Il culto dei crani

The skulls’ cult

 

Il culto dei crani o Byeri era presente fra i Fang da molto tempo prima dell’ondata migratoria ch’essi intrapresero vero la fine del XIX secolo. Eppure si conoscono scarsi accenni a questo culto in alcune testimonianze della fine dell’Ottocento.1

I crani, privati della mascella inferiore, e/o frammenti di cranio, erano custoditi in un recipiente. Questo, fatto di scorza e frequentemente in forma cilindrica, era chiamato nsoke-malan, ngū,m2 o nsekh ô Byéri (Perrois, 1979: 298).

 

I crani e i frammenti ossei erano posti nel fondo del reliquario, in mezzo ad altri elementi magici, fra cui pezzetti di scorza di Copaifera sp. (fam. Leguminosae) – antica dimora degli spiriti – e di frammenti di ndžīk,3 tutti dipinti con la polvere rossa ba (padouk); il reliquario era quindi riempito di foglie secche di banano.4 Oppure, seguendo Perrois, ad ogni occasione rituale l’officiante del byeri diffondeva nel reliquario segatura di ba, foglie della felce nzen, olio di palma (ji) e il sangue dei sacrifici animali associati al rito. Le ossa potevano essere decorate con incrostazioni di perle di vetro, bottoni di camicia (commercializzati in Africa con il nome di pacotille), anelli di rame, ecc. Nei reliquari potevano trovar posto anche delle collane o dei braccialetti in rame o ferro, a volte “corna delle medicine” e un cucchiaio di legno destinato alle libagioni rituali (Perrois, 1979: 298).5  

Scatola del Byeri, nsoke-malan (Raponda-Walker & Sillans 1961(1995), Fig. 80)

Sopra alle scatole del byeri venivano installate una o due sculture antropomorfe. Numerosi studiosi sono concordi sul fatto che uno degli scopi principali di queste statue era quello di intimorire e tenere lontano i curiosi, per evitare che occhi indiscreti osservassero il contenuto delle scatole, il vero oggetto di culto (Raponda-Walker e Sillans, 1961: 235). “Le scatole del Byeri hanno due dimensioni differenti, a seconda che si tratti di scatole non trasportabili o trasportabili. Le prime, destinate a restare in un angolo della casa, misurano 50-60 cm d’altezza e 30 cm circa di lunghezza, compreso il coperchio; le seconde, a volte munite di cordicelle per agevolarne il trasporto, misurano 30-40 cm d’altezza su 20-25 cm di larghezza. E’ sui coperchi di queste scatole che i Fang installano le statue” (id. 1962: 151). Le statue in legno del Byeri possiedono un valore artistico significativo, sono oggetto di studio e sono ricercate e conservate presso musei etnografici sparsi in tutto il mondo (cfr. Perrois, 1968/69, 1992). Tessman riportava:

«Queste figurine si chiamano biâ,n; esse non rappresentano una persona precisa. In tutti i casi, anche se non hanno un significato puramente estetico, servono a ingannare, sembra, i non iniziati, soprattutto le donne curiose. Questi potrebbero esaminare il contenuto del barile, ma le figurine fanno loro credere che non vi sia nulla dentro. Per le donne come per tutti i non iniziati, barile e figure sono intoccabili, ma gli iniziati danno poca importanza [alle figure]. Di fatti, i Pahuin6 possono vendere ai Bianchi desiderosi le figure di legno, ma non venderanno mai il barile con il suo contenuto. Le figurine assumono diverse forme. Le più antiche sembrano essere delle teste semplici attaccate al barile per mezzo di un gambo più o meno lungo. Più tardi sono state fate delle mezze-figure e infine delle figure intere» (Tessman, in Laburthe-Tolra et al., 1997: 285).

Perrois (1985: 143-4), al contrario di Tessmann, ritiene che i due tipi di statue del Byeri, quello con la sola testa umana e quello con l’uomo in piedi, siano coesistite sin dalle origini del culto. Sempre Perrois (1979: 300) afferma che la statua “non è che il supporto materiale dell’idea che ci si fa’ degli antenati. Serve a ricreare l’immagine dei morti e a dar loro una specie di vita simbolica”.

