L’ordalia con la datura fra i Ba-Ronga del Sud Africa

The ordial with datura among the Ba-Rongas of South Africa

 

Le ordalie erano pratiche rituali piuttosto diffuse presso le popolazioni tradizionali, anche quelle occidentali, e avevano lo scopo di scoprire il responsabile di una colpa, in particolare la stregoneria. L’ordalia più decisiva e più drammatica consisteva nella “prova del veleno”, che veniva dato da bere all’accusato, il quale se soccombeva al veleno era considerato colpevole del crimine di cui era stato accusato. In diversi casi tutti i membri di un villaggio, uomini e donne, venivano sottoposti alla prova del veleno per smascherare i responsabili di azioni malefiche, ad esempio in occasione della morte di un capo-villaggio o capo-tribù, onde assicurarsi che il suo decesso non fosse stato frutto di stregoneria. Un’altra ordalia diffusa in Africa consisteva nell’istillare negli occhi dell’accusato alcune gocce di un liquido irritante, e il tipo di reazione – lacrimazione, arrossamento agli occhi, ed eventualmente cecità – era indizio del grado o meno di colpevolezza (per una rassegna delle ordalie africane si veda González Echeverría, 1984).
I veleni di queste ordalie sono generalmente fonti vegetali tossiche. In alcuni casi la fonte vegetale è un potente inebriante, e la prova consiste nel non manifestare segni di ebbrezza in seguito alla sua assunzione. In caso contrario l’individuo veniva considerato colpevole. Di seguito viene riportata la descrizione data da Henri Junod nel 1898 di una di queste prove a base di una pozione di datura, presso i Ba-Ronga del Sud-Africa, un sotto gruppo dei Tsonga.

Datura fastuosa

Datura fastuosa L. (Solanaceae)

