Il leba shay dell’Etiopia

The Ethiopian leba shay

 

 

Il leba shay era un’istituzione giudiziaria dell’impero abissino basata su una pratica divinatoria che veniva messa in atto ogni qualvolta si verificava un furto. Si basava sul fare assumere a un ragazzo una droga allucinogena vegetale per farlo entrare in uno stato di trance. Sotto l’effetto della droga, egli girava per il villaggio e di casa in casa alla ricerca del ladro, mimando l’atto di intrufolarsi come un ladro. A un certo punto incontrava il presunto ladro e lo colpiva con le mani o con le ginocchia; altrimenti, crollava a terra in una delle case visitate, esausto e in trance, e il proprietario di quella casa era considerato il responsabile del furto.

Al ragazzo di frequente veniva legato alla vita una lunga pezza di stoffa (mek’ enet), che era tenuta dall’altro capo da un adulto nominato leba shay teketay (“colui che segue il leba shay”). Quando il ragazzo era sotto l’effetto della droga, quest’uomo lo incitava dicendogli “Dires!” (“Raggiungi!), ed egli si metteva a cercare il ladro. Colui che lo seguiva, tenendolo legato alla lunga pezza di stoffa, lo doveva aiutare a superare gli ostacoli e a non fargli perdere il potere magico. Se doveva attraversare un ruscello, il ragazzo veniva preso sulle spalle, poiché si riteneva che il contatto con l’acqua riducessea l’efficacia della droga.

De Castro ha descritto in questo modo l’operato del giovane poco dopo avere assunto la “medicina”:

“Come un ossesso guizza in piedi dandosi a correre tutto sbuffante, con gli occhi fuori dell’orbita, rifacendo le mosse che avrebbe fatto il ladro, ed in senso inverso il cammino che questi avrebbe fatto per portarsi sul teatro del delitto: il capoccia a stento gli tien dietro reggendolo per un lembo della veste o per una lunga fascia attorcigliata alla vita del fuggente, perché questi, indemoniato, non conosce ostacoli di siepi spinose, di rocce aguzze, né pericoli di precipizi, e va diritto come un dardo, dove vuole, finché verrà a capitare in una casa qualunque, mettendo la mano sul presunto ladro che picchierà di santa ragione, costringendolo così a sottoporsi, per volontà popolare ed acquiescenza dei capi, a tutte le conseguenze dell’accusa: il giovinetto compiuto l’incosciente suo ufficio, cade in un profondo sonno che dura varie ore” (De Castro, 1911, p. 431).

Si riteneva che il ladro avesse un certo potenziale di risposta e di difesa dall’azione del leba shay; ad esempio, egli era a conoscenza del fatto che l’acqua era d’ostacolo al ragazzo, e quindi aveva l’accortezza di lavarsi in un fiume, oppure correva verso un precipizio facendo finta di buttarsi giù, o saliva su un albero e con una corda mimava l’atto di appendervisi. In tal modo il ragazzo avrebbe cercato di fare questi gesti pericolosi, e veniva fermato dal fare ciò, rendendo quindi vana la sua ricerca (Walker, 1933, p. 161).

Il termine amarico leba shay (o leba sha) ètraducibile con “cercando il ladro”. Era un’istituzione ereditaria da padre in figlio, sebbene la persona responsabile della pratica del leba shay non fosse il ragazzo, ma un adulto, chiamato leba shay at’ ech’i (“colui che somministra la droga del leba shay”). Il ragazzo di fatto era uno schiavo o il figlio di una persona povera, ed era comandato dall’adulto che gestiva l’istituzione del leba shay. Sembra che nella pratica del leba shay fossero coinvolte almeno tre persone: il ragazzo (leba shay), colui che somministrava la droga (leba shay at’ ech’i), e colui che seguiva il ragazzo (leba shay teketay).

Il ragazzo aveva mediamente 10-15 anni d’età, doveva essere vergine, e doveva appartenere solamente a determinati gruppi etnici (principalmente Wolayta, Gimirra, Oromo). Egli subiva un addestramento che durava da sei mesi a un anno, durante il quale veniva abituato ad assumere la droga inebriante e a trovare dei tesori che il suo maestro nascondeva appositamente. Quando iniziava a trovarli senza sbagliarsi, era considerato pronto a svolgere il lavoro del leba shay. Dopo alcuni anni di attività, non era più adatto a questa pratica divinatoria, poiché si credeva che con il crescere perdesse le abilità divinatorie. Una volta adulto, si riteneva che rimanesse una persona debole, un ubriacone e un festaiolo, e che quando beveva non avesse forza e i suoi occhi si fissassero come quando prendeva la medicina del leba shay (Walker, 1933, pp. 159-160).