Secondo Tessman, l’antico culto degli antenati utilizzava esclusivamente i crani dei parenti vicini, in primo luogo del padre, poi della madre, infine dello zio paterno, ecc. Alcune settimane o alcuni mesi dopo la sepoltura, i crani venivano esumati e puliti (Laburthe-Tolra et al., 1997: 285). Il cranio era dipinto con polvere rossa ottenuta dal legno di padouk (ba) e conservato in un contenitore (nsek byer, “scatola del byeri”), sormontata da una statua. Il numero di crani contenuti nello nsek byer era la prova dell’antichità del lignaggio, dava privilegi all’interno della tribù, procurando autorità e ricchezza. Gli sconvolgimenti sociali a cui sono andati incontro i Fang verso la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento hanno frammentato e decentralizzato il “potenziale osseo” del Byeri. Agli inizi del XX secolo solo alcuni capi molto potenti conservavano ancora 15-20 crani. Tutti gli altri ne possedevano solamente 4-5 o anche dei soli frammenti (Perrois, 1979: 298). Secondo Nguema-Obam (1983: 40), molto probabilmente il Byeri fu inizialmente proprietà della tribù (ayong), poi del clan (mvok), in seguito del villaggio e finalmente dello nda-é-bor, la grande famiglia fraterna patriarcale. Durante quei tempi la custodia del byeri era affidata a un solo individuo, mbagle byer. Da questa funzione erano escluse alcune persone, quali le donne e i ricchi. Per Perrois (1979: 298) l’officiante vero e proprio era il capo famiglia (ésa), gli altri adulti del clan erano dei semplici iniziati. Un tempo egli conservava la scatola del Byeri in una piccola casa, installata in disparte dal villaggio. I crani appartenevano generalmente ad antenati maschi del clan; a volte si trattava di ossa femminili, di una maga di fama, o di una madre di famiglia particolarmente prolifica, divenuta di fatto capo famiglia. Alla creazione di un nuovo villaggio da parte di un cadetto della famiglia, il nuovo Byeri era costituito da alcuni frammenti della reliquia dell’ésa del clan. Il primo cranio intero a entrare nel nuovo reliquario era quello del fondatore del nuovo villaggio.

Fernandez (1982: 256) riporta che i crani, come gli antenati da questi rappresentati, perdevano la loro identità e il loro potere dopo numerose generazioni e venivano tolti dalle scatole del Byeri e seppelliti nuovamente.

Attorno al Byeri si svolgevano numerose cerimonie propiziatorie, di divinazione e di purificazione. Il Byeri era consultato prima di qualunque azione importante: nella caccia e nella pesca, prima di intraprendere un viaggio, nella scelta di un terreno per la costruzione di un nuovo villaggio, nelle malattie, nella guerra. “Quando si desidera ottenere i favori del byer, si uccide un animale domestico. Si va a trovare il guardiano del byer, precisando i motivi della richiesta. Il byer era, per i Fang, il garante del mondo vivente. Rendeva le donne feconde, donava la ricchezza, assicurava il successo in guerra, nella caccia, proteggeva i guerrieri, vegliava sugli individui. In una parola, la società fang era inconcepibile senza il byer. Non v’era realtà superiore a questo” (Nguema-Obam, 1983: 41-2). Édouard Trézenem, che studiò i “Pahouin” (Fang) negli anni ’30, riportò che “tutti i Pahouin che abbiamo interrogato affermano che le predizioni fatte alla gente inebriata di alan, attraverso il byeri, si sono sempre realizzate” (Trézenem 1936: 75).

Riguardo alla tipologia dei riti del Byeri, Fernandez puntualizza come segue:

«Il culto degli antenati era anche un’associazione di opposti. I rituali del Byeri erano di due tipi: l’iniziazione di nuovi membri e il ristabilimento della benevolenza degli antenati negli affari del villaggio. Il primo si chiamava adzi malan (“mangiare malan”) o aki malan (“cadere sotto l’influenza del malan”). Il secondo era chiamato variamente akôm adzal (“preparazione del rafforzamento del villaggio”), akôm Bieri (“preparazione del rafforzamento del Byeri”), o akulu malan (“la venuta del malan”). Le figure dei reliquari erano chiamate “bambini della medicina” (mwan biang) o semplicemente “figure del Byeri” (eyima Bieri)» (Fernandez 1982: 256).

Perrois riporta:

«Per le cerimonie propiziatorie, legate alla caccia, si servivano anche di crani di animali: pantera, antilope, gorilla. I crani domandavano di essere “nutriti” ad ogni seduta di culto con il sacrificio di un pollo o di una capra o l’offerta di un pezzo di selvaggina. L’officiante versava il sangue sul cranio. Le donne preparavano anche il cibo abituale del villaggio: manioca e banane… L’officiante usciva in seguito dalla casa del Byéri per lasciare che gli antenati se ne approfittassero in maniera immateriale delle offerte che erano state fatte loro. Il giorno successivo, gli iniziati venivano a cercare il cibo per mangiarlo ritualmente. Non è che la notte seguente che uno degli iniziati poteva vedere in sogno la soluzione del problema posto dalla comunità al Byéri, spesso sotto l’influenza della droga alan» (Perrois 1979: 298).