Bere il mondjo (Datura fastuosa) è la prova finale alla quale può ricorrere qualunque persona accusata di stregoneria o di altro delitto, ad esempio l’adulterio; nel qual caso l’infuso viene amministrato all’accusatore e all’accusato, essendo colpevole colui che si ubriaca. Indire l’ordalia del mondjo per tutta la popolazione è di rigore in occasione della morte di un grande capo, e può essere decretato in qualunque momento da un capo regnante.
Quando si è deciso di sottomettere tutti i soggetti a questa prova, il capo comanda alla gente del paesino di Chihahou di preparare il mondjo. Questa gente forma un piccolo clan sulla riva destra del fiume Nkomati, non molto lontano dal mare, a nord del distretto di Manyica. La pianta del mondjo cresce ovunque nel territorio, ma è a Chihahou che è posseduta la ricetta per la preparazione del filtro; una ricetta molto complessa e delicata. Fra i vari ingredienti rientra un poco di grasso di un lebbroso morto da tempo e che è stato conservato per questa occasione, o anche una polvere di ossa calcinate del medesimo lebbroso.
Per essere certi che la pozione sia efficace, la gente di Chihahou la sperimenta su un certo individuo di nome Moudlayi. Quest’uomo è un capo, il “toro” di tutti gli stregoni della zona. E’ il più forte di tutti nell’arte dei malefici. Se il filtro produce in questa persona l’ebbrezza caratteristica per la quale i produttori di malefici vengono rivelati, si ritiene ottenuta la pozione con successo. Nel caso Moudlayi non ne resti inebriato, si farà dire al capo che la pozione non è riuscita, e si farà una nuova pozione sino a che non sarà efficace.
Preparata la pozione adatta, la gente di Chihahou si reca presso il consigliere che rappresenta gli interessi del loro paese, dove avviene una riunione mantenuta segreta. Vengono quindi inviati dei messaggeri fra i piccoli capi del distretto, dicendo loro di riunirsi in un dato luogo con tutta la loro gente.
Queste riunioni hanno luogo nelle vicinanze di un lago. Ogni uomo e ogni donna deve presentarsi in una lunga fila davanti ai detentori della pozione e bere un piccolo sorso tiepido del decotto da un particolare recipiente. Già in quel frangente qualcuno, assalito dal terrore, confessa “Nda loya” (“sono uno stregone”). Questi vengono riuniti in un posto appartato sotto a un albero. Gli altri, una volta bevuta la pozione, si siedono in fila sotto il grande solo del mezzogiorno. Hanno l’ordine di non muoversi, di non grattarsi e di restare totalmente immobili.
Moudlayi si mette a danzare di fronte ai loro occhi. Spalanca gli occhi poi fissa i bevitori di mondjo in maniera strana. Nella sua capigliatura è inserita una grande piuma che fa muove dall’alto in basso spostando la testa. Tutti lo guardano.
All’improvviso, ecco uno che si gratta le braccia. Suonando nella sua piccola trombetta e facendo nté-nté-nté, Moudlayi gli si avvicina e gli fissa la sua piuma sotto alla fronte. L’altro cerca di toglierla, ma colpisce l’aria accanto, davanti alla piuma. E’ incapace di prenderla. Ecco un altro un poco più lontano che manifesta i medesimi sintomi d’ebbrezza (popya). Moudlayi continua le sue andate e venute al suono della trombetta. Un terzo, un quarto sono vinti a loro turno. Vogliono alzarsi, si aggrappano alle erbe per aiutarsi, cadono a terra o si trascinano impotenti. Gli altri li evitano. Sembra che il mondjo arresti la salivazione presso tutti coloro che partecipano all’ordalia; ma fra i veri colpevoli questo fenomeno si accentua: le loro mascelle si bloccano. Vogliono parlare ma dicono solo bé-bé-bé-bé. Vengono portati sotto all’albero insieme agli altri colpevoli, dove sono guardati a vista dai consiglieri del capo, impedendo che i loro amici e parenti gli si avvicinino.
Viene quindi ordinato a tutti gli altri di alzarsi, e saltando sulle loro gambe devono correre con tutte le loro forze fino al lago e bagnarvisi. Qualcuno inciampa durante la corsa, cade a terra, e vi resta, incapace di rialzarsi. Anch’egli è un baloyi (colpevole). Gli altri, quelli che hanno superato la prova del mondjo, vengono lasciati andare dopo aver ricevuto tre pizzichi di una certa polvere; essi ne gettano uno sotto alla spalla destra, l’altro sotto quella sinistra, e mangiano il terzo pizzico, e ciò per togliersi di dosso il sudiciume contrattato bevendo la pozione e in cui era stato messo del grasso umano.
Quanto ai colpevoli, la prova è certa, la pozione ha rilevato il loro carattere criminale. Vengono interrogati, e per ridar loro la capacità di parlare, viene versato nella bocca una tisana particolare fatta con un’erba chiamata tchéké, e vengono frizionati con le sue foglie sulle guance e su tutto il corpo. La saliva torna ad essere prodotta e possono nuovamente parlare, e confessano: “Si, ho mangiato la gente! Ho mangiato questo e quest’altro tizio. Ho ancora un poco della sua carne. Detesto questo tizio e vorrei ucciderlo, ma non l’ho ancora fatto. Getto dei sortilegi a quel mais per impedire che cresca, ecc.”. Vengono quindi fortemente rimproverati, e nei casi di delitti gravi possono subire la fustigazione o essere messi la bando.
Il mondjo viene impiegato in molti altri casi per provare la colpevolezza o l’innocenza di un individuo. Ad esempio, una donna accusata di adulterio da suo marito chiederà immediatamente di bere la pozione a base di datura. Se non manifesta alcun segno di ebbrezza, verrà dichiarata la sua innocenza. Anche in caso di accusa di furto si può ricorrere al mondjo. Bere il mondjo è una vera e propria istituzione giuridica temuta e rispettata da tutti.
Per meglio comprendere il valore di questa ordalia, si deve osservare che è ritenuto che gli stregoni malefici mangino la carne delle loro vittime e che abbiano una seconda vita di notte, durante la quale compiono i loro crimini in maniera inconsapevole. Abituati a mangiare la gente di notte, con l’ordalia del mondjo gli stregoni vengono obbligati a mangiare in pieno giorno un pezzettino di grasso umano, che è stato introdotto fra gli ingredienti della pozione, insieme alla datura. E’ per questo che non riescono a nascondere la loro ebbrezza (Junod, 1898, pp. 433-437). Quindi il vero e proprio “fattore ordalico”, quello che rende manifesta la colpevolezza di un individuo non è la droga psicoattiva – la datura – bensì il pezzetto di carne umana ingerita insieme alla pozione.

 

Si vedano anche:

Il rito di iniziazione femminile fra i Tsonga del Mozambico

Il Bori fra gli Hausa del Niger

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GONZÁLEZ ECHEVERRÍA AURORA, 1984, Invención y castigo del brujo en el África negra. Teorías sobre la brujería, Ediciones del Serbal, Barcelona.

JUNOD HENRI-A., 1898, Les Ba-Ronga. Étude ethnographique sur les indigènes de la Baie de Delagoa, Bulletin de la Société Neuchateloise de Geographie, vol. 10, pp. 5-500.

Un Commento

  1. Viva Maria Luisa
    Pubblicato giugno 6, 2015 alle 6:29 pm | Link Permanente

    Grazie per ogni nuova forma di comunicazione/ conoscenza che dai a noi “profani”

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