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Una rara fotografia del trio di individui che praticavano il leba shay: al centro il ragazzo, a sinistra colui che dava la droga, con la borsa della medicina al collo, e a destra il capo del gruppo (da De Castro, 1911, fig. 4, p. 432).

Seguendo le testimonianze dirette, Walker (1933, p. 157) riportava che la vittima di un furto si recava presso il “capo del leibā shāi”, lamentandosi e pregandolo – dopo avergli dato un poco di denaro – di dargli il ragazzo per trovare il responsabile del furto. Insieme al giovane il derubato si recava quindi dal Chiqā Shūm, cioè dall’ufficiale distrettuale, il quale si occupava di montare una tenda dove veniva segregato il ragazzo in attesa della prova. Giunta la sera, l’inserviente del capo del leibā shāi giungeva insieme a un testimone, faceva sedere il giovane e:

“prendendo la medicina dalla borsa, la mescola con del latte e la da da bere al ragazzo. Quindi, riempendo una pipa con tabacco, vi mette sopra un’altra medicina e collocandovi sopra una brace la da da fumare al ragazzo. La prima medicina che aveva tirato fuori dalla borsa è come una farina rossa fine; la seconda è come letame secco nero o tabacco grezzo. Fumato un poco, il ragazzo collassa come un uomo ubriaco e si sdraia. Quindi il Chiqā Shūm passa per tre volte attorno alla testa del ragazzo una corta bacchetta magica gialla e lo colpisce per tre volte, intonando la parola “Diras!” Così il ragazzo, alzandosi con gli occhi fissi, barcolla qua e là come un ubriaco, oppure svolazza come un uccello alato, con tutti che lo seguono. Il Chiqā Shūm tiene in mano una fascia che è legata alla vita del ragazzo, e quando arrivano dove c’è dell’acqua, egli (o il testimone o l’inserviente) prende sulle spalle il ragazzo, per non fargli toccare l’acqua e contaminarlo. Se vedono animali sulla strada, il ragazzo potrebbe corrergli incontro, ma il Chiqā Shūm lo afferra con le braccia sino a che gli animali non saranno passati (..) Se c’è una riunione di uomini e il ladro è fra di loro, il ragazzo girerà attorno al cerchio di uomini, i quali stanno seduti impauriti, e batte con le ginocchia ciascuno mentre passa. Quando passa dal ladro, gli sussurrerà dolcemente come fa un ladro al suo complice e gli girerà attorno per tre volte e lo colpirà con il suo ginocchio e sbuffando e soffiando e alla fine cadrà sul suo collo e lo afferrerà. Così gli uomini sapranno chi è il ladro e lo prenderanno. Quindi l’inserviente del capo del cercatore di ladro alza il ragazzo prostrato e lo porta fuori e lo copre e gli da del pane e della birra per farlo vomitare e curarlo” (Walker, 1933, pp. 157-8).

In un’altra testimonianza, un ufficiale abissino, stanco di subire dei furti, convocò il lebacha, e fece riunire davanti alla sua casa tutti i soldati, i domestici, gli abitanti del villaggio, gli schiavi, le donne e i bambini. Fatto ingerire la droga, il ragazzo si mise a girare in mezzo ai presenti, e a un certo punto imitò le azioni di una donna, come andare a prendere l’acqua al fiume, filare del cotone, ecc., e da ciò si comprese che il ladro era una donna. Poco dopo il ragazzo si precipitò con sicurezza verso una donna, la scosse e la indicò come la responsabile dei furti (Vanderheym, 1896, p. 111).

Questa pratica fu particolarmente impiegata nel periodo 1890-1930 nei territori abitati dagli Aari, nell’Etiopia sudoccidentale (regioni del Sud e del Nord Omo). Di quest’istituzione dell’Impero Abissino ne fu fatto certamente un grande abuso da parte dei coloni militari, con lo scopo di disintegrare il sistema sociale degli Aari, che erano usciti sconfitti dal confronto bellico con gli Abissini. La sottomissione degli Aari aveva comportato l’instaurazione di un pesante sistema tributario a favore dei vincitori, e la frequente impossibilità di assolvere a questo onere comportava la schiavitù di qualche membro della famiglia dell’insolvente. A rendere ancor più pesante il sistema di oppressione sociale operato dagli Abissini nei confronti degli Aari v’era l’incontrollato abuso del leba shay.

