Il balché delle popolazioni Maya

The balché of the Mayan populations

Il nome maya balché ha tre differenti significati, tutti strettamente associati fra loro: indica un albero della foresta alto sino a 10 metri, definito botanicamente come Lonchocarpus violaceus Jacq. DC. (sinonimo L. longistylus Pittier), famiglia delle Leguminosae; è il nome di una bevanda psicoattiva che ha come ingrediente primario la corteccia di quell’albero; infine, è il nome della “cerimonia del balché”, una libagione collettiva ritualizzata che si tramanda dai tempi antichi, e che si è conservata a tutt’oggi presso alcuni gruppi maya. L’area geografica di diffusione dell’uso del balché comprende lo Yucatan messicano, il nord del Guatemala e il Belize (ex Honduras Britannico).

Si incontrano raffigurazioni inerenti il balché nei codici e nei reperti archeologici maya. Una chiara raffigurazione di una bevanda fermentata appare nella pagina 48 del Codice di Dresda. Una divinità, che è probabilmente il dio della terra, porta in testa il segno tun, è seduto sopra uno sgabello e reca in mano una coppa di bevanda spumosa fermentata.

Divinità del balché (?) dal Codice di Dresda, 48 (da Gonçalves Da Lima, 1986, p. 42, fig. 2)

Gonçalves da Lima  e coll. (1977) hanno riconosciuto un glifo dalle origini arcaiche, comune per indicare il balché fra i Maya e la bevanda del pulque fra gli Aztechi. Questo glifo, chiamato yacametztli, era associato nelle sue origini alla luna; i Nahua associavano la luna, vista come recipiente cosmico  d’acqua, con le bevande ottenute da succhi e piante. Lo yacametztli ha subìto nel tempo diverse schematizzazioni, sino a ridursi a una virgola con una voluta, come è osservabile nel Codice di Dresda e all’interno del segno maya cib, indicante il giorno, ma indicava anche, probabilmente, l’idromele. Nella lingua yucateca il termine cib significa “cera”, un’ulteriore associazione con le api e con l’antica bevanda inebriante ad esse associata, di natura alcolica, scoperta un po’ in tutto il mondo ai tempi preistorici: l’idromele, ottenuto con la miscelazione di miele apifero e acqua e lasciando il tempo adatto per la fermentazione (Samorini, 2015). Anche per quanto riguarda il pulque azteco è stata osservata una chiara connessione originaria fra questa bevanda e l’idromele (Samorini, 2012).

Vasi di idromele dal Codice di Dresda. Al centro dei vasi è ben visibile il segno dello yacametzli nella sua forma tarda schematizzata (da Gonçalves Da Lima, 1977, p. 197, fig. 4)

In pratica, in una prima fase arcaica della civilizzazione umana si diffuse la cultura dell’idromele, in seguito alla scoperta del miele e delle varie tecniche per ottenerlo dalle api (scoperta questa che ha origini epi-paleolitiche). In una fase successiva, l’uomo iniziò ad aggiungere all’idromele altri prodotti fortificanti l’effetto psicoattivo della bevanda; nel caso dei Maya, all’idromele fu aggiunta la corteccia del balché, un ingrediente d’importanza così prioritaria da dare il suo nome anche alla bevanda e al rito ad essa associato.

I Maya riconoscevano un dio del balché, generalmente chiamato Acan, fra i cui significati v’è quello di “muggito”, un probabile riferimento al tipo specifico di urla degli ubriachi di balché. Fra i Maya Lacandoni questa divinità viene chiamata Bohr o Bol (Thompson, 1981, p. 311).

(a sinistra) glifo del segno cib (giorno); (a destra) glifo del balché (da Gonçalves Da Lima, 1977, p. 197, fig. 5 e p. 196, fig. 1)

Interessanti riferimenti al balché sono presenti nel testo esoterico scritto dopo la Conquista del Chilam Balam, dove la bevanda è chiamata u ci maya, “lo squisito dei Maya”. In un passo si parla dei “raccoglitori delle cortecce”, gli ah mol box, individui che avevano il compito di preparare e forse dirigere la cerimonia. Ancora oggigiorno gli stregoni dell’agricoltura (hmenes), usano la parola molboxol (o molboxob) come parola sacra (Barrera Vásquez, 1948, p. 212).

