Il Buiti, la “religione dell’iboga” dell’Africa Equatoriale

The Bwiti, the “iboga religion” of Equatorial AfricaBuiti

Da diverse migliaia di anni la foresta del Gabon è abitata da popolazioni pigmee. Le tribù attuali del Gabon riconoscono i Pigmei come i principali e originali detentori delle conoscenze dei “segreti della foresta”, comprese le proprietà medicinali e psicoattive delle piante.

Uno dei più importanti “segreti della foresta” scoperti e utilizzati dai Pigmei riguarda la conoscenza delle proprietà psicoattive dell’iboga, un arbusto conosciuto dai botanici come Tabernanthe iboga Baill., della famiglia delle Apocynaceae. Ancora oggi i Pigmei praticano i “Misteri dell’iboga” in maniera totalmente segreta. È per questo motivo che conosciamo poco o nulla sui culti e sulla mitologia pigmea relativi a questa pianta.

Sappiamo invece qualcosa sulle modalità di questa scoperta. Anche alcune specie di animali, fra cui mandrilli, cinghiali, porcospini, si cibano delle radici dell’iboga per conseguire effetti inebrianti, ed è probabile – come del resto indicato dagli stessi Pigmei – che questi ne abbiano scoperto le proprietà allucinogene osservando il comportamento bizzarro degli animali che mangiano l’iboga (cfr. Samorini 2000).

In un momento non precisato – v’è chi ipotizza nel corso del secolo XIX – i Pigmei trasmisero la conoscenza dell’iboga alla tribù degli Apindji, che abitava e ancora abita in una regione centrale del Gabon. Questi trasmisero a loro volta tale conoscenza alla vicina tribù dei Mitsogho.

Con questa conoscenza, Apindji e Mitsogho elaborarono un nuovo culto religioso imperniato sugli effetti visionari e “rivelatori” dell’iboga: il Buiti. Questo culto, definito più propriamente come “Buiti tradizionale”, fu velocemente trasmesso ad altre popolazioni del Gabon: Eshira, Nkomi, Bavarama, Bavungu, Mpongwé, Balumbu, Orungou, Myènè, Bavili, ecc.

Verso la fine dell’800, una nuova tribù bantu, una tribù di guerrieri, i Fang, migrando dal nord o nord-est raggiunsero il Gabon. Essi praticavano e praticano tuttora un culto degli antenati, il Byeri, con adorazione dei teschi degli antenati, nel cui rito iniziatico è utilizzata una differente pianta visionaria, l’alan (Alchornea floribunda Mull.-Arg., famiglia delle Euphorbiaceae).

Quando i Fang entrarono nel territorio del Gabon, incontrarono il Buiti tradizionale e il Cristianesimo missionario, quest’ultimo da poco insediatosi in quelle regioni. Attraverso una complessa e veloce opera di sincretismo religioso, in cui rientrano componenti teologiche, mitologiche e rituali del Byeri, del Buiti tradizionale e del Cristianesimo, i Fang elaborarono un proprio culto basato sull’uso dell’iboga: il “Buiti sincretico” o “Buiti Fang”.

Secondo i buitisti fang, il loro culto è caratterizzato dalla presenza di tre sacramenti: alan, iboga e ostia cattolica. In ogni tempio buitista fang (mbandja) questi sacramenti sono rappresentati da tre cerchi, chiamati ekar, costruiti con liane o in ferro, appesi lungo l’asse portante del soffitto del tempio.

Esistono differenze sostanziali, rituali ma ancor più di impostazione filosofica, fra il Buiti tradizonale e quello sincretico. Presso gli Apindji e i Mitsogho – le popolazioni presso cui originò il Buiti – vale la formula proverbiale: “iboga e battesimo [cattolico] sono incompatibili”. Essi non accettano in alcun modo influenze cristiane nel Buiti tradizionale e sono piuttosto critici nei confronti dei buitisti fang, che considerano dei folli. Sono anche restii a parlare con gli Occidentali di tutti i loro culti, Buiti compreso. Per questo motivo il Buiti tradizionale è meno noto di quello sincretico. Gli unici studi sistematici ma non certo esaustivi sono quelli di O. Gollnhofer & R. Sillans (1976, 1978; cfr. anche la Bibliografia totale sul Buiti).