Tessmann7 riportava una credenza fang che vedeva un’associazione magico-simpatica fra il fatto che i crani sono riuniti insieme nelle scatole del Byeri e il fatto che le foglie dell’arbusto dell’alan sono tipicamente riunite sulle cime dei rami. A distanza di quasi un secolo dalla testimonianza di Tessmann, nel corso delle mie indagini sul campo in Gabon ho anch’io ascoltato questa associazione-interpretazione datami da alcuni kombo (officianti buitisti) fang appartenenti alla vecchia setta Disumba, nei dintorni di Ntoum (Samorini, 2002-3). Lo stesso termine “malan” avrebbe il significato di “riunire” ed entrerebbe in un gioco di risonanza verbale con la parola “melan”, che è il plurale di alan, la pianta psicoattiva del culto del Byeri.

I Beti del Camerun, vicini geografici e razziali dei Fang, avevano adottato il culto del Byeri di questi ultimi, prima della conversione in massa al Cattolicesimo.

Presso i Beti, come fra i Fang, l’iniziazione al Malan si collocava nella sfera rituale del So, un lungo e complesso rito di passaggio alla vita adulta (si veda Il grasso dell’antilope So). Durante la preparazione del cranio del defunto, per trasformarlo in reliquia, esso veniva fatto macerare insieme a certe scorze come quelle di asie,8 lasciandovi ciò che v’era rimasto di pelle, carne, cervello: “si diceva che la marmitta aveva tutta la sua forza quando la decomposizione era al massimo. Vi si immergevano allora delle corna che servivano da amuleto per gli iniziati” (Laburthe-Tolra, 1985: 339). Le statue del Byeri erano scolpite dai Beti con legno di ekug.9 Non sono pochi gli odierni buitisti maschi che sono o sono stati iniziati alla forma moderna del Byeri, passando attraverso l’esperienza dell’alan. Swiderski ha registrato un’interessante testimonianza da parte di un buitista circa il suo rapporto con il culto del cranio del suo antenato:

«Per avere il cranio, si è spesso avvertiti direttamente o in un sogno, a volte ancor prima della morte del padre o della madre: “Dopo la mia morte, prendi la mia testa e custodiscila!” Uno o due anni dopo la morte, il più spesso, il morto appariva in sogno a colui che doveva essere il possessore di questa reliquia e gli manifestava la volontà di “ritornare al villaggio”. Per lavarlo [il cranio] abbiamo preso le seguenti piante:

elôn – deve lavare il cranio da tutti i suoi peccati (peccati del cranio), mi deve proteggere contro tutti i mali.

even – deve garantire la mia forza virile.

adzem – per aprire “il buon cammino della vita”.

edum – per rinforzarmi e rendermi duro, come è duro questo albero edum, contro tutti i mali. Quest’albero (il cui tronco è molto spinoso e di odore specifico) mi deve difendere.

angun – mi deve benedire. E’ la prima pianta, ancora prima della pianta mian, che Dio creò sulla terra.9

Quando laviamo il cranio, gli parliamo: “Noi ti laviamo bene, allora resta con noi per sempre, benedicici, proteggici e assicuraci contro tutti i mali! Ecco il pollo per te, ecco il forte [superalcolico] e il denaro per te!”. Si mette quindi il denaro sotto il cranio e si versa un poco di forte attorno al cranio nelle quattro direzioni. Dopo abbiamo preparato il pollo e l’abbiamo mangiato. Dopo il pasto ho chiuso questo cranio in un vaso e l’ho deposto sotto il mio guanciale. Sotto il cranio ho depositato un piatto con del denaro. Ben certo, la mia donna non deve sapere il luogo dove si trova il cranio. Estraggo il cranio solo alla fine dell’anno per lavarlo» (Swiderski 1990-91, I: 65-6).

A seconda delle credenze, le scorze e le foglie di certi alberi così come le piante scelte secondo il loro profumo, le loro proprietà medicinali e le loro proprietà spirituali, macerate in una bacinella bianca, servono per il bagno rituale. Oltre alle piante già enumerate, se ne trovano altre, quali: assom, atchi, asa, esule, otunga, ébébam, ecc.10

 

Si vedano anche:

 

Note

1 Durante il secondo viaggio di Savorgnan de Brazza (1880), un suo collaboratore, Léon Guiral, ebbe l’opportunità di incontrare gruppi del fronte migratorio fang degli Ossyeba. Nei loro villaggi egli osservò una “casa dei crani” e degli idoli particolari, che i capi conservavano nelle loro case (Guiral 1889). Secondo Annie Merlet (1990: 371), si trattava di spazi e oggetti associati al culto del Byeri. Anche Mary Kingsley – una viaggiatrice inglese dei tempi della regina Vittoria – ebbe modo di conoscere le abitudini e le tradizioni dei Fang durante gli anni 1893-1895. Essa descrisse la presenza di crani e altre parti dello scheletro degli antenati, che pendevano dal soffitto delle capanne [Kingsley (1893-95) 1992: 285)].