Sempre nel Chilam Balam, nel capitolo “La lingua di Zuyua e il suo significato”, la “piccola donna” rappresenta metaforicamente il cerimoniale del balché:

“Questo è il sangue verde della piccola donna, che è chiamata, è lo squisito dei Maya,
Queste sono le viscere della piccola donna, sono alveari,
Questa è la testa della piccola donna, è il vassoio nuovo dello squisito che viene preparato,
Questo è lo sgabello della piccola donna, è il favo [?] delle api,
Questo è l’orecchio sinistro di Ah Bol [il dio dell’ebbrezza], è la piccola coppa zul dello squisito,
Queste sono le ossa della piccola donna, sono le strisce di corteccia dell’albero del balché,
Queste sono le cosce – così è detto –, sono il tronco dell’albero del balché,
Queste sono le braccia della piccola donna, sono i rami dell’albero del balché,
Questo – così è detto – è il suo pianto, è il linguaggio dell’ebbrezza” (Rätsch, 1986b, p. 216).

Verso la metà del XVI secolo, il vescovo Diego de Landa, che professava nello Yucatan, riportò alcune notizie sull’uso indigeno del balché:

“Un ulteriore motivo per cui questi Indiani stanno diminuendo in numero è che sono stati prevenuti dal bere un vino che erano abituati a preparare, e del quale essi dicono che era salubre per loro e che chiamavano balché. Essi lo facevano con miele, acqua e una radice chiamata balché. Mettevano tutto questo in ampi contenitori. Qui il liquido fermentava e schiumava per due giorni, diventava molto forte e aveva un cattivo odore. Nel corso delle danze e canti davano a ciascuno che cantava o danzava una piccola tazza da bere. Gliene davano così tanto sino a che si inebriavano molto, e facevano quindi strane cose e facevano delle facce tali che la loro condizione non poteva restare nascosta agli spettatori. Quando erano ubriachi vomitavano e si svuotavano. Questo li purificava e li rendeva così affamati che mangiavano con gran appetito. Alcuni vecchi dicevano che questo era molto buono per loro, che era una medicina per loro, perché agiva come un buon lassativo. Con esso rimanevano in buona salute e robusti e molti diventavano per questo molto vecchi” (rip. in Rätsch, 2005, p. 721).

Gli Spagnoli inizialmente cercarono di proibire l’uso del balché mediante specifici editti, come fecero col pulque dei Nahua e le altre bevande tradizionali inebrianti del Nuovo Mondo. Ma nel caso della bevanda maya, le proteste furono tali che gli editti proibizionistici rimasero in tutto lo Yucatan lettera morta. In particolare, un maya acculturato di nome Chi scrisse una dozzina di repliche in cui asseriva che la decimazione della popolazione a cui si stava assistendo – e che era fonte di forte preoccupazione anche fra i governatori spagnoli locali – era causata dalla proibizione del loro millenario purgante, il balché (Thompson, 1981, p. 123).

Il balché viene preparato tutt’ora e bevuto cerimonialmente fra le popolazioni maya ma, a differenza del pulque – che ha subito una profanazione e volgarizzazione del suo uso a partire dai secoli coloniali – continua ad essere impiegato nel suo contesto originario cerimoniale.

La corteccia del balché, previamente seccata al sole, viene messa nella soluzione di acqua e miele d’api del genere Melipona, api prive di pungiglione. L’acqua deve essere “vergine”, cioè non deve mai essere stata vista da una donna, ed è raccolta in cenoti mantenuti segreti. Il balché è usato nei riti agricoli, con aspersioni alla terra nella direzione dei quattro punti cardinali. Nei riti che prevedono il sacrificio di uccelli, questi vengono forzati, prima del sacrificio, a bere il balché attraverso il becco (Barrera Vásquez, 1948, p. 212).

Una descrizione della preparazione del balché che si svolge oggigiorno è stata descritta da J.E. Thompson (1971), che ha studiato le popolazioni maya del Belize nel 1930. Dopo aver lavato i pezzi di corteccia dell’albero del balché, questi sono fatti seccare a lungo, ed è credenza dei nativi che più lungo è il tempo dell’essiccazione, migliore sarà la bevanda. Numerosi sono gli anziani che conservano gelosamente i pezzi di corteccia per molti mesi. La corteccia viene quindi pestata e messa insieme ad acqua e miele, queste ultime in proporzioni uguali. Si lascia il tutto fermentare per 4-6 giorni, dopodiché la bevanda è pronta per l’uso.