L’istituzione del leba shay era anche soggetta a corruzione; ad esempio, il ladro poteva corrompere il capo del leba shay, e questi dava al ragazzo solamente del carbone o della farina rossa che potesse sembrare la medicina, rendendolo quindi incapace di trovare il ladro (Wakler, 1933, p. 159). Da ciò si evincerebbe una forte credenza nelle capacità di trovare realmente il ladro con questa tecnica divinatoria.

Per evitare gli eccessi e gli abusi di questa pratica, sembra che a un certo punto fosse stato istituito dal governo una regolamentazione della pratica del leba shay, che stabiliva un massimo monetario di rinumerazione degli operatori, e delle sanzioni nei confronti di chi accusava degli innocenti (Fisher, 1971, p. 724).

Un mito d’origine del leba shay riporta di come un uomo di nome Gultu, che viveva nel regno di Amhayes, scoprì questa tecnica e di come divenne il capostipite dei “cercatori di ladri”: una volta fu perso del denaro, e Gultu bevette la droga e afferrò una mucca. Quando la mucca fu macellata, nel suo stomaco fu trovato il denaro perduto. Da allora Gultu usò quella droga per scoprire le cose perdute (Walker, 1933: 158-9). E’ opportuno considerare come lo scopo originario, confermato dal mito d’origine, riguardasse il ritrovamento di oggetti smarriti, e probabilmente solo in un secondo momento, quando questa pratica divinatoria fu adottata dalla corte abissinica, fu indirizzata alla ricerca della refurtiva, e quindi dei responsabili dei furti; in altre parole, l’istituzionalizzazione della pratica magico-divinatoria comportò la sua trasformazione in strumento di potere giuridico.

Venivano tramandati alcuni aneddoti circa i poteri magici del leba shay, molto probabilmente con lo scopo di legittimare il suo impiego istituzionale. Si raccontava, ad esempio, che l’imperatore Menelik II un giorno volle mettere alla prova il liebescià (come veniva trascritto in italiano la parola leba shay),  e nascose un anello nella sua veste regale; quindi disse che gli era stato rubato l’anello e chiamò il liebescià per fare trovare il ladro. Il ragazzo, dopo aver bevuto la pozione inebriante, si diresse verso l’imperatore e si accasciò in stato di trance ai suoi piedi, dimostrando che il responsabile del furto era il medesimo imperatore (Gana, 1941, p. 69).

Secondo De Castro (1911, p. 431) il liebascia fu importato in Etiopia dalla regione meridionale del Caffa. Secondo Pollera (1940, p. 128) sarebbe di origine Oromo, e adottato dai capi Scioani ed Amhara. Naty (1994, pp. 266-7), osservando che il tabacco, la cannabis e lo stramonio – le tre droghe vegetali supposte impiegate nella pratica del leba shay – non sono droghe autoctone e che furono importate in Africa, ha suggerito che tale pratica fosse straniera, eventualmente portata dai Portoghesi che giunsero in Etiopia alla ricerca del Prete Gianni. La leggenda del Prete Gianni, che riguardava la supposta esistenza di una figura regale cristiana che regnava in territori lontani dall’Europa, in Asia o in Africa, portò diversi Europei, fra cui i Portoghesi, a cercarlo ovunque, dall’India al Sud Africa. Ci fu un momento in cui i Portoghesi ritennero di averlo identificato con l’imperatore dell’Abissinia. Naty corre un poco con la fantasia ipotizzando che i Portoghesi facessero uso della pratica del leba shay per trovare le ricchezze del Prete Gianni, e che in tal modo potrebbero essere stati i responsabili dell’importazione di questa pratica divinatoria in Etiopia, prontamente adottata dall’Impero abissinico. Il leba shay è una pratica divinatoria tipicamente africana, difficilmente elaborata da Portoghesi cristiani; è nota l’acerrima avversione e condanna da parte del Cristianesimo dell’impiego dei vegetali inebrianti, così come l’interpretazione cristiana demonica dei loro effetti sulla mente umana.

Circa la natura della droga data al ragazzo, quasi certamente si trattava di una datura, come dimostra il contesto geografico e culturale in cui era già attestato l’impiego di questo genere di piante per scopi giudiziari o comunque per le sue riconosciute proprietà “confessionali”.

Durante il periodo coloniale italiano, nel ventennio fascista, nel corso degli studi sulla presenza dello stramonio nel Corno d’Africa, ricercatori italiani vennero a conoscenza della credenza etiope chei semi di stramonio, messi sotto il cuscino, fanno dire in sogno la verità ai dormienti. Un termine etiope dello stramonio è melatalef, che significa “far parlare per forza, ottenere una confessione forzata”. Nei territori etiopi di lingua tigrai il nome dello stramonio è serrelrat, dalla radice scerat, “senzadenti”, e significa “parlare senza denti”, cioè “parlare fuori dei denti”, evidentemente per via dell’impossibilità di trattenere ciò che realmente si pensa sotto effetto della datura (Rovesti & Veneziani, 1940). Anche un altro comune nome etiope delle dature, astänager, che letteralmente significa “che aiuta a parlare”, rimanda agli effetti logorroici ed “esternanti” di queste piante (Lemordant, 1981).

Un’importante testimonianza fu riportata dall’avvocato Felice Ostini, che fu Consigliere presso la Corte Suprema Eritrea: egli riferì di un processo giuridico svoltosi in Eritrea negli anni ’40, e di cui egli prese la difesa dell’accusato; questi era un mago di Asmara, nativo del Sudan, che fu processato con l’accusa di un triplice omicidio avvenuto ad Agordat, dove si era recato con le parti lese di un furto, con lo scopo di scoprire gli autori del furto. Il mago somministrò una pozione, a mo’ di siero della verità, ad alcune persone che furono accusate di questo furto, le quali si sottomisero volontariamente alla prova; sebbene alcune di queste sotto effetto della pozione confessarono di essere gli autori del furto, tre individui perirono. L’autopsia dei cadaveri e l’analisi dei visceri evidenziarono come questi soggetti avessero assunto forti dosaggi di stramonio (Ostini, 1956, p. 44).

Anche in Senegal era e sembra essere tuttora diffusa una pratica investigativa coinvolgente la datura e adottata da particolari guaritori chiamati jabarkart e bilède presso i Toucouleur (sottogruppo etnico dei Fula). Questi guaritori sono specializzati nel liberare le vittime di un incantesimo (stregoneria) e procedono nel seguente modo: fanno assorbire alla vittima dell’incantesimo un decotto delle foglie di datura; nel corso del conseguente delirio, egli viene sottoposto a una serie incessante di domande per individuare il responsabile della sua malattia. La persona il cui nome è per primo pronunciato dalla vittima è considerato il responsabile dell’incantesimo, e questi normalmente, sentitosi accusato, accetta il verdetto. Tale pratica è impiegata anche per scoprire il responsabile di un furto. Si tratta di un impiego per scopi giudiziari insolito, dove il siero della verità non viene dato all’accusato del reato, ma alla vittima del reato, nella credenza che questi inconsciamente sappia chi è il responsabile del furto di cui è rimasto vittima (Tristan et al., 1986-87, p. 142). Questa pratica trova sorprendenti analogie con quella presente fra gli Zuñi del New Mexico (USA), dove il responsabile di un furto viene scoperto mediante l’impiego dell’aneglakya, la Datura inoxia (Samorini, 2012, p. 58).

Sempre in Senegal, la Datura metel è tutt’ora impiegata anche nel modo classico giudiziario, e cioè somministrandola alla persona accusata di aver commesso un reato: egli deve assumere il macerato o la polvere delle foglie fresche; cade quindi in uno stato simil-onirico e risponde alle domande circa le sue colpe, senza possibilità di mentire (Newinger, 2000, p. 171).

Con tutto ciò si evidenzia la forte probabilità che l’elemento vegetale chiave del meccanismo divinatorio del leba shay fosse una specie di datura, come del resto ipotizzato, se non quando affermato con certezza, dagli studiosi che si sono occupati di questa pratica divinatoria. Va aggiunta la considerazione che sembra accadessero casi in cui il ragazzo si precipitasse verso le fonti d’acqua per bere avidamente (Pollera, 1940, p. 129); un dato che deporrebbe a favore dell’assunzione di datura, in quanto è noto che uno dei suoi effetti collaterali è la secchezza alle fauci e una conseguente forte sete, che del resto la bevuta d’acqua non è in grado di soddisfare.

La pianta data al leba shay veniva ridotta in polvere, sciolta nel latte, e fatta assumere oralmente. E’ stato riportato anche che l’erba da ingerire veniva mescolata con il tabacco (Naty, 1994, p. 262), che si trattasse di una miscela di cannabis, stramonio e cat (Catha edulis) (De Castro, 1911, p. 431), o che oltre all’erba assunta oralmente il ragazzo doveva fumare un’altra erba, possibilmente la Cannabis, mescolata al tabacco (De Castro, 2011, p. 431; Walker, 1933, p. 158). V’è la possibilità che in più casi l’identificazione botanica della droga venisse riportati intenzionalmente in maniera confusa e ambigua, per occultare la vera pianta impiegata nel leba shay, e in altri casi per occultare l’impiego voluttuario illecito della cannabis con l’accorgimento di nominare questa con il medesimo termine popolare (es’ä fars) con cui era chiamata la datura, quest’ultima non essendo sottoposta a divieto legislativo (Lemordant, 1980). De Castro riportava che il farmaco impiegato nel leba shay era tenuto segreto e che era monopolizzato da poche famiglie che se lo tramandavano, insieme al mestiere, di padre in figlio (De Castro, 1911, p. 431).

La notorietà del leba shay e della sua efficacia nel trovare i responsabili dei furti raggiunse l’Europa, al punto che nel 1904, in una nota del British Medical Journal, questa pratica fu suggerita e portata all’attenzione della polizia londinese, Scotland Yard (Redazione, 1904).

L’istituzione del leba shay persistette sino all’occupazione coloniale italiana. Sembra essere stato l’imperatore Haile Selassie, quando ancora era reggente dell’Impero Abissinico, a proibirla su tutto il territorio nazionale, nel corso della sua politica di modernizzazione dello stato etiope (Naty, 1994, p. 269).

 

Si vedano anche:

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DE CASTRO LINCOLN, 1911, Criminali, giudici e tribunali etiopici, Bollettino della Società Geografica Italiana, vol. 48, pp. 426-443.

FISHER Z. STANLEY, 1971, Traditional criminal procedure in Ethiopia, American Journal of Comparative Law, vol. 19, pp. 709-746.

GANA LEONARDO, 1941, Usi e costumi nelle terre dell’Impero, 2° edizione, Vallecchi, Firenze.

LEMORDANT DENIS, 1980, Cannabis et Datura en Ethiopie, Journal d’Agriculture Traditionnelle et de Botanique Appliquée, vol. 27, pp. 133-152.

LEMORDANT DENIS, 1981, Plantes toxiques d’Ethiopie, Fitoterapia, vol. 52, pp. 99-127.

NATY ALEXANDER, 1994, The thief-searching (Leba Shay) institution in Aariland, Southewest Ethiopia, 1890s-1930s, Ethnology, vol. 33, pp. 261-272.

NEUWINGER D. HANS, 2000, African traditional medicine, Medpharm, Stuttgart.

OSATINI FELICE, 1956, Trattato di diritto consuetudinario dell’Eritrea, S.A. Corriere Eritreo, Asmara.

POLLERA ALBERTO, 1940, L’Abissinia di ieri. Osservazioni e ricordi, Scuola Tipografica Pio X, Roma.

REDAZIONE, 1904, Hypnotism in Abyssinia, British Medical Journal, p. 96.

ROVESTI P. & F. VENEZIANI, 1940, Ricerche sperimentali su alcune droghe medicinali dell’Impero. 7. Le foglie ed i semi di stramonio dell’A.O.I.Riv. EPPOS, vol. 22, pp. 37-42.

SAMORINI GIORGIO, 2012, Droghe tribali, Shake, Milano.

TRISTAN MICHAEL, ALAIN LAURENS & OMAR SYLLA, 1986-87, Les Daturas. Activité psychodysleptique et toxicomanie, Psychopathologie Africaine, vol. 21, pp. 137-153.

VANDERHEYM J.-C., 1896, Une expédition avec le Négous Ménélik. Vingt mois en Abyssinie, Librairie Hachette, Paris.

WALKER C.H., 1933, The Abyssinian at home, Sheldon, London.

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