Il rito di iniziazione buitista o tobe si

The Bwitis initiatory rite tobe si

Il credo buitista si basa su una visione vissuta da ogni bandzi (iniziato) durante il rito di iniziazione (si veda Il Buiti, la religione dell’iboga”).

All’interno di una medesima sett,a la visione è ritenuta e vissuta come la medesima per tutti. Al termine del rito iniziatico, il neofita viene interrogato dai kombo (officianti buitisti) con domande molto specifiche, con l’intento di comprendere se egli ha avuto quella visione. Se ha avuto una visione differente, non viene considerato iniziato e dovrà sottoporsi nuovamente al rito.

A volte accade che un iniziando ha una visione differente, alla quale tuttavia egli crede fermamente. Allora egli si stacca dalle setta e dà origine a una nuova setta, i cui membri vivranno quella nuova visione. Quindi, l’albero genealogico buitista rappresentato dalla ramificazione delle sette rispecchia la storia e l’evoluzione delle visioni comuni vissute dai buitisti sotto l’effetto dell’iboga.

Il rito di iniziazione (tobe si) viene solitamente vissuto una sola volta nella vita di un buitista. I kombo passano attraverso ulteriori riti iniziatici. La visione iniziatica rappresenta per un buitista il momento più importante della sua vita, il momento della sua “illuminazione”, ch’egli terrà in considerazione per il resto della sua vita. Ad ogni momento di difficoltà o di crisi, il buitista torna con la mente al momento della sua visione iniziatica, per collocarsi nel suo miglior punto di osservazione.

Nel corso dei miei studi sul Buiti, nel mese di maggio del 1993 mi sono sottoposto al tobe si presso una comunità che abita a Melen – un villaggio che dista una decina di km da Libreville -, appartenente alla setta Ndea Narizanga. Attualmente, dalla comunità di Melen sono riconosciuto come il primo Occidentale iniziato al Ndea Narizanga del Buiti Fang.

Il Buiti, sia tradizionale che sincretico, è un culto misterico, cioè caratterizzato da una profonda rivelazione iniziale e dal divieto di comunicare ai non iniziati certi particolari del rito iniziatico. Passando ora alla descrizione di questo rito, come bandzi ho l’obbligo di attenermi a questo riserbo, ed è per questo motivo ch’essa apparirà limitata e lacunosa.

Il termine bandzi proviene dal verbo fang dzi, “mangiare” e significa “colui che ha già mangiato” (l’iboga). Tobe si significa “sedersi per terra”.

Prima dell’iniziazione l’iniziando deve rispettare un’astinenza sessuale, alcolica e da tutte le altre droghe (dalla Cannabis al caffè e noce di cola) per un periodo di almeno venti giorni. Egli deve anche scegliere due iniziati della comunità che fungono da “padre” (tare) e “madre” (nana) d’iniziazione. Essere scelto come “genitore” d’iniziazione è un grande onore per un buitista, e il numero di volte che è stato ricoperto questo ruolo condiziona i rapporti di dovuto rispetto e di gerarchia all’interno della comunità. La funzione dei “genitori” d’iniziazione consiste nello stare costantemente appresso all’iniziando, e nell’incoraggiarlo e nel confortarlo nei momenti difficili e di timore ch’egli può incontrare nel corso dell’iniziazione, in particolare durante la fase dell’assunzione dell’iboga.

Assistito dai suoi “genitori”, l’iniziando dovrà procurare, a proprie spese, una lunga serie di rifornimenti alimentari e di particolari oggetti ch’egli presenterà come offerta alla comunità, e che verranno utilizzati nel corso del rito. L’insieme degli oggetti cultuali (bissembé) comprende, presso la setta Ndea Narizanga: un lenzuolo bianco, una stuoia, un coltello da caccia, due piatti bianchi, due polli vivi, una piuma di pappagallo rossa, un ago, un fazzoletto, bevande e liquori forti.

Nei giorni precedenti il rito, il cibo per l’iniziando è scelto dai kombo e razionato in quantità sempre più piccole, sino ad arrivare al digiuno completo.