Un rapporto 1:1 fra miele ed acqua comporterebbe, per fermentazione, la produzione di alcol ad elevate concentrazioni; tuttavia, il tempo di fermentazione concesso dai Maya per la bevanda non permette il raggiungimento di tale gradazione alcolica, fermandosi questa al 1-5%, e probabilmente neppure interessa loro elevarne la concentrazione, dato che la vera “parte del leone”, probabilmente anche nei suoi effetti psicoattivi, la fa la corteccia del balché, il “fortificante”, che in questo caso specifico ha raggiunto e superato d’importanza l’ingrediente madre, l’alcol.

Sempre Thompson (1971) ha riportato la preparazione del balché presso la cittadina maya di Cham-Kom: “quattro strisce di corteccia, lunghi circa 33 cm, sono tagliate in pezzi, macinate e messe in una giara insieme a due tazze d’acqua e una di miele. Questa miscela è lasciata per tre giorni a temperatura ambiente. A questo punto la bevanda viene assaggiata: se necessario, viene aggiunto miele con lo scopo di aumentare il contenuto alcolico. Questa tecnica è chiamata “maturazione”, perché è caratterizzata dall’apparizione del colore giallo desiderato”.

In tempi più recenti Christian Rätsch (1986, 1992, 2005, p. 723-4), nel corso dei suoi studi presso la popolazione maya dei Lacandoni che abitano la foresta messicana e guatelmateca del Petén, ha avuto occasione di osservare la preparazione della bevanda, così come di partecipare personalmente alla cerimonia del balché. Il dato più interessante raccolto da Rätsch è l’aspetto mitico dell’origine del rito. Un giorno tutti gli dei del pantheon lacandone presero una grossa ubriacatura di balché per opera del dio dell’ebbrezza, Bol:

“Bol fece una bevanda di balché per Hachäkyum, il nostro vero signore. Egli ne provò un poco. Bol si alzò e la diede agli dei. Quanti di loro giacevano presto a terra! Mensäbäk giaceva lì, e anche Hachäkyum; non si muovevano, erano completamente ubriachi. Tutti gli dei erano stesi a terra. Erano ubriachi tutti in una volta. Erano molto ubriachi ma erano felici e cantavano” (Ma’ax & Rätsch, 1984, p. 127).

Gli dei decisero quindi di insegnare la cerimonia del balché agli uomini, agli antenati dei Lacandoni, ed è da quei tempi che questi, rivivendo di persona l’evento mitico dell’ebbrezza divina, gratificano gli dei e rinnovano l’armonia fra cielo e terra.

Tronco dell'albero del balché (Lonchocarpus longistylus Pittier)

Tronco dell’albero del balché (Lonchocarpus longistylus Pittier)

Le modalità con cui si svolge la cerimonia ricalca quelle dell’evento mitico divino, ed è imperniata su un “cerchio cerimoniale” di partecipanti. L’addetto alla preparazione e alla mescita della bevanda (il “mescitore”) è una figura importante nel gruppo, ed è identificato con il dio Bol; durante la preparazione della bevanda, egli pronuncia un lungo incantesimo attraverso il quale chiama a raccolta tutti gli spiriti degli animali e delle piante velenose, affinché questi benevolmente rilascino ciascuno un poco dei loro veleni nella giara del balché, in modo da fortificarla. “Quando arriva il giorno della cerimonia, si deve offrire l’“anima” del balché agli dei. Questa è portata in una brocca di ceramica nella casa degli dei. Questi, in forma di ciotola per incensi di ceramica, vengono collocati sul terreno. Viene usata una foglia di palma per dare ad ogni dio e ad ogni dea un sorso della bevanda. Dalle ciotole degli dei sul terreno l’anima della bevanda sale in cielo, dove si manifesta come una bevanda che inebrierà gli dei” (Rätsch 2005, p. 723).