I Fang considerano invece il loro Buiti sincretico come una “religione universale”. Più volte, nel corso dei contatti di chi scrive con comunità buitiste fang, i kombo (officianti buitisti) comunicavano la loro speranza che un giorno il Buiti si diffonda in Europa, allo stesso modo in cui il Cristianesimo è arrivato e si è diffuso in Gabon. Ciò fa parte di una profezia enunciata da alcuni “profeti” buitisti durante gli anni 1940, cioè nel periodo in cui missionari cattolici e colonialisti francesi sferrarono una violenta quanto inutile repressione nei confronti del culto “diabolico” del Buiti.

Presso i Fang, i buitisti si considerano Cristiani, mentre i missionari rifiutano di considerarli come tali, vedendoli come dei drogati posseduti dal demonio. Sin dalle origini del Buiti sincretico si è quindi sviluppata un’accesa critica fra buitisti e cattolici.

Seguendo gli studi di Stanislaw Swiderski, la storia del Buiti si suddivide in quattro periodi:

1) il periodo delle origini tradizionali presso gli Apindji e i Mitsogho (1840-1900);
2) il periodo dell’adozione fang del culto, con le prime forme di sincretismo (1890-1948);
3) il periodo della “grande riforma” del Buiti fang (1948-1968), che ha visto l’abbandono dell’interpretazione del Buiti come culto degli antenati;
4) il periodo “pre-ecumenico” del Buiti fang, che va dal 1968 sino ad arrivare ai nostri giorni, e che ha visto la massima elaborazione del sincretismo con il Cristianesimo, sino al punto in cui i buitisti fang si considerano dei Cristiani (Swiderski 1990-91).

Non è noto il numero di Fang che praticano oggigiorno il Buiti. E’ stata ipotizzata una media del 10% dell’intera popolazione fang residente in Gabon, ma vi sono ampie aree di occupazione fang in cui questa percentuale raggiunge l’80%. I buitisti affermano che esistono 1000-2000 templi del Buiti sincretico.

Nel corso degli ultimi decenni, il Buiti è in espansione e ha varcato i confini nazionali, diffondendosi in Guinea Equatoriale (cfr. Gonzálex de Pablo, 1946), Camerun, Congo e Repubblica Democratica del Congo.

Esistono numerose sette all’interno del Buiti sincretico, costituite ciascuna da diverse comunità. La setta Dissumba appare essere la più diffusa e forse la più antica. Altre sette distribuite nella regione dell’Estuaire sono: Ndea Kanga (Ndea Narizanga), Yembawé, Missene Paka, Erendzi Saint, Assumega Eñin, ecc. Numerose comunità sono presenti anche nella capitale del Gabon, Libreville, specialmente nei quartieri di Nkembo e Lalala. Le strade che portano da Libreville a Kango e da Ntoum a Cocobeach, sono disseminate di templi buitisti e sono per questo chiamate le “routes de l’iboga” (“strade dell’iboga”).

Oggi più che mai i buitisti fang si considerano Cristiani, anzi “i veri Cristiani”: “Noi siamo i veri Cristiani. I Cattolici hanno perso la via che porta a Cristo; i missionari che ci offrono la loro insipida ostia e ci chiedono di abbandonare l’iboga non sanno di cosa stanno parlando” (Samorini 1993: 4). La critica al Cattolicesimo è diventata più profonda e coerente da quando sono stati abbandonati i riti cruenti e l’espansione del culto ha preso il posto delle persecuzioni: “La Chiesa cattolica è una bella teoria per la domenica; l’iboga è una pratica per la vita di tutti i giorni. Nella chiesa si parla di Dio; con l’iboga si vive Dio” (dalle parole di Isidore Ndjoung, leader buitista, magistrato alla Corte Suprema di Libreville; cit. in Swiderski 1990-91, I: 628).

Presso tutte le sette buitiste, sia sincretiche che tradizionali, esiste un racconto sulla scoperta delle proprietà visionarie dell’iboga e dell’origine del Buiti – noto come “storia di Muma” o “storia di Bandzioku” – di probabile origine pigmea (si veda Il mito d’origine del Buiti). Secondo questo mito, fu una donna, Bandzioku, a sperimentare per prima gli effetti visionari dell’iboga, seguendo il suggerimento dello spirito di suo marito, morto in precedenza. Essa fu sacrificata dal suo nuovo marito e, attraverso questo sacrificio, fu istituito il culto del Buiti. Bandzioku nel morire si trasformò nell’arpa (ngombi) e il suono di questo strumento musicale così caro ai buitisti rappresenta la sua voce (cfr. Samorini, 1995).

Nei villaggi fang il tempio buitista (mbandja) occupa una posizione specifica, quella occupata originariamente dalla maison de garde, casa comune degli uomini dal quale si poteva controllare tutto il villaggio, luogo per le discussioni e il riposo collettivo. Oggigiorno in diversi villaggi il mbandja funge anche da maison de garde.

All’entrata di ogni tempio è presente una colonna di legno (akun) carica di valenze simboliche. Si tratta di una axis mundi, punto di contatto fra la terra e il cielo, attraverso il quale scendono e salgono gli spiriti dei morti e degli antenati per partecipare insieme ai vivi alle cerimonie notturne. Il colore e i simboli dipinti o intagliati nell’akun sono specifici e distintivi delle diverse sette buitiste.

Ogni comunità è strutturata secondo una precisa gerarchia. Al suo apice v’è il nima na kombo; seguono diversi tipi di kombo (officianti), fra cui: lo yemba, che ha il compito di introdurre e spiegare alla comunità i diversi momenti del rito; lo nganga, colui che guida le danze; i kambi, nel ruolo di controllori del rispetto dei tempi liturgici e del comportamento dei partecipanti; i suonatori dell’arpa sacra. Alla base della gerarchia ci sono gli iniziati semplici (bandzi=”colui che ha già mangiato”). Un’ulteriore figura gerarchica è rappresentata dalla yombo, guida spirituale e carismatica del gruppo femminile della comunità.

Gli strumenti musicali del Buiti comprendono l’arco sonoro (mongongo), l’arpa (ngombi) e diversi strumenti a percussione, fra cui l’obaka, un lungo palo di legno mantenuto sospeso orizzontalmente, che viene percosso con due coppie di bastoncini. L’arpa a otto corde (ngombi), è lo strumento musicale per eccellenza del Buiti; è considerato sacro, oggetto di venerazione e di una mitologia specifica, e ricopre un ruolo molto importante nel rito iniziatico.

Nel Buiti sono praticati due riti principali: le cerimonie notturne (ngozé) e il rito di iniziazione (tobe si).

Le ngozé sono una sorta di “messa” collettiva, in cui tutti i partecipanti assumono a mo’ di comunione una dose di radice polverizzata di iboga, passando la notte intera a ballare e cantare seguendo uno specifico iter rituale. Le ngozé sono celebrate durante quasi tutto l’anno e seguono per lo più il calendario liturgico cattolico. Le ngozé più importanti sono quindi quelle di Natale, Pasqua, Ascensione, Assunzione, Tutti Santi, San Michele. Sono solitamente celebrate per tre o quattro notti consecutive, dal Giovedì al Sabato o Domenica notte. Si veda Le “messe notturne” buitiste o ngozé

