Il balché delle popolazioni Maya

The balché of the Mayan populations

Il nome maya balché ha tre differenti significati, tutti strettamente associati fra loro: indica un albero della foresta alto sino a 10 metri, definito botanicamente come Lonchocarpus violaceus Jacq. DC. (sinonimo L. longistylus Pittier), famiglia delle Leguminosae; è il nome di una bevanda psicoattiva che ha come ingrediente primario la corteccia di quell’albero; infine, è il nome della “cerimonia del balché”, una libagione collettiva ritualizzata che si tramanda dai tempi antichi, e che si è conservata a tutt’oggi presso alcuni gruppi maya. L’area geografica di diffusione dell’uso del balché comprende lo Yucatan messicano, l’area messicana della foresta del Petén, il nord del Guatemala e il Belize (ex Honduras Britannico).

Circa l’etimologia del termine balché, questa parola sarebbe composta da baal, “nascosto, nascondere, coprire, occultare”, e che’, “albero”, e quindi baalche’ avrebbe il significato di albero occulto o segreto, che gira in tondo o nasconde qualcosa. Nella lingua maya diverse piante inebrianti sono denominate con termini che significano occulto, segreto (Barrera Marín et al., 1976, p. 338).

Si incontrano raffigurazioni inerenti il balché nei codici e nei reperti archeologici maya. Una chiara raffigurazione di una bevanda fermentata appare nella pagina 48 del Codice di Dresda. Una divinità, che è probabilmente il dio della terra, porta in testa il segno tun, è seduto sopra uno sgabello e reca in mano una coppa di bevanda spumosa fermentata.

Divinità del balché (?) dal Codice di Dresda, 48 (da Lima, 1986, p. 42, fig. 2)

Lima  e coll. (1977) hanno riconosciuto un glifo dalle origini arcaiche, comune per indicare il balché fra i Maya e la bevanda del pulque fra gli Aztechi (si veda Il pulque nei periodi pre-ispanici). Questo glifo, chiamato yacametztli, era associato nelle sue origini alla luna; i Nahua associavano la luna, vista come recipiente cosmico  d’acqua, con le bevande ottenute da succhi e piante. Lo yacametztli ha subìto nel tempo diverse schematizzazioni, sino a ridursi a una virgola con una voluta (denominata caban), come è osservabile nel Codice di Dresda e all’interno del segno maya cib, indicante il giorno, ma indicava anche, probabilmente, l’idromele. Nella lingua yucateca il termine caban viene da cab, “miele”, e cib significa “cera”, un’ulteriore associazione con le api e con l’antica bevanda inebriante ad esse associata, di natura alcolica, scoperta un po’ in tutto il mondo ai tempi preistorici: l’idromele, ottenuto con la miscelazione di miele apifero e acqua e lasciando il tempo adatto per la fermentazione (Samorini, 2015). Anche per quanto riguarda il pulque azteco è stata osservata una chiara connessione originaria fra questa bevanda e l’idromele (Samorini, 2012).

Vasi di idromele dal Codice di Dresda. Al centro dei vasi è ben visibile il segno dello yacametztli nella sua forma tarda schematizzata (caban) (da Lima et al., 1977, p. 197, fig. 4)

In pratica, in una prima fase arcaica della civilizzazione umana si diffuse la cultura dell’idromele, in seguito alla scoperta del miele e delle varie tecniche per ottenerlo dalle api (scoperta questa che ha origini epi-paleolitiche). In una fase successiva, l’uomo iniziò ad aggiungere all’idromele altri prodotti fortificanti l’effetto psicoattivo della bevanda; nel caso dei Maya, all’idromele fu aggiunta la corteccia del balché, un ingrediente d’importanza così prioritaria da dare il suo nome anche alla bevanda e al rito ad essa associato.

I Maya riconoscevano un dio del balché, generalmente chiamato Acan (Akan, noto anche come Dio A’), fra i cui significati v’è quello di “muggito”, che è stato spiegato come possibile riferimento al tipo specifico di urla degli ubriachi di balché. Fra i Maya Lacandoni questa divinità viene chiamata Bohr o Bol (Thompson, 1981, p. 311).

(a sinistra) glifo del segno cib (giorno); (a destra) glifo del balché (da Lima et al., 1977, p. 197, fig. 5 e p. 196, fig. 1)

Interessanti riferimenti al balché sono presenti nel testo esoterico scritto dopo la Conquista del Chilam Balam, dove la bevanda è chiamata u ci maya, “lo squisito dei Maya”. In un passo si parla dei “raccoglitori delle cortecce”, gli ah mol box, individui che avevano il compito di preparare e forse dirigere la cerimonia. Ancora oggigiorno gli stregoni dell’agricoltura (hmenes), usano la parola molboxol (o molboxob) come parola sacra (Barrera Vásquez, 1948, p. 212).