Dopo che gli dei hanno bevuto l’“anima” della bevanda, gli uomini posso iniziare a bere il resto del balche’, il suo “corpo”. Verso sera il mescitore con una conchiglia emette un suono di richiamo della collettività, la quale si ripartisce inizialmente in due gruppi, gli uomini si incontrano nella “casa degli dei” – una capanna cerimoniale – e le donne nella cucina cerimoniale. Tutti si riuniscono quindi nella “casa degli dei”, dove il mescitore assegna a ciascun un posto nel cerchio attorno alla giara di balché; quindi egli mesce la bevanda in speciali tazze facendo attenzione a versarne la medesima quantità in ciascuna tazza, aiutandosi con un misurino. Terminata la mescita dell’ultima tazza, bevono tutti contemporaneamente, e questa modalità si ripete per numerose volte nelle ore che seguono, sino a conseguire l’assunzione di 10-20 litri di balché da parte di ciascun partecipante. La cerimonia termina con l’esaurirsi delle scorte di balché, e a questo punto i partecipanti cadono in un lungo e profondo sonno, al cui risveglio riferiscono di percepire una coscienza lucida e un corpo purificato.

La cerimonia del balché è intrapresa in diverse occasioni della vita quotidiana, in particolare come preghiera rivolta agli dei per la guarigione di un malato, l’ottenimento di un buon raccolto, o anche semplicemente per “assetare gli dei”.

Fra i Lacandoni l’albero del balché viene coltivato. Essi preparano la bevanda in speciali canoe di mogano, dove lasciano fermentare la miscela per due o tre giorni. Da 2 a 10 pezzi di corteccia, ciascuno lungo 1 metro e largo 20 cm, sono aggiunti a circa 180 litri d’acqua. Rätsch (2005, p. 724) ha anche provato personalmente l’effetto del balché, riportando le seguenti considerazioni:

“L’effetto del balché non è come quello della birra o del vino o altro inebriante a noi noto. Il balché non è allucinogeno. Il suo effetto è più propriamente di tipo empatogeno. La coscienza diventa euforica, la percezione più acuta, i muscoli rilassati. Dosi molto forti (20 litri) hanno effetti analgesici e narcotici. Gli effetti sull’umore sono particolarmente pronunciati. La gente ha i crampi per le risate e prova sensazioni sentimentali e di affabilità. Con l’aumento dell’effetto, le eventuali sensazioni aggressive si dissolvono.”

Va notata la stridente contraddizione fra l’affermazione di Rätsch (2005, p. 325) che la corteccia del balché deve essere raccolta fresca per metterla nella soluzione di acqua e miele, a tal punto che “più fresca è la corteccia, più potente sarà il balché”, con ciò che è riportato da tutti gli altri autori, antichi e moderni, e cioè che la corteccia deve essere ben secca (vide supra). In una comunicazione il medesimo Rätsch (1992, p. 24) specifica che vengono utilizzate sia cortecce fresche che cortecce già usate in precedenza, sulla cui superficie sarebbero presenti colonie di lievito che, nel riprodursi, trasformerebbero gli zuccheri del miele in alcol, con conseguente dissolvimento dei principi attivi della corteccia nel liquido.

Infine, è  stata recentemente raccolta una leggenda tramandata nella regione di Valladolid, nello Yucatan, dove il balché ricopre un ruolo protagonista della vicenda, insieme a un’enigmatico seme:

C’erano una giovane molto bella e due uomini entrambi innamorati della ragazza; uno era un guerriero e l’altro un potente capo. La ragazza corrispondeva l’amore del guerriero, ma entrambi temevano l’uomo potente. Per potere stare insieme, fuggirono nella profondità della foresta e un giorno, in un albero chiamato baalche’, trovarono api e miele. Dopo aver bevuto il miele lo misero in un secchio e si addormentarono. Durante la notte cadde la pioggia, si alzò il vento e caddero semi di una pianta nel miele, e magicamente il liquido si convertì in qualcosa di squisito che la coppia bevve all’alba per consolarsi. Fu allora quando il capo li trovò e li circondò con il suo esercito. Ma, dopo aver provato il nettare, questi ne fu così impressionato che permise alla coppia di vivere il loro amore (Quentanilla & Eastmond, 2012, pp. 271-2).