Per tutto il tempo del rito iniziatico (solitamente 3 giorni) i membri della comunità consumano ‘normali’ quantità di iboga. E’ importante che tutti i presenti predispongano la loro mente in uno stato modificato di coscienza, poiché questo è il modo più adatto per “accompagnare” il “grande viaggio” dell’iniziando. Anche ai bambini viene data l’iboga; ai lattanti ne viene posta in bocca una quantità simbolica. Numerosi fra i presenti, in particolare gli officianti, non dormiranno volutamente per tutto il corso dell’iniziazione.

A mezzanotte del mercoledì sera, l’iniziando viene accompagnato al centro della sala principale del tempio, mentre i membri della comunità si dispongono lungo le pareti. Con una particolare cerimonia, il “padre” e la “madre” dell’iniziando lo presentano all’assemblea. Seguono alcune domande rivolte all’iniziando e le sue risposte pubbliche, riguardanti le motivazioni personali che lo hanno spinto a desiderare l’iniziazione. Se queste motivazioni sono considerate sufficienti, il capo della comunità sentenzia l’accettazione del nuovo membro, ed esorta tutti i membri della comunità allo sforzo e ai sacrifici collettivi richiesti al caso.

Da quel momento l’iniziando è a loro disposizione: non gli è concesso muoversi di sua volontà, e dovrà eseguire tutto ciò che gli verrà ordinato di fare. Sulla sua fronte viene applicata la piuma di pappagallo (asè kôs) ch’egli ha portato fra gli oggetti dell’offerta (bissembé). A causa della loquacità del pappagallo, la sua piuma è considerata simbolo del linguaggio, ed è ritenuta facilitare la comunicazione fra l’iniziando e le entità divine ch’egli incontrerà durante la visione.

L’iniziazione vera e propria inizia il giovedì mattina, quando il neofita, svestito, viene coperto con un pezzo di stoffa bianca annodato ai fianchi, a guisa di fascia per neonati (l’iniziando si sta predisponendo a “nascere” a nuova vita). Egli viene quindi accompagnato nella foresta dove, appartatosi con un membro della comunità, confessa i suoi peccati. La confessione (ayebé) riguarda tutta la propria vita ed è indirizzata agli spiriti della foresta. Questa azione catartica, liberatrice dei sensi di colpa, è tenuta in grande considerazione fra i buitisti. Non si può verificare una buona “visione” senza una buona confessione; anzi, nascondere dei peccati in quell’occasione è considerato pericoloso e, per alcuni casi, fatale.

In seguito, l’iniziando viene portato, attraverso un intricato percorso nella foresta, presso differenti specie di alberi, scelti dagli spiriti come dimora permanente. Sotto ciascun albero l’iniziando viene presentato agli spiriti con un cerimoniale accompagnato da orazioni e benedizioni.

Nel frattempo, un gruppo di donne prepara la grossa quantità di droga che l’iniziando dovrà ingerire. Le radici di iboga, estirpate sul momento o poco tempo prima, sono ripulite e tagliate in grossi pezzi, che vengono tagliati in pezzi più piccoli; quindi viene rimossa la scorza, e la candida polpa interna viene raschiata via e raccolta in un contenitore; questi frammenti di radice vengono quindi tritati e ridotti in polvere. Tutte queste operazioni sono eseguite dal gruppo di donne secondo un lavoro “a catena”. Sebbene la polvere così preparata si possa conservare a lungo, i buitisti preferiscono prepararla al momento dell’uso, poiché, ancora umida, risulta più facile da deglutire.

A mezzogiorno del giovedì inizia la lunga fase dell’assunzione dell’iboga. L’iniziando viene fatto sedere su uno sgabello (éto) carico di valenze simboliche, dove dovrà mantenere una posizione specifica: con la schiena ricurva, gli avambracci appoggiati sulle gambe e le mani “a penzoloni”. Questa posizione è adottata solamente da alcune sette e parrebbe essere un’innovazione recente. Nella posizione più comune e originale l’iniziando è seduto direttamente sul terreno, con le gambe distese, la schiena mantenuta in posizione verticale, gli avambracci e le mani appoggiate sulle cosce.

