: as donas de uma ciência ‘ilegítima’, Goiânia, vol. 7(2), pp. 175-201.

SAMORINI GIORGIO, 2000, Un contributo alla discussione dell’etnobotanica dei Misteri Eleusini / A contribution to the discussion on the ethnobotany of the Eleusinian Mysteries, Eleusis, n.s., vol. 4, pp. 3-53.

SAMORINI GIORGIO, 2016, Il culto del Jurema. Dal Brasile al mondo globale, Shake Edizioni, Milano.

ULIAN GABRIEL, 2013, “Eu ando em terra alheia, procurando a minha aldeia”. Territorialização dos Atikum em Mato Groso do Sul, Dissertação de Pós-Grasduação em Antropologia, Universidad Federal da Grande Dourados, Dourados, MS.

 

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