Sempre nel Chilam Balam, nel capitolo “La lingua di Zuyua e il suo significato”, la “piccola donna” rappresenta metaforicamente il cerimoniale del balché:

“Questo è il sangue verde della piccola donna, che è chiamata, è lo squisito dei Maya,
Queste sono le viscere della piccola donna, sono alveari,
Questa è la testa della piccola donna, è il vassoio nuovo dello squisito che viene preparato,
Questo è lo sgabello della piccola donna, è il favo [?] delle api,
Questo è l’orecchio sinistro di Ah Bol [il dio dell’ebbrezza], è la piccola coppa zul dello squisito,
Queste sono le ossa della piccola donna, sono le strisce di corteccia dell’albero del balché,
Queste sono le cosce – così è detto –, sono il tronco dell’albero del balché,
Queste sono le braccia della piccola donna, sono i rami dell’albero del balché,
Questo – così è detto – è il suo pianto, è il linguaggio dell’ebbrezza” (Rätsch, 1986b, p. 216).

Alcuni riferimenti all’antico impiego del balché nello Yucatan sono presenti nelle Relazioni (Relación) scritte attorno al 1579 dagli Alcades e Regitores (sindaci e reggenti) dei diversi territori coloniali per volontà del re di Spagna Filippo II (Relazioni che nel 1900 furono riuniti ed editi a Madrid per opera di José María Asensio). Il passo più esteso si trova nella Relación del pueblo de Dohot, y cabecera de Tetziminscritta nel 1579 da Giraldo Díaz de Alpuche:

“il motivo della loro così grande diminuzione dissero che era dovuto al fatto che prima che arrivassero gli spagnoli in questa terra essi vivevano con piacere e grande felicità, sempre festeggiavano e ballavano e si dedicavano a matrimoni e sposalizi, e facevano un vino di acqua e miele e vi gettavano una radice che chiamavano balche nella loro lingua e lo gettavano in alcuni tronchi scavati in maniera di grandi artesas2che contenevano da trenta a quaranta a cinquanta arrobasdi acqua e cuocevano e bollivano lì per due giorni da per sé e si faceva una cosa molto forte e che odorava male, e nei loro balli ballando gli si dava questo da bere in piccoli bicchieri e spesso, e in breve tempo si ubriacavano in maniera tale che facevano grandi follie e scimmiottamenti, e io ho visto molte ubriachezze di questo tipo, e dopo ubriachi gli dava vomito per la bocca e per di dietro in maniera tale che non v’era purgante al mondo migliore di questo, li lasciava puliti e con gran voglia di mangiare, e dicono che questo gli faceva molto bene perché purgavano e così c’erano molti vecchi in questa terra” (in Asensio, 1900: 204-223, pp. 207-8). (Un passo molto simile, al punto che uno ha copiato dall’altro, si trova nella relazione di Juan Farfan, Relación de los pueblos de Campocolche y Chochola, in Asensio, 1900: 176-195, pp. 187-8).

Chi scrive sembra aver ricevuto notizie erronee, o forse ha compreso male le notizie ricevute, dato che il balché non veniva riscaldato né tanto meno bollito (del resto come sarebbe stato possibile mettere in ebollizione dei contenitori di legno?). Solo oggigiorno, nel contesto di riti di purificazione di stampo cristiano, nello Yucatan, il balché viene preparato bollendo la bevanda, con l’aggiunta, oltre alla corteccia del balché e al miele, di anice stellato (Gabriel, 2007).

In un’altra relazione, Relación de los pueblos de Popola y Sinsimato y Samiol, scritta sempre nel 1579 da Don Diego Sarmiento de Figueroa, viene specificato il motivo dell’azione purgante: “per questi riti e cattivi costumi erano soliti bere un vino fatto di miele e acqua e una corteccia di un albero che chiamano balche, con il quale si ubriacavano e purgavano, lasciando per la bocca molti lombrichi e le macchie che avevano nel corpo” (in Asensio, 1900: 41-49, p. 45).

Gli Spagnoli inizialmente cercarono di proibire l’uso del balché mediante specifici editti, come fecero col pulque dei Nahua e le altre bevande tradizionali inebrianti del Nuovo Mondo. Ma nel caso della bevanda maya, le proteste furono tali che gli editti proibizionistici rimasero in tutto lo Yucatan lettera morta. In particolare, un maya acculturato di nome Chi scrisse una dozzina di repliche in cui asseriva che la decimazione della popolazione a cui si stava assistendo – e che era fonte di forte preoccupazione anche fra i governatori spagnoli locali – era causata dalla proibizione del loro millenario purgante, il balché (Thompson, 1981, p. 182-3).

Il balché viene preparato tutt’ora e bevuto cerimonialmente fra le popolazioni maya ma, a differenza del pulque – che ha subito una profanazione e volgarizzazione del suo uso a partire dai secoli coloniali – continua ad essere impiegato nel suo contesto originario cerimoniale.

La corteccia del balché, previamente seccata al sole, viene messa nella soluzione di acqua e miele d’api del genere Melipona, api prive di pungiglione. L’acqua deve essere “vergine”, cioè non deve mai essere stata vista da una donna, ed è raccolta in cenoti mantenuti segreti. Il balché è usato nei riti agricoli, con aspersioni alla terra nella direzione dei quattro punti cardinali. Nei riti che prevedono il sacrificio di uccelli, questi vengono forzati, prima del sacrificio, a bere il balché attraverso il becco (Barrera Vásquez, 1948, p. 212).

Una descrizione della preparazione del balché che si svolge oggigiorno è stata descritta da Eric Thompson (1930, p. 104), che ha studiato le popolazioni maya del Belize: “Dopo aver lavato i pezzi di corteccia dell’albero del balché, questi sono fatti seccare a lungo, e più sono seccati meglio è. Numerosi sono gli anziani che conservano gelosamente i pezzi di corteccia per molti mesi. La corteccia viene quindi pestata con un martello di pietra o un oggetto simile. In questo modo la linfa viene rilasciata. Viene messa in una giara dove ci sono parti uguali di acqua e miele fresco. Si lascia il tutto fermentare per 4-6 giorni, dopodiché la bevanda è pronta per l’uso”.

Un rapporto 1:1 fra miele ed acqua comporterebbe, per fermentazione, la produzione di alcol ad elevate concentrazioni; tuttavia, il tempo di fermentazione concesso dai Maya per la bevanda non permette il raggiungimento di tale gradazione alcolica, fermandosi al 1-5%, e probabilmente neppure interessa loro elevarne la concentrazione, dato che la vera “parte del leone”, probabilmente anche nei suoi effetti psicoattivi, la fa la corteccia del balché, il “fortificante”, che in questo caso specifico ha raggiunto e superato d’importanza l’ingrediente madre, l’alcol.

In tempi più recenti Christian Rätsch (1986a,b, 1992, 2005, p. 723-4), nel corso dei suoi studi presso la popolazione maya dei Lacandoni che abitano la foresta messicana e guatelmateca del Petén, ha avuto occasione di osservare la preparazione della bevanda, così come di partecipare personalmente alla cerimonia del balché. Il dato più interessante raccolto da Rätsch è l’aspetto mitico dell’origine del rito. Un giorno tutti gli dei del pantheon lacandone presero una grossa ubriacatura di balché per opera del dio dell’ebbrezza, Bol:

“Bol fece una bevanda di balché per Hachäkyum, il nostro vero signore. Egli ne provò un poco. Bol si alzò e la diede agli dei. Quanti di loro giacevano presto a terra! Mensäbäk giaceva lì, e anche Hachäkyum; non si muovevano, erano completamente ubriachi. Tutti gli dei erano stesi a terra. Erano ubriachi tutti in una volta. Erano molto ubriachi ma erano felici e cantavano” (Ma’ax & Rätsch, 1984, p. 127).

Gli dei decisero quindi di insegnare la cerimonia del balché agli uomini, agli antenati dei Lacandoni, ed è da quei tempi che questi, rivivendo di persona l’evento mitico dell’ebbrezza divina, gratificano gli dei e rinnovano l’armonia fra cielo e terra.

Tronco dell'albero del balché (Lonchocarpus longistylus Pittier)

Tronco dell’albero del balché (Lonchocarpus longistylus Pittier)

Le modalità con cui si svolge la cerimonia ricalca quelle dell’evento mitico divino, ed è imperniata su un “cerchio cerimoniale” di partecipanti. L’addetto alla preparazione e alla mescita della bevanda (il “mescitore”) è una figura importante nel gruppo, ed è identificato con il dio Bol; durante la preparazione della bevanda, egli pronuncia un lungo incantesimo attraverso il quale chiama a raccolta tutti gli spiriti degli animali e delle piante velenose, affinché questi benevolmente rilascino ciascuno un poco dei loro veleni nella giara del balché, in modo da fortificarla. “Quando arriva il giorno della cerimonia, si deve offrire l’“anima” del balché agli dei. Questa è portata in una brocca di ceramica nella casa degli dei. Questi, in forma di ciotola per incensi di ceramica, vengono collocati sul terreno. Viene usata una foglia di palma per dare ad ogni dio e ad ogni dea un sorso della bevanda. Dalle ciotole degli dei l’anima della bevanda sale in cielo, dove si manifesta come una bevanda che inebrierà gli dei” (Rätsch 2005, p. 723).

Dopo che gli dei hanno bevuto l’“anima” della bevanda, gli uomini posso iniziare a bere il resto del balche’, il suo “corpo”. Verso sera il mescitore con una conchiglia emette un suono di richiamo della collettività, la quale si ripartisce inizialmente in due gruppi, gli uomini si incontrano nella “casa degli dei” – una capanna cerimoniale – e le donne nella cucina cerimoniale. Tutti si riuniscono quindi nella “casa degli dei”, dove il mescitore assegna a ciascun un posto nel cerchio attorno alla giara di balché; quindi egli mesce la bevanda in speciali tazze facendo attenzione a versarne la medesima quantità in ciascuna tazza, aiutandosi con un misurino. Terminata la mescita dell’ultima tazza, bevono tutti contemporaneamente, e questa modalità si ripete per numerose volte nelle ore che seguono, sino a conseguire l’assunzione di 10-20 litri di balché da parte di ciascun partecipante. La cerimonia termina con l’esaurirsi delle scorte di balché, e a questo punto i partecipanti cadono in un lungo e profondo sonno, al cui risveglio riferiscono di percepire una coscienza lucida e un corpo purificato.

La cerimonia del balché è intrapresa in diverse occasioni della vita quotidiana, in particolare come preghiera rivolta agli dei per la guarigione di un malato, l’ottenimento di un buon raccolto, o anche semplicemente per “assetare gli dei” (Rätsch 2005, pp. 723-4).

McGee ha specificato che i god pots, cioè gli incensieri d’argilla con le effigi delle divinità, sono ritenuti i portali attraverso i quali gli dei ricevono le offerte. Lo stato di ebbrezza ottenuto con il rito del balché viene ottenuto a imitazione degli dei. Quando al calar del sole viene suonata la trombetta, si ritiene che gli dei scendano e si siedano ciascuno nel rispettivo incensiere, e bevono il primo balché che viene loro offerto; un inserviente versa del balché sulla bocca dell’effige divina dell’incensiere. Dopo aver fatto questo numerose volte, in modo da rendere ebbri gli dei, gli uomini iniziano a bere a loro turno. Un dato interessante riguarda la credenza dei Lacandoni che il raggiungimento dell’ebbrezza da parte degli umani è segno che il balché è un’offerta accettabile da parte degli dei, dato che l’ubriachezza umana è un rispecchio di quella delle divinità (McGee, 1987).

Negli atti dell’Inquisizione sono presenti dettagliate descrizioni dei riti maya che ricalcano da vicino i riti del balché dei Lacandoni moderni. Gli inquisitori ebbero un gran da fare nel sequestrare decine di migliaia di “idoli”, corrispondenti agli effigy censers, cioè agli incensieri con effige ritrovati negli scavi archeologici (nel sito Postclassico di Mayapán sono venuti alla luce centinaia di migliaia di frammenti di incensieri con effige; cfr. Chuchiak, 2009, p. 137) e corrispondenti ai god pots ancora in uso fra i Lacandoni. Gli oggetti confiscati venivano minuziosamente descritti dai frati in inventari che intitolavano Descriptio Idolorum. I Maya chiamavano questi incensieri u uich ku, “il viso del dio”.

Negli atti di un processo per idolatria datato al 1674, viene descritto l’altare che era stato approntato per una cerimonia della pioggia dedicata al dio Chac, e che aveva lo scopo di propiziare la pioggia per un buon raccolto. Gli “idoli”, cioè gli incensieri con effige delle divinità, erano stati collocati su una tavola di legno:

“di fronte a queste immagini avevano collocato numerose zucche piene di balché (..) con un piccolo ramo e le foglie dell’albero di habin (Piscidia piscipula(L.) Sarg., famiglia delle Leguminosae) il prete ungeva e cospargeva gli idoli con il balché (..) quindi offriva e cospargeva il balché usando questo ramo nelle quattro direzioni e alle parti del mondo che nella lingua nativa sono chiamate Tilkin, Chikin, Nohol, Ixaman” (Chuchiak, 2009, p. 140).

 

Un god pot (incensiere con effige di divinità) di moderna fattura lacandona. Dipinto in rosso e nero su sfondo di stucco bianco (da Pugh, 2009, fig. 16.1, p. 373)

Un god pot (incensiere con effige di divinità) di moderna fattura lacandona. Dipinto in rosso e nero su sfondo di stucco bianco (da Pugh, 2009, fig. 16.1, p. 373)

Fra il moderno gruppo di Lacandoni non cristianizzati è stata raccolta una canzone che viene occasionalmente cantata dai partecipanti alla cerimonia del balché, e dove ritroviamo questa bevanda identificata con una figura femminile, con la “piccola moglie” (lak’ chan-eh). Attualmente questa canzone viene cantata con lo scopo specifico di prevenire colui che la canta di vomitare il balché che ha bevuto, poiché è in questo modo che si ritiene possa mantenere il suo stato trascendentale di contatto con le divinità. Il testo esprime una metafora continuata dove, oltre alla piccola moglie che va identificata con il balché, una frase quale “non ti getterò via” intende “io non vomiterò”, e “ti desidero” intende “voglio berti”, ecc. McGee (1987).

Fra i Lacandoni l’albero del balché viene coltivato. Essi preparano la bevanda in speciali canoe di mogano, dove lasciano fermentare la miscela per due o tre giorni. Da 2 a 10 pezzi di corteccia, ciascuno lungo 1 metro e largo 20 cm, sono aggiunti a circa 180 litri d’acqua. Rätsch ha anche provato personalmente l’effetto del balché, riportando le seguenti considerazioni:

“L’effetto del balché non è come quello della birra o del vino o altro inebriante a noi noto. Il balché non è allucinogeno. Il suo effetto è più propriamente di tipo empatogeno. La coscienza diventa euforica, la percezione più acuta, i muscoli rilassati. Dosi molto forti (20 litri) hanno effetti analgesici e narcotici. Gli effetti sull’umore sono particolarmente pronunciati. La gente ha i crampi per le risate e prova sensazioni sentimentali e di affabilità. Con l’aumento dell’effetto, le eventuali sensazioni aggressive si dissolvono” (Rätsch, 2005, p. 724).

Va notata la stridente contraddizione fra l’affermazione di Rätsch (2005, p. 325) che la corteccia del balché deve essere raccolta fresca per metterla nella soluzione di acqua e miele, a tal punto che “più fresca è la corteccia, più potente sarà il balché”, con ciò che è riportato da tutti gli altri autori, antichi e moderni, e cioè che la corteccia deve essere ben secca (vide supra). In una comunicazione il medesimo Rätsch (1992, p. 24) specifica che vengono utilizzate sia cortecce fresche che cortecce già usate in precedenza, sulla cui superficie sarebbero presenti colonie di lievito che, nel riprodursi, trasformerebbero gli zuccheri del miele in alcol, con conseguente dissolvimento dei principi attivi della corteccia nel liquido.

Infine, è  stata recentemente raccolta una leggenda tramandata nella regione di Valladolid, nello Yucatan, dove il balché ricopre un ruolo protagonista della vicenda, insieme a un’enigmatico seme:

C’erano una giovane molto bella e due uomini entrambi innamorati della ragazza; uno era un guerriero e l’altro un potente capo. La ragazza corrispondeva l’amore del guerriero, ma entrambi temevano l’uomo potente. Per potere stare insieme, fuggirono nella profondità della foresta e un giorno, in un albero chiamato baalche’, trovarono api e miele. Dopo aver bevuto il miele lo misero in un secchio e si addormentarono. Durante la notte cadde la pioggia, si alzò il vento e caddero semi di una pianta nel miele, e magicamente il liquido si convertì in qualcosa di squisito che la coppia bevve all’alba per consolarsi. Fu allora quando il capo li trovò e li circondò con il suo esercito. Ma, dopo aver provato il nettare, questi ne fu così impressionato che permise alla coppia di vivere il loro amore (Quentanilla & Eastmond, 2012, pp. 271-2).

Quel seme che cade nel balché è molto probabilmente il seme allucinogeno dello xtabentún, Turbina corymbosa – l’ololiuhqui degli antichi Aztechi (si veda I semi “parlanti” dei Messicani)-, e ciò sarebbe un’ulteriore testimonianza del fatto che anticamente – e forse segretamente ancora oggigiorno – il miele con cui veniva preparato il balché era fabbricato da api melipone che si cibavano esclusivamente di nettare di fiori di questa pianta, diventando per questo inebriante (si veda Mieli inebrianti).

xtabentun

Bottiglie del liquore moderno yucateco Xtabentun

Curiosamente, oggigiorno nello Yucatan viene prodotto e commercializzato un liquore a base di miele e di anice, chiamato Xtabentun, cioè con il nome tradizionale maya con cui è chiamata la pianta della Turbina.

Oltre al balché, i Maya elaborano dal mais un fermentato alcolico che chiamano saká (Bernard Menna, 2004).

La biochimica e farmacologia del balché non è ancora stata chiarita. E’ possibile che dei composti stilbeni prelinati ritrovati nella corteccia, chiamati longistiline, possiedano attività psicoattiva e ricoprano un ruolo importante nell’effetto cumulativo della bevanda; ma gli studi in merito restano scarsi (si veda Delle Monache, 1979).

 

Si vedano anche:

 

ri_bib

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BARRERA MARÍN ALFREDO, ALFREDO BARRERA VÁSQUEZ & ROSA M. LÓPEZ FRANCO, 1976, Nomenclatura etnobotánica maya. Una interpretación taxonómica, INAH, México.

BARRERA VÁSQUEZ ALFREDO, 1948, El libro de los libros de Chilam Balam, Fondo de Cultura Económica, México D.F.

BERNARD MENNA I. ALICE, 2004, Las bebidas sagradas mayas: el balché y el saká, Gazeta de Antropología, vol. 20.

CHUCHIAK F. JOHN, 2009, De Descriptio Idolorum: an ethnohistorical examination of the production, imagery, and functions of Colonial Yucatec Maya idols and effigy incensers, 1540-1700, in: L.G. Cecil & T.W. Pugh (eds.), Maya worldwies at Conquest, University Press of Colorado, PP. 135-158.

DELLE MONACHE FRANCO, 1979, Contributo allo studio del balché, il vino rituale dei Maya, in: AA.VV., Simposio internazionale sulla medicina indigena e popolare dell’America Latina, 12-16 Dicembre 1977, Istituto Italiano Latino Americano, Roma, pp. 249-253.

GABRIEL MARIANNE, 2007, El uso ritual de alcohol, tabaco, cacao e incienso en las ceremonias agrarias de los Mayas yucatecos contemporáneos,Estudios de Cultura Maya, vol. 29, pp. 155-184.

LIMA GONÇALVES (DA) OSVALDO, 1986, El maguey y el pulque en los Codices Méxicanos, Fondo de Cultura Económica, México.

LIMA GONÇALVES (DA) OSVALDO, 1990, Pulque, balché y pajauaru en la etnobiología de los alimentos fermentados, Fondo de Cultura Económica, México.

LIMA GONÇALVES (DA) OSVALDO, JOSÉ FRANCISCO DE MELLO & IVAN LEONCIO D’ALBUQUERQUE, 1977, Contribution to the Knowledge of the Maya Ritual Wine: Balche, Lloydia, vol. 40, pp. 195-200.

MA’AX K’AYUM & CHRISTIAN RÄTSCH, 1984, Ein Kosmos im Regenwald: Mythen und Visionen der Lakandonen-Indianer, Diederichs, Cologne.

MCGEE R. JOHN, 1987, Metaphorical substitution in a Lacandon Maya ritual song, Anthropological Linguistics, vol. 29, pp. 105-118.

PUGH W. TIMOTHY, 2009, The Kowoj and the Lacandon: migrations and identities, in: P.M. Rice & D.S. Rice (Eds.), The Kowoj. Identity, migration, and geopolitics in Late Postaclassic Petén, Guatemala, University of Colorado, PP. 368-384.

QUINTANILLA GARCÍA ALEJANDRA & AMARELLA EASTMOND SPENCER, 2012, Rituales de la x-táabentum (Turbina corymbosa) y de los mayas yucatecos, Cuilcuilco, vol. 19, pp. 257-281.

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THOMPSON J.S. ERIC, 1981, Maya history and religion, University of Oklahoma, Norman.

Un Commento

  1. Pubblicato dicembre 12, 2010 alle 8:28 pm | Link Permanente

    ottimo scritto. Sintetico, essenziale, chiaro. Complimenti

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