Questa posizione non dovrà più essere modificata per tutto il tempo dell’assunzione dell’iboga. Ogni qual volta l’iniziando modifica, anche di poco, la posizione originale del suo corpo, qualcuno provvede a riposizionarlo. Anche lo sguardo dell’iniziando viene fatto mantenere fisso, dicendogli di guardare sempre il medesimo punto del terreno.

L’unico movimento concesso consiste nel ruotare periodicamente la testa verso l’alto, aprire la bocca, permettendo a un kombo di introdurvi con un cucchiaino una certa quantità di radice polverizzata di iboga, richiuderla, riportare la testa nella posizione originale, quindi deglutire il bolo di iboga.

La frequenza dell’introduzione dell’iboga nel corpo del neofita è controllata dai kombo. Durante i primi momenti è di 8-9 deglutizioni al minuto e si rallenta sempre più sino a raggiungere una deglutizione ogni 4-7 minuti.

Attorno all’iniziando si avvicenda un gruppo di persone – tutti gli officianti e alcune donne anziane -, una specie di “equipe” che “lavora” su di esso, accompagnandolo con perizia e premura verso il momento della sua “morte-rinascita”. Ciascuno di essi esegue un compito specifico: v’è chi da l’iboga all’iniziando imboccandolo col cucchiaino; un altro controlla periodicamente le sue pupille, facendogli muovere gli occhi nelle quattro direzioni; un altro ancora tocca a più riprese diversi punti del suo corpo, per rendersi conto della sua temperatura e seguire così il processo di raffreddamento del corpo provocato dall’iboga.

Ogni tanto l’iniziando vomita e i suoi vomiti sono raccolti separatamente su foglie di banano e attentamente esaminati. Ogniqualvolta vomitavo, la mia nana (madre d’iniziazione) assaggiava un po’ di vomito, con lo scopo di comprendere come si stava comportando l’iboga nel mio stomaco. I miei vomiti costituivano per il gruppo un indizio molto importante, tale da essere causa di frequenti discussioni. L’iniziando deve vomitare e se ciò si presenta in ritardo o non accade è motivo di forte preoccupazione. E’ uno dei casi riconosciuti per cui si rischia il decesso dell’iniziando.

Una volta iniziato, il processo di assunzione dell’iboga non può più essere interrotto per volontà dell’iniziando; nel caso egli si rifiuti di continuare ad assumere l’iboga – per difficoltà o più frequentemente per paura di morire – gli officianti lo incitano a proseguire e possono arrivare all’introduzione forzata dell’iboga nel suo corpo.

I Buitisti sono consapevoli della possibilità di una reazione psicologica avversa (bad-trip). Quando ciò accade (ben più raramente che nella cultura occidentale) esso non è mai attribuito alla droga. La responsabilità è dell’individuo, della sua impurità e dei suoi pensieri cattivi.

La quantità totale di iboga ingerita dal neofita può variare dai 200 ai 600 grammi e sono stati segnalati casi in cui si sono raggiunti i 1000g (Fernandez 1982: 475). La quantità da me ingerita raggiunse i 400g. L’iboga ha un effetto anestetico che si percepisce in poco tempo nel palato. È di sapore amaro – viene chiamata “fiele di Dio” – ma dopo un poco, quando il palato e la gola sono ben anestetizzati, non lo si percepisce più. L’assunzione dell’iboga porta a un progressivo rallentamento del battito cardiaco e a un lento raffreddamento del corpo, a partire dalle estremità. I primi effetti psichici sopraggiungono 40-60 minuti dopo l’inizio dell’assunzione della radice e si rafforzano sempre più, portando l’iniziando verso stati sempre più modificati della sua coscienza.

Il tempo di assunzione dell’iboga impiegato nel mio caso è stato di 12 ore. Durante questo tempo, ho sperimentato un potente “viaggio psichedelico”, caratterizzato da allucinazioni visive e da percorsi deduttivi “rivelatori”, sino a raggiungere momenti di vera e propria “illuminazione”. Il contatto con la realtà, cioè la consapevolezza di trovarmi nella situazione in cui ero, si assottigliava sempre più, sino ad assumere un aspetto “puntiforme”.