Quel seme che cade nel balché è molto probabilmente il seme allucinogeno dello xtabentún, Turbina corymbosa – l’ololiuhqui degli antichi Aztechi (si veda I semi “parlanti” dei Messicani)-, e ciò sarebbe un’ulteriore testimonianza del fatto che anticamente – e forse segretamente ancora oggigiorno – il miele con cui veniva preparato il balché era fabbricato da api melipone che si cibavano esclusivamente di nettare di fiori di questa pianta, diventando per questo inebriante (si veda Mieli inebrianti).

xtabentun

Bottiglie del liquore moderno yucateco Xtabentun

Curiosamente, oggigiorno nello Yucatan viene prodotto e commercializzato un liquore a base di miele e di anice, chiamato Xtabentun, cioè con il nome tradizionale maya con cui è chiamata la pianta della Turbina.

La biochimica e farmacologia del balché non è ancora stata chiarita. E’ possibile che dei composti stilbeni prelinati ritrovati nella corteccia, chiamati longistiline, possiedano attività psicoattiva e ricoprano un ruolo importante nell’effetto cumulativo della bevanda; ma gli studi in merito restano scarsi (si veda Delle Monache, 1979).

 

Si vedano anche:

 

ri_bib

BARRERA VÁSQUEZ A., 1948, El libro de los libros de Chilam Balam, Fondo de Cultura Económica, México.

BERNARD MENNA I. ALICE, 2004, Las bebidas sagradas mayas: el balché y el saká, Gazeta de Antropología, vol. 20.

DELLE MONACHE FRANCO, 1979, Contributo allo studio del balché, il vino rituale dei Maya, in: AA.VV., Simposio internazionale sulla medicina indigena e popolare dell’America Latina, 12-16 Dicembre 1977, Istituto Italiano Latino Americano, Roma, pp. 249-253.

GONÇALVES DA LIMA OSVALDO, 1986, El maguey y el pulque en los Codices Méxicanos, Fondo de Cultura Económica, México.

GONÇALVES DA LIMA OSVALDO, 1990, Pulque, balché y pajauaru en la etnobiología de los alimentos fermentados, Fondo de Cultura Económica, México.

GONÇALVES DA LIMA OSVALDO, JOSÉ FRANCISCO DE MELLO & IVAN LEONCIO D’ALBUQUERQUE, 1977, Contribution to the Knowledge of the Maya Ritual Wine: Balche, Lloydia, vol. 40, pp. 195-200.

LANDA de DIEGO, 1983 (1566), Relazione sullo Yucatan, Edizioni Paoline, Roma.

MA’AX K’AYUM & CHRISTIAN RÄTSCH, 1984, Ein Kosmos im Regenwald: Mythen und Visionen der Lakandonen-Indianer, Diederichs, Cologne.

QUINTANILLA GARCÍA ALEJANDRA & AMARELLA EASTMOND SPENCER, 2012, Rituales de la x-táabentum (Turbina corymbosa) y de los mayas yucatecos, Cuilcuilco, vol. 19, pp. 257-281.

RÄTSCH CHRISTIAN, 1986, Balche’ – der Rausch der Götter, in: S. Höhle et al. (Eds.), Rausch und Erkenntnis – Das Wilde in der Kultur, Knaur Taschenbuch, Munich, pp. 90-94.

RÄTSCH CHRISTIAN, 1986b, Heilige Bäume und halluzinogene Pflanzen, in: C. Rätsch (Ed.), Chactun – Die Götter der Maya, Diederichs, Cologne, pp. 213-236.

RÄTSCH CHRISTIAN, 1992, Their Word for World is Forest: Cultural ecology and religion among the lacandone Maya Indians of Southern Mexico, Jahrbuch für Ethnomedizin und Bewusstseinsforschung, vol. 1, pp. 17-32.

RÄTSCH CHRISTIAN, 2005, The Encyclopedia of Psychoactive Plants, Park Street Press, Rochester, Vermont.

SAMORINI GIORGIO, 2012, Il pulque delle popolazioni messicane. Dalle origini ai periodi coloniali, Triana Ediciones, Sevilla.

SAMORINI GIORGIO, 2015, Mieli inebrianti, Erboristeria Domani, N. 390, pp. 56-61

THOMPSON J.S. ERIC, 1971, Ethnology of the Maya of Southern and Central British Honduras, Field Mus.Nat. Hist., Chicago.

THOMPSON J.S. ERIC, 1981, Maya history and religion, University of Oklahoma, Norman.

Un Commento

  1. Pubblicato dicembre 12, 2010 alle 8:28 pm | Link Permanente

    ottimo scritto. Sintetico, essenziale, chiaro. Complimenti

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