Il rito di iniziazione viene celebrato ogni qual volta un individuo decide di diventare membro della comunità religiosa. In questo caso l’iniziando deve ingerire una quantità enorme di radice di iboga; una quantità che lo porta progressivamente verso uno stato di perdita della conoscenza di lunga durata, durante il quale la sua anima si stacca dal corpo ed effettua un “viaggio nell’aldilà”. Secondo l’interpretazione buitista, durante la “grande visione” (yen) l’anima dell’iniziando contatta entità divine, che lo illuminano rivelandogli le “radici della vita”. Si veda Il rito di iniziazione buitista o tobe si

Nel Buiti viene parlata una particolare lingua liturgica, o meglio esoterica, il pope o pope na popé. Essa è costituita da una mescolanza di termini di diverse lingue tribali, in particolare l’apindji, il myéné e il fang. Vi sono incluse anche alcune parole del latino, frutto dell’influenza del cattolicesimo missionario, che fino a non molti anni fa utilizzava il latino nei propri riti religiosi. Il pope non è conosciuto da tutti i buitisti; all’interno di una comunità numerosi bandzi recitano il pope senza comprenderne il significato.

Per gli aspetti mitologici del Buiti si vedano:

Le origini dell’iboga

Cosmogonia buitista

Il mito d’origine del Buiti

Per ulteriori immagini dei riti buitisti si veda: Immagini del culto buitista

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Si veda anche: Bibliografia generale sul culto del Buiti

Binet Jacques, 1974, Drogue et mystique: le Bwiti des Fangs, Diogène, vol. 86, pp. 34-57.

Bureau René, 1996[1971], Bokayé. Essai sur le Bwiti Fang du Gabon, L’Harmattan, Paris.

Esparre Paul-Louis, 1968, Quelques aspects métaphysiques du “Bouiti Mitsogho”, Genève-Afrique, vol. 7, pp. 53-57.

Fernandez J.W., 1965. “Symbolic Consensus in a Fang Reformative Cult.” American Anthropologists, vol. 67: 902-929.

Fernandez J.W., 1982, Bwiti. An Ethnography of the religious Imagination in Africa. Princeton, University Press.

Gollnhofer Otto & Roger Sillans, 1976, Aspects phenoménologiques et initiatiques de l’état de destructuration temporaire de la conscience habituelle chez les Mitsogho du Gabon, Psychopathologie Africaine, vol. 12, pp. 45-75.

Gollnhofer Otto & Roger Sillans, 1978, Le symbolisme chez les Mitsogho, aspects de l’anthropomorphisme dans la société initiatique du Bwete, in : AA.VV., Systèmes de signes. Textes réunis en Hommage à G. Dieterlen, Herman, Paris, pp. 223-241.

Gonzálex de Pablo Aquilino, 1946, El Mbueti y sus doctrinas, Cuadernos de Estudios Africanos, vol. 2, pp. 69-92.

Mary André, 1999, Le défi du syncrétisme. Le travail symbolique de la religion d’eboga (Gabon), Éditions de l’École des Hautes Études en Sciences Sociales, Paris.

Samorini Giorgio, 1993, Adam, Eve, and Iboga, Integration, 4: 4-10.

Samorini Giorgio, 1995, Gli allucinogeni nel mito. Racconti sull’origine delle piante psicoattive, Nautilus, Torino.

Samorini Giorgio, 1997, The Initiation Rite in the Bwiti Religion (Ndea Narizangas Sect, Gabon), Jahrbuch für Ethnomedizine und Bewusstseinsforschung, vol. 6-7, pp. 39-55.

Samorini Giorgio, 2000, Animali che si drogano, Telesterion, Vicenza.

Swiderski Stanislaw, 1965, Le Bwiti, société d’initiation chez les Apindji au Gabon, Anthropos, vol. 60, pp. 541-576.

Swiderski Stanislaw, 1981, Les visions d’iboga, Anthropos, vol. 76, pp. 393-429.

Swiderski Stanislaw, 1989-1990, La religion Bouiti, V voll., Legas; Ottawa.

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