Il momento in cui l’iniziando perde conoscenza corrisponde a una ‘uscita dal corpo’. Dopo il lungo “viaggio psichedelico” svoltosi durante l’assunzione dell’iboga, e caratterizzato da allucinazioni visive, sonore, tattili, e dalla comparsa di fenomeni paranormali quali la visione a tutto campo (a 360°), ho vissuto il momento della perdita di conoscenza “vedendo” nitidamente “dall’alto” il mio corpo, attorno al quale si affacendavano gli officianti, mentre lo rimuovevano con premura dallo sgabello e lo disponevano a terra. Osservavo questa scena sempre più dall’alto, sempre più da lontano, fino a quando, “volgendo lo sguardo” verso l’alto, mi sono sentito “risucchiare” da un vortice di luce, una specie di “ascensore” luminoso velocissimo, quasi istantaneo. Da quel momento, non ho più sperimentato “allucinazioni”, bensì una pura “visione”, il cui ricordo è tuttora ben impresso nella mia memoria. I buitisti affermano che la “grande visione” non si dimentica più per il resto della vita.

Continuando nelle considerazioni soggettive, l’intero processo mi è apparso, nel momento in cui lo stavo esperenziando, naturale, quasi “ovvio”, una “ovvietà arcaica”, sebbene alquanto pericoloso: mediante l’assunzione della forte dose di iboga – per la quale esiste una dose letale specifica per ciascun individuo – l’iniziando viene portato realmente vicino al suo punto di morte, poichè è in quella condizione che egli può “vedere di là”, può “passare di là”, oltre la soglia della morte. I meccanismi di separazione dell'”anima” dal corpo fisico, e del suo “rientro”, provocati mediante l’assunzione dell’iboga, possiedono alcune caratteristiche comuni alle esperienze soggettive denominate NDE (Near Death Experiences) e alle entrate e uscite dagli stati di coma provocati da traumi o malattie. Numerosi sono gli individui che, risvegliatisi dallo stato di coma, riportano di essere stati in paesi meravigliosi, celestiali, nei “luoghi della luce”. In una descrizione soggettiva della mia esperienza, sarei anch’io portato a trattare i “luoghi” del mio “viaggio” come il “mondo della luce”.

All’iniziando viene data iboga fino al momento in cui svanisce l’ultimo residuo di contatto con la realtà. La “equipe” di officianti segue con molta cautela l’avvicinarsi di questo momento. E’ importante fermare l’assunzione dell’iboga in tempo, forse un momento prima di raggiungere la dose letale specifica per ciascun iniziando. Il nima punzecchia con un ago il corpo dell’iniziando, seguendo così la sua progressiva anestetizzazione. La perdita di conoscenza è verificata perforando con l’ago alcuni particolari punti del suo corpo. Quando questi non reagisce più agli stimoli dolorosi, l’assunzione dell’iboga viene sospesa.

Riscontrata la perdita di contatto con la realtà, gli officianti dispongono il corpo del neofita in una posizione particolare a terra. Il corpo viene sorvegliato a vista per tutta la durata del “grande viaggio”. Questo dura dalle 20 alle 40 ore.

Due donne anziane muovono periodicamente il corpo, che tende a irrigidirsi nella posizione in cui si trova, piegandone gli arti e facendo “scroccare” le articolazioni delle dita, delle mani, dei polsi e del collo. Ogni tanto, durante il giorno, il corpo viene portato all’esterno e lasciato per un poco di tempo sotto i raggi del potente sole equatoriale, onde evitarne l’eccessivo raffreddamento.

Durante la visione, il neofita riceve un nuovo nome dalle entità divine che lo contattano, che sarà da quel momento il suo nome di iniziazione (nkombo).

Durante il viaggio iniziatico del novizio, in particolare di notte, i membri della comunità compiono numerosi riti, accompagnati da estenuanti danze, con lo scopo di aiutare e di facilitare l’esperienza del novizio. Nella giornata di venerdì, di fronte al tempio, viene eretto un albero, l’otunga, come simbolo della placenta del feto-novizio. Al suo risveglio – che corrisponde, secondo il credo buitista – a una nascita a nuova vita -, egli, aiutato dai kombo, dovrà “estirpare” l’otunga, simboleggiando in tal modo la rottura del cordone ombelicale e la nuova nascita, e trapiantarlo in un luogo della foresta, non prima d’avervi seppellito sotto un piccolo insieme di esecreti e di escrescenze del suo corpo (pezzetti d’unghia, ciuffi di capelli e di peli, saliva, ecc.).

La ripresa di coscienza, attesa solitamente il sabato mattina, viene favorita – per i buitisti indotta – dal suono dell’arpa (ngombi). Al risveglio segue una lunga serie di riti di ringraziamento e propiziatori per il “nuovo nato”. All’iniziando, accompagnato (“trascinato”) dalla musica dell’arpa, viene fatto ripercorrere il tragitto nella foresta, con le dovute soste e cerimonie sotto ciascun albero sacro.

Segue il rito del battesimo, durante il quale il neofita viene fatto passare attraverso un’apertura a forma di vagina, al centro di un corso d’acqua. E ancora processioni, danze col fuoco, travestimenti rituali, accompagnati da una sfrenata coreografia scenica e musicale.

Durante le iniziazioni buitiste, si presentano con una certa frequenza casi in cui l’iniziando non si “risveglia” nel momento atteso, bensì con un ritardo di alcune ore, raramente di un’intera giornata, e ancor più raramente di 24 ore o più. In questi casi, l’arpa ngombi viene suonata ininterrottamente vicino alle orecchie dell’iniziando, affinchè la sua anima perdutasi nell’aldilà, seguendo il messaggio sonoro, possa ritrovare la strada del ritorno. Un ritardo nel “risveglio” dell’iniziando viene sempre vissuto con una forte preoccupazione da tutta la comunità. Seppure rarissimamente, ancora oggi si verificano casi in cui l’iniziando non si risveglia più, e muore.

L’atto finale del ciclo iniziatico è costituito da un dialogo privato fra i kombo e l’iniziando, durante il quale egli espone ciò che ha visto nella sua visione. Se gli officianti ritengono ch’egli ha “ben visto”, questi viene finalmente proclamato bandzi.

Solo gli officianti possono assumersi la responsabilità di dare l’iboga agli altri individui, ai bandzi e a coloro che intendono diventarlo. Il prelato buitista è il detentore dei “Misteri dell’iboga” e questa conoscenza, inaccessibile al semplice iniziato, viene tramandata ai futuri officianti mediante lunghi tirocini, che si concludono con momenti iniziatici di grado superiore. Durante questi tirocini, l’aspirante officiante apprende i contenuti mitologici, liturgici e teologici del Buiti, ma non solo. Una parte del tirocinio è focalizzata sullo studio del corpo umano e sulle reazioni che l’iboga può indurre in questo. Verificata la pericolosità dell’iboga e la complessità dell’operazione iniziatica, i kombo vengono preparati ad affrontare qualunque reazione negativa, sia fisiologica che psicologica. Questa parte di conoscenza pertinente ai “Misteri dell’iboga” è caratterizzata da un notevole grado di “scientificità”. Controllare il colore dell’urina e la frequenza delle minzioni, osservare periodicamente il grado di midriasi degli occhi dell’iniziando, osservare e saggiare i vomiti, ecc., tutto ciò rivela una discreta metodica di tipo scientifico (Samorini, 1997-98).

Si vedano anche:

Il Buiti, la “religione dell’iboga” dell’Africa Equatoriale

Le messe notturne buitiste, ngozé

ri_bib

Fernandez J.W., 1982, Bwiti. An Ethnography of the religious Imagination in Africa. Princeton, University Press.

Samorini G., 1997-98, The Initiation Rite in the Bwiti Religion (Ndea Narizanga Sect, Gabon)Jahrbuch für Ethnomedizine, vol. 6-7, pp. 39-55.

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