2 Tessman 1913, cit. in Laburthe-Tolra et al. 1997: 285.

3 Prevostesa africana (Don) Benth., Convolvulaceae.

4 Tessman 1913, cit. in Laburthe-Tolra et al. 1997: 285.

5 Raponda-Walker e Sillans [1961(1995): 222] indicano altri alberi con la cui corteccia sono confezionate le scatole del byeri: il Monopetalanthus Heitzii Pellegr. (Leguminosae), noto come andung, e l’Olax viridis Oliver. (Olacaceae), noto in fang come eké o ekóbe. Trézenem (1936: 74) riportava una specie di Berlinia chiamata andun come fonte del legno per la costruzione della scatola del Byeri. Sarà il caso di aggiungere che Trézenem non sembra avesse buone conoscenze botaniche, in quanto riteneva che la pianta dell’alan fosse la velenosa Strychnos icaja L. (id.: 74).

6 La denominazione di Pahouin con la quale gli Europei hanno chiamato inizialmente i Fang è una deformazione del nome con il quale le tribù costiere chiamavano i Fang (Mpamwe).

7 Tessman, 1913, in Laburthe-Tolra et al. 1997: 2.

8 Entandrophragma cylindricum, Meliaceae.

9 Alstonia boonei, Apocynaceae, nome commerciale emien.

10 Per quanto riguarda l’identificazione botanica di queste piante, seguendo in particolare Raponda-Walker & Sillans [1961(1995)], l’elôn è l’Erythrophloeum guineense Don. (Leguminosae); adzem, Psilanthus Mannii Hook.f. (Leguminosae); edum, Cylicodiscus gabunensis Harms (Leguminosae); angun, Platycerium stemaria (Beauv.) Ching. (Pteridophytes); asa, Pachylobus edulis G. Don (Burseraceae); esule, Plagiostyles africana Prain. (Euphorbiaceae); otunga, Polyaltha suaveolens Engl. et Diels. (Annonaceae).

ri_bib

Fernandez J.W., 1982, Bwiti. An Ethnography of the Religious Imagination in Africa, Princeton University, Princeton, NJ.

Guiral L., 1889, Le Congo Français du Gabon a Brazzaville, Plon, Paris.

Kingsley M., (1893-1895) 1992, Une Odyssée africaine. Une éxploratrice victorienne chez les mangeurs d’hommes, Phébus, Paris.

Laburthe-Tolra P., C. Falgaryettes-Leveau & G. Tessman, 1997, Fang. Musé Dapper, Paris.

Merlet A., 1995, Vers les plateaux de Masoku (1886-1890), Histoire des peuples du bassin del’Oggoué, de lambaréné au Congo, au temps de Brazza e des factoreries, Centre Culturelle Français Saint-Exupery-Sépia, Libreville & Paris.

Nguema-Obam P., 1983, Aspects de la religion fang, Karthala & ACCT, Paris.

Perrois L., 1968/69, Aspects de la sculpture traditionnelle du Gabon, Anthropos, vol. 63/64, pp. 869-888.

Perrois L., 1979, Rites et croyances funéraires des peuples du Bassin de l’Ogooué, In: J. Guiar (cur.), Les hommes et la mort. Rituels funeraires à travers le monde, Le Sycomore, Objects et Mondes, pp. 293-304.

Perrois L., 1985, Art ancestral du Gabon, Musée Barbier-Mueller, Genève.

Raponda-Walker A. & R. Sillans, 1961(1995), Les plantes utiles du Gabon, Fondation Raponda-Walker, Libreville, Gabon.

Samorini G., 2002-2003, Il culto degli antenati Byeri e la pianta psicoattiva alan (Alchornea floribunda) fra i Fang dell’Africa Equatoriale Occidentale / The ancestor cult Byeri and the psychoactive plant alan (Alchornea floribunda) among the Fang of Western Equatorial Africa, Eleusis, n.s., vol. 6/7, pp. 29-55. Swiderski S., 1990-91, La religion Bouiti, V vols., Legas, Toronto.

Tessman G., 1913, Die Pangwe, 2 vols., Ernst Wasmuth. Berlin (anche in Laburthe-Tolra et al. 1997, op.cit.).

Trézenem E., 1936, Notes ethnographiques sur les tribus Fan du Moyen-Ogooué (Gabon), Journal de la Société des Africanistes, vol. 6, pp. 